Suzhou-Tongli
0km pedalati, camminati parecchi, ancor più percorsi in metro (60)
(Ieri sera, uscendo sul balcone per telefonare senza disturbare Alessio che già dormiva, mi sono accorta del livello di inquinamento luminoso qui -immaginabile, eh... E' tale che, pure alla una di notte, il cielo è chiarissimo, come di giorno, e multicolore: le nuvole riflettono infatti le luci delle città, e sono qui rosse, là gialle, qua versi e lì blu. Sembra un incendio, invece è solo la passione dei cinesi per l'illuminazione, forte e chiara come la loro autosufficienza energetica.)
Chiusa la parentesi-flashback, o anche solo flash, sulle "notti bianche" delle megalopoli del Fiume Azzurro, parliamo della giornata odierna. Che è stata una degnissima pausa di relax, prima dell'ultimo colpo di reni, o di pedale, che ci porterà a Shanghai, domani. Ieri abbiamo visitato Suzhou, ma non siamo riusciti a goderci lo spirito zen, meditativo e rilassante dei giardini, a causa delle grandi masse di visitatori, tutti cinesi, che si accalcavano in ogni angolo, padiglione, sentiero e ponticello, facendo gran baccano e una generica confusione tutta sinica. E ci è dispiaciuto non poter vivere appieno quest'esperienza, perchè ne abbiamo colto la profondità -culturale, artistica e pure filosofica.
Quindi oggi muoviamo verso Tongli, piccolissimo villaggio sull'acqua, uno dei molti di questa regione. Lo abbiamo scelto perchè, stando alle guide, è meno turistico, meno "finto" e meno affollato di altre località, più famose. Qui a Tongli ci sono ancora residenti che ci vivono, mentre altrove i centri storici sono stati svuotati e trasformati in attrazioni a pagamento.
E poi a Tongli si arriva direttamente in metropolitana da Suzhou, spingendosi fino al capolinea della 4. Con meno di un euro, e 50 minuti di corsa, si percorrono i 25km che separano il grazioso villaggio dalla città. Poi si prende un tram gratuito per raggiungere la "scenic area", dove si trovano le principali attrazioni, tutte incluse nell'unico biglietto da 12 euro che permette di visitare liberamente ogni giardino, museo, palazzo e padiglione.
In metro abbiamo anche modo di osservare il trascorrere della quotidianità; ci sono gruppi di signore con una sorta di divisa sportiva, tutte eccitate, che sembra stiano andando ad un qualche torneo di qualche disciplina (non troppo impegnativa fisicamente, perchè le nostre sono attempate e ben pasciute) e si commentano a vicenda le scarpe da ginnastica nuove che indossano. Passa una venditrice ambulante, con frutta e semi di loto nei cesti portati a spalla. E ci sono tanti adolescenti che pare proprio si stiano recando a scuola! Che siano ricominciate le lezioni? O almeno in alcune scuole, per alcune classi... Il che mi fa subito proiettare la gran tristezza che mi attende, perchè in effetti una simile sorte tocca anche a me, tra non molto -ahiahiahi, que dolor.
A Tongli ci troviamo immersi subito in un'atmosfera di pace assoluta: silenzio, strade vuote, un caldo smorzato dal vento che fa danzare i rami degli alberi, e tanti viali acciottolati, in ombra, a lato di canali. Anche questa piccola perla è chiamata "Venezia d'Oriente", come pure tutte le altre città d'acqua, una costellazione vera e propria qui nei dintorni; di certo mantiene le caratteristiche di una cittadina di provincia dell'etnia Wu, con il suo strano dialetto che suona lontanissimo dal mandarino e i suoi ritmi lenti come lo sciabordio dell'acqua dolce.
L’acqua è ovunque. Il centro storico conta più di 50 ponti in pietra che attraversano una rete di quindici canali, e i giardini basano la loro bellezza sulla presenza di stagni, ponticelli, laghetti guizzanti di pesci colorati e cascatelle artificiali. La cittadina risale alla dinastia Song, quindi circa all’anno mille, ma gli edifici visibili oggi sono più recenti, databili per lo più alla fine della dinastia Ming e alla dinastia Qing, (XIV-XIX secolo).
Per prima cosa visitiamo il Giardino della torre di perle, costruito in epoca Ming da un funzionario del censorato imperiale in pensione.
"Non si tratta di una vera torre, bensì di un modello realizzato con perle; è anche il titolo di una celebre opera drammatica. È qui che si svolse la toccante storia tra Fangqin e Chen Cui’e. Il padre di Fangqin era stato esiliato dalla corte, così il giovane si recò dalla zia in cerca di aiuto; tuttavia, appresa la triste notizia che aveva colpito la famiglia Fang, la donna – sprezzante verso chi era caduto in miseria – rifiutò di soccorrerlo. Sua cugina, invece, si dimostrò molto gentile e consegnò segretamente la Torre di Perle a Fangqin." (tradotto da Wikipedia)
Al centro si trova un lago pienissimo di pesci e anatre, circondato da passerelle in pietra e ponticelli in legno. Diversi padiglioni coperti, con panchine e finestre, si affacciano sull'acqua e invitano a rallentare, fermarsi, osservare i dettagli. Vivere il momento, nella luce cangiante che filtra tra i rami, nel guizzo dorato dei pesci sulla superficie di questo specchio verde che riflette il cielo.
Accanto si trovano un padiglione dei pavoni (alcuni dei quali albini, e rumorosissimi) e uno uno con un palco per esibizioni musicali e di opera; anch'esso è sospeso sull'acqua, con pesci rossi che ci nuotano sotto.
Sempre in questo cortile si trova un artista specializzato in un'attività che mi è nuova: esegue ritratti di profilo ritagliando la carta con un unico taglio. Pare sia molto apprezzato e famoso!
Proseguiamo girando intorno al lago, tra grotte artificiali e cascatelle, il cui rumore delicato, che rimbalza come le gocce d'acqua tra le rocce cave, è estremamente rilassante.
Tra palafitte, lanterne, scale e ponti, ci spingiamo in ogni angolo di questo piccolo paradiso terrestre, scoprendo viste sempre nuove, che creano quadri e disvelano il paesaggio man mano, come un rotolo dipinto che si apre poco per volta.
