venerdì 20 luglio 2018

22-23. Dal deserto ai monti. Si torna a nord,dove Tamerlano costruì tre piramidi di teste umane.. BARDASKAN e SABZEVAR




19/7/18

Non è acile dormire nel deserto di sabbia fina e salata, quando c’è vento. A parte gli insetti, che son formiconi grandi da sella e termiti piccine, mosche opalescenti e ragnoni, ma soprattutto delle specie di calabroni trasparenti che fanno un rumore identico allo squittio dei topi. Identico! E sono molto attratti dalla luminescenza dello schermo del pc, cosa che rende lo scrivere una vera prova di forza. Che meriterei il Pulizer, scritto così, visto quanto sono lercia di crotto di giorni, sudore e smog e sabbia e grasso di catena e unto misto. Ma il problema principale del dormire nel deserto col vento è la sabbia, fina e salata. Che va dappertutto. Nel cibo, nell’acqua, nel tè, tra i denti criccriccric, sulle labbra e negli occhi, tra i capelli, tra le dita dei piedi. E di notte la senti arrivarti addosso come una nuvola di insettini mordaci, come una carezza di carta vetrata. Riempie le scarpe, le borse, i vestiti, il naso, i sacchetti in cui ci sono le cose pulite, le stoviglie e il cibo, nonché il forcellino e la catena e il pignone. Non c’è modo di difendersi, è fina fina, la sabbia, e il vento la porta. Ed è pure salata, che il Kavir, come abbiam visto, è pieno: così si sente il sapido sulle labbra, nel caffè e sulla marmellata.



Ma la notte è passata. Ci sono orme di cane, o volpe, intorno al nostro giaciglio, e le illumina la prima luce di un sole già immenso. Apro gli occhi, aridi come il deserto, e mi si para davanti questo spettacolo.



Vado a controllare le anguriette selvatiche: per tutta la notte  sotto alle stelle immensa e ai fiocchi esplosi della via lattea le ho sentite bisbigliare fra loro: discorsi da cucurbitacea, ma cosa vuoi, sono ancora giovani. Le accarezzo come farei coi miei gatti, che mi mancano tanto, e dopo qualche minuto penso che forse tutto il caldo e il vento d questi giorni mi hanno bollito il cervello.



Facciamo una salatissima e sabbiosa colazione, come s’addice ad una bretoniera. E poi via, a mezzo kilometro orario per tirare le bici pesantissime nelle dune che si mangiano tutto. Rimane l’ormadel serpente-bicicletta, o del serpente in bicicletta, che ovviamente usa un mezzo con un solo pedale e cavalca all’amazzone.











Poi sulla strada ci sfilano accanto pianure riarse e piccoli salar, ma difronte stanno alti i monti a chiuder la via. So che dovremo affrontarli, ma più avanti, a 70km dalla partenza, per muovere dritti a nord; prima ci attende una strada in valle, che corre parallela alle montagne ed è verde di vegetazione spontanea e coltivati: c’è un poco d’acqua, qui, qualche torrente.











Prima di imboccare la nuova strada, però, ci attende il primo dei molti controlli da parte della polizia; c’è un posto di blocco sul confine della regione. Tutti passano, camion e pullman, ma noi siamo stranieri quindi no, stop! Gli zelanti sbirri non sono dotati di grande eloquio e nemmeno di fotocopiatrice, quindi passano del buon tempo a copiare a mano su un registro grande tutti i dati dei nostri documenti. Intanto, almeno, ci offrono acqua fresca. Per fortuna non hanno nulla da ridire, anche perché alcuni di loro sono armati fino ai denti e stanno a mitra spianato in quella rocca da deserto dei tartari, che può indurre a pericolose allucinazioni riguardo a barbari inesistenti.



Superato il controllo, ci rimettiamo in sella con il cuore leggero. Davanti a noi si srtotola una strada per lo più pianeggiante, per lo più verde di un verde strappato al deserto, per lo più abitata di villaggi agricoli. La gente che ci vede passare schiamazza, urla e clacsona in modo un po’ eccessivo, che non si capisce se sia un saluto o una minaccia. Un ragazzino lancia qualcosa, forse un frutto, dal tetto di un furgone in corsa, e per fortuna non ci prende. Arriviamo ad un negozietto del primo paesino e decidiamo di prendere acqua e qualcosa di fresco; ci raggiunge un agente di polizia locale e ricomincia i controlli, poco importa siano stati fatti dieci minuti prima. Intanto i proprietari del negozio, due ragazzi e un bambino, sghignazzano e si danno di gomito, parlando solo in farsi, e fanno battute con occhi che non piacciono, soprattutto a riguardo del fatto che non capisco la loro lingua e che ho molto denaro (per loro) nel portafogli.








