giovedì 18 agosto 2022

39-40. Leggere Neruda a Machu Picchu. Il paisaje sagrado, Una delle sette meraviglie del mondo



Dai boschi, dalle ferrovie d'inverno,
io, conservatore di quell'inverno,
del fango
in una strada affaticata, miserabile,
io, poeta oscuro, ho ricevuto in fronte il bacio della pietra
e le mie angosce si son purificate.
(Neruda, Gli uomini)




Entonces en la escala de la tierra he subido
entre la atroz maraña de las selvas perdidas
hasta ti, Macchu Picchu.
Alta ciudad de piedras escalares,
por fin morada del que lo terrestre
no escondió en las dormidas vestiduras.
En ti, como dos líneas paralelas,
la cuna del relámpago y del hombre
se mecían en un viento de espinas.

Madre de piedra, espuma de los cóndores.

Alto arrecife de la aurora humana.

(Neruda, Aluras de Machu Picchu)







Martedì, 16/8
Aguas Calientes
10km a piedi e molto relax

Una meritata giornata di riposo prima del grande evento, così è stato questo post-Ferragosto (che qui in Perù, cattolicissimo, curiosamente non viene festeggiato). Siamo stati bravi, veloci, precisi e affilati nell'attraversare i mondi come una freccia dalla punta in ossidiana, che siamo arrivati in anticipo, e abbiamo guadagnato 24 ore, ventiquattro!, di relax.

Questa notte ho fatto tardissimo per caricare le foto, a causa della connessione a internet molto precaria, e quindi poi ci siamo alzati tardi per gli standard locali, alle 8, e siamo rimasti a far colazione, a scrivere e cazzeggiare sui social per un paio d'ore. Quando il sole si è fatto avanti tra le coltri di nebbia e nubi che gravano ogni notte su questi monti, anche noi ci siamo tuffati per le vivaci strade di Aguas Calientes.

Prima siamo saliti fino alla cima del paese, attraverso piacevoli piazzette illuminate da un timido solicello, fino alle sorgenti termali (onde il nome del pueblo). Io non sono una fan delle piscine, delle vasche e dei pentoloni d'acqua dove cuociono insieme le micosi e le verruche dei non "rari nantes". Ergo guardo, apprezzo, e me ne tengo lontana. So che è una fisima mia, come quella di non camminare sulle grate, mala accolgo e la accetto. In ogni caso la folla, vista l'ora non tarda, era piuttosto contenuta, al pari dei prezzi (20 soles, 5 euro, a persona per l'ingresso + eventuale noleggio costumi e asciugamani).



perro andino glabro con ciuffo e cappotto; si chiamano perros calatos (cani nudi) e sono addomesticati da oltre3000 anni. Compaiono raffigurati su ceramiche moche, chimù e chanchay



Il paese si sviluppa lungo due assi: la ferrovia, che segue l'Urubamba, e il suo affluente termale, che crea un piccolo canyon. Il centro, per quanto irto di salite, discese, punti e scalinate, sa di città vivace, moderna, pulita, capace di accogliere i turisti con standard decenti. Appena ci affaccia alle vie esterne, ecco la terra di nessuno, gli edifici diroccati o mai compiuti, tra la foresta che cerca di riprendersi i suoi spazi e le pendici delle montagne.






Scendiamo nella piazza centrale, dove si trova la chiesina e una massa inquietante di turisti in coda alla biglietteria per il sito archeologico. C'è fermento, ci sono malumori e brusio teso. Ci sono anche molti addetti che dispensano informazioni e pure un buon numero di agenti di polizia. A quanto pare qui è frequente che i passanti, sprovvisti di biglietto e impossibilitati ad acquistarne uno (perchè gli accessi sono a numero chiuso, a orario stabilito e si esauriscono spesso con mesi di anticipo) insorgano. E infatti l'aria è frizzantina anche oggi. Ci allontaniamo, per goderci il nostro giorno di riposo senza casini di sorta.



