lunedì 27 luglio 2026

37-39. Pedalando sul Fiume Giallo. Storia e leggende tra poderose cascate e canyon spettacolari... E capire perchè è proprio giallo!

















25/7
Xiangning-Cascate di Hukou
68km

Oggi partiamo presto e ben carichi: ci attende una tappa intensa ma, soprattutto, interessantissima per la meta cui miriamo: il Fiume Giallo, e le sue più imponenti cascate, quelle di Hokou.
Xiangning si sta svegliando, e il rumore più intenso è quello elettrico da alta tensione sfrigolante che emettono le cicale sugli alberi. Sistemiamo il mio cambio anteriore, che ieri dava qualche noia, con successo, cosa che mi sentire una provetta meccanica.
Percorriamo poi verso valle la via centrale della città, che ci riserva ancora alcune belle sorprese: templi, statue sacre e persino un manipolo di sciure che balla in piazza con ombrelli colorati, creando curiose coreografie.





Dopo questo breve tratto a scendere, inizia una salita impegnativa, breve ma con rampe superiori al 10%. Ma la strada si fa comunque apprezzare per il suo panorama unico. Ci stiamo infatti arrampicando sull'Altopiano del Loess. Loess è un tipo di sedimento simile a limo o sabbia finissima, trasportato dal vento nei periodi più aridi, tra una glaciazione e l'altra. Si compatta e dà origine a depositi anche enormi, come questo, che occupa un'area di 640.000km quadrati. La sabbia viene dal Gobi, come quella che ancora si trova nelle tasche dei miei vestiti, nonostante i lavaggi, e che mi porterò fino a casa.
Qui il loess è fertile e infatti tutto è verdissimo e rigoglioso, di vegetazione spontanea ma pure di colture di mais, ortaggi e alberi da frutta. Certo è un tipo di terreno anche molto instabile, soggetto a erosione (motivo per cui le alture paiono scolpite ad arte dal vento e dalle intemperie) e frane. Infatti qui ad ogni abitato si incontrano persone armate di vanga, zappette e altri strumenti per spostare o compattare questa sabbia. Che, oltretutto, è gialla. E fa giallo l'omonimo fiume. E noi, che ne respiriamo e mangiamo a manciate. Qua e là, oltre ai terrazzamenti e alle fenditure naturali delle pareti, si trovano pure case e strutture scavate come grotte in questo terreno malleabile. 









Quando si raggiungono punti panoramici, dove la strada si affaccia sulle valli sottostanti e gli alberi non chiudono la visuale, si ha subito un'immagine plastica di come sia strutturato questo punto dell'altopiano, e insenature e canyon. Fa caldo e ci si scioglie dal sudore, anche perchè il tasso di umidità è altissimo. Ma che meraviglia! Poi stiamo seguendo strade davvero piccole, tra i campi, e il traffico è composto solo dai carretti a motore dei contadini che vanno e tornano dai campi, con i loro laghi cappelli da cowboy, ma di paglia.



Una volta raggiunta la quota dei 1400m, imbocchiamo una strada più ampia, ma del tutto deserta, che rimane a quest'altezza e presenta solo lievi saliscendi. Anche qui ogni millimetro disponibile è coltivato, e la cosa pazzesca è che per ettari ed ettari tutti i frutti ancora appesi ai rami sono insacchettati singolarmente, penso per proteggerli da insetti e uccelli. Così non si usano i pesticidi... Solo braccia non rubate all'agricoltura, che qui non mancano. 








Dopo lungo procedere sulla cima larga dell'altipiano, la strada inizia a scendere. E non smetterà per quasi 30km, seguendo la valle del fiume Zhouchuan, che si getta nel Fiume Giallo. Abbiamo appena iniziato a goderci la volata al basso che un'auto accosta e, dal finestrino lato guidatore, compare una manotta grassoccia che fa segno di fermarsi. Alessio la supera, io rallento, e mi trovo affacciati a fissarmi tre energumeni con faccia e tatuaggi da galera. "Foto foto foto!". Mi fermo. Chiamo Alessio, e anche lui frena. Inizia un siparietto di scatti e mezze conversazioni bilateralmente incomprensibili, grasse risate e selfie. Poi ci cacciano in mano due pesche verdi, acerbe e dure come i sassi, che loro stanno pappano a morsi scrocchiarelli, tagliandole con un coltellaccio grosso così. Sclacsonate di saluto e ciao. Che personaggi!  





