sabato 27 giugno 2026

7-9. Dal cuore del Gobi alla Cina. Ciao Mongolia! E' stato bello pedalarti di nuovo


















25/6
Ajrag-Sanjšand
130km

Quella di oggi è stata una giornata impegnativa. Longa brevis, una tappa lunga su un drittone ininterrotto, ininterrottamente controvento. E non un venticello, una fresca brezzolina. Il vento del Gobi, che sferza e batte e grida. A rendere la tappa ancora più impegnativa, il deserto. E grazie tante, direte. Ci sei dentro! Vero. Ma i giorni scorsi almeno 1 o 2 villaggi e qualche ger, oltre alle mandrie al pascolo, si incontravano. Oggi no. E lo stesso sarà per i prossimi 250km, fino al confine con la Cina. Idem per il vento contrario, stando alle previsioni. D'altronde fino a qui era stato tutto troppo semplice... I deserti e i luoghi grandiosi chiedono sempre qualcosa in cambio. Un pedaggio, una tassa da pagare in cambio del loro lasciarti passare. In questo caso, la fatica -che rende più denso il tempo.
Per fortuna dormo egregiamente sul materasso di legno (non è una metafora) del Sakura hotel, e ho agio di alzarmi con calma, bere un caffè con barretta di cereali ad accompagnare e salutare la signora che mi ha accolta ieri. La figlia si affaccia con una maschera viso indosso e mi saluta (in inglese) in modo rapido ma gentile "Grazie! Se ti serve qualcosa diccelo. Buon viaggio!". Mentre la sciura, stamattina ben acchittata, truccata e in ordine, acconsente alla foto negata ieri. E me ne fa altre mille, mentre carico le borse sulla bici e mentre inizio a pedalare. Nessuna persona in tutta la Mongolia ha visto così tanti cicloturisti! (tutti occidentali, essendo il suo hotel minuscolo e introvabile in un dedalo di tende e viuzze sterrate, lontano dalla strada, non fosse segnato su GMaps. Ma i cinesi non usano Google!). Mi fa ridere il modo in cui qui hanno di richiamare l'attenzione, il nostro "Hey!". È un suono breve, secco, detto a voce alta, che sta tra un "Eh!" e un "Ah!", con lieve schiocco di lingua alla fine. Identico a quello che fanno per richiamare i cavalli e il bestiame. Dicevamo: bestie, uomini e dei stan tutti sotto lo stesso cielo...

Mi lascio Ajrag alle spalle mentre penso che questo toponimo è sinonimo di kumiss, la bevanda nazionale leggermente alcolica fatta di latte di giumenta fermentato. Che si trova, come concetto, in bevande diffuse in tutta l'Asia centrale, fino all'ayran turco. Appena torno sulla strada principale si fa chiaro quanto oggi sarà impegnativo, fisicamente e mentalmente. Il vento spinge indietro a manate, non ci sono ripari, la strada si allunga a perdita d'occhio verso l'orizzonte e intorno, per decine e decine di kilometri, non c'è nulla. Nessuna possibile distrazione. Si fa fatica e si sta mentalmente con la fatica. Presenti nel momento, senza evitarlo, senza distrarsi, ovvero portarsi via da dove si è. Un concetto che parte dal buddhismo, tocca la filosofia classica antica (vivere il momento") e arriva a quella meravigliosa scena del film Fight club, quando al protagonista viene messo dell'acido sulla mano e gli viene urlato "Resta col dolore! [...] Prima ti devi arrendere, bello. Devi avere coscienza, non paura. Coscienza che un giorno tu morirai." Insomma, così. E infatti resto, per 9 ore, sulla sella, spaccandomi le labbra, disseccando ogni millimetro di pelle esposta al sole e al vento (oggi indosso la maglia corta, inizia a fare caldo), spingendo metro dopo metro la Fanfola in questo desolato vuoto. Non posso neanche ascoltare musica: non c'e connessione a internet, se non sporadica e debolissima.
Posso fare un elenco delle cose viste: un baracchino della pizza (?) al kilometro 10.