A un certo punto ci coglie il desiderio improvviso, anche infantile, di dar da mangiare ai pesci. E' una cosa che mi rilassa infinitamente; infatti anche a casa, nelle giornate davvero storte, quando piove pure o qualcosa mi impedisce di uscire in bici per pedalare e raddrizzarle, vado in un parco, l'Arcadia, a nutrire daini, capre, asini, scoiattoli, spesso in compagnia di Gigi, anche lui estimatore della pratica. Ogni pochi metri, qui, si trovano delle scatoline che contengono sacchetti di mangime; c'è il qr code per pagare, e nessuno, comunque, controlla. Visto il gran costo, prendiamo 3 confezioni. I pesci sanno che quando le scimmie nude si avvicinano con in mano la manna rossa, piove cibo dal cielo. E si ammassano, in banchi agitati, ed è tutto un convulso aprirsi di larghe bocche tonde, con baffi e occhietti a incorniciarle. E' uno spettacolo bello e spaventoso a un tempo: i colori, i guizzi, le sfumature, sono frammenti di luce rubata e riflessa. Quella massa convulsa in cerca di cibo, però, ricorda anche un accalcarsi d'anime dannate degno dell'Inferno di Dante, in un Flegetonte qualsiasi.
Finito questo momento, che comunque mi resta impresso e mi fa immaginare i funzionari imperiali che qui si ritiravano a godersi istanti simili, semplici e rilassanti dopo una vita a corte, riprendiamo il nostro percorso tra giardino e palazzo.
Ne usciamo, soddisfatti di aver finalmente vissuto appieno, colto davvero, lo spirito di questi luoghi di perfezione in miniatura. Le strade intorno non sono da meno: calme e deserte, percorse da qualche risciò e trascorse dal vento che fa cantare le fronde e i campanellini dei portafortuna in vendita, fatti di zucche e perline.
Ogni tanto alcune residenze storiche si aprono alla visita, adibite a museo. Questa, ad esempio, spiega come nei secoli sia mutata la vita dei contadini e dei pescatori, con il progredire delle tecnologie per il controllo e lo sfruttamento delle acque. Vengono mostrati anche die "mulini a pedali", che permettevano di trasferire l'acqua da punti più bassi ad altri più alti... Una sorta di bici statica ante litteram!
Quando si passeggia per le viuzze, nel dedalo di canali, ci si imbatte in scene di vita quotidiana dei local, tra chi gioca a carte in mutande, su tavolini a bordo strada, chi lava i panni sui gradini di pietra e chi mette il pesce a seccare al sole.
Nella Jiayin hall, casa di un famoso attore di inizio Novecento, ci sono incredibili sculture intagliate in pezzi unici di radici enormi, a volte avvinghiate a sassi, e la sua rinomata collezione di futou, berretti usati per oltre un millennio dai funzionari di corte.
Questa residenza è location di foto di matrimonio, e infatti incappiamo in numerose coppie di sposini (lei sempre in bianco, lui in marrone, con abiti occidentali) seguiti da squadroni di fotografi, assistenti, truccatori e portaborse, alla ricerca degli scatti perfetti. Tutti uguali, tutti estremamente impostati, ma piacciono così!
Usciamo a passeggiare ancora tra i canali, all'ombra dei viali alberati e alla ricerca dei pescatori con cormorani, che qui ancora ci sono -ma non ne vediamo.
Visitiamo ancora qualche residenza e qualche piccolo museo, dedicato alle famiglie più note del paese e alle tradizioni locali, per poi fare una pausa gelato sotto ai grandi alberi della piazza centrale, silenziosa e tranquilla, con le sue panchine e le sue pietre antiche.
Dopo esserci riposati, siamo pronti per gustarci il pezzo forte di Tongli, il Giardino del ritiro e della riflessione (o del riflesso -sull'acqua?), patrimonio Unesco dal 2001.
"Il giardino fu realizzato nel 1885 da Ren Lansheng, un funzionario imperiale in servizio nella provincia dell'Anhui che fu sottoposto a procedura di messa in stato d'accusa. Il nome del giardino deriva da un passo dello Zuo Zhuan (le Cronache di Zuo Qiuming): "Lin Fu è davvero un gentiluomo: quando avanza proposte dimostra lealtà verso il proprio paese, mentre quando si ritira riflette e corregge la propria condotta". Il giardino fu progettato da Yuan Long, pittore della scuola di Wumen". (tradotto da Wikipedia)
"Il giardino, che si estende su una superficie di 6.600 metri quadrati, è suddiviso in un'area residenziale a est e in un cortile principale a ovest, affiancato da due cortili minori. Il progetto è innovativo poiché adotta un asse est-ovest come direttrice principale, anziché il tradizionale asse nord-sud. La disposizione degli edifici attorno alla vasca del cortile principale segue lo stile "a ridosso dell'acqua", che prevede di collocare le costruzioni arretrate rispetto alla riva mantenendo al contempo alto il livello dell'acqua. Questa sezione del giardino è denominata "Il giardino che galleggia sull'acqua"." (tradotto da Wikipedia)
Quando siamo sazi di bellezza e quiete, torniamo sui nostri passi, ripercorrendo quasi l'intero paese a ritroso, per raggiungere la metro e rientrare a Suzhou. Anche gli ultimi scorci di Tongli ci regalano cartoline di meraviglia semplice e pura.
Salendo al capolinea, la metro è vuota. Visione incredibile qui in Cina!
Prendiamo qualcosina da mangiare (io un budino al tè con crema di latte e gelsomino, troppo buono) e rientriamo in hotel. Domani ci attende l'ultima tappa pedalata. Entriamo nella piccola e per nulla incasinata Shanghai, quindi questi quasi 100km saranno piuttosto impegnativi... Ma con l'adrenalina da fine viaggio, passeranno fin troppo in fretta.
25/8
Suzhou-Shanghai
93km
Oggi ultima tappa. Sono concentrata, so che potrebbe essere faticosa e mentalmente impegnativa, perchè sono quasi 100km completamente urbani, in quello che potrebbe essere un groviglio tentacolare di traffico micidiale. Entriamo nella terza metropoli più popolosa al mondo, che si è mangiata tutti gli spazi intorno, crescendo crescendo, rapidissima, e ha inglobato le già enormi città vicine. In più la scorsa settimana un tifone, l'ennesimo di questa stagione, si è abbattuto sulla regione, provocando danni ingenti, allagamenti e interruzioni stradali. Lo scorso anno era successa la stessa cosa ad Hanoi, infatti, negli ultimi 30km, ho dovuto attraversare zone ancora preda delle piogge incontenibili, spingendo la bici nel traffico vietnamita con l'acqua fino oltre alla vita. Dopo due mesi di viaggio faticoso, anche gli ultimi kilometri mi avevano messa alla prova... Speriamo che qui le cose vadano diversamente!