L'unica vera e propria città che incrociamo è Jichan, un po' cadente e polverosa, dove la sabbia è a terra, sui muri, sui vetri, nell'aria e su tutto.



Si esce quindi di nuovo nel vallone, sempre più ampio, che conduce verso quello dello Huang He. Qui la strada corre sinuosa tra pareti di roccia nuda modellata dall'acqua e dal vento, che, per le forme incredibili, ricordano quasi il Grand Canyon, a bordo del quale ho pedalato nel 2019 con Gigi, e ci abbiamo anche dormito, in tenda, durante la nostra coast to coast pedalata, da Frisco a New York.




D'improvviso questa valle termina e confluisce, perpendicolare, ad un'altra, ben più vasta e grandiosa. Sotto di noi si intravede sua maestà il Fiume Giallo, culla e dolore della Cina, l'Indomabile. Ne risaliamo il corso sulla sponda sinistra, diretti ad un punto del suo corso dove, tra strettoie e balzi, forma le sue cascate più ampie (le seconde di Cina). Hukou, che letteralmente significa becco di teiera, perchè l'acqua cade come fosse versata appunto da una gigantesca teiera. Non abbiamo fatto pause oggi, ma la curiosità e i pochi kilometri rimasti ci spingono a raggiungere l'hotel, prenotato ieri, proprio a una manciata di minuti a piedi dall'ingresso del parco naturale delle cascate. Parentesi: siccome Trip.com continua a non funzionare, abbiamo iniziato a usare Agoda, ma pure Alipay, app cinese che serve per i pagamenti e offre mille altre funzioni, con "mini app" al suo interno. Una di queste consente di prenotare hotel, anche se molti sono esplicitamente vietati agli stranieri. Ma non era illegale? Boh. In ogni caso, stiamo sbloccando conoscenze nuove per muoverci agilmente da queste parti.

Il paese più vicino rimane alle nostre spalle. Noi puntiamo a un agglomerato di edifici che ospitano i servizi base pensati per chi visita le cascate; sono casette a due piani: sotto piccoli ristoranti, sopra qualche camera da affittare. Tutto a gestione familiare. Quasi tutto per esclusivo turismo interno. Noi siamo nell'unico posto così vicino all'ingresso al parco che accolga anche stranieri. Una discreta bettola, ben lercia, ma funzionale. L'accoglienza è sempre complessa: bici dentro, bici fuori, bici su, bici giù, passaporti come, dove, e il visto? La camera va ancora pulita, e avete la prenotazione? E la carta di identità? Insomma, un po' faticoso. Ma alla fine ci si intende. Le bici finiscono tra i tavoli del ristorante, e noi in una camera molto spartana e non senza scolopendre vietnamite urticanti, quelle che i viet cong trovavano nei cunicoli. Fuori, pescioni gatto destinati a finire nel piatto (è la specialità di qui, oltre a tartarughe, gamberi e lumache di fiume).



Ci incamminiamo, subito dopo la doccia, in direzione delle cascate. Nel giro di pochi minuti, siamo in coda alla biglietteria. Ci sono tre constatazioni che bisogna fare a riguardo, perchè, dopo un mese di Cina, ho riscontrato dei pattern ricorrenti.
La prima è che, non appena si allargano un minimo le maglie dello stretto controllo (ad esempio telecamere, perchè all'occhio del partito non si sfugge... Tu non vedi lui, ma lui vede te), quando non ci sono rigide regole espressamente dichiarate e fatte rispettare in modo autoritario, con agenti o polizia, è subito caos. L'ordine, qui, dove i numeri sono folli da gestire, viene mantenuto più con un sistema da società della vergogna, che non da società della colpa. E quindi in coda alle biglietterie c'è da stare attenti perchè la gente spinge, si accalca, taglia la fila, alza la voce e litiga con i commessi... Un casino!
La seconda è che se un sito è a pagamento, e qui tutto è pagamento, il luogo sarà gestito in modo tale da non poter nemmeno intravedere un millimetro di nulla, senza pagare. Ad esempio in questo caso la biglietteria e i tornelli con i controlli sono a 5km dalle cascate, che, essendo il corso del fiume tortuoso tra rocce e isolotti, non si vedono affatto da così lontano. Ovviamente nel prezzo del biglietto di accesso è incluso anche quello di un autobus che fa avanti e indietro e porta i visitatori dal tourist center al punto panoramico, e viceversa. Così si dà lavoro pure a un sacco di gente: autisti dei pullman, personale di terra che conta quanta gente della coda far salire man mano, spazzini che tengono pulite le aree di sosta. Perchè di rifiuti in giro non ce ne sono, mai mai. Eppure la gente butta a terra di tutto, compresi i mozziconi di sigaretta al chiuso, ad esempio sui pavimenti dei ristoranti. Ma subito viene raccolto tutto dagli addetti. Immagino che il tasso di disoccupazione sia molto basso, perchè c'è un impiego per tutti.
La terza è che quel sovraffollamento così temuto, l'overtourusim che in Cina è endemico anche solo per il turismo interno, per ora si è solo intravisto nei due siti più importanti della capitale: la Città proibita e il Museo nazionale. Per il resto, ci sono sempre spazi enormi e capacità di gestione dei flussi efficientissimi, e tutto sommato poche persone.