La piazza è comunque incredibilmente pittoresca, con la sua statua dell'inca Pachacutec, che probabilmente fece costruire Machu Picchu come residenza privata per sè e la sua corte, nonchè come affermazione di potere e vicinanza alle divinità dell'acqua, del sole e dei monti, incorniciata dalle vette coperte di folta vegetazione.



Scendiamo ai binari, che sono la spina dorsale del pueblo. Se ieri sera abbiamo acquistato i biglietti del trenino per tornare lungo i 10km di trail (non abbiamo tempo di ripercorrerli di nuovo all'indietro, visto che poi dobbiamo anche recuperare le bici a Hidroelectrica e ri-pedalare fino a Santa Teresa), ora ci dirigiamo agli uffici Consettur per rimediare i biglietti del bus fino all'ingresso del sito. E' una camminata di circa due ore e noi abbiamo solo una mattinata per visitare il sito archeologico. Per quanto mi dispiaccia non salire a piedi, preferisco dedicare tutto il tempo disponibile alla visita delle rovine.




Ci muniamo di biglietti e facciamo ancora due passi in centro, tra ristoranti, pasticcerie, centri massaggi per camminatori distrutti e mercati artigianali.
Poi usciamo dal paese nella stessa direzione da cui siamo arrivati ieri, diretti al Museo de Sitio Manuel Chavez Ballon.
La meraviglia di questa valle santa e benedetta dai numi del "paesaggio sacro" rimane comunque, sempre, la protagonista e ruba lo sguardo ad ogni passo.



Dopo un'attesa di mezz'ora, perchè una guardia ha deciso così (avrà mangiato piccante ieri sera e i turisti oggi non li può vedere perchè gli brucia il culo), superiamo Puente ruinas. Da qui parte la tortuosa via che sale al sito.



Noi ne percorriamo, però, solo un breve tratto, per raggiungere il museo (che, a differenza di quanto scritto nella guida, è gratuito; si accede con il biglietto per le rovine). Qui sono spiegati, in dettaglio, la storia di Machu Picchu, la sua scoperta e gli scavi, gli studi, gli enigmi risolti e quelli ancora irrisolti. Ci sono alcuni reperti, molte foto e un interessantissimo documentario che, a mio avviso, è fondamentale per capire bene bene ciò che si va poi a visitare. Ci godiamo ogni sala, e l'aspettativa per la meraviglia del mondo non fa che salire e salire.



Quando usciamo, non ci lasciamo sfuggire una passeggiata nell'adiacente giardino botanico, che raccoglie una meravigliosa quantità della flora autoctona, in particolare orchidee e fiori di cui, mea culpa, non so nulla se non che sono spettacolari e mai visti.










Torniamo sui nostri passi, lasciandoci alle spalle la strada che imboccheremo, e per intero, domani all'alba.





Prima di rientrare facciamo un salto anche nel mariposario, dove però è in corso una gita scolastica di bimbi della scuola materna e quindi è momentaneamente chiusi i visitatori.








Rientriamo in paese, la folla in piazza si è abbastanza dispersa e ne restano solo sparuti gruppi nelle zone d'ombra, perchè, nel frattempo, ha iniziato a fare veramente caldo (e sono rispuntati i malefici pappataci Autan-resistenti). Diamo un'occhiata all'interno della chiesa, per quanto l'esterno resti comunque più affascinante.



E' un orario a metà tra il pranzo e la merenda, quindi optiamo per una peligrosa maialata, ma in una pasticceria molto quotata e apparentemente sicura. Domani scopriremo se questa panna è affidabile. Sicuramente è buona oltremodo, come la cioccolata che la accompagna.



Rientriamo in hotel e, dopo aver concordato con la signora Rina dell'hotel di uscire domani alle 7, così da incrociare il suo amico del ministero della cultura che ci può anticipare l'ingresso al sito, sprofondiamo in un sonno profondo e senza sogni.

Usciamo a cena dopo una doccia ristoratrice e scopriamo che, per ingannar l'attesa tra una portata e l'altra, qui si usa molto il jenga. In alternativa, gli scacchi, ma non con bianchi e neri, bensì con inca e conquistadores.