Mentre aspetto che Alessio finisca di prepararsi, mi scatto un selfie, dopo aver salutato la proprietaria dell'hotel di Suzhou e la sua cagnolina storta e puzzolente, ma simpatica. Ho la consapevolezza che sono gli ultimi kilometri di un viaggio che è stato lungo, denso, intenso, che mi ha aperto la testa in 4 e ci ha cacciato dentro un intero mondo, anzi, più mondi, antichi, moderni, futuristici, di filosofia, rivoluzioni, imperi, arte e contraddizioni. Ho imparato più in due mesi qui che non in un anno a leggere e studiare. E quindi voglio che questo finale sigilli per bene l'esperienza. Voglio vivere con consapevolezza ogni attimo, e trattenerlo, e stare nel momento. Perchè non tornerà, se non nella memoria che riesco a raccoglierne ora. Che sia preziosa, dunque, e limpida, nitida nello sguardo.
Uscire da Suzhou si rivela piuttosto agevole, un po' perchè è presto, un po' perchè gli spazi sono ampi, adeguati al numero di veicoli che transitano su queste strade. Certo, bisogna prestare attenzione massima a motorini e veicoli elettrici che corrono sulle ciclabili in tutte le direzioni, ma questo è inevitabile in contesti del genere. Poi che beffa sarebbe fare un incidente proprio oggi, dopo quasi 5000km di viaggio, all'ultima tappa? Davvero un brutto scherzo degli eventi, che s'ha da evitare, per quanto possibile.
Superiamo il centro moderno di Suzhou, con i suoi grattacieli che affacciano sul lago, e proseguiamo in una enorme periferia cittadina che non smette mai, e si va a fondere con quella degli abitati confinanti, fino al mare.
Non ho foto dei kilometri di stradone sopraelevate, quartieri formicaio e giganteschi centri commerciali che occupano questa pianura così densamente popolata: l'attenzione è sempre stata massima, e le mani sul manubrio entrambe, e le dita ai freni. Il fatto che il traffico non sia folle e insostenibile non significa che non ci sia, o sia facile da gestire. Inoltre si sono alternati momenti di solleone, con un caldo da esplodere, a nuvole passeggere cariche di pioggia, che ci hanno spolverati di acqua fine fine. Il che ha fatto pure piacere, tanto più che ora, se pure i vestiti da bici puzzeranno, potremo lavarli con comodo: per qualche giorno non ci serviranno.
Che a un certo punto, nell'immensa megalopoli ininterrotta, si entri a Shanghai, si capisce dal posto di blocco, simile a un casello autostradale, della polizia. Qui però non ci sono effettivi controlli, se non le solito foto automatiche fronte/retro alle targhe (per noi faccia/culo). Per entrare a Pechino, che è anch'essa, come Shanghai, provincia autonoma, invece, mi avevano controllato passaporto e bagagli. Qui si va lisci, rotolando verso est, controvento, nelle sclacsonate continue dei motorini che fanno manovre indicibili quanto i miei moccoli. Per non parlare di chi va in bici, storto come non mai, e di chi guida con la faccia nei video del telefono, completamente imbambolato e inconsapevole di ciò che accade nei prossimi dintorni.
Più ci si avvicina al centro, più la situazione si fa caotica. Ma abbiamo scelto di allungare un poco la nostra traccia per scattare una foto bella, simbolica, di fine viaggio. Il luogo più iconico è lo skyline di Pudong, il quartiere ultramoderno, con grattacieli e torri, visto dalla sponda opposta del fiume, nella zona della Concessione inglese, all'altezza dell'antico edificio postale (monumentale). Oltretutto il nostro albergo è poi lì a 1.5km, comodissimo.
Scopriamo purtroppo in loco che tutta quell'area è vietata alle bici, anche condotte a mano. Nè sui marciapiedi nè sulle strade, a quanto pare, si può circolare, e veniamo a più riprese fermati da guardie ottuse e vigili ottusissimi, che addirittura chiamano i rinforzi quando cerchiamo di spiegare che vorremmo solo fare una foto rapida e andarcene. Nulla da fare. Io decido di salire a piedi su una piattaforma panoramica, mentre Alessio è talmente irritato che rinuncia. Chiedo a una coppia di stranieri di scattarmi qualche foto, e scopro che sono italiani. Qui ci sono tantissimi turisti da ogni parte del mondo, in primis Europa, India e Giappone. E la cosa mi stranisce, perchè è davvero tanto tempo che non vedo fisionomie diverse da quelle cinesi e non sento lingue altre rispetto al mandarino e ai vari dialetti. E non stavo affatto male, eh, anzi.
Torno da Alessio, e camminando, raggiungiamo un angolino, in teoria vietato anch'esso alle bici, dove riusciamo a farci qualche foto con i nostri possenti mezzi e lo skyline, prima che i merda in divisa inizino di nuovo a fischiarci addosso, intimandoci di andarcene.
E ce ne andiamo, tra vicoli un po' fatiscenti persi tra i grandi palazzi in stile europeo, art deco della quasi colonia che fu Shanghai dopo la disfatta delle Guerre dell'oppio, nella seconda metà del XIX secolo. Ora ci sono facciate monumentali, grattacieli di vetro e acciaio che ammiccano al cielo con i loro mille occhi di finestra e colonne monumentali. Ora, invece, casette di pietra, impalcature di bambu con vestiti appesi ad asciugare sulla strada e polverosi localini jazz.
Arriviamo in breve all'hotel, che è anche uno boutique di aromi e incensi profumati (non lo sapevo ovviamente), e qui tutto va proprio nel migliore dei modi: la camera è pulita e degna, le bici vanno al nostro piano in un atrio di servizio con i carrelli delle pulizie, e, rullo di tamburi, compare anche il mitico scatolone che, da Pechino, ho spedito qui quasi due mesi fa, con dentro tutto l'abbigliamento pesante e il materiale che mi è servito in Mongolia, ma non più in Cina. Onestamente, non ci speravo: in mezzo ci sono stati due tifoni, e poi non ero sicura di aver indicato correttamente indirizzo e recapiti. Inoltre, ho spedito tutto con le poste, e non con un corriere privato, ma il pacco è arrivato un mese e mezzo prima di noi. Nonostante avessi avvisato l'hotel qui, potevano tranquillamente averlo rispedito al mittente. E invece! Anzi, la receptionist è pure preoccupata perchè lo scatolone, con i tifoni, si è bagnato e un po' sformato... Io invece sono al settimo cielo, quasi come lo scorso anno, quando mi sono spedita bici e borse da Vientiane a un paesino sperduto nelle montagne del Laos, perchè non potevo trasportarle sul treno (cinese) veloce che dovevo prendere.