Basti pensare che fino al 1994 qui nemmeno arrivava la strada, e si contavano circa 20.000 visitatori l'anno. Oggi in alta stagione ne passano 40.000 al giorno. E probabilmente le intenzioni sono quelle di ampliare ulteriormente in volumi: tutt'intorno stanno costruendo enormi edifici, che probabilmente diverranno centri con hotel, negozi e ristoranti per turisti. Anche perchè quando i cinesi visitano i luoghi, muovono soldi: mangiano come fosse festa, comprano souvenir, snack (qui il prodotto tipico è la mela, e in generale la frutta non tropicale), pagano per farsi fotografare vestiti da garibaldini sull'asino e così via.



Arriviamo finalmente alle cascate, che si possono ammirare da diverse terrazze e camminamenti panoramici, dopo aver raggiunto il centro del canyon. Larghe tra i 30 e i 50m, alte 20, danno la misura della potenza devastante di così tanta acqua, che corre rapida e copre 5500km di corso, portando con sè tutto ciò che incontra sul suo corso. La voce di tuono dello Huang He copre tutti i rumori intorno, e leva insieme vapori in cui si scorgono minuscoli arcobaleni. E' davvero uno spettacolo meraviglioso e potentissimo, tanto da ricordare certi scorci islandesi. Qui l'acqua non è pura e cristallina. Si è sporcata con la storia, il sangue e la vita di migliaia e migliaia di generazioni e popoli.










Hukou significa letteralmente becco di teiera, perchè qui la roccia ha una simile forma e l'acqua scorre come fosse versata. Ovviamente ci sono infinite leggende riguardo a questo luogo, che costringe lo Huang He a farsi stretto nel suo corso medio, tra i monti del Tibet, dove nasce, e il Mar Giallo, dove va a trovar requie. Si dice che qui venne a dissetarsi il gigante Kua Fu, dopo aver tentato di catturare il sole, inseguendolo da est a ovest; ma l'acqua non bastò e morì di sete, trasformandosi in montagna.
Certo è che intorno al Fiume Giallo si sono sviluppate le prime forme di civiltà originali in Cina, oltre 3500 anni fa, ed ha sempre avuto un'importanza centrale, nel bene e nel male (con le costanti esondazioni e i suoi cambiamenti di corso). Ancora oggi, oltre ad essere a tratti navigabile e a fornire acqua a tutto il nord della Cina, è sfruttato per produrre energia idroelettrica.
Due regioni, Hebei ed Henan, sgnificano letteralmente "sopra" e "sotto" al fiume.