Per fortuna vien l’ora di andarsene perché il ghisa considera conclusi i controlli. Ripartiamo e ci accorgiamo che per almeno mezzora ci segue con la sua jeep a distanza antisgamo, come se non ce ne fossimo accorti. Non sono tranquilla, sembra che da queste parti di stranieri ne passino pochi e le capocce siano piene della merda che esce dalla bocca dei mullah estremisti anti-occidentali. Ad un tratto lo sbirro sparisce e riornano i prati, gli orti e i frutteti rubati alla sabbia. Ci sono anche molti pastori con le capre al pascolo, che qui godono di vera erba e non di sterpaglie e spine come ho visto finora. Capellae fortunatae!

la scorta della polìzia curiosa













Dopo una breve sosta decidiamo di raggiungere il centro abitato di Bardeskan per mezzogiorno; si pedala bene senza vento e senza salite, per cui in poche ore ci lasciamo alle spalle 70km; prima di entrare nella città dove dovremo poi lasciare la strada che porta a est per dirigerci a nord, in pasto ai monti, ci fermiamo a bere qualcosa di fresco in uno dei molti paesini che si infilano uno via l’altro. Qui, ad Anabad, veniamo accolti dal negoziante cui deprediamo il frigo, che ci fa accomodare nel localino e ci accende pure il ventilatore, oltre a farci (farmi, anzi), un milione di foto. Mi colpiscono anche i murales, tutti a ghiaccio, foreste e cascate. E’ proprio vero che l’arte è fantasia materializzata. Come dimostrano anche le statue alle rotonde.





















Crediamo di poter raggiungere in breve Bardaskan, ma ci sbagliamo: quegli ultimi 10km diventano una via crucis di soste. Molti ragazzi ci si affiancano sui loro scorreggianti motorini e fanno gli scemi. Una coppia, e la donna pare fatta di sabbia, accosta e mi vuole regalare una sidela d’uva, che dopo patteggiamenti diventa una borsata. Un uomo su suv ci attende a un parcheggio e ci chiede i passaporti. Raymond gli chiede se sia un poliziotto (in borghese) e lui annuisce. In realtà probabilmente è solo un gran ficcanaso perché guarda solo il documento del Puill e solo la sua nazionalità. Poi soddsfatto se ne va, dopo averci regalato un sacchetto di pistacchi che sua moglie, ombra nera invisibil, gli porge dal finestrino. E così vale per il giovane che regala i biscotti datteri e noci e per i molti, un poco molesti, che ci scortano tra domande, risate e saluti attraverso i paesini di fango. 









Finalmente giungiamo a Bardaskan e, stanchi ed esasperati da queste eccessive attenzioni, decidiamo di far la sosta lunga del mezzogiorno in un luogo tranquillo: il cimitero.
Pare brutto, ma ci sono alberi, ombra, panchine, acqua e bagni. Qualche mesto cane randagio che sta a distanza e un silenzio che vale oro. Purtroppo io vivo un brutto quarto d’ora perché la porta dei cessi, un chiavistello tanto arrugginito, una volta chiuso non si apre più. Ma non chiudere è altrettanto pernicioso: non so se sono nel bagno degli uomini o delle donne, perché c’è solo una muta scritta in farsi a distinguere i due. E il Puill, che con la tecnologia ha un brutto rapporto, ha il telefono scarico da giorni. A forza di bestemmie riesco poi a uscire, e a lavarmi pure un poco di sabbia da dosso.






Mangiamo, compresi i cioccolatini ch ci offre un anonimo passante, e dormiamo fino all’arrivo di due rumorosi camionisti, che parcheggiano lì; come spesso capita, queste balene da asfalto trasportano solo un unico enorme masso cubico. Se ne vedono moltissimi. E altrettanti sono i blocchi di pietra che si trovano abbandonatia bordo strada. Tanto chi li può rubare?