Dopo esserci sistemati, in modo più "definitivo", aprendo le borse senza l'idea di doverle richiudere domani mattina, ci laviamo e riposiamo un po'. Tra caldazza e traffico, adrenalina e piomba da fine viaggio, siamo cotti, e infatti ci addormentiamo una mezzoretta nella camera fresca. Poi usciamo a cena, con l'idea di approfittare della ricerca del ristorante per iniziare a goderci lo spettacolo delle luci della città illuminata. Il cosiddetto effetto wow, espressione che mi fa vomitare ma sto usando per riderne con Alessio, è immediato e colpisce alla testa appena si esce in strada. Ogni cosa è illuminata. E con ogni cosa intendo grattacieli futuristici dalle forme impensabili, ponti, strade, alberi, case, insegne; persino le nuvole sono rischiarate e riflettono i colori sparati con forza verso l'alto dei cieli. Sembra di essere in un film, in un videogioco, in una simulazione di realtà potenziata, resa più vivida, a tal punto che quasi quasi non pare vera. Alessio inizia a dire: "Che sboronata" dopo tre passi, e non smetterà per tutta la sera, pur non riuscendo, anche lui, a distogliere lo sguardo da questo immenso parco divertimenti da 30 milioni di abitanti (questa è la cifra al ribasso che propone Wikipedia). Per mangiare ho individuato un ristorante vegetariano, perchè c'era l'idea di festeggiare l'arrivo a un hotpot di quello da sfondarsi, ma fa troppo caldo per pensare ai brodoni bollenti, e però vorrei anch'io, che tendo a evitare la carne, avere un po' di scelta sul menu.
Il ristorante si trova nel quartiere antico. La città vecchia, nota come Nanshi (città del sud) risale al XVI secolo ed è una delle poche aree con elementi architettonici in stile tradizionale, e non europeo di Otto e Novecento, quando Shanghai era stata costretta ad accogliere mercanti inglesi e francesi, avendo la Cina perso la Guerra dell'oppio, e nemmeno ultramoderno. Qui, tra le mura, rimase il centro dell'attività politica cinese anche nel periodo delle concessioni. Qui ci sono numerosi templi ancora attivi (buddhisti, confuciani e taoisti) e il famoso giardino Yu, con annesso bazar. Inizialmente ci sembra tutto "finto", posticcio, ma, in breve, l'atmosfera vivace di bancarelle, street food e turisti a passeggio ci cattura e lascia in una condizione felice di sospensione dell'incredulità. Torneremo a visitare il giardino di giorno, mentre ora ci perdiamo nel dedalo di viuzze del mercato.
Troviamo il ristorante e ci lasciamo convincere dal ricco menu tutto vegetariano. Ci sono tanti stranieri, perchè qui in Cina, se non si ama la carne, la vita può diventare difficile. Accanto a noi una coppia di indiani, pare piuttosto benestanti, fa un casino pazzesco perchè trova il cibo poco saporito e non all'altezza delle loro aspettative, e tratta malissimo i camerieri, come solo certi ricchi maleducati sono capaci di fare. Il clou si raggiunge quando ordinano un piatto di tofu fermentato (in inglese chiamato stinky tofu, perchè ha un odore forte, come i nostri formaggi stagionati) e poi si lamentano del fatto che puzzi, pensando sia andato a male. E' come ordinare del gorgonzola e lamentarsi del fatto che ha la muffa. Se ne vanno stizziti senza pagare, lasciando i piatti mezzi pieni e tutto sporco sul tavolo e per terra. Mi stupisce sempre come persone privilegiate, che potrebbero stare davvero bene, o benissimo, a cui non manca nulla e potrebbero vivere felici, godendosi un agio che è privilegio, riescono a essere comunque arrabbiate e scontente per delle stupidaggini, o addirittura loro piccoli errori. Noi, di questi problemi, non ne abbiamo. Io mi gusto dei ravioli ai funghi che si sciolgono in bocca, e un contorno di verdure insaporite ad arte da spezie, tutto meravigliosamente buono!
Dopo cena, ci aggiriamo ancora un po' nel quartiere antico, trovandoci davanti prima al Tempio del dio della città e poi al Padiglione Huxin, del 1784 (dinastia Qing), al centro di un laghetto illuminato e "cosparso" di vapori. Nel 1855 fu inaugurato come casa da tè, molto apprezzata anche dagli inglesi. Vi si accede con un ponticello a zig zag, pensato per fermare gli spiriti maligni, che possono procedere solo in linea retta (che pirloni!) e per portare fortuna a chi lo percorre.
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| la più antica casa da tè di Shanghai |
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| lui vende strumenti tradizionali e intanto suona "Fischia il vento" |
Man mano gli edifici perdono la forma a pagoda e assumono quella dei negozi di legno tradizionali dei porti mercantili ottocenteschi. Ancora oggi sono ristoranti, locali, centri commerciali e alberghi, e, se si escludono le luci, gli schermi interattivi e la realtà aumentata, sembra di trovarsi nel dedalo di fumerie d'oppio, locande, bordelli, magazzini ed empori di 200 anni fa. Alle finestre vengono proiettate sagome di persone in abiti antichi, tra un edificio e l'altro sono appese file di lanterne o gabbiette di uccelli (finti) con tanto di cinguettio filodiffuso. Su alcune pareti scorrono foto storiche di Shanghai animate con l'intelligenza artificiale, e, a tutto questo, si aggiungono i negozianti in abiti tradizionali che vendono prodotti di artigianato locale. Un tuffo nel passato in 4 dimensioni!
Una volta fuori da questa zona, raggiungiamo il fiume Huangpu, affluente dello Yangtze che attraversa il centro città, e percorriamo il lungofiume nella zona della Bund Promenade. Da qui si gode di un panorama mozzafiato su Pudong, con le sue torri e i suoi grattacieli che ora, illuminati e riflessi nell'acqua, esprimono tutta la loro esuberante meraviglia. Ma si vede anche tutta la maestosa e fastosa grandezza degli edifici della Concessione inglese, anch'essi illuminati senza risparmio, dalla Banca alla Borsa, dalle Poste alla Dogana. Di qua dal fiume, i 150 anni del passato. Di là, il 150 nel futuro.
Avremo modo di visitare con calma questi luoghi, di giorno, senza folla (che comunque non è così ingestibile come altrove, in altri momenti), per apprezzarne la storia. Che non è lunga, ma è densa. Stasera vogliamo solo riempirci il cuore di questa vista, e lasciare che si posi leggera sulle infinite immagini che questo viaggio ci ha impresso nella memoria.
26/8
Shanghai
0km pedalati (e da qui al rientro sarà così), oltre 20 camminati
La prima cosa che si deve notare è il telecomando del wc, che è alla giapponese (hanno conquistato Shanghai due volte allora!) e ha un miliardo di funzioni smart, dal sensore di peso che fa partire lo sciacquone al getto multiplo lavaculo, per uomini e per donne, alle luci di vari colori alla possibilità di tenere la tavoletta a una certa temperatura.