Noi stiamo visitando le cascate sul lato della regione dello Shanxi, che abbiamo visitato da nord a sud. Difronte c'è uno speculare sito, nella regione dello Shaanxi, che inizieremo a esplorare da domani, fino a raggiungerne la capitale, Xi'An. Su questa sponda ci sono persone in costume tradizionale che propongono passeggiate a dorso d'asino (che poi finisce stufato nei ristoranti, visto che è piatto tipico, insieme alle carpe, ai pesci gatto, a lumache e gamberi di fiume e pure alle tartarughe d'acqua). Sull'altra viene messa in scena, da figuranti agghindati, una selezione di episodi della Lunga Marcia. Le truppe del Kuomintang, al comando di Chiang Kai-Shek avevano accerchiato per 5 volte l'Armata rossa cinese (poi chiamata Esercito popolare di liberazione). Dal 16 ottobre 1934, per 370 giorni, 85.000 uomini e donne, al comando di Mao, non potendo più far fronte agli attacchi, percorse 12.000km a piedi, dallo Jianxi, a sud, fino a qui, nello Shaanxi, continuando a combattere per aprirsi la strada e attraversando montagne gelide, deserti e fiumi impetuosi.
Sopravvissero in 8000 soltanto (di cui alcuni, e alcune, ancora vivi!). Ma da qui il Partito comunista cinese dimostrò di essere capace di resistere ai giapponesi meglio di quanto non facesse il Kuomintang, e, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Lin Biao, Deng Xiaoping, Mao stesso e gli altri comandanti riuscirono a vincere la guerra civile, e imporre il proprio potere. Aura e prestigio dei partecipanti alla Lunga marcia durano ancora oggi, e furono fondamentali per l'affermazione di Mao stesso.









Alessio versione "io amo la Cina" (ciò che c'è scritto alle sue spalle)





Finita la nostra passeggiata, torniamo verso l'hotel e il micro-villaggio creatosi intorno all'area turistica.


Ceniamo direttamente al pian terreno della nostra magione, visto che i proprietari hanno iniziato a chiedeci se volessimo mangiare da quando siamo arrivati. Bisogna stare attentoni a ciò che si ordina perchè alcuni piatti sono inquietanti, tra interiora e tartarughe, pesciacci e molluschi. Siamo in grado di districarci egregiamente. Io prendo un piattone di verdure spadellate, condite con aglio, aceto e peperoncino, che paiono piante di capperi, mentre Alessio i panini al vapore (qui di mais) da condire con carne stufata. I panini, in modo assai comodo, sono cavi, come a forma di coppetta. Ci godiamo il pasto, unici avventori in un paesino che man mano si svuota e diventa silenzioso. Il sito di Hukou chiude alle 18 e pochi restano qui per la notte: i più preferiscono la cittadina di Hukouzen, a 5km. Il proprietario ci ice che alle 20, nel parcheggio, si terrà un concerto. Andiamo a vedere, ma invero non c'è nulla: solo venditori di frutta e souvenir, lungo la strada.






26/7
Cascate di Hukou-Hangcheng
88km

Non dormiamo benissimo, a causa dei rumori che salgono dalla strada, in primis quello della vasca dei pescioni proprio sotto alla nostra finestra. Dopo una colazione in camera, scendiamo e subito inizia il trauma dei cinesi a 3000 giri che parlano, dicono cose, chiedono, vogliono foto, scrivono e pretendono che si sia subito pronti a tradurre per intavolare discussioni, ovviamente in cinese, alle 8 del mattino. Questo è bello ma anche difficile, come pure quando accade lo stesso a fine tappa, quando si è stanchi, bolliti dal sole e dalla fatica. Anche perchè per loro il concetto di "non parlo cinese" e quello di "con calma/lasciami il tempo" non esiste.
La centrifuga cerebrale, tra selfie, foto davanti all'hotel e dove andate, chi siete, un fiorino! è tale che dimentico di lasciare giù la chiave-tessera e mi accorgo di averla in tasca quando siamo ormai a 30km di distanza (nient'affatto in piano). Mi dispiace, ma non è tutta e solo colpa mia.



Oggi la traccia è misteriosa: avremmo voluto attraversare il fiume e ridiscenderlo sulla sponda destra, sul lato dello Shaanxi, ma Amap ci segnala la chiusura dell'unica strada percorribile in bici (le gallerie sono vietate, perchè lunghe e pericolose). Quindi "forza" a stare sulla sponda sinistra, ancora in Shanxi, con una A sola, quasi fino alla fine, all'ultimo ponte del canyon. Più oltre il Fiume giallo esce da questa strettoia nell'Altopiano del Loess e si allarga di tre, quattro volte, diventando più simile a un mare.
Quindi percorriamo all'indietro i pochi kilometri già fatti a risalire il corso, ieri, e poi proseguiamo verso sud, seguendo la corrende, lungo una strada panoramica veramente meravigliosa.