Cespugli, sabbia, roccia, cielo velato. Sabbia roccia cespugli e cielo velato. Roccia, cespugli sabbia e cielo velato. E carcasse mummificate di cavalli e vacche, e pure una di una volpe.






Una cosa positiva è che i conducenti delle rare auto che passano rallentano, scambiano un saluto, e si assicurano, con uno sguardo, che sia tutto ok. Soprattutto quando mi fermo a sgranchirmi a bordo strada. Qui la "social catena" ha maglie strette, per forza, se non per amore.
Alfine, al km 120, nel nulla, compare un grande arco che segnala l'inizio dell'"area metropolitana" di Sanjšand, città piuttosto grande e capitale della regione, nata grazie alla ricchezza del sottososuolo (petrolio e risorse minerarie). Accanto all'arco, ci sono alcuni monumenti. Un grande ovoo, pieno di offerte che vanno da sigarette a banconote, da caramelle a incenso e pezzi di pane. Ci sono anche tre statuine dorate di un importante monaco locale, di cui parleremo poi. Poi ci sono dei tronchi di alberi fossilizzati (questa è zona di ritrovamenti simili, e anche di ossa di dinosauri. Infatti lo stemma della città è fiero un brontosauro! E per dove siamo, resti di dinosauri e alberi sono del tutto pari come rarità e stupore che suscitano. Un tronco desta più meraviglia di un femore di t-rex!). Poi mi accorgo che il cartello che pensavo contenesse spiegazioni di quanto esposto, in realtà, è la segnalazione della presenza di un gruppo di alcolisti anonimi, in città. Essendo io astemia e non "incline", non ne sapevo nulla fino a qualche tempo fa, quando, grazie a un amico, ho scoperto l'importanza vitale di questa organizzazione, se così si può chiamare, di mutuo aiuto. E qui l'alcolismo è davvero un problema, lasciato in eredità dalla vicinanza alla Russia, che ha fatto scorrere fiumi di vodka in una terra arida (e non parlo del Gobi, ma della quotidiana fatica di chi ci vive).







Dall'altra parte della strada c'è poi un cammello di cemento, davanti al quale un gruppo di ragazzi local (ben alticci e un po' sopra le righe -vedi discorso su AA) vogliono assolutamente immortalarmi.



A questo punto inizia l'ultima fatica. I kilometri finali per entrare in città e raggiungere una struttura per la notte. Sono esausta, ho il fiato corto (quando supero una certa soglia di stanchezza mi viene una sorta di asma, accentuato dalla quantità di polvere inalata oggi) e pedalo pianissimo, soprattutto sulle ultime salite.



Bisogna poi però ammettere che questa città, da ben 25.000 abitanti, è una bella sorpresa. Non solo ha proprio la forma e l'aspetto di un centro abitato, e non di qualcosa di strappato alla sabbia quasi per caso. Ma ha una serie di dettagli estetici che non sono affatto scontati, da queste parti. Si vede che gli impianti di produzione di energia elettrica, con eolico e fotovoltaico, nonchè la presenza di risorse nel sottosuolo, ha dato i suoi frutti.



Mi dirigo in centro, all'hotel più grande della città, nell'idea che di sicuro lì una camera libera ci sia. E invece la receptionist mi rimbalza, mi dice che è tutto pieno... Non mi sembra tanto convinta neanche lei... Ma non ho voglia di discutere, sono troppo stanca. Quindi giro i tacchi, torno in sella, e vado nella "seconda scelta", un albergo dignitosissimo a soli 400m dal primo. Qui la receptionist, dopo un attimo di esitazione, mi dà la camera, spiegando tutto tramite google translate. E finalmente, dopo 3 piani di scale con le borse, posso fermarmi.