Si alza il vento, contrario, ed è segno che è ora di ripartire. Prima di uscire dalla città veniamo fermati altre due volte: prima da un gentile signore che mi stringe la mano e in buon inglese ci invita a pranzo da lui. Ma è già tardi e abbiamo appena ripreso il viaggio, perderemmo tempo. Decliniamo. 


il supermarket POORAKBAR




Poi un’allegra famiglia che gestisce un ristorante ci vuol far pranzare lì a tutti i costi; ci limitiamo a bere e far foto e scambiarci i contatti. Per fortuna comunque il mio numero iraniano tra 5 giorni smetterà d’esistere! Chiamano pure la figlia piccola e spaventata per fare una foto, e il padre le dice cose con il tono del “Scendi, sta passando il circo, vieni a vedere!”.
E ci dicono come sempre benvenuti, questa è come casa vostra.



Salutati a fatica anche loro, partiamo davvero. Ah no, un posto di blocco della polizia.
Approfitto della sosta per fotografare il monumento al mercante cammellato.















Poi inizia la salita vera, nel cuore dei monti, che è un cuore aspro di roccia affilata dal vento. Ed Eolo ci rende impossibile la già faticosa marcia. Arranchiamo su su seguendo la strada, che si snoda sui fianchi dei corpi adagiati delle montagne. Dobbiamo salire fino a 1800 metri. Le cime aguzze ci scrutano altere, noi formichine che portano un peso grande. Pedalata dopo pedalata, obliqui nelle raffiche laterali e spalmati sulle bici, giungiamo all’ultimo paese sicuro per rifornirci d’acqua per la notte, Kabudan. Il prossimo non è distante, poco più di 30km, ma tutti in salita.

Lasciata la strada ci tuffiamo tra le case di fango e il villaggio pare abbandonato. Per fortuna di giunge poi alla piazza centrale e c’è una moschea: ciò significa acqua. Capiamo anche perché prima non ci fosse in giro anima viva: era in corso la preghiera, che finisce proprio mentre arriviamo. Dalla moschea esce un fiume bianco e cremisi d’uomini; da un edificio accanto, ma seperato, uno stormo nero di donne velate. In tutto tantissimi, si riversano senza sosta sulla via. Inutile dire che diveniamo in breve il centro dell’attenzione. Ma in modo incredibile. Primai bambini e i ragazzi ci si stringono intorno ridendo e salutando. Poi gli uomini, che ci seguono fin dentro il negozio dove prediamo un gelato, che mangeremo poi con decine di occhi puntati addosso, su una panchina circondata di gente che tace e ci osserva. Non hanno volti cattivi né voci aggressive. Sono solo curiosi e non lo nascondono. Ci fanno foto, selfie, poi arriva un ragazzo e mi piazza in braccio il sui figlioletto di pochi mesi. Mi fa una foto mentre con terrore tento di non far cadere né il bimbo né la bici. Poi viene il turno di Alì, il quattordicenne istruito, che arriva in moto senza casco e conversa un po’ in buon inglese. Mi chiede l’età e molte altre cose, tra cui foto a manetta. Raymond ovviamente non viene considerato di pezza, chè sono iraniani, mica scemi. Viene poi anche il suo turno: in macchin giunge un uomo, del tutto strabico e con le gambe che si mandano affanculo, stampellato. Parla un ottimo inglese e sembra ricco. Gli altri si fanno in disparte. Sarà il sindaco o il medico, comunque non una carica religiosa perché mi stringe la mano. Dopo mille domande (siete sposati? Quali altri paesi avete visitato? Come vi paiono gli iraniani?) ci invita a casa sua per cena e notte. Decliniamo: dobbiamo proseguire ancora un po’ se vogliamo raggiungere Sabzevar domani. Lui pare un poco scocciato; ci chiede se abbiamo bisgno di altro e, dopo una foto scattata dalla moglie, che non è scesa dall’auto, se ne va. Ah, prima ci dice di raggiungere la prossima città, Albolagh, per passare in sicurezza la notte. E’ curioso. Qui tutti sconsigliano di dormire wild nella natura e percepiscono come sicuri i paesi e i luoghi abitati. In Russia era il contrario: la gente mi sconsigliava di campeggiare nelle città, per la “brutta gente” che gira di notte, e consigliava boschi e monti. Com’è diversa l’idea di natura e di umanità. Quale delle due fa meno paura?