Non c'è traffico, nè di auto nè di camion. Il fondo è perfetto. Niente carbone, niente pozze di catrame, niente orrendo sferragliare. Ci si può godere la meraviglia che scorre intorno, senza dover tenere gli occhi fissi alla strada. Il sole, ben caldo, è velato dall'umidità, inevitabile in questa gola, e non brucia. Il vento, purtroppo contrario, rinfresca un poco. E la strada corre sul fianco delle colline, in un continuo saliscendi che porta ora vicino all'acqua, ora in alto, per ammirare le falesie e gli speroni di roccia da dove la vedono le rondini, che poi si tuffano in picchiata a caccia di insetti. Per 60km abbiamo la possibilità di ammirare la maestosa grandezza di questo luogo, plasmato dal fiume.
Che è veramente giallo. Ma proprio giallo-giallo! Infatti in cinese si dice "quando lo Huang He scorrerà cristallino" per indicare qualcosa che non accadrà mai.

















Poco prima di lasciare il canyon, raggiungiamo un ponte ferroviario che fa da sipario a uno dei punti più spettacolari di queste pareti rocciose a picco sul fiume. Davanti a noi si apre infatti, come un libro di roccia squadernato, un muro grigio di pietra austera, percorso da una sottilissima, alta cascata che pare una treccia di principessa.





Ovviamente i cinesi hanno trovato il modo di capitalizzare anche questa bellezza, sia proponendo giri in barca su questo tratto di fiume, con un imbarcadero proprio qua sotto, sia con ascensori e camminamenti che permettono di ammirare la parete verticale dall'alto. Decidiamo di approfittare dei ristorantini e negozietti per una pausa, visto che il saliscendi continuo, con il vento contrario, inizia a farsi sentire, e poi mancano solo 30km all'arrivo. Anche qui veniamo presi d'assalto per foto e domande, compreso uno strano signore anziano che attacca bottone con Alessio, e neanche parla mandarino, ma un dialetto suo, e non molla nonostante nessuno dei due capisca nulla. Io inizio a dire cose in dialetto e a ridere, e pure lui si fa grasse risate, e va bene così.











Dopo esserci riposati un po' (e aver bevuto, io, uno yogurt alla mela in un bricco infingardo che sembrava succo di frutta), ripartiamo. Gli ultimi kilometri lungo il fiume sono funestati da sassi e pietroni caduti in strada, perchè qui la montagna si sbriciola e forse i caschetti, nell'evenienza, non bastano.



Dopodichè lasciamo il canyon, salutando lo Huang He che resta una X rossa sulla mappa di questo nostro viaggio. Culla e dolore della Cina. Per noi bellezza in movimento, meraviglia liquida.
Attraversiamo un ponte ciclo-motorin-pedonale ed entriamo in Shaanxi, mentre una coppia di urla un "Hello! Have a nice day! Welcome to China!".



Siamo ormai ben cotti, e la temperatura, ora è faticosa da sostenere, con questo tasso di umidità. Percorriamo prima un vasto stradone poco battuto, che attraversa una zona industriale abbastanza degradata. Poi, invece, imbocchiamo stradine secondarie tra paesi rurali e campi, boschi e colture di albero della gomma. Le cicale fanno un tale frastuono da assordare, e fa caldissimo. Incrociamo mercati di prodotti agricoli e casalinghi (senza cani scan[n]ati per fortuna), gruppetti di anziani che chiacchierano nei parchi e contadini che tornano dai campi.