In realtà, dopo una bella doccia calda degna di tale nome, esco subito, per esplorare un po'il centro e recuperare una cena. Oltre a diverse belle piazze con giochi e panchine, c'è anche un parco vero e proprio, con tanto di alberelli e, udite udite, una fontana decorativa. Qui è il lusso supremo! Va guardata come i principi arabi ammiravano le loro vasche ornamentali l, nei cortili dei palazzi, nell'arido Nord Africa e in Spagna. Molti la usano comunque per sciacquarsi il viso e bere. Ma quella è l'abitudine... Infatti accanto si trova la cisterna con la pompa d'acqua come negli altri villaggi nel deserto. Oltre alle ger in periferia e alle fatiscenti casette, qui ci sono anche grattacieli e palazzi, negozi nonché musei (uno di storia, l'altro naturalistico).





E tutta la polvere portata dal vento non toglie ai pochi, ma ben ordinati elementi decorativi, come la statua di Dulduityn Danzanravjaa, carismatico monaco buddista tibetano, diciassettenne, che nel 1820 fondò qui un monastero; sentiva infatti un'energia spirituale fortissima, che riverberava nel deserto come la luce sull'acqua, e in più c'erano delle grotte naturali dove i monaci potevano ritirarsi in meditazione per 108 giorni (è un numero sacro nel buddismo). Il monaco, noto anche come il "Terribile nobile santo del Gobi", oltre a essere insegnante e poeta, era un aspro critico della società mongola dell'epoca. Voleva l'educazione pubblica e gratuita, rispetto per le donne e una società più equa. Il suo monastero voleva essere un esempio, tanto che era aperto a tutta la comunità locale e offriva una biblioteca, un museo e una sala per recitare e ascoltare poesie, nonché il primo teatro della Mongolia, che ospitava oltre 300 artisti che poi si esibivano anche nei villaggi del Gobi. Dal 1830 il monastero iniziò ad ospitare anche una scuola per bambini e una non religiosa, in letteratura, storia, matematica e scienze. Nel 1937 il monastero fu raso al suolo durante le purghe staliniste, e i monaci condannati a morte o costretti ad abbandonare la vita religiosa. Ma il segno lasciato dal monaco resta, e riguarda anche la tappa di domani. Ne parliamo tra un attimo. Mentre mi aggiro per il centro a caccia di murales con chiapppette e altre amenità, noto con piacere gruppi umani di più di due persone, tanti bambini che giocano, chi con i pattini chi sulle altalene, e ragazzi e adulti che passeggiano e chiacchierano. Quel che succede di norma ovunque, ma qualcosa di abbastanza raro da giorni, al punto da farmelo notare. E come io noto loro, loro notano me. Qualche turista transita, di qui, ma non se ne vedono in giro a zonzo per i quartieri. E infatti sento su di me gli sguardi delle persone, ma non sono sguardi giudicanti o maldisposti; al contrario, sono bonariamente incuriositi.








Dopo essermi procacciata una cena a base principalmente di insalate fresche e una bella manciata di tofu piccante, torno in hotel a studiare bene la tappa di domani.



Da qui a Zamyn Uud, città sul confine cinese, ci sono 220km. E bisogna scegliere perché la strada si biforca. Da un lato porta ai villaggi di Orgoon ed Erdene. Che non hanno strutture e a malapena possono essere utili per recuperare acqua. Dall'altro, invece, non si incontrano centri abitati per tutti e 220 i kilometri, ma si passa dalla riserva naturale di Burdene Bulag. Di fatto è un'oasi nel deserto. Si dice che il monaco di cui parlavamo prima, Danzanravjaa, avesse educato qui i suoi 200 seguaci, e intanto avesse benedetto 108 sorgenti d'acqua. I monaci stavano qui a meditare una settimana per affinare la loro abilità magica di "scacciare gli spiriti negativi" e tutte le impurità dal corpo e dalla mente dalle persone (come togliere il malocchio praticamente, ma anche curare malattie), pratica nota come Luijin (che si svolge al tramonto o all'alba. La gente del posto ha iniziato a pensare che, essendo una zona sacra e di guarigione, acqua e sabbia avessero proprietà curative. Che in effetti hanno, per la presenza di minerali benefici, come i nostri fanghi termali. Infatti qui ha aperto, come distaccamento dell'ospedale di Ulan Bator, un centro termale specializzato nel trattamento di patologie renali. Qui si fanno trattamenti con sabbia calda, e si mangiano angurie a km0, come il latte di cammello. Inoltre è zona di fossili, e ci sono pure le rovine di un misterioso monastero di cui si è persa traccia dell'origine e della storia. Mi fa ridere pensare allo stupore dei primi pazienti curati qui... "Magia! Potenza delle preghiere dei monaci! Ooooooo miraaaacl!". E invece sono solo acque termali
Insomma, è o non è il posto giusto per far tappa domani, campeggiando wild? È!
Preparo la traccia e una listina della spesa su quel che mi serve per stare due giorni in autonomia, soprattutto per l'acqua. Domattina, prima di partire, provvederò alla spesa, e poi via verso il deserto.

