domenica 21 giugno 2026

0-3. Mongolia e Cina. Inizia una nuova avventura in bici, da Ulan Bator a Shanghai, tra deserti, storia e megalopoli


21/6


Visto dall'alto, il deserto del Gobi è meraviglioso e terribile, deinòs -direbbe Omero. Sconfinato, vuoto, inadatto alla vita. L'ombra delle nuvolette lo punteggia e paiono piccoli laghi, ma no, qui di acqua non ce n'è, e lo dichiara il suo nome (Gobi in Mongolo significa "senza acqua"). Ci sono sabbia e vento, vento e sabbia, e spazi aperti a perdita d'occhio. Pensare che tra due giorni lo starò affrontando in bici mi risveglia un brividino tra i filamenti di sonno che mi appannano la mente. Ho volato da Malpensa a Pechino, venerdì 20, e, dopo 10 ore di volo e un breve scalo tutto necessario per gli infiniti controlli di sicurezza, mi sono ri-imbarcata in direzione di Ulan Bator, capitale della Mongolia.


Ci sono già stata. Esattamente 9 anni fa, nel 2017. Finiva lì il mio lungo pedalare, iniziato più di 6000km prima, a Mosca, che mi aveva condotto lungo la Transiberiana, fino al Bajkal, e poi a sud, seguendo la Transmongolica*. E l'anno prima, nel 2016, avevo pedalato da casa a Mosca. Questo viaggio, diviso in più anni, che da San Pietro all'Olmo mi aveva condotta fino alle steppe dell'Asia centrale, doveva per forza riprendere, prima o poi, per proseguire in Cina. Ed eccoci qua, infatti. Nel 2018 avevo percorso una linea parallela, tra Iran e vari -stan, fino al Kazakistan. Nel 2019 una pausa dall'altra parte del mondo per attraversare gli USA da San Francisco a New York. Il 2020 doveva essere l'anno in cui tutte queste linee tracciate sulla mappa a colpi di pedale si sarebbero unite, ma... Dico solo: Covid. Quindi è stato necessario mettere in pausa il progetto Cina (cosa che ha portato a esplorare con Gigi Europa -fino a Capo Nord e l'Islanda-, Perù, Messico, Thailandia, Malesia e Singapore, e da sola Vietnam, Cambogia e Laos); il desiderio ha dovuto cedere alla pazienza. Ma senza spegnersi. Pertanto torno ora a Ulan Bator per riprendere quella strada, e tracciarne un altro tratto. La destinazione finale, stavolta, è Shanghai, via Pechino e Xi'An. Sono circa 5000km attraverso deserti, steppe, megalopoli, floride pianure coltivate a riso e colline verdi di tè, fiumi immensi e montagne sacre, città dalla storia millenaria e altre modernissime e accecanti di luci. Insomma, tutto e il suo contrario, uno Ying e Yang ben completo.