La seconda è la tranquillità delle vie del centro al mattino, quasi deserte, senza auto e con pochi pedoni, ciclisti e conducenti di motorini elettrici. Dopo vari tentativi e qualche kilometro a piedi, troviamo un negozio di bici Giant e Liv vicino all'hotel che ha gli scatoloni. Ce li fa scegliere, perchè ce ne sono di varie misure, e pagare 50cny (6.5 euro). Li ritireremo domattina, visto che ora sono ancora pieni, con le bici nuove fiammanti all'interno. I due gestori del negozio ci propongono anche il servizio di smontaggio e imballaggio, ma per quello preferiamo arrangiarci noi. Già sistemare questa necessità logistica pre-partenza ci alleggerisce tantissimo, perchè ora mancano solo gli scatoloni per le borse e il nastro adesivo, entrambe cose reperibili con estrema facilità in una città come questa.
Così tranquilli, possiamo finalmente portarci, in metro, alla prima tappa di oggi: il mercato delle pulci di Yangpu, che si tiene proprio di mercoledì. Shanghai è una città da vivere passeggiando per i quartieri e lasciandosi assorbire dai luoghi e dalle attività che offrono, più che attraverso musei e marce forzate tra attrazioni storiche. E poi oggi è una giornata off, da vacanza e cazzeggio di fine viaggio. Quindi: shopping! Ma non nei centri commerciali fighetti. Qui. Dove tra i negozi di pappagalli e pesci e tartarughe da zuppa, i privati si ritrovano per allestire bancarelle improvvisate di... Qualsiasi cosa!
Tutta la prima parte è occupata esclusivamente da venditori di grilli portafortuna. Ce ne sono di ogni forma, dimensione, colore, alcuni enormi altri minuscoli. Alcuni sono tenuti in gabbiette di plastica grandi come un uovo, che paiono piccoli scolapasta doppi, altri in barattoli di vetro o di metallo, altri ancora in bastoncini cavi di bambù. Da un lato i venditori richiamano i passanti, dall'altro i clienti osservano, studiano, analizzano le povere bestioline con cura estrema, pur armati di sgabellino e lente di ingrandimento. Infatti ci sono grilli con il loro certificato, costosissimi, ma è necessario assicurarsi di non essere imbrogliati in questo delicato ed oneroso acquisto... E se poi non porta davvero fortuna?
"In Cina la passione per questi piccoli insetti è antica. Risale a secoli fa, probabilmente importata dai Manchu, la stirpe che calò dal nord a cancellare la dinastia Ming e a dare vita a quella Qing, l’ultima a sedersi sul Trono del Drago. Si dice che questa passione nasca dal raffinato piacere di poter ascoltare il canto della primavera anche nelle fredde e lunghe giornate invernali. Un tempo riservata esclusivamente all’imperatore e alla sua famiglia, con il passare del tempo si diffuse anche tra la gente comune e da lì nacque tutta un’arte per la scelta, l’allevamento e la cura di queste bestiole. Il trasporto stesso dei grilli divenne una forma d’arte. Le hulu, oggi in plastica o in vetro, un tempo venivano ricavate dalle zucche: il fiore della zucca appena sbocciato veniva inserito all’interno di uno stampo in creta in modo tale che, sviluppandosi e assumendone la forma, ricevesse in rilievo ciò che era stato inciso sullo stampo. L’arte della lavorazione delle hulu raggiunse vette raffinatissime con la creazione di esemplari in giada, avorio o legni pregiati. Come molte altre tradizioni anche questa subì uno stop durante gli ultimi decenni del secolo scorso ma, appena ce ne fu la possibilità, i laobaixing tornarono a coltivarla.
Oggi li trovi a decine a studiare, a discutere e a scegliere il proprio grillo davanti a “grappoli” di hulu o nelle teche dei banchi dei venditori. La scelta fondamentale è tra i grilli da combattimento, i ququ, piccoli e neri, e quelli da compagnia, più grandi e verdi, i guoguo.
I ququ sono i guerrieri, i gladiatori, vengono allenati dai loro proprietari “disturbandoli” con un filo d’erba per aumentarne l’aggressività e renderli pronti al combattimento. Alcuni di questi, i più pregiati, quelli che arrivano dalla provincia dello Shandong, possono costare anche alcune decine di migliaia di yuan. Trattati con tutti i favori, viziati, ben nutriti, la notte prima del combattimento riceveranno anche la “visita” di una femmina per aumentarne lo spirito da macho.
Tutto questo per arrivare alla Golden Week di inizio ottobre, uno dei periodi di festività del calendario cinese, durante la quale hanno luogo i più importanti tornei, dove i proprietari cercheranno di rientrare dell’investimento fatto. I grilli, divisi per categorie di peso, verranno calati in una piccola arena separati da un divisorio: Una volta che saranno diventati sufficientemente aggressivi, grazie allo stimolo dei loro proprietari, il divisorio verrà sollevato e inizierà il combattimento che avrà fine quando uno dei due inizierà ad evitare lo scontro, salterà fuori dall’arena o ne verrà gettato fuori.
I guoguo, invece, più mansueti e pacifici, hanno una vita serena e sicuramente più lunga. Nelle loro casette, in casa, saranno sufficienti un batuffolo di cotone imbevuto d’acqua e qualche chicco di riso per nutrirli, mentre, se verranno portati fuori casa, basterà tenerli al caldo delle tasche interne delle proprie giacche e il loro canto allieterà le giornate del loro proprietario.
Un laowai che in un mercato cinese chiede come si sceglie un buon guoguo, porterà inevitabilmente al radunarsi di una piccola folla prodiga di consigli. Un‘interminabile, animata, divertente ed affollata chiacchierata in cinese pessimo (il mio), in inglese meno che basilare (il loro) e grande gestualità (di entrambi) alla fine credo mi abbia portato a capire alcuni dei criteri che guidano la scelta. Questi dovrà essere maschio (lo si riconosce dai puntini che ne ricoprono la parte finale dell’addome), giovane (il grillo giovane avrà la pancia e le ali di un verde acceso, a differenza di un grillo anziano che le avrà più scure) e soprattutto sano (ali lunghe e antenne intatte, un grillo sofferente non sarà mai gioioso e non canterà).