Rientrati, sistemo le tappe da qui alla fine del viaggio. Pur con qualche incognita, come la navigazione sul fiume Ene, nel VRAEM, zona di narcos, è tutto pronto. Sorpresina: abbiamo ancora un passo da 4800m da affrontare. E vabe', si farà!



Mercoledì, 17/8
Aguas Calientes - Machu Picchu- Santa Teresa
9km in bici post visita al sito archeologico e trekking a Waynapicchu

La sveglia suona all'alba. E' il gran giorno, il giorno della meraviglia. Colazione e via, per le strade fredde e umide di Aguas, insieme a Rina, che ci porta dal suo amico del ministero. Un timbro, due parole, un gracias e via, siamo abilitati ufficialmente ad accedere al sito archeologico di Machu Picchu. Ci mettiamo in coda per il pullman, tra turisti assonnati e imbozzolati in chompas e ponchi variopinti. Saliamo dopo breve attesa e ci inerpichiamo su per gli stretti tornanti, in una nebbia fitta e densa come latte fresco, che trasforma le vette di queste montagne in paesaggi fiabeschi.



Si scende, finalmente, ci siamo! In primis, per quanto poco poetico da raccontare, si deve fare pipì: l'unico bagno è fuori dal sito. Per le prossime quattro ore o più bisogna tenerla. Anche perchè se si esce non è possibile rientrare, e la pipì nel tempio del condor non è contemplata. A quest'ora c'è poca gente e non c'è coda per entrare. Non almeno al nostro percorso, il D, "lungo basso", l'unico possibile se vuole anche scalare una montagna per vedere il sito dall'alto. Dovete infatti sapere, nel caso vi interessi visitare questo luogo, che non si può girare liberamente tra le rovine ma è necessario seguire percorsi a senso unico, circolari, rigidamente definiti, con guardie che controllano di continuo. Inoltre, essendo i posti giornalieri limitati, i biglietti si esauriscono con mesi di anticipo. Noi abbiamo avuto un gran culo, perdonate il francesismo, a trovare posto, e quel che volevamo, nel giorno che volevamo, con solo una manciata di giorni di anticipo. Gigi ed io seguiremo entrambi il percorso D, che rimane nella parte bassa delle rovine. Poi ci divideremo: lui scalerà Huchuypicchu, il nuovo sentiero che permette di guardare las ruinas dall'alto, ma da vicino, con una breve camminata che sale di una cinquantina di metri. Io, invece, affronterò Waynapicchu, che sale fino a 2700m con scale ripidissime dette amichevolmente "della morte". Vedremo tra poco.



Il labirintico intrecciarsi di terrazzamenti, mura, case, templi, canali e fontane si dispiega quasi subito allo sguardo. Questa città è stata costruita per essere esposta alla luce del sole il maggior numero di ore, ma dal basso è impossibile vederla, protetta com'è e fusa quasi indistinguibile dalla roccia delle montagne. Gli spagnoli, qui, non giunsero mai.

"Fatta eccezione per una coppia di avventurieri tedeschi, che intorno al 1860 saccheggiarono il sito con il benestare del governo peruviano, e per qualche nativo quechua, nessuno era a conoscenza dell’esistenza di Machu Picchu fino al 1911, quando lo storico americano Hiram Bingham, guidato da alcuni abitanti del posto, lo scoprì casualmente.[...]
Bingham era alla ricerca della città perduta di Vilcabamba, l’ultima roccaforte degli incas, e credette di averla trovata a Machu Picchu. Ora sappiamo che i resti di Vilcabamba sono le sperdute rovine di Espíritu Pampa, nel profondo della giungla. Al tempo della loro scoperta, le rovine di Machu Picchu erano ricoperte da una fitta vegetazione e l’équipe di Bingham dovette così accontentarsi di tracciare una mappa approssimativa del luogo. Bingham ritornò nel 1912 e nel 1915 per intraprendere il difficile compito di liberare le costruzioni dalle piante che crescevano da secoli indisturbate e, in quell’occasione, scoprì anche alcune delle rovine che oggi si possono incontrare sull'Inca Trail (nel corso dei suoi numerosi viaggi, Bingham portò migliaia di manufatti negli Stati Uniti. L’archeologo peruviano Luis E. Valcárcel intraprese ulteriori studi nel 1934; le ricerche furono approfondite da una spedizione di archeologi peruviani e americani, guidata da Paul Fejos, nel 1940 e nel 1941. 