PREPARAZIONE: UNA NUOVA BICI, LA FANFOLA
Preparare questo viaggio ha richiesto del buon tempo. Già prima di Natale ho iniziato ad allestire una nuova bici, una Surly, perché la Signorina Felicita, dopo anni di onorato servizio, era ormai acciaccata e stanca di mondo e kilometri. E quindi, con l'aiuto prezioso di Andrea, Franco (che mi ha anche sistemato tutti gli occhiali, da bici e non, e mi ha prestato alcune borse da manubrio utilissime, GRAZIE!) e Teo di Hopcycle (Pogliano) abbiamo messo in piedi questa meraviglia, una vera pioniera, esploratrice indomita, macchina perfetta per sogni e orizzonti lontani. Si chiama Fanfola. Come le fanfole di Maraini. Se avete pazienza, vi spiego perché. Le fanfole sono componimenti poetici metasemantici: il linguaggio diventa autonomo, non rappresenta una realtà preesistente, ma ne evoca e produce una nuova ("Il lonfo non vaterca nè gluisce..."). Cito Maraini: "Il linguaggio comune, salvo rari casi, mira ai significati univoci, puntuali, a centratura precisa. Nel linguaggio metasemantico invece le parole non infilano le cose come frecce, ma le sfiorano come piume, o colpi di brezza, o raggi di sole, dando luogo a molteplici diffrazioni a richiami armonici, a cromatismi polivalenti, a fenomeni di fecondazione secondaria, a improvvise moltiplicazioni catalitiche nei duomi del pensiero, dei moti più segreti." E prosegue sottolineando l’aspetto ludico della sua invenzione: "Nella poesia metasemantica il lettore deve contribuire con un massiccio intervento personale. La crasi non è data dall’incontro con un oggetto, bensì, piuttosto, dal tuffo in un evento. Il lettore non diventa solo azionista del poetificio, ma entra subito a far parte del consiglio di gestione e deve lui, anche, provvedere alla produzione del brivido lirico".
Insomma...
Come la bici! Con i viaggi, non ci si limita a descrivere una realtà univoca, precisa, divisa in caselline e condannata alle etichette e alle definizioni, ma la si crea, viva, nel suo fluire mutevole, diventandone al contempo fruitori e poeti (nel senso etimologico di "coloro che creano").
E quindi ecco la Fanfola.
Per i più curiosi, sui miei social trovate un video dedicato, con tutte le caratteristiche tecniche.




PREPARAZIONE: DOCUMENTI E VISTI
Altro aspetto da non sottovalutare, in una simile avventura, riguarda la richiesta di visti. Per la Mongolia nessun problema: starò poco più di una settimana. E fino a 30 giorni, per gli italiani, non serve il visto. La stessa regola vale per la Cina, dove, però, rimarrò più di due mesi, a partire dalla Mongolia interna sferzata dai venti siberiani, fino alla sfavillante Shanghai. Ottenere un visto così lungo, con due ingressi (causa scalo a Pechino in andata) e senza poter dimostrare né l'ingresso via terra dalla Mongolia, né i pernottamenti precisi, giorno per giorno, ha richiesto tanta pazienza e una bella dose di paraculismo, sport estremo in cui ho buoni risultati, soprattutto nei confronti delle autorità. Dopo svariate email, dosi di ansietta e rosari sgranati, qualche narrazione fiorita, due viaggi all'ufficio visti cinesi di Milano e una, la solita, la mia, faccia da culo, ho ottenuto l'agognato visto. Ero a un passo dal rivolgermi a Raul, detto 'o Maaago, che riesce a procurare documenti di ogni genere, soprattutto per l'estero, previo pagamento. Ma non è stato necessario e, se non mi arrestano, ne sarà valsa la pena!