Se si avrà avuto la sfortuna di aver acquistato un grillo “pigro”, basterà registrare sul cellulare il frinire di un grillo e riprodurlo ad alto volume: persino un grillo “pigro” penserà che ci sia un altro concorrente nei paraggi e accetterà la sfida canora! Il problema più serio si pone invece, al contrario, quando il grillo è troppo attivo e canta ininterrottamente. Solitamente un grillo canta quando la temperatura è superiore ai 25 gradi. Se nelle calde giornate estive si vorrà evitare di sentirlo cantare giorno e notte, il formidabile senso pratico cinese consiglia di chiuderlo in frigorifero!" (da cinainitalia.com)
Superata questa prima sezione dei grilli, si accede al mercatino coperto vero e proprio, in un angolo del parco. Innanzitutto, bisogna citare il caldo soffocante dei 40 gradi che ci sono qua sotto, resi ancora più intensi dalla cortina di fumo densissimo di sigarette e dall'odore pungente di cose, persone, e della latrina pubblica che rimane in un angolo del mercato. Posto questo impatto potente, che si mescola al vociare e alle urla e le risate dei commercianti, si comincia a camminare tra i corridoi, avendo cura di non schiacciare per sbaglio la merce, confusamente ammucchiata a terra. Ogni venditore propone una selezione propria di oggetti che vanno da anticaglie (teiere, pipe, soprammobili, ventagli) a cose semplicemente vecchie (abiti, scarpe, arredi domestici usati); ci sono i venditori di reliquie e oggetti religiosi o portafortuna (qui i due concetti si intersecano): pietre, medaglioni, statue di Buddha o draghetti, animali dello zodiaco, bracciali e collane, ciondoli con ossa, zanne, zampe. Alcuni sono costosi perchè considerati "veri" e capaci di attrarre buona sorte, altri, invece, plasticoni a scopo solo estetico, economici. Ampie sezioni riguardano l'oggettistica legata a Mao e alla Rivoluzione culturale: medaglie, busti, monete e francobolli, poster, libri, fumetti, piatti decorativi... Tutti con il faccione del Grande Timoniere o stelle rosse del Partito. In mezzo, si scovano timbri a sigillo e statuine, porcellane e boccette di profumi ancora più antichi, di epoca Qing. Per non parlare della sezione dedicata a macchine fotografiche e telefoni d'epoca (da 100 anni fa a l'altro ieri), foto antiche, quadri e stampe, o pure semplici portachiavi e souvenir, vere e proprie cinesate accatastate a mucchi polverosi. Interessante anche la zona biciclette arrugginite e strumenti musicali (cinesi e occidentali), e quella dedicata alla medicina tradizionale, con polveri strane ed erbe essiccate.
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| quelle verdi e pure i barattoli sono gabbie per grilli |
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| esaminatore di grilli |
Concludiamo, dopo aver passeggiato in lungo e in largo, alcuni ottimi affari, spendendo pochissimo per oggetti unici, introvabili altrove. La parola d'ordine è contrattare: in Cina si usa, e in luoghi come questi è proprio la base di una compravendita. Di solito si riesce a ottenere un prezzo che è la metà di quello proposto in prima battuta dal commerciante. Usciamo soddisfatti, storditi e affumicati, in un caldo devastante. Io ho una sorta di asma da troppo fumo di sigaretta inalato e Alessio ha così sete che entra a comprare un tè freddo in un negozio che vende esclusivamente tartarughe carnivore da zuppa, vive e in vasche marce... E tè freddo. Il quartiere di Yangpu è ben popolare, sopravvissuto ai piani di rinnovamento edilizio che hanno investito (letteralmente, come un mezzo in corsa) Shanghai. Palazzi fatiscenti, di lamiere e filo spinato, si susseguono in uno sventolare di panni stesi.
Nella lunga corsa in metro per ripercorrere a ritroso i 9km verso il centro, studiamo meglio i nostri acquisti. Questi sono i miei, Alessio aggiunge una pipa da oppio intarsiata e un libretto rosso. Lo so, alcuni sono deprecabili. Ma potevamo farne a meno? Io non credo. E tutto questo (che sono oggetti originali d'epoca -due libri illustrati, un orologio da taschino con catena e due medaglioni in legno e pietra del Buddha) è costato 10 euro.
Quando usciamo dalla metro sembra di essere in un altro universo. Ci stiamo dirigendo verso la via pedonale dello shopping, Nanjing road, e, per raggiungerla, attraversiamo alcuni quartieri di enormi centri commerciali, sedi di banche e aziende. Anche noi, per sfuggire al caldo e fare una piccola pausa pranzo, approfittiamo di un gigantesco mall di cui ci attrae il ristorante vietnamita. I profumi e i sapori mi risvegliano con dolce nostalgia i ricordi del viaggio dello scorso anno. Il Vietnam resta nel cuore, c'è poco da fare.
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| viet tofu |
Riportata la temperatura corporea a un livello accettabile, proseguiamo la passeggiata. Ci imbattiamo in diversi edifici in stile art decò di epoca coloniale, compresa una chiesa ortodossa in mattoni, ma pure in una moschea del 1917 dall'inconfondibile cupola dorata. Shanghai è sempre stata una città cosmopolita e multietnica, anche malgradi i cinesi. C'è infatti anche una (rara) sinagoga, costruita da ebrei russi aschenaziti nel 1928 e divenuta cuore del ghetto ebraico negli anni '40. Qui migliaia di ebrei sono riusciti a salvarsi, fuggendo dall'Europa nazista, e alcuni hanno fatto fortuna, aprendo locali di successo, in parte ancora in attività. Un museo ne racconta la storia.
Nanjing road è la storica via dello shopping di Shanghai. Interamente pedonale, va dal Tempio Jing'an al Bund e si divide in due sezioni. La prima è dedicata ai turisti, ai souvenir e alle insegne colorate che rubano lo sguardo. La seconda è più raffinata e offre brand di lusso, alta moda, gioiellerie e orologi, ma pure hotel a cinque stelle e ristoranti finissimi. Torneremo anche stasera, quando la via si anima e tutte le insegne si illuminano. Per ora ci godiamo una camminata e qualche incursione nei negozi, in particolare le librerie (che sono immense).