26/6
Sajnshand-Burdene Bulag
102km

Il cuscino pieno di semi di qualcosa, che pare un sacco di cemento granuloso, mi consente di dormire saporitamente. Quando mi sveglio, il vento già ulula tra le finestre e i tetti, e già so, perchè ho visto le previsioni, che oggi sarà contrario. Meglio prenderla con molta, molta filosofia, e fare tutto con la dovuta calma. Tanto si dovrà andar piano per forza... In più, la consapevolezza di dover campeggiare, e non aver nulla, nessun villaggio, nemmeno una stazione di servizio per 220km, mi fa ragionare al di fuori degli orari umani (apertura e chiusura dei negozi, check in...), tarata invece su quelli del sole. Ho intenzione di percorrere metà dei kilometri, e di non pedalare al buio. Quindi ho tempo fino alle 21. Entro le 19 voglio aver trovato uno spot tranquillo per piantare la tenda.
Così vado al CU, compro l'acqua e qualcosa per rabboccare le mie comunque già bastanti provviste. Ho fatto il conto, basandomi sui giorni scorsi: per due giorni non devo avere meno di 7 litri d'acqua, più le borracce piene. Cioè 8.5 litri. Oggi la Fanfola diventa cammello da trasporto merci! Nell'attraversare la piazza, incontro un bel canetto simpatico, che si fa accarezzare e mi segue fino al negozio. Una volta dentro, non essendoci cibo per animali, compro un petto di pollo arrosto non condito, confezionato, da dargli. Quando esco, però, il canetto è sparito. Altra cosa da caricarmi... Sarà la mia dose di proteine odierna, a cena.

Porto giù i bagagli, pesantissimi, destando stupore e allarme in tutti coloro che mi vedono trafficare, per le scale, e poi a montare i carichi sui portapacchi. Tanti vogliono aiutarmi, ma finiscono a far capannello e osservarmi in stile mongol-umarell. A operazioni finite, mi metto in sella e le sensazioni sono subito due; la prima: stavolta la Fanfola pesa più di me. La seconda sono gli schiaffi in faccia dati dal vento. Ma forti! E conditi da manate di sabbia sospesa nell'aria, che frusta e punge. Tocca tenere lo scaldacollo alzato, nonostante faccia caldo.
Sajnshand finisce in fretta, con qualche yurta e dune tutt'attorno. E una sorta di parco divertimenti, desolato e desolante, lasciato lì ad arrugginire tra le urla di Eolo.




E poi viene il deserto. Quello vero. Arido, brullo, tutto sabbia e roccia. Nemmeno più mandrie, nemmeno più ger.