PREPARAZIONE: LA TRACCIA
Per questo punto devo ringraziare Alessio Banzato, detto Sergej Dovlatov, conosciuto anni fa come cicloslavista insieme a Francesco Gozzelino, docente di italiano a San Pietroburgo, ora (dopo l'aggravarsi del conflitto russo-ucraino) all'università di Pavia -per gli studenti stranieri-, pedalatore e viaggiatore e financo le due cose insieme. E che c'entra Alessio? C'entra perché da Pechino in poi proseguiremo insieme. E la traccia definitiva, precisa, curata nei minimi dettagli, su una base mia decisamente imperfetta e grossolana, si deve a un suo lavoro certosino eppure rapidissimo. Altro dettaglio da non sottovalutare: Alessio ha iniziato a studiare il cinese. Non da molto, ma per la testa che ha, si destreggia già tra i caratteri con la grazia agile di un sinuoso dragone d'acqua. Quindi stavolta sarà lui a intendersi e far da interprete e dragomanno dell'est estremo. Non abbiamo mai viaggiato insieme, ma i ritmi sono simili e anche gli interessi, volti alla cultura in senso lato, più che al gesto del pedalare in sé. Quindi perché non provare a condividere un tratto di strada? Se proprio dovesse dir male, la Cina è talmente sicura che non sarebbe un problema proseguire da soli, anche per me. Ma di certo non sarà necessario.
Per quanto riguarda la prima parte del viaggio, da Ulan Bator a Pechino, ovvero il tratto di Mongolia e Mongolia interna che si dipana nel Gobi, e le alture a nord della capitale cinese, ho studiato puntigliosamente la traccia metro a metro. Non son luoghi dove improvvisare: gli insediamenti si diradano, su distanze vaste e con strade e piste dissestate. L'acqua è un bene più che raro e le temperature, che di giorno ora variano dai 6 ai 20°C, scendono intorno allo zero di notte. Ci sono animali, tanti, domestici e non (orsi e lupi rarissimi, ma pure roditori e capre, cavalli e yak pronti a brucare parti di tenda pur di raggiungere un residuato di cibo). Il vento è impietoso e le tempeste frequenti. Ora qui in città accenna a nevicare, per dire. D'altronde scendere dalla Mongolia "alla conquista" della Cina, e superare la Grande Muraglia (nel mio caso a Badalin), ha un che di hybristes, di tracotante. Nella storia è già accaduto, e chi scendeva non veniva in pace. Ma io sì. E confido nella bontà di Tengri, il dio-volta celeste di qui, e degli spiriti degli elementi venerati dallo sciamanesimo, e negli strani demoni del buddhismo locale, di derivazione tibetana, e pure in Confucio e anche un po' in Lenìn (di cui qualche statua permane anche qui, a ricordare il passato, neanche troppo lontano, e neanche troppo felice, socialista).


PREPARAZIONE: ATTREZZATURA E APP
Altro capitolo degno di nota è quel che riguarda l'attrezzatura, materiale e immateriale (e spirituale aggiungerei).
Per la Mongolia è necessario essere autosufficienti in tutto. Quindi serve l'intera attrezzatura da campeggio, con una tenda che resista ad acqua e vento, e materassino e sacco a pelo adatti alle temperature subpolari. Fornello e filtro d'acqua, e powerbank per poter campeggiare senza intoppi. Man mano che si scende verso sud, il clima si farà caldo e umido, quindi l'abbigliamento, da bici e non, cambia sensibilmente. In Cina la necessità di essere autonomi, campeggiare e nutrirsi, cala drasticamente, visto che passeremo in regioni fortemente urbanizzate. Ma proprio tanto, anche troppo. Ho medicinali e pezzi di ricambio per la bici, ma spero di non usare né gli uni né gli altri.
Mentre in Mongolia con 10€ si acquista una sim locale (Unitel) con dati illimitati, e l'unico rischio è l'assenza di copertura fuori dalle città, in Cina si pone il problema del Great Firewall, la grande muraglia censoria (o protettiva dallo svendersi alle tecnologie a stelle e strisce?) che blocca Google, Meta e quasi tutte le applicazioni e i siti che usiamo abitualmente (Komoot compreso). E come si fa? Pare che la soluzione più funzionale sia una esim. Ne acquisterò una prima di varcare il confine. Mi sono munita anche di vpn, ma temo non si possa farci troppo affidamento. Conto anche di acquistare una sim cinese fisica (i prezzi sono davvero bassi), da usare sul telefono di scorta che ho sempre con me, in modo da usare le varie app locali, soprattutto per i pagamenti e servizi vari (Alipay e Wechat, cui ho collegato la mia carta), Trip.com per gli hotel e Amap al posto di Google maps. È pazzesco come la Cina, che ha avuto da sempre uno sviluppo storico e culturale parallelo a quello occidentale, sia riuscita a restare al passo, se non più avanti, anche in ciò che per noi rappresenta il simbolo di globalizzazione definitivo: internet e i social.
La Mongolia, invece, ne è proprio rimasta fuori, e alle case si preferiscono le ger, e il nomadismo, e tutto è scritto solo in lingua mongola antica (con caratteri propri, in verticale) e moderna (in cirillico adattato).