Con questo dubbio torniamo in sella per gli ultimi terribili kilometri. Si sale e controvento. I monti si fanno più alti e più aspri, nel sole che scende, e i loro profili paiono quelli di giganti seduti a osservare. Noi, minuscoli, impotenti, ma con la forza di volontà a far da motore dei sogni, ci arrampichiamo ancora un poco. Sento le ginocchia scricchiolare e le gambe e la schiena gemono. Dopo aver salutato un pastore che in groppa al suo mulo torna a casa, chissà dove qui in mezzo, troviamo anche noi un sentiero che porta via dalla strada, in un valloncello perfetto per passare la notte.
































Intanto sorge la luna e poi calano il buio e le stelle. Mangiamo la solita pasta con tonno allungata dal tè nero. Poi Raymond ammazza un ragnone coi suoi sandali multiuso, perché dice di aver letto che qui ce ne sono alcuni un po’ velenosi. Preferivo non saperlo.
Non ho internet e scrivo, e penso a parole che vorrei dire e non posso. Sono molto silenziose queste notti, e il vento non basta a colmare questo vuoto. Ma so che a volte parlare non serve, è di troppo. Diciamo sempre molte cose, molto fiato emaniamo senza neanche ben sapere perché. Io mi rigiro tra le mani, ora, poche semplici parole, un paio, un pronome che ha un volto e un verbo piccolo, ma grande come l’universo. Due parole, così, che scarto come una caramella e su cui mi lustro gli occhi e sorrido. Fanno più luce delle stelle, queste due sillabine. Le vedi?





20/7/18

Per fortuna la giornata di oggi è stata un po’ meno massacrante, anche perché mangiar poco e inadeguato al ciclista, ma per quel che si può con caldo e spazi ridotti, dormir poco e fare tanta fatica non è che consenta di proseguire a lungo senza un po’ di riposo. Non serve molto, basta una doccia, un piatto cucinato a modino e un letto vero in cui dormire ogni qualche giorno. Per il resto si può fare tutto.

La notte è trascorsa e le stelle han fatto le loro capriole, tra ombre e rumori inquietanti del vento sempre arrabbiato. Per fortuna eravamo in alto, a poco meno di 1800 metri, quindi il caldo non è stato affatto un problema, anzi, mi sono potuta mummificare nel sacco a pelo e barricare nella mia armatura morbida, con buona pace dei ragni velenosi e dei leopardi e del profeta in groppa al mulo e del mulo in groppa a Mazda.





Mi sveglio con le prima luci; facciamo colazione e vediamo intanto risalire per il poco distante sentiero sterrato numerosi motorini, che menano seco uomini, mogli e attrezzi agricoli. Nonostante sia venerdì, la terra chiama. E’ così in tutto il mondo.







Torniamo sulla strada principale e ricominciamo a salire. E’ così per 20km, tutti controvento. Per fortuna le rampe sono tutt’altro che ripide, l’asfalto è passabile, i camionisti sono attentissimi a passare piano e distanti, piuttosto fermandosi un poco per superarci, e non fa caldo.
Intorno sono alte le roccie e spesso si stringono in gole di pietra che paiono vogliano rimangiarsi la strada. La terra è rossa o verde rame, qua e là coperta di vegetazione e rari alberi.
D’inverno qui gela, e servono le catene da neve. Pare incredibile, con le temperature che ci sono ora, ma è così: è una natura inospitale e poco adatta all’uomo, arida, austera, rigida sempre, nel caldo e nel freddo. Tempra la pelle e l’anima questo cielo impietoso pieno di dei muti.









Finalmente raggiungiamo il passo, e si apre davanti a noi una discesa che porta a una pianura chiusa, davanti da altre file di monti. Avremo giusto un attimo per tirare il fiato, poi si ricomincerà a salire, lo so. Sempre meno, sempre meno a digradare alla pianura della città di Sabzevar, nostra meta agognata. Ma pur sempre a salire.
La discesa è resa complessa dal forte vento, che ora è laterale e spinge con forza le bici in mezzo alla strada. Si confondono i colori intorno, in un mescolarsi di ocra e ocra, terra, sabbia, polvere, azzurro e punte di verde, che non son piante ma roccia striata di minerali.