Poi, improvvisa, dopo le ultime salitelle che ci fanno sudare anche la cresima, si alza verticale davanti a noi la città di Hancheng, meta di oggi, dove ho prenotato un hotel che si chiama Milano qualcosa. Era inevitabile andarci!
Con i suoi 400.000 abitanti, si tratta di una città antica in gran parte rimodernata, affacciata ancora al Fiume Giallo, nei pressi del suo lasciar le montagne per scorrere nella Pianura di Guanzhong. Tra i grattacieli e i palazzoni, si celano numerosi siti storici, tra cui templi, case e vie, che coprono un periodo che va dalla dinastia Tang a quella Qing, cioè dal 618 al 1912.
Qui è nato ed è sepolto Sima Qian (145-86 a.C.), considerato il padre della storiografia cinese. Ereditò dal padre la carica di prefetto dei grandi scribi (astrologi e letterati addetti al calendario e alla biblioteca imperiale) e lavorò alla corte di Wu Di, il più importante imperatore della dinastia Han. Fu condannato all'evirazione per aver difeso un generale cauto in disgrazia, ma preferì questa vergogna alla morte (che di solito era la prima scelta dei più) per finire l'opera iniziata dal padre, lo Shiji, "Memorie storiche". Questo colossale documento copre 2000 anni di storia cinese, dalle origini mitiche (Imperatore Giallo, leggende fondative) ai primi anni della dinastia Han, e fu redatto grazie a ricerche d'archivio ma anche viaggio ed esperienze dirette. Una sorta di Erodoto di Cina insomma. La sua opera è così importante da costituire una fonte preziosa di informazioni, ma pure il modello per tutte le storiografie dinastiche successive; inoltre shi, nome della sua carica ufficiale, assunse prima il significato di "libro di storia" poi direttamente di "storia". 




Dopo aver compilato i soliti ottocento moduli e aver visto la receptionist fotocopiare per intero i nostri due passaporti, prendiamo possesso della bella stanza e ci godiamo doccia e meritato riposo. Alessio è un ciclista di collina, e questo saliscendi di rampette è per lui habitat naturale. Ma per me, che son volpe di pianura, è faticoso più di salite lunghe e continue di montagna.







Per cena, nonostante un temporale improvviso con pioggia, tuoni e lampi, ci avventuriamo a qualche via di distanza, perchè Alessio ha individuato un buon ristorante. In effetti è pienissimo di local, molti dei quali ben brilli, tra bottiglie di birra e vodka vuote, a terra, insieme a mozziconi e immondizia varia (questo uso è proprio radicatissimo purtroppo, nonostante accanto a ogni tavolo ci stia un cestino della spazzatura). Come sempre attiriamo attenzioni, e come sempre ci viene portato un menu enorme, e la cameriera non lascia il tavolo, e si mette pronta a scrivere nell'istante stesso in cui appoggia la carta dei piatti davanti a noi. Le scrivo che abbiamo bisogno di tempo sul traduttore, scatto una foto al menu e traduco. Alla fine optiamo per panini ai semi con accompagnamento agrodolce e piccante, e spaghettoni con uovo e verdure e salsa di arachidi, Alessio, e tofu con cipollotti e verdure al peperoncino io. E' tutto buonissimo, ma qualcosa va storto perchè ora siamo qui io con il cagotto e Alessio pieno che rutta come un batrace da 70kg. A volte l'Imperatore Giallo decide che si deve pagare tutto quel che ci scofaniamo non solo con il denaro. Per altro tutto sto bendiddio, una birrona e un tè freddo vengono via a 9 euro. Anche oggi si sta, in giornata, tra pasti e hotel, sui 10 euro a testa. 







Veniamo fotografati spesso, di nascosto e non, ci chiedono di dove siamo, e poi un ragazzo pieno come una pidria vuole brindare, e poi uno scatto, poi altri, e più tardi regala pure una sigaretta ad Alessio, che non sa come rifiutarla e quindi, schifato, se la mette in tasca e la porta in hotel, per lasciarla lì. E' orripilato dall'odore del tabacco, ma pur di non scontentare il tizio, ha accettato... In fondo sarà la decima che gli offrono, questa era inevitabile!

Domani abbiamo ancora una tappa mossa, ma non lunga. Dopodichè saremo a un giorno e mezzo da Xi'An, altra X rossa sulla nostra mappa. Siamo a metà del viaggio, ormai, siamo vicinissimo a una delle cose che più mi chiamano, che più desidero vedere: i guerrieri di terracotta (che nel frattempo, nei deliri da salite e da stanchezza, sono diventati di merdacotta, merdamolla e capracotta; gli spiriti degli antenati ci faranno bucare almeno 10 volte e venire altri 20 diarree a spruzzo). Ora dormono, i guerrieri e gli spirti, pazienti, ma son lì che ci aspettano...