no adv, nessuno di costoro mi paga una ghella


UN WEEKEND A ULAN BATOR
Dunque il mio viaggio comincia qui, nella città dell'eroe rosso, Sukbataar, l'equivalente mongolo di Lenin (e guai a voi se fate battute sulla trisomia 21). Appena ritirati i bagagli, trovo ad attendermi Anand, con un cartello con il mio nome come i vipsss. Me lo hanno mandato dalla Ganas' guesthouse, dove alloggio, perchè ho chiesto un passaggio dall'aeroporto al centro. Già nei primi metri all'aperto il clima si fa sentire: ci sono 6°C, un vento da portare via me e gli scatoloni, e pioviggina. Raggiungo il furgone, un malconcio e polveroso ovetto su ruote che avrà almeno 50 anni, ma capiente abbastanza da trasportare tutto e tutti. Dopo aver caricato bici e attrezzatura, salgo dal lato passeggero... e mi ritrovo al volante. Dimenticavo che qui in Mongolia, per quanto si guidi dallo stesso nostro lato, molti veicoli hanno la guida a destra perchè vengono dal Giappone. Mi porto sul sedile giusto e partiamo. L'ovetto nipponico corre a una velocità massima di 50km/h e in salita non supera i 20, con un frullare di motore, cinghie e meccanismi che produce un rumore assordante. A ogni raffica di vento sembra debba ribaltarsi, alto e stretto com'è. Eppure, pian piano, si procede. Anand mi racconta un po' di cose della Mongolia, mi parla del clima estremo, dell'inquinamento della capitale, che ospita 1.7 milioni di persone dei 3.3 che vivono nel paese (che è grande 6 volte l'Italia e ha una delle densità di popolazione più basse al mondo). Appena cala il silenzio, lui guarda shorts su Facebook, tutti di calcio e cucina, ma soprattutto tutti in russo. Gli chiedo se parli russki. Mi dice di sì, perfettamente, perchè tanti tanti taaaanti anni fa ha studiato ingegneria a Mosca. Poi è tornato qui a lavorare, e ora è in pensione. Anche se arrotonda trasportando turisti sul suo ovetto a rotelle del Sol levante. Qui le donne vanno in pensione a 55 anni, gli uomini a 60, e l'età media è di 80 anni. Lui ne dimostra tra i 60 e i 70. Anche 9 anni fa avevo incontrato tanti mongoli che parlano russo, un po' per la vicinanza geografica, un po' per le vicende politiche che hanno avvicinato il Paese all'URSS per quasi tutta la sua esistenza, un po' perchè, per studiare, molti si affidavano alle università sovietiche. Nei momenti di silenzio il vento fischia sulla lamiera del furgone, e ho un'illuminazione improvvisa: sembra il suono dei canti tuvani, tipici di queste regioni. Ecco cosa richiama, da cosa prende spunto!




Intanto intorno prende forma il paesaggio della Mongolia che mi è rimasto indelebilmente impresso nella memoria. Steppe verdi di arbusti bassissimi, yurte (ger) sparse qua e là, mandrie di cavalli, mucche, yak e capre che pascolano libere. A volo basso si vedono spesso rapaci, credo falchi, che tracciano larghi cerchi nel cielo grigio.
Poi, d'un tratto, sullo sfondo dei monti Khangai coperti di neve, ecco Ulan Bator. L'unica città degna di tale nome in tutto il Paese.