Nonostante questi e altri studi più recenti, su Machu Picchu si hanno solo notizie frammentarie. Ancora oggi gli archeologi sono costretti ad affidarsi a supposizioni e a ipotesi più o meno attendibili su quale fosse la sua vera funzione. Alcuni ritengono che la cittadella sia stata fondata negli anni di decadenza dagli ultimi incas, nel tentativo di preservare la loro cultura o di riconsolidare il proprio potere, mentre altri pensano che Machu Picchu fosse già disabitata e dimenticata al tempo della conquista. Secondo un’ipotesi più recente si trattava di un luogo di ritiro o di una residenza reale di campagna di Pachacutec, abbandonata all’epoca dell’invasione spagnola dopo la guerra civile. Il direttore del sito è convinto che Machu Picchu fosse una città, un centro politico, religioso e amministrativo. La sua posizione e la scoperta di almeno otto vie di accesso suggeriscono che il sito fosse un nodo commerciale tra l’Amazzonia e gli altopiani, senza contare il valore simbolico di connessione con gli elementi naturali: apu, acqua, sole, costellazioni.
L’eccezionale qualità delle costruzioni di pietra e l’abbondanza di strutture ornamentali indicano chiaramente che Machu Picchu era un centro cerimoniale di grande importanza. In effetti, in qualche modo, lo è ancora: Alejandro Toledo, il primo presidente andino del Perú, ha organizzato qui la sua festa di insediamento nel 2001." (liberamente tratto dalla guida Lonely Planet).




Quando si segue il percorso di vista si passa attraverso luoghi il cui nome dovrebbe in qualche modo richiamare la loro funzione originaria, per quanto si tratti in gran parte di supposizioni ancora da confermare. Il nostro circuito ci conduce dalla zona agricola al sistema di drenaggio delle acque e irrigazione (sofisticatissimo e degno dei più moderni ingegneri). Poi al complesso del tempio del sole e al palazzo reale.





Ciò che mi colpisce, più ancora dell'abilità tecnica, di ingegneria e artigianale, è il profondo senso di sacralità che questa roccia ispira. Ieri ho appreso del paisaje sagrado, cioè la radicata ideologia inca che tutto fosse pieno di dei, anzi, tutto fosse divinità: l'aria, il cielo, l'acqua, la terra, le cime innevate e le foreste. E che per ottenerne i favori non solo fosse necessario sacrficare i lama, i bambini, la chicha e il raccolto, ma anche disporsi in una postura di perfetto equilibrio, di connessione e fusione con gli elementi. Ed ecco la pietra scalpellata e scolpita che si fa tutt'uno con la montagna, il tetto con la vetta, le fondamenta con le radici, in un luogo orientato perfettamente con i punti cardinali, le valle, i fiumi e le cime più alte. Un catalizzatore di energia vitale, un'antenna parabolica per comunicare con l'oltreumano. E infatti c'è anche l'intihuatana, il palo per legare il sole, sulla sommità delle rovine








Così, camminando sospesi sul filo del tempo, tra arte e natura, tra tecnica e sacro, proseguiamo tra queste pietre perfettamente lavorate, mentre poco a poco la nebbia si dirada e muta di forma in volute che paiono fumo d'incendio, d'incenso.





Penso a Neruda, al suo Canto Generale, di cui fa parte Alture di Machu Picchu. Ne rileggo dei brani.

Allora sulla scala della terra sono salito,
tra gli atroci meandri delle selve perdute,
fino a te, Machu Picchu.
Alta città di pietra scalinata,
dimora degli esseri che il terrestre
non poté celare nelle vesti assonnate.
In te, come due linee parallele,
la culla del tempo e quella dell’uomo
si dondolano in un vento di rovi.