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| nei negozi di tecnologia si vende di tutto, non ultimi robot di vario tipo. Cani robot, giocatori di scacchi e dama robot... |
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| i trenini elettrici percorrono la via in su e in giù |
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| gatto fruttivendolo |
Ci soffermiamo a lungo anche nella libreria "I love Shanghai", una delle più grandi della città. Sono 6 piani di cultura, organizzati meravigliosamente, un'oasi di pace nel caos della metropoli. Appena si entra si viene "assaliti" da un banchetto con le ultime opere del presidentissimo Xi Jinping; al primo piano ci sono solo opere del Partito, ma poi salendo, si trova tutto il resto, su spazi immensi, intervallati da sale lettura, caffetterie e spazi con panche e sedie davanti a grandi vetrate panoramiche. In effetti è pieno di gente che legge, anche banalmente seduta a terra, negli angoli, nei corridoi e appoggiata agli scaffali. I ragazzini sono chiusi sui manga o sui libri di scuola a far compiti, i bimbi hanno a disposizione un'incredibile varietà di titoli super accattivanti, con giochi inclusi, colorati, belli. E pure la scolastica è incredibile, con libri dalla struttura sensibilmente diversa rispetto ai nostri, anche solo nell'impaginazione, e scaffali e scaffali di soli test di preparazione ai difficilissimi esami di accesso alle università, con cui i giovani qui si giocano la carriera e in parte la vita (e la pressione è davvero forte). Alessio acquista un po' di libri per proseguire nei suoi studi di cinese, tra cui alcuni per bambini, per imparare bene a scrivere i caratteri (cosa talmente complessa che i cinesi, pur di bypassarla, si sono inventati tutto il concetto di messaggi vocali nelle chat). Gli propongono anche una penna smart che, passata sulla carta stampata, legge e traduce da qualsiasi lingua in qualsiasi altra lingua. Incredibile la tecnologia! Ma in effetti anche solo l'AI che usiamo qui quotidianamente e strumenti come Lens sono pazzeschi e semplificano la vita in modo impensabile fino a qualche tempo fa. Io vengo avvicinata da un signore anziano molto a modo, vestito con una camicia coloratissima e pantaloni chiari, come qui usa, che mi chiede da dove veniamo, quanto stiamo, che impressione ci abbia fatto Shanghai e la Cina in generale, ed è molto contento del mio entusiasmo. Mi fa i complimenti per lo stile (e dire che sono in condizioni pietose, sudata, con una delle due magliette che regge da due mesi e mezzo, lercissima, i capelli sfatti e da tagliare... Eppure). Penso che se un cinese della sua età parla così bene inglese deve avere una storia interessante alle spalle.
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| se compri il libro di matematica di Alice nel Paese delle meraviglie, hai una t-shirt a tema in omaggio |
Condivido qui anche un momento di stupore vissuto nel trovare, nella sezione dedicata allo studio delle lingue straniere, qualche grammatica latina. Alcune della Cambridge, altre di autori italiani... Con pure riferimenti al greco antico. Greco antico-cinese è un viaggio mentale e filologico che noi non siamo pronti nemmeno a immaginare.
Dopo questa scorpacciata di shopping, caldazza e cultura, torniamo in hotel a rinfrescarci un attimo. Ma a Nanjing road torniamo poi la sera, dopo una cena a base di naan, verdure e carne di montone dello Xinjang, per vederla illuminata. C'è un casino allegro, coloratissimo, esagerato per luci e insegne smart con video in 3D che è impossibile non fermarsi a guardare perchè son vere e proprie opere d'arte. E se nei negozi si vendono marchi di lusso e oggetti ipertecnologici, per strada ci sono loschi figuri che abbordano i turisti sussurrando "fake watch fake bags fake clothes", e mostrando qualche foto su tablet o smartphone. Non dirò che Shanghai è la capitale degli oggetti taroccati... Ma lo è. Da qui partono per tutto il mondo centinaia di migliaia di container pieni di oggetti contraffatti, e ci sono enormi fake market in cui si può acquistare anche al dettaglio. Pensate a una cosa, una qualsiasi, a cui avete rinunciato dopo aver visto il prezzo. Qui c'è. Con uno, due o tre zeri in meno sul cartellino. Ovviamente patacca. E poi ci sono venditori ambulanti di oggettucoli che definiremmo cinesate: rotelle da attaccare alle scarpe, che si illuminano, rose dorate, spilloni per capelli con led, e così via. Insomma, si fa commercio. Alla luce o nell'ombra. Il capitalismo è spietato anche, o forse soprattutto, quando è di Stato.
Cammina cammina, arriviamo al Bund, e ci compare davanti la sagoma inconfondibile della Oriental Pearl TV Tower, con i suoi 468 metri di tracotanza luminosa, qui incorniciata da hotel di lusso e grandi magazzini che risalgono agli anni '20 del secolo scorso.
Sazi di luci e colori, di vita e fermento, con questa visione splendida ci ritiriamo in hotel, chè domani ci attendono diversi appuntamenti importanti.
27/8
Shanghai
Oggi sono successe diverse cose, attese e non, tutte positive. Ne farò un allegro breve elenco. In primis, alle 10 esatte siamo davanti al negozio di bici della Giant, per ritirare i nostri scatoloni. Il proprietario arriva molto in ritardo, tutto assonnato, con gli occhi ancora più fessurati, e quasi non si ricorda di noi (e dei soldi che gli abbiamo anticipato). Ma poi compare con gli scatoloni, e ce ne andiamo contenti. Nel frattempo noto che all'interno del negozio c'è una grande gabbia di legno e vetro, larga un metro e alta 3, a più piani e piena di giochi, in cui sta uno strano gatto nero iperattivo, che fa agguati alle mie dita e cerca di dar loro la caccia attraverso le fessure. Strana cosa, evitabile.
Torniamo in hotel a piedi, portandoci gli scatoli con fatica, a causa del vento che li trasforma in vele, sotto lo sguardo curioso di molti. E quello un po' atterrito del receptionist, che ci vede continuamente portare tra camera e deposito altro ciarpame ingombrante. Li sistemiamo vicino alle bici, e mando a Gigi le misure così da capire se, quando verrà a prendermi in aeroporto (grazie!), ci stia nella mia auto o meno. Dovrebbe starci.

Siccome sono le 11, e alle 16 dobbiamo essere a 5km da qui, nello studio di tatuaggi dove abbiamo appuntamento da settimane, decidiamo di non allontanarci troppo e stare nella zona della città vecchia, a curiosare tra i mercatini per qualche souvenir. Torniamo alla teahouse settecentesca, tra negozi e templi in legno con i tetti a pagoda. C'è un gran movimento di turisti ancora, e sentiamo tanti italiani nel vociare confuso.
Tra una bancarella e un negozio, finiamo a un certo punto in un loschissimo centro commerciale da 6 piani, ma non luminoso e ordinato, al contrario, un po' buio, pieno di pile di merce accatastata alla rinfusa. Capiamo che è una sorta di mercato all'ingrosso, dove si vendono merci per local ma pure i souvenir e le chincaglierie che vengono poi rivendute, sovrapprezzate, ai turisti, nei negozi affacciati alle strade principali. Oltre ad acquistare il nastro adesivo che ci servirà per chiudere gli scatoloni, potremmo, e dico potremmo, aver comprato delle felpe "Adidas", le famose Tang Jacket, produzione limitata per il Capodanno cinese diventata virale negli ultimi mesi, che ora si trova, se va bene, a 150 euro. Se si trova. Qui, contrattando bene bene la si può pagare 25. Con una maglietta con dragonetto in quasi omaggio.