Nei primi 20km, che passo china, spezzata in due proprio, a pestare sui pedali con forza, per raggiungere i 9-10km/h si fermano ben in tre per darmi una mano. Il primo è signore anziano tutto precisino, a bordo di una bella jeep. Parla russo e un po' di inglese. Mi dice che sta andando a Zamyn Uud, e che vuole darmi un passaggio; la bici va nel grande e vuoto bagagliaio, io davanti lato passeggero. Che tentazione... Ma gli dico di no. Mi ribatte che è lontano, mi chiede se penso di arrivare stasera. Rispondo spiegando che ho intenzione di impiegare due giorni e che ho tutto... Lui non insiste, mi saluta e se ne va. Poco oltre, la stessa proposta mi giunge da un camionista cinese. Con la mano dal finestrino mi fa segno di salire. A gesti mimo un "no". Lui comunque accosta e si ferma in una piazzola per fumare. Quando gli passo accanto, di nuovo ripropone l'offerta. Tiro dritto, ringraziandolo. Passo i successivi minuti a chiedermi se sia stato saggio, da parte mia, rifiutare. Forse loro sanno qualcosa che io non so, forse semplicemente reputano il deserto un po' troppo per una strana tipa in bicicletta. Forse sono solo gentili, e sanno che qui non si scherza. Ci sono errori che possono risultare pericolosi... Ma a me sembra di essere pronta. I kilometri sono affrontabili in due giorni. Ho acqua sufficiente. Cibo. La tenda. I pezzi di ricambio dovessi avere problemi meccanici... Mi dico che son qui per pedalare, quindi voglio pedalare, lo ho scelto e desiderato, ci ho speso dei soldi e del tempo. Quindi si deve pedalare. Ma la verità è che forse accettare uno strappo metterebbe in dubbio le mie capacità di affrontare qualcosa che mi sono ritagliata su misura; mi porterebbe a pensare che mi sono sopravvalutata, che cerco scorciatoie... Qualcuno ha detto "sindrome dell'impostore" o "bassa autostima"? L'unica a cui sento di voler dimostrare qualcosa sono io. E di certo, un domani, dopo aver domato questo deserto, ancora sarò lì a chiedermi se davvero so far qualcosa!
Per fortuna questa marea montante di pensieri viene interrotta da una sclacsonata. Un uomo che pare Temujin ma in felpa si affaccia al finestrino, accostandomi con il van, e mi porge una lattina di caffelatte. Kafè kafè! E al volo, via, come i pro dalle ammiraglie. Neanche il tempo di ringraziare e se ne è già andato. Mi fermo e tracanno alla goccia il dono. Non credo di poter portare sulla bici un altro grammo in più, anche perchè il terreno è ondulato e qualche salita c'è. Controvento sempre.   


Ogni tanto devo fermarmi per rifiatare e far riposare la schiena, le braccia e le ginocchia, i tre punti per me critici quando lo sforzo è intenso e il vento fa perdere l'equilibrio. Naturalmente non c'è nulla, dove fermarsi, fuorchè la nuda e semplice terra. Quindi, ogni tot, appoggio la bici e mi ci siedo accanto. Una cosa buona è che oggi la connessione a internet sembra essere piuttosto stabile e presente quasi sempre.



A un tratto, verso il km 40, accadono due cose inattese. La prima, davvero incredibile, è che mi si addensano intorno nuvoloni neri temporaleschi. Ora, diciamocelo. Sto attraversano un deserto. Un deserto grande, e arido, per definizione proprio. Secco, asciutto. Quante probabilità ci sono di prender pioggia? Evidentemente non zero! E infatti qualche scroscio mi si rovescia in testa, mentre il vento, con questi sbalzi di pressione e temperatura, impazzisce e cambia continuamente direzione. Mai che si metta a favore eh. Laterale o contrario, di tre quarti in un modo, di tre quarti nell'altro. Alle spalle no però. Deve farmi pesare tutti e per bene quei passaggi rifiutati. Mannaggiaallui!
Altra cosa inattesa è trovare una sorta di microristorantino in casa di un uomo alto e panciuto che se ne gira in mutande e stivali. Mi fermo giusto per aspettare che spiova, e compro una cola autarchica. Fatica ad aprire il frigo a pozzetto, e nel tentativo di sollevare il coperchio solleva tutto l'aggeggio, che peserà 100kg. Poi corre a ritirare i panni stesi e sparisce nella ger. 