27/7
Hancheng-Chengcheng
78km

Oggi affrontiamo una tappa di trasferimento discretamente impegnativa per il caldo e la distribuzione del dislivello. Bisogna infatti immaginarsi un piano, su cui è appoggiata una mano, come quando se ne vuol disegnare la sagoma su un foglio, con le dita un po' aperte, a palmo in giù. Ogni dito, in questa metafora, corrisponde a un'altura, lunga e sottile. Lo spazio tra le dita, invece, è un canyon scavato da un fiume, dove la strada scende fino a valle, e poi risale. Quindi oggi siamo saliti sulle falangi di questa mano gigante fatta di loess, e scesi nei vuoti tra le dita, in un continuo lento arrampicarsi e un rapidissimo scendere in picchiata. Il tutto immersi in un caldo umido difficile da gestire, che ci ha fatto sudare anche la cresima, aggravato dal passaggio dei camion che, sulle rampe, vanno quasi alla nostra stessa velocità e cacciano fumi roventi.

Nel mezzo, tra una salita e una discesa, della gran campagna verdissima, punteggiata di templi sulle cime delle colline. Campi di mais e alberi del pepe a perdita d'occhio, frutteti e alberi su cui le cicale cantano con un frastuono assordante.  






Il traffico è quasi assente, salvo appunto qualche camion e i trabiccoli a tre ruote dei contadini, carichi di angurie o pannocchie. Quando ci superano, le occhiate all'indietro sono sempre almeno tre: la prima per constatare che siamo in bici; la seconda che non siamo cinesi; la terza che io sono una donna. Tra un'altura e l'altra, dove scorrono i fiumi, si aprono canyon scavati profondamente dall'acqua.





L'unica città che incrociamo è Heyang, ribattezzata Eja, alla sarda. Esisteva già ai tempi della dinastia Han, nel III secolo a. C., e qualcosa d'antico è rimasto. Decidiamo di fermarci qui per una pausa, visto che è mezzogiorno, e come ogni giorno a mezzogiorno, non importa quanto dislivello o quanti kilometri preveda la tappa, mancano circa 30km alla meta. Mi concedo un gelato, viste le temperature, e devo dire che la combinazione cioccolato e more è meritevole. Piccola curiosità: da questa città prende nome un pesce d'acqua dolce, la triplophysa heyangensis, scoperta per la prima volta proprio da queste parti.





Ripartiamo per gli ultimi kilometri e le ultime salite, rese un più difficili dalle temperature del primo pomeriggio. Per fortuna la città meta di oggi è vicina, e non ci vuole poi molto a dare quest'ultimo colpo di reni.








Eccoci dunque a Chengcheng, città da 400.00 abitanti, possiamo dirlo, finalmente, nella pianura del Guanzhong. Si tratta di una piana alluvionale creata dal fiume Wei, il cui nome significa, letteralmente, "tra i passi", ovvero i passi di montagna fortificati che la proteggono. Qui ebbe sede la dinastia Zhou, dall'XI secolo a.C., per quanto questa regione sia stata devastata e conquistata a più riprese da popoli nomadi.
Attraversiamo la città fino al nostro luxury business hotel da 5 euro a testa per la notte, e veniam ben accolti da due sciure sorridenti che fanno poche domande e sanno come gestire i maledetti foresti.



Nel momento di riposo post doccia, ne approfitto per prenotare sia l'albergo di domani, a Fuping, sia le tre notti a Xi'An. Anche qui trovo un albergo in centrissimo nella città vecchia, con tutti i servizi (quello di lavanderia in primis, chè urge) a 32 euro... Per 3 notti! Incredibile.
Studiamo un po' le tappe e poi viene il momento della cena. Andiamo in un frequentatissimo ristorantino sulla strada, a breve distanza dall'albergo. Siamo bolliti! Ci offrono arachidi fresche ed edamame, perchè Alessio prende una birra... Poi lui va di spiedini grigliati a pochi metri da noi, mentre io torno sui funghi fritti sale e pepe (sale bene raro qui, che fa ascendere al Nirvana quando si trova) e un paninetto abbrustolito, farcito con aglio e peperoncino. Inutile dire che sparisce tutto in breve, mentre gli altri avventori ci chiedono di dove siamo, chi siamo, dove andiamo, un fiorino! 







Domani è l'ultima tappa di avvicinamento. Poi saremo a Xi'An. Oggi per me è il trentesimo giorno di Cina. Domani sarà il quarantesimo dalla partenza da casa. E questo giro di boa si carica di significato, nel nostro triangolare i luoghi della storia della Cina (nel centro nord, perchè per il sud servirà un altro viaggio! Dovremo sacrificarci...)