Madre di pietra, schiuma dei condor.
Alta scogliera dell’aurora umana.
Pala sperduta nella prima spiaggia.
Questa fu la dimora, questo è il luogo:
qui salirono i grossi chicchi del granoturco
e scesero di nuovo come grandine rossa.

Qui la gugliata sfuggì dalla vigogna
per vestire gli amori, i sepolcri, le madri,
il re, le preghiere, i guerrieri
.



Qui i piedi dell’uomo riposarono la notte
accanto ai piedi dell’aquila, nelle alte tane
carnivore, e all’alba
calpestarono con i piedi del tuono la nebbia rarefatta,
e toccarono le terre e le pietre
per poi riconoscerle nella notte e nella morte.
Guardo i vestimenti e le mani,
la traccia dell’acqua nella cavità sonora,
la parete addolcita al contatto d'un volto
che guardò con i miei occhi le lampade terrene,
che unse con le mie mani gli scomparsi legni:
perché tutto, vesti, pelle, vasi,
parole, vino, pani,
tutto scomparve e ritornò alla terra.

E l’aria calò con dita
di zagara sui dormienti:
mille anni di aria, mesi, settimane di aria,
di vento azzurro, di ferrea cordigliera,
trascorsi come soavi uragani di passi
a levigare il remoto recinto della pietra.




Pietra sulla pietra, e l’uomo dov’era?
Aria nell’aria, e l’uomo dov’era?
Tempo nel tempo, e l’uomo dov’era?
Forse la particella infranta fosti
dell’uomo incompiuto, dell’aquila vuota
che sulle strade d’oggi, sulle orme,
che sulle foglie dell’autunno morto
si stritola l’anima fino alla tomba?
Povera la mano, il piede, la vita...
Forse i giorni di luce sfilacciata
in te, come la pioggia
sopra le banderillas della fiesta,
diedero, petalo a petalo, il loro cibo
oscuro alla bocca vuota?
Fame, corallo dell’uomo,
fame, pianta segreta, radice dei taglialegna,
fame, è salita la tua linea di scogli
sino a queste alte torri distaccate?



Io t'interrogo, sale delle strade,
mostrami il cucchiaio, lasciami, architettura,
raschiare con uno stecco gli stami di pietra,
salire tutti i gradini dell’aria fino al vuoto,
grattare le viscere fino a toccare l’uomo.



Macchu Picchu, posasti tu
pietra su pietra, e, alla base, stracci?
Carbone su carbone, e, al fondo, pianto?
Fuoco nell’oro, e, in esso, tremante,
il rosso grondare del sangue?
Ridammi lo schiavo che hai seppellito!
Rimuovi dalle terre il duro pane
dell’infelice, mostrami le vesti
del servo, la sua finestra.
Dimmi come dormì quando viveva.
Dimmi se fu il suo sonno
rauco, socchiuso, come un buco nero
scavato dalla fatica sul muro.
Il muro! Dimmi se sopra il suo sonno
gravò ogni strato di pietra, e s’egli vi cadde sotto
come sotto una luna, col suo sonno!



Antica America, sposa sommersa,
anche le tue dita,
nell’uscire dalla selva verso l’alto vuoto degli dei,
sotto gli stendardi nuziali della luce e del decoro,
mischiandosi al tuono dei tamburi e delle lance,
anche, anche le tue dita,
quelle che la rosa astratta e la linea del freddo,
quelle che il petto sanguigno
del nuovo cereale trasportarono
fine alla tela di materia radiosa,
fino alle dure cavità,
anche, anche tu, America sepolta,
conservasti nel più profondo,
giù nell’amaro intestino,
come un’aquila, la fame?


Con questi versi che risuonano nel silenzio, giungiamo alla roccia sacra, che ha la forma del paesaggio intorno ed E' il paesaggio intorno, in questa simbiosi di continua compenetrazione degli elementi. Qui, dopo un ultimo sguardo alle terrazze, le strade mie e di Gigi si separano. Dobbiamo entrambi mostrare, di nuovo, biglietto e passaporto ad un checkpoint. E firmare un registro di ingresso, con orario, da rifirmare in uscita. A fine giornata si va alla ricerca dei dispersi nei crepacci. Ci diamo appuntamento all'uscita. Gigi dovrebbe impiegarci meno di un'ora per Huchuypichu, io dalle 2 alle 4.