Le nuvole corrono all'impazzata e le folate di vento pure. L'unica che non corre sono io, che piuttosto arranco tutta sbilenca e inizio a pensare che, se ora comincia a piovere manna, devo davvero preoccuparmi. E invece no, piove pioggia normale. Il che già è un miracolo di sfiga. Santa Rita, la santa dei miracoli impossibili... Che anche meno andava bene! Tra scrosci, sferzate del vento, carcasse di bestie disseccate e rese ossa e cuoio, o ancora in putrefazione e brulicanti di insetti, procedo un colpo di pedale alla volta. Piano piano. Pianissimo. 





Superata una serie di colline, però, il cielo si apre un poco e lascia addirittura intravedere un azzurro pallido, a strappi. E qui il deserto mostra i suoi colori, in uno spettacolo meraviglioso di rossi e ocra punteggiati di verde qua e là. E intravedo persino dei cammelli camilli!







Nella distanza (qui lo sguardo corre per kilometri, ed è appannato solo dalla sabbia e dalla foschia) intravedo anche una figura umana, ritta in mezzo al nulla. Prima un puntino nero, poi un uomo, in piedi... Con un braccio alzato...



E' un manichino di un agente di polizia stradale! Mia mamma lo definirà "pigotta", che mi fa assai ridere. E ancora più ridere fa la location. In mezzo al deserto, nel niente al cubo, che fa? Chi ferma? E in effetti qui è talmente utile che hanno messo un agente di plastica. Il tenete Pigotta. Altro che snervanti, sfibranti attese da fortezza nel deserto dei Tartari. Buzzati su questo mesto figuro avrebbe scritto un altro romanzo.

Poco oltre, mandrie di cavalli spettinati al vento attraversano la strada e si mostrano in tutta la loro selvaggia bellezza. La cosa incredibile è che, quando attraversano, un capo si mette in testa e poi torna indietro a chiamare, a nitriti, quelli che restano di là, e li aspetta. I puledri, invece, sono un'esplosione di corsette pazze ed energia nel gioco.
Ben più tranquille sono le oceaniche mandrie di pecore e capre, così vaste da coprire interi fianchi di colline. Si stanno ritirando, sembra. Non che ci siano ovili o stalle, ma si radunano per la notte. In lontananza si intravedono le ger dei pastori, isolate e sparse, come se il vento le avesse sparpagliate.








Quando arrivo alle prime alture dell'oasi di Burdene Bulag, assisto ad una scena affascinante. I pastori, a cavallo, a piedi e in auto, conducono i cammelli e le mucche verso i loro pascoli notturni. Per lo scenario spettacolare in cui avviene e la maestria di questi nomadi, non si può che rimanere strabiliati a osservare un gesto che viene ripetuto identico da secoli, anzi, da millenni. E' incredibile esserci in mezzo, quasi dentro, e doversi fermare perchè un cammello un po' ribelle si è fermato in mezzo alla strada. Queste sono le immagini della Mongolia che restano impresse e lasciano in chi la visita la sensazione di esser stati in un altro mondo, in un'altra epoca.








Tiro dritto ancora un poco, per superare i 100km, pur restando nei pressi dell'oasi e inizio a cercare un posto adatto per piantare la tenda. Tuoni e lampi preannunciano un altro temporale. Quindi meglio affrettarsi. In cima ad un altopiano si apre un'area leggermente vallonata, più bassa della strada, con alcune rocce nude che affiorano. Mi colpisce una di queste, grande abbastanza da potermici nascondere dietro ed essere protetta dal vento e dalla vista. Non credo che sia frequente avere brutte sorprese quando si fa campeggio libero qui (che è ovviamente consentito). Ma son pur sempre una donna, da sola, e la brutta esperienza di Valentina Brunet proprio in Mongolia induce a cautela. Quindi va bene questo angoletto riparato e lontano da tutto e da tutti. Mentre monto la tenda, piove. E che palle! Ma poi smette, e riesco a godermi questo momento di preparazione del campo.





Viene il momento della cena: mentre cuociono i noodles, azzanno alla gran KhanE il petto di pollo che avevo comprato per il canetto, e la vista, con i giochi di luce obliqua tra le nuvole, è davvero degna.