In un attimo siamo ad Albolagh, cittadina minuscola di soli negozi per chi è viaggio. Ci fermiamo a bere e comprare qualcosa per la giornata, poiché non sappiamo quanto dure saranno le salite che ci attendono di lì a poco, e quanto vorrà trattenerci, e il caldo rallentarci. Mentre riposiamo sui divani, ci raggiunge un camionista, che, dopo aver fatto le solite domande, ci regala due lattine di succo di frutta. Torna dopo qualche minuto con due buste di cappuccino istantaneo, per altro di una marca che imita l’equivalente prodotto, qui considerato pregiatissimo, di provenienza russa. Lo so perché l’anno scorso, sulla Transiberiana, quando volevo concedermi un lusso andavo di Tora Bika, il cappuccio del proletariato che saluta il sol dell’avvenire; il farlocco iraniano si chiama Top Rika. E chi vuoi se ne accorga. Il gentile camionista ci dà il benvenuto in Iran e si scusa per il poco che ha da offrirci. Ci propone una colazione insieme a base di uova, perché lui si è appena svegliato e per la gente qui le 9 è come per noi le 6, ma noi si pedala già da due ore e dobbiamo ripartire. Ringraziamo e montiamo in sella.







Seguono circa 30km di colline, imbroccate tutte una via l’altra. La strada le taglia nel mezzo, e son catene di monti parallele. Su su su, giù, su su su, giùùùsu su su su su. Non fosse per il vento e per il caldo che inizia a montare come una febbre cosmica, sarebbe bellissimo: il paesaggio è incredibile, di monti tondi rossi e glassati di sale, distese di sabbia e pastori a cavallo che portano al pascolo le greggi, nella polvere che offusca il sole.



















Incredibilmente anche queste ultime colline finiscono. Il deserto del Kavir è alle spalle, ora per davvero. Ne abbiamo percorsi 800km in una settimana, ma con un giorno di sosta a Tabas. Non è l’ultimo deserto di questo viaggio: anche il Turkmenistan è all’incirca tutto così; ma ha più città ed è meno esteso. Dunque, Kavir, ci hai lasciati passare. Non agilmente, ma senza problemi. Ora puoi cancellare le nostre lievi orme lasciate sulla tua sabbia, con una folata di vento. Sei come il mare, Kavir: grande, salato, disumano. Il tempo tra le tue dune che sono onde scorre ad un ritmo ancestrale, lentissimo, immenso. Noi siamo un nulla, un puntino minuscolo che corre affannoso per restare a galla nella metà superiore della classidra. E intanto la sabbia precipita sotto nel baratro del tempo passato. Ma di questo passaggio ci restano i segni sul corpo e nella memoria, indelebili, per noi effemeridi che spostano il mondo con la forza dei sogni da realizzare.
Siamo il granello che rifiuta di cadere se non dopo aver visto un’ultima alba, o un altro tramonto, e siamo eterni in ogni istante, oltre la barriera del tempo, pur nel fluire inarrestabile del fiume di Eraclito. Siamo noi il nostro tempo. Solo chi vive davvero senza mai dimenticare il senso della terra e l’amore può capirlo. Il deserto mi ha donato questa consapevolezza. Ora ogni cosa è limpida, come il cielo, come gli occhi di un uomo che ha camminato a lungo.






Così più ricca eppure più leggera vedo davanti a me la lunga discesa che porta alla pianura di Sabzevar. Forse non è così un caso che il vento ora, d’improvviso, sia girato a favore. Forse c’entrano la morfologia del terreno e la fisica delle correnti d’aria, le leggi della termodinamica e altri numeri. Io penso sia una carezza che mi spinge avanti, comese tutta la gentilezzadel cosmo si fosse materializzata in una mano invisibile di vento che mi aiuta a proseguire.






Procediamo rapidi e giungiamo a 30km dalla città dove ci attendono una doccia e un letto, cibo e acqua fresca. Inizio a sentirmi davvero lurida e parte del cosmo. Fatta di fango e sudore, sabbia e grasso di catena. Me ne accorgo perché alla sosta, tra ruderi di case abbandonate all’ombra di un albero, lascio che gli insetti mi corrano addosso e nemmeno mi dà fastidio la cosa. Solo dal viso li allontano, quando mi sdraio per riposare un po’. Sono come un albero che si lascia trascorrere dalle formiche, come il sasso che è casa delle termiti. Tra l’altro ho tolto velo e manica lunga, e mi fingo un maschio anche quando un importuno giovanotto si avvicina e attacca conversazione in farsi non gradita, mentre mangiamo pane e incomprensione.