Entrando, nel traffico forte (ma imparagonabile a quello di città come Hanoi, Bangkok o Kuala Lumpur), noto che la città è in crescita, e si sta allargando a macchia d'olio. Ci sono nuovi grattacieli, nuovi palazzoni residenziali in stile simil-brutalista, nuovi centri commerciali e negozi, con qualche catena di marchi internazionale in più. Una cosa non è cambiata: tanta parte della città "informale", che si estende dalla periferia fino a 1km dal centro, è costituita da terreni recintati al cui interno non si trovano case in muratura o legno ma tende tradizionali, yurte, ger. Gran parte delle strade in questi quartieri sono sterrate e punteggiate di discariche a cielo aperto. Ovviamente queste abitazioni non hanno allacciamenti nè idrici, nè elettrici nè alla rete fognaria. Non hanno nemmeno il pavimento, a dirla tutta, ma solo strati di teli di plastica e tappeti. Il mio alloggio si trova proprio al confine tra un quartiere di ger e uno di case. La guesthouse stessa ha una yurta sul tetto, che funge da ulteriore stanza. La strada è questa. E dire che siamo a una manciata di metri dal monastero buddhista più grande e importante della città!



yurta, tugurio e Holiday Inn

Ho un sonno che sembrano due, avendo dormito poco per due notti di fila, ma voglio resistere fino a un orario consono per cercare di assorbire in fretta il jet lag. Quindi, dopo aver preso possesso della stanza (grande e piena di utili poltrone e divani e tappeti e tende, ma fatiscente come solo in Mongolia, con tutto rattoppato, ammuffito, tenuto insieme con il nastro adesivo e pezzi di cartone appiccicati) decido di uscire. Mi sono appoggiata tre secondi a una sedia, e sono piena di calcinacci, che cadono dal soffitto ammuffito. Non c'è riscaldamento, e in camera ci saranno 10-12 gradi. La doccia non funziona, ma c'è un pratico bacile da riempire e rovesciarsi in testa. Insomma, tutto giusto, come deve essere, adeguato al prezzo.

Non ho una meta precisa: voglio solo iniziare a recuperare tutto quel che mi serve per i prossimi giorni. Quindi, in primis, mi dirigo alla sede di Unitel, per acquistare una sim e sperare di avere un po' di connessione anche in aree remote. Cammino verso piazza Sukhbaatar e subito vengo colpita da quel che già la prima volta avevo notato: una convivenza irrisolta tra antico (o vetusto) e moderno. Piccole pagode in legno dipinto e grattacieli di vetro, strade di fango franate e negozi di lusso, ragazzi che sfrecciano su motorini elettrici a noleggio e pastori nomadi vestiti con abiti uguali a quelli di mezzo millennio fa. Non mancano poi richiami del passato socialista, tra statue di Lenin e di politici mongoli legati a doppio filo all'URSS, ben corrotti e ben crudeli nei confronti, ad esempio, dei monaci.



Arrivo quindi nel cuore della capitale, la piazza dedicata all'Eroe Rosso, Sukhbaatar, all'origine del toponimo. Oltre alla sua statua equestre che svetta al centro, si staglia la sagoma dall'aura potentissima di Gengis Khan, seduto al centro del nuovo parlamento. Intorno, un mix architettonico che pare un'insalata russa, o meglio, sovietica, cui si aggiungono palazzi ultramoderni, edifici in stile neoclassico con colonne corinzie protette da dragoni in pietra, e altri di revival della tradizione mongola. In posa per le foto ci sono gruppi di nomadi in abiti tradizionali in visita alla capitale, turisti come lo sono io, e con altrettanto stupore.








Termino la mia passeggiata all'iconica statua di Marco Polo, che resta, come viaggiatore e scrittore, "duca, segnore e maestro", per citare Dante. Torno in guesthouse e, sempre per combattere il sonno, inizio ad aprire gli scatoloni e a montare la bici, che, per fortuna, è arrivata integra e in perfetta forma. A metà della preparazione bagagli, dopo aver sentito casa, crollo in un sonno nero e abissoso.