Lentamente cala il sole, e la temperatura si abbassa. Mi accorgo di avere anche connessione... Pazzesco quanto sia stata migliorata la copertura, da 9 anni fa. Pure qui ho il 4G che corre svelto! Allora bastava uscire qualche manciata di kilometri da Ulan Bator per aver bisogno di un satellitare.
Il tramonto regala uno spettacolo pirotecnico da prima fila, e poi, subito, compare una luna chiara e luminosa.





[...]
Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
[...]
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
...
(G. Leopardi, Canto notturno di un pastore errante per l'Asia)


27/6
Burdene Bulag-Zamyn Uud
109km

Prendo sonno presto, ma presto mi sveglio: vedo luci intermittenti fuori dalla tenda, penso che ci sia qualcuno... E invece sono lampi. Tuona pure. E piove a scrosci potenti tutta notte. La mia tenda tiene, pur con qualche acciacchino e qualche goccia che viene spinta dentro dal vento. Ma all'alba, poco prima delle 5, questo è lo spettacolo che mi si para davanti.





E la cosa incredibile è che la luce si sbriciola e riflette e rimbalza ovunque, in ogni gocciolina di pioggia rimasta sugli arbusti, sulle rocce, sulla tenda. E tra le nuvole esplodono arcobaleni, al plurale, anche doppi. Sembra uno di quei quadri un po' naive, di pittori dilettanti, che si trovano in certi mercatini dell'usato o a fiere di paese, con tanti elementi tutti diversi, accostati senza velleità di realismo, solo perchè colorati. Ma poi che deserto è questo? Dove piove, e c'è tanto verde?





Siccome è molto presto, e le nuvole temporalesche continuano a girare intorno, con scrosci frequenti, mi preparo un caffè e me ne torno in tenda a dormire ancora un poco. Oltretutto, stando alle previsioni, oggi dovrei avere vento a favore... Voglio crederci, e quindi mi appisolo fino a che il cielo si apre del tutto, e sole (caldissimo ora) e brezza (al mattino è delicata) facciano il loro lavoro di asciugatura di tenda, borse, bici, ossa.
Intorno alle 8.15 mi alzo in via definitiva (come le condanne) e inizio a smontare tutto e rimettere una casa intera dentro alle borse. Sono ancora carica d'acqua, perchè pure oggi non incontrerò nulla-nulla e devo essere in autonomia.
Ovviamente mi porto via anche il sacchetto con l'immondizia (sì, anche le salviettine asciugaculo usate) perchè la prima regola è "leave no trace". E infatti me ne vado e sembra che mai io sia stata qui. Intanto arriva anche un manipolo di cavalli, che, essendosi accorti della mia presenza, mi guardano tra l'irritato e l'insospettito e poi girano larghi verso un altro pratone. Loro di tracce ne lasciono eccome e c'è da stare attenti a dove si mettono i piedi e le ruote!


Appena raggiungo di nuovo la strada, incrocio un pastore in moto, che sta scendendo proprio dove avevo la tenda. Parla solo in mongolo e fuma due sigarette in un minuto. Ha gli occhiali da saldatore, trasparenti, e gli occhi arrossatissimi (come me, d'altronde, per sabbia, vento e aria secca). Mi saluta, ferma la moto, scende, si leva gli occhiali, mi dice cose. Gli faccio segno che sto andando di là, verso la Cina. Annuisce. Poi dice altre cose, sempre cose mongole in mongolo, e io gli rispondo che non capisco, in una lingua che non capisce lui. Poi ci facciamo una risata, coscienti di quel che sta succedendo e di quanto non ci si stia capendo, e ognuno prosegue per la sua strada.


Poco distante è segnalata un'area di sosta. Questa:


un cesso (buco nel terreno su montagna di merda brulicante, con doppia assetta di legno marcia e scagazzata) e un bidone della spazzatura. Buono il secondo per gettare la mia, così non mi fa compagnia per oltre 100km.

Il vento è davvero a favore, e mi spinge su e giù per alture e valloni in questo deserto meraviglioso e molto, molto più pieno di vita di quanto non si immagini.