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Girando tra strani individui che ci propongono fake watch e gioielli, e altri che vogliono venderci giocattoli, mi imbatto in una signorina che sta spacchettando quintali di ventagli e set con bacchette e teiere da regalo. Contenute in grandi scatoloni di cartone che sarebbero perfetti per contenere i nostri bagagli. Sfacciatamente (ormai ho la riga del culo in mezzo alla faccia, a furia di contrattare) le chiedo se possiamo prenderli. Lei dice di sì. Per quanto? Gratis, prendeteli e basta. E così abbiamo pure risolto il penultimo cavillo logistico (l'ultimo è il transfer verso l'aeroporto, che andrà gestito separatamente perchè Alessio parte da Hongqiao, mentre io da Pudong, e a mezza giornata di distanza. Lui viaggia con AirChina e fa scalo a Pechino, io con Emirates e fermo a Dubai).
Così carichi e soddisfatti ce ne torniamo in hotel, facendo rabbrividire ulteriormente il receptionist, che ci vede entrare ancora con altre scatole grandi, altri sacchettoni, e altro ciarpame.
Mentre Alessio è in doccia e io in attesa per il mio turno, ricevo un messaggio dallo studio di tatuaggi che ci informa che il cliente prima di noi ha disdetto l'appuntamento, quindi, se vogliamo anticipare, possiamo andare anche subito. E ci mancherebbe! Doccia al volo, maglia del dragonetto portafortuna e siamo subito in metropolitana per portarci in un quartiere da archeologia industriale, tutto però rimodernato. Lo studio di tatuaggi si chiama "I don't INK so". E' uno dei più rinomati della città, e infatti ci lavorano artisti di fama internazionale, che spesso ospitano loro colleghi dall'estero. Sono specializzati, tra le altre cose, in tatuaggi tradizionali cinesi, calligrafia e sigilli. Che è esattamente ciò che serve a noi, motivo per cui li abbiamo contattati, già settimane fa, per accordarci sui disegni e sul progetto. Le mie idee grandiose sono state smontate presto da preventivi importanti, ben lontani dalle cifre spese a Singapore e ad Hanoi. Ahimè, ho dovuto rivedere tutto il da farsi, ma sono comunque giunta a un dunque assai soddisfacente. Alessio, invece, ha un'idea molto più chiara e semplice, è partito ed ha finito senza revisioni. Su di lui lavorerà solo una artista, su di me due: la sua e un altro.
Arriviamo a destinazione tra vecchie fabbriche e ciminiere in mattoni che ora ospitano laboratori di artisti, gallerie e boutique di artigianato di lusso.
Lo studio si trova nel fu Mattatoio Municipale di Shanghai, costruito nel 1933 su progetto dell'architetto britannico Balfour (che forse, e dico forse, faceva ampio uso di oppio). L'edificio è una struttura in cemento celebre per i suoi elementi distintivi – tra cui solai a piastra piana, colonne a forma di ombrello, passerelle sospese, scale a chiocciola e corridoi per il bestiame – che fondono lo stile dell'antica Roma con il concetto cinese di "cielo rotondo e terra quadrata". Si tratta dell'unico esempio ben conservato tra i tre mattatoi simili realizzati all'epoca in tutto il mondo; oggi è diventato un punto di riferimento che coniuga cultura, creatività e svago. Molti appassionati di fotografia sfruttano il gioco di luci e ombre della struttura per esaltarne le linee geometriche e il senso dello spazio; la luce solare intensa permette di catturare i contrasti grafici creati da tali alternanze. Tuttavia, l'atmosfera degli interni conserva un che di inquietante. E il nostro studio di tatuaggi non può che essere qui!
Una volta saliti, veniamo accolti da tutto lo staff: la receptionist, unica a parlare inglese, con cui ci siamo interfacciati su Instagram: ragazza non binaria, con capello corto, piercing e tatuaggi, binder a vista e calzini arcobalenati. La minitatuatrice buddhista, probabilmente sua fidanzata, e il grande tatuatore dei sigilli, con il viso da nerd e delle cicatrici da tagli da autolesionismo sulle braccia, un po' coperti dai tattoo. Iniziano con il mio progetto, facendo varie prove per piazzare i vari elementi nel modo più armonico possibile, in linea tra loro e con i miei muscoli e tendini. Trovata la quadra, Hanyu inizia a tatuarmi il sigillo, in rosso, un timbro imperiale personalizzato con il disegno di una volpe e una frase tratta dal capitolo 64 del Tao Te Ching di Lao Tzu, fondatore del taoismo: un viaggio di mille miglia inizia con un singolo passo (千里之行始于足下). Che è pure diventato un proverbio della saggezza popolare cinese. Accanto, Renfang, disegnerà in nero un ramo di bambù, simbolo di resilienza. Piegarsi senza spezzarsi, essere leggeri, flessibili, resistenti, crescere in fretta. Nell'insieme, sembra una stampa o un quadro ad inchiostro dell'arte millenaria cinese. E il ramo si fonde, al gomito, con una delle mie cicatrici. Tutto si tiene.
Alessio invece ha optato per una scritta di quattro caratteri, in un corsivo che indica l'armonia universale sotto al cielo. Sono tutti piuttosto incuriositi sia dal nostro viaggio sia da come siamo giunti a scegliere questi tatuaggi, e la receptionist ci fa tanta tante domandine intelligenti che mi fanno pensare che, se i cinesi parlassero più inglese, o noi più cinese, avremmo fatto delle belle conversazioni profonde con le persone incontrate in questi mesi.
A cose fatte, veniamo anche fotografati con tutti i crismi su set super professionale, per finire sui loro social. Bene così, significa che anche loro, come noi, sono soddisfatti del risultato!
Alle 18.30 siamo fuori. E' già quasi buio. Alessio ha così fame che ci fermiamo a mangiare due spiedini in un ristorantino al piano terra del mattatoio, di cui lascio qui qualche foto scattata entrando, nelle pause e uscendo.
Siamo stancherelli, quando si fa un tatuaggio il picco di adrenalina è sempre abbastanza alto, prima e durante, ma poi, quando la tensione si scioglie e resta la soddisfazione per l'opera compiuta, cala la piomba. Così ci portiamo in metro verso l'hotel, con l'intenzione di prendere ancora qualcosina al volo da mangiare e rientrare in hotel, dove facciamo anche una lavatrice, forse l'ultima di questo viaggio -o forse sarebbe meglio di no.
Tra le grandi luci della metropoli, chiudiamo così anche questa giornata. Ne abbiamo ancora 3 insieme, qui, da turisti. Lunedì 31, invece, ci saluteremo: Alessio andrà in aeroporto in tarda mattinata, io nel tardo pomeriggio. Ci sono ancora tante cose da vedere e da fare qui. Conto di scrivere il prossimo aggiornamento una volta a casa, a impressioni sedimentate. Per ora la Cina è ancora troppo vicina e tutto è forte e intenso e vivo, e non si possono ancora tirar somme. Sempre che, più in là, si riesca!
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