Mi sveglio alle 8 dopo una nottata di piacevole riposo; subito mando a Gigi gli auguri di compleanno, ché è il suo primo, da anni, che mi vede lontana -e mi spiace! Mi ha tanto aiutata anche in questi ultimi giorni prima di partire, soprattutto nella preparazione del bagaglio. Con calma mi bevo un tè in stanza e proseguo un poco nello spacchettamento. La stanza sembra stata teatro di un'esplosione, ma è tutto nella norma. Se non altro, ancora i vestiti profumano e quindi l'ambiente non ha assunto quell'odore di carogna putrescente tipico degli ambienti chiusi in cui pernottano cicloviaggiatori.


Il programma di oggi prevede tre tappe: la prima è il monastero di Gandan, il più grande complesso buddhista della Mongolia, fondato nel 1809 (chiuso nel 1938 durante la repressione stalinista e riaperto, come unico centro religioso della Mongolia Popolare, dal 1944 al 1989). Qui risiedono oltre 100 monaci, ci sono diversi college e università di studi religiosi e templi antichi e moderni.









La cosa più interessante per me, sono sicuramente i riti e i fedeli. Innanzitutto, qui si prega in molti e diversi modi: facendo girare i rotoli, per carità nell'ordine corretto, suonando i campanelli appesi ai bracieri d'incenso, inginocchiandosi o sdraiandosi a terra, sollevando le mani giunte dal cuore a sopra la testa, inchinandosi o camminando all'indietro per non dare mai le spalle al Buddha. Si prega chinando la fronte su statue e sciarpe sacre, e anche offrendo cibo (soprattutto kumiss e riso) o denaro ai monaci, che non vanno assolutamente mai toccati. Si gira in tondo alle cose: ai templi, alle effigi, ai pali, alle stupa, ai cori di monacelli. C'è proprio il senso di una circolarità armoniosa, che, inevitabilmente, si mescola alle radici animiste di questo popolo.





Nel tempio principale è conservata una statua gigante di Avalokitesvara, circondata da infinite piccole statue di Buddha, davanti alle quali i fedeli lasciano banconote come offerte. Non mancano quelli che invece fanno benedire mazzi di denaro, ma pure strumenti di lavoro e abiti simbolici, sopra i fumi dell'incenso.
C'è pure una grande biblioteca che conserva oltre 70.000 volumi buddhisti antichi, in mongolo, sanscrito e tibetano, oltre a diversi tesori in oro, argento e pietre preziose.











l'unico pilastro che, durante la distruzione del tempio ordinata da Stalin, rimase in piedi, nonostante i tentativi di abbatterlo sia trainandolo con un camion, sia a colpi di ascia. Rappresenta la resistenza della fede

mentre esploro il complesso, un canusso, canotto, o, più propriamente, khan, che vive con i monaci decide che vorrebbe venir via con me. Per fortuna riesco a farlo desistere. Capisce l'italiano, pensate!



Dopo essermi immersa in questa atmosfera sacra e sincretica tra sciamanesimo e buddhismo, lascio il monastero e mi incammino verso la seconda tappa di oggi: il museo di storia nazionale Gengis Khan. Per raggiungerlo, mi lascio alle spalle le vie fangose della città informale, passo davanti al fu museo della Rivoluzione Rossa, ora di storia naturale, e anche alla via Ankara, con tanto di statua di derviscio rotante.








Il museo di storia, da nono confodere con il museo nazionale della Mongolia, più datato, è stato aperto nel 2022, e, infatti, quando sono stata qui la prima volta, non c'era. Sono 9 piani di puro, orgoglioso, fazioso nazionalismo. Ma non nei confronti del Paese odierno. Nei confronti della sua passata grandezza. Le sale sono tutte dedicate ai momenti di fioritura ed espansione degli imperi mongoli, come con gli Unni, Temujin e Qubilai, cioè quando i nomadi, invece di farsi guerra tra loro, si riunivano sotto la guida di un unico capo e diventavano una marea inarrestabile.