Decidiamo di ripartire anche se fa caldissimo e sono le 14. Il vento è ancora a favore ed è bene raggiungere in fretta l’hotel piuttosto che perder tempo a bivaccare in giro. E’ tutta discesa fino alla valle, e si susseguono frutteti, orti, campi di cereali con le spighe bionde e zone di sabbia. Questa purtoppo si alza con il vento e crea delle vere e proprie tempeste in miniatura, che durano pochi minuti; abbastanza comunque per accecare e sferzare il viso e gli occhi.
















Poi si giunge in valle e si supera il letto di un fiume del tutto arido. Il vento bruscamente cambia direzione ancora e si fa contrario; ci addentriamo in una periferia di polvere, fumo e nubi di sabbia; pare disabitata. Si vedono numerose cave e, nell’ombra di una nuvola, ho l’impressione di esser giunta all’inferno. La città si intravede in lontananza e pare Dite, opaca nella nebbia rossastra, mentre il vento ci frusta e la temperatura sale in un attimo.Con fatica entriamo in città e ci spostiamo verso il centro. Sappiamo che c’è un hotel piuttosto grande, ma quando chiediamo informazioni veniamo sempre guardati come poveri dementi. Anche qui probabilmente passano pochi stranieri e le parole d’odio dei mullah e dei mujahedin del popolo risuonano nelle case, tra i muri della scuole e nelle moschee.







 



Troviamo qualche anima buona di tanto in tanto che ci dà stralci di indicazione. Ci raggiunge poi un ragazzo in motorino che, membro della comunità di warmshower, si propone di ospitarci. Tuttavia siamo troppo cotti per poter sostenere una mezza giornata di conversazione e i salamelecchi vari. Allora il giovane, che è in motorino, ci accompagna all’Hotel Kamelia, l’unico della città, lussuoso, sovieticheggiante nell’aspetto, con un moschea accanto e i volti giganti dei martiri della religione e della patria sulla parete esterna.








Avere le stanze è complicato, ci fanno mille domande e quando diciamo che io e Raymond siamo solo amici, ghignano. L’inserviente che ci accompagna al garage per sistemare le bici e che ci aiuta con i bagagli ha lo strano tic di fischiettare continuamente come un merlo. E pare davvero un merlo, è bravo. Ma imbarazzante. In ogni caso, prendo possesso della camera e mi fiondo in doccia, poi recapito in reception tutta la monnezza di vestiti che ho indossato per giorni, senza mai potermi cambiare, così che la lavino. E mi godo il panorama di Sabzevar dall’alto, mentre il vento ancora infuria. Questa città è antica, ci sono resti più antichi del 1000 a.C. e tracce di un tempio del fuoco. Fu distrutta prima dai mongoli di Gengis Khan poi da Tamerlano; siccome la città si era ribellata, tutti gli uomini, circa 90.000, furono uccisi, e con le loro teste tagliate vennero costruite tre piramidi, il cui ricordo resta nel nome della piaza centrale, Sarberiz, che significa il luogo delle teste. Poi fu persa e riconquistata nel ‘600 dai safavidi, in lotta contro gli uzbeki. Oggi è centro di prodotti agricoli e industrie alimentari, oltre ad avere una prestigiosa università di medicina.






Ora abbiamo poco meno di 250km a separarci dal confine turkmeno, e 3 giorni per percorrerli. Domani forse toccherà campeggiare, o sperare nell’ospitalità di qualcuno: siamo fuori dal deserto e i paesi non mancano. Dopodomani ci fermeremo a Quchan, che dista 170km. L’ultimo giorno faremo gli 80km tra lì e Bajigiran, paesino proprio sul confine; sappiamo che c’è un hotel a 800 metri dalla frontiera, e sarà perfetto per presentarci alle guardie il prima possibile, di mattina presto. Il nostro visto iraniano scade il 24, quindi non sarà necessario estenderlo. Il visto turkmeno inizia il 24. Da lì parte la cronometro: abbiamo 5 giorni di transito per fare 620km. In uno dei paesi più chiusi e meno turistici, con le leggi più folli e assurde. Sarà una sfida e una scoperta continua. Non vedo l’ora!