In uno dei tanti scollinamenti incappo in una curiosa struttura, un insieme di ovoo collegati tra loro; se un ovoo attrae gli spiriti, questa è proprio un'antenna parabolica satellitare per tutte le anime de li mortè, passate, presenti e future!




Poco oltre, dove il terreno è più mosso, si aprono senza preavviso occhi azzurrissimi di laghi e specchi d'acqua, non so se oasi o frutto di fenomeni atmosferici come i temporali di stanotte. Certo è strano vederne qui, con tanto di papere dalla coda arricciata!






Grazie alla mano gentile del vento, procedo spedita nell'aria ora torrida. Incontro un altro Maresciallo Pigotta che fa la guardia al vuoto e intima l'alt alle nuvole e, dopo una zona piana con ger affiancate a stalle in muratura (gli uomini in tenda, gli animali nelle strutture di mattoni), arriva l'arco di ingresso a Zamyn Uud.




Anche qui, ultima città della Mongolia, a un passo dalla Cina, a centinaia di kilometri di deserto da tutto, campeggia il cartello di Alcolisti Anonimi. E quanti cammelli! 






Entrare in città impone uno slalom tra posti di blocco veri, tratti di sterrata con sabbia profonda causa cantieri e un certo caso di camion e furgoni che vanno e vengono dai controlli di dogana, alla frontiera. La Cina è davvero vicina, adesso! Ci sono più hotel che case, essendo luogo di confine. Ne prendo uno a caso vicino alla stazione. E' qui che domani inizierà il mio iter per passare di là, nella Repubblica popolare. L'hotel è di lusso ma solo in apparenza: niente acqua calda, scarafaggi che trottano sulla moquette che cela chissà quali inquietudini... Non sfigura il moscone da cavalli che esce, incazzato nero, da una mia borsa, quando la apro... Si è sparato tutta la tappa chiuso lì dentro!


dimmi che sposti la bici appoggiandotela alla gamba senza dirmelo

decorazioni molto artigianali

cortile attrezzato?

Tra una gattella carina e coccolina


e l'altra (ho tenuto da parte un po' di polletto, stasera, da darle)


esco a procacciarmi la cena e mi rendo conto che qui, rispetto a qualsiasi altro luogo della Mongolia, Ulan Bator compresa, c'è veramente tanto casino. Un via vai continuo e brulicante di gente che fa cose, e son quasi tutti cinesi. In piazza della stazione ci sono taxi e van collettivi stipati che portano le persone di qua e di là dal confine. Persone e scatole, casse, roba. Mi sale un brivido di inquietudine. Sono pronta a questo salto? Dal tutto vuoto al troppo pieno. Dai 3 milioni di abitanti della Mongolia al miliardo e mezzo della Cina. Dalla velocità 0.5 al x2. Non lo so.



Intanto, domani non devo (e non posso) pedalare. Per attraversare questo confine bisogna per forza prendere un mezzo registrato, non si può nè in bici nè a piedi. Dopodichè bisogna superare i doppi controlli, a quanto pare molto accurati, soprattutto dal lato cinese. Ho il visto, e non trasporto nulla di illegale. Ma ci vorrà tempo. Dicono dalle 2 alle 6 ore, in base al traffico umano. Ho acquistato, stamattina, una esim per aggirare il great firewall, ma voglio avere le tracce anche offline, altrimenti dove vado, se internet non mi funziona? Insomma, domani sarà giornata dedicata al passaggio della frontiera. Anche perchè poi il deserto mica finisce alla dogana... Inizia la Mongolia Interna, regione a nord della Cina di cui parleremo meglio quando sarò lì. A occhio, per quanto vi siano più mongoli di etnia che in Mongolia, è simile nella sostanza, ma nella forma diversa: più centri abitati, più servizi, più strutture. Certo, con distanze comunque da Gobi. Dopo Erlian, città di là dal confine dove mi fermerò domani, la prima è a 125km. Quindi con calma, che già sono a metà strada tra Ulan Bator e Pechino, e non vedo l'ora di immergermi pian piano in questo nuovo antico mondo!













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