la prima iscrizione in lingua mongola




eserciti di terracotta in miniatura







Lascio qui una serie di considerazioni sparse. Di base, essendo nomadi, le etnie mongole hanno prodotto per lo più arte piccola piccola, trasportabile, come gioielli, monili, statuette... Oppure pietre segnavia, con iscrizioni, per indicare confini e piste. Ci sono quasi più manufatti per abbellire i cavalli, con finiture di pregio, che gli esseri umani, perchè bestie, uomini e dei stavano tutti sulle stesse linee della mappa e della mano. L'unica arte più "pesante" e meno trasportabile compare quando un nomade non può più spostarsi: nelle sepolture. L'immaginario di questi popoli è originariamente legato a doppio filo con gli elementi naturali, come il sole e la luna, colti spesso nei loro aspetti più feroci e cruenti (tigri che squartano, aquile con gli artigli tesi alla preda, cavalli imbizzarriti...). Trovandosi spesso in contatto con culture molto più raffinate, e tante volte sottomettendole, come quella cinese, persiana e turca, ne hanno assorbito alcuni elementi fondamentali, dalla scrittura (spesso le iscrizioni sono in più lingue) all'uso della moneta, dalla musica al modo di vestire. Nell'insieme si percepisce qualcosa di comune, pur con tutte le differenze, che ha segnato la storia di una fetta enorme di mondo, dall'Europa orientale all'Estremo Oriente asiatico, passando per la Russia e le steppe: gli abiti ampi e colorati, i copricapi, le tende, le armi, l'arte e l'artigianato.















divinità buddhista sovrapposta alla figura di Gengis Khan



artiglieria montata su sella




sigilli reali

contenitore dei sigilli... Montato su sella!




la flotta di Qubilai Khan

teste di faraone e placche con divinità greche, rinvenute alla corte del Khan

atlante in latino con mappa dell'Europa e dell'Asia, con tanto di Re Magi e Prete Gianni



lettere dei papi e dei sovrani europei al Khan, datate tra XII e XIV secolo, e relative risposte








Il museo culmina con una ricostruzione della ger-sala delle udienze con un enorme Gengis Khan dorato in trono. I locals si inginocchiano e pregano come davanti alle effigi del Buddha. Come quando gli imperatori romani si divinizzavano o i sovrani medievali facevano miracoli ed eran subito santi...


Si dice che oggi, a 800 anni di distanza, l'8% della popolazione eurasiatica discenda direttamente da Temujin, cioè 16 milioni di persone. Vero è che ebbe numerose mogli e tantissime concubine... La probabilità che questa bimba sia sua parente, quindi, non è così bassa!


Finita la visita, esco nel rigido clima dell'estate locale e, tra statue di politici socialisti di dubbia integrità morale e mischioni architettonici, tra centri commerciali gestiti dallo Stato ancora oggi (dove passano messaggi non velatamente propagandistici) e monumenti dedicati ai Beatles, mi reco alla terza meta di oggi: un luogo dove recuperare tutto ciò che ancora mi serve per il viaggio, che inizia domani.







Trovo un supermercatino ben fornito, e acquisto generi alimentari necessari per la traversata del deserto in semi-autonomia (l'acqua andrà pur recuperata, ma ci sono paesi e villaggi sulla traccia). Noodles istantanei, biscotti, caramelle, frutta secca, miele, zucchero, tè e caffè solubile, cioccolata e barrette. Quel che avanza andrà ai nomadi, soprattutto dovesse capitare l'occasione di essere ospiti. Mai andare a mani vuote! So che è molto apprezzata la vodka, ma siccome l'alcolismo è una piaga dilagante, non vorrei contribuire. A questi acquisti si aggiungono salviettine umidificate (ci laveremo prossimamente), gas per il fornello, filtro per potabilizzare l'acqua (portato da casa), un powerbank (comprato qui perchè le compagnie aeree cinesi non trasportano più i nostri) e denaro contante. Di certo nelle yurte non c'è il pos. 


questa è invece la mia cena, si vede proprio che è cibo per volpi!

Ora è davvero tutto pronto. Domani si parte e si comincia a fare sul serio.

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