Waynapicchu significa giovane vetta, mentre Machupicchi vetta antica. Dunque la giovane vetta sovrasta il sito da un'altezza di 2700m, che si raggiungono con un'ascesa quasi verticale composta per lo più da scale risalenti all'epoca inca. Sono così ripide che per lo più si percorrono a carponi, come fossero a pioli. Si deve attraversare anche un tunnel e una galleria, sempre di epoca inca, in cui ci si infila strisciando contro le pareti di roccia. Qui ho visto una ragazza in crisi di panico da claustrofobia. Del pari, salendo, ho assistito a diversi malori o quasi malori, sia per la quota sia per lo sforzo fisico, fattori da non sottovalutare. Da ultimo, chi soffre di vertigini è meglio non si inerpichi fin quassù. Per contro, lo sguardo da condor sul sito e le rovine che si possono visitare in questo percorso giustificano la fatica.





Le cosiddette scale della morte iniziano in maniera gentile e delicata,


per poi farsi meno addomesticabili


quasi verticali su uno strapiombo di 2000m che un po' te la fa fare nelle mutande, a pensarci bene, soprattutto quando si commette l'errore di guardare al basso quelli che scendono.




L'ultimo tratto si arrampica a quattro zampe, anche perchè i gradini sono così stretti che pure il mio 36 scarso di piede ci sta solo per metà.




Tuttavia il panorama intorno comincia a spalancarsi in un largo sorriso di cime aguzze e valloni, con il sito archeologico al centro, come una perla ben custodita.



Si continua a salire, e i gradini diventano sempre più impossibili.




Ma ormai la vetta è vicina e quando ci si ferma a riprendere fiato si respira la bellezza più pura, il paisaje sagrado.



Si scala poi accanto ad alcune rovine in costa alla montagna, a strapiombo sulla valle.







Da qui si delinea chiaramente la topografia del luogo: al centro Machu Picchu, intorno con spire si serpe sacro il fiume Urubamba,che scava due valli.


Ad un primo spiazzo c'è un cartello con la quota, ma non è la vetta. Manca ancora qualche metro.



Questa, sì, è la cima, dove gli impavidi scalatori stanno in fila per una foto su questa roccia chiamata "trono dell'inca". Ci sono americani, famiglie di neri schiamazzanti, ragazze israeliane che son salite qui con gli scarponcini con i tacchi, alcuni italiani e francesi... Insomma, tutto il mondo si raduna qui. Ed io nel flusso.




Anche la discesa presenta i suoi problemini. I tunnel nella roccia, ad esempio.







Ma anche le altrettanto ripide e strette e tortuose scale di pietra,



che finiscono in una galleria angusta in cui ci si deve infilare di profilo.





Ogni volta che si alza lo sguardo, però, c'è questo. Che vale tutta la fatica dell'universo.





Torno al checkpoint e firmo con l'orario di uscita. Ci ho messo esattamente due ore. L'allenamento andino con bici stracarica ha fatto il suo.
Attraverso all'indietro tutto il sito, passando per una via diversa da quella dell'andata, nel percorso obbligato. Gigi mi aspetta all'uscita: ci ha messo poco a completare il trekking e ha già visto tutto. Ora è uscito un sole cocente che illumina tutto e vuole queste terre senza veli d'ombra. Sembra quasi un altro luogo rispetto a quello misterioso e nascosto dalla nebbia di stamattina.


















Quando esco per recuperare Gigi, che nel frattempo si è piazzato in poleposition al bar, il piazzale d'ingresso è gremito di turisti e per entrare c'è una coda allucinante. Bene esser venuti quassù presto, con gli earlybirds!

Dopo una bella pausa, necessaria dopo la scarpinata, scendiamo di nuovo ad Aguas Calientes, dove ci aspetta Rina dell'hotel con i bagagli che le abbiamo lasciato. E' una persona di una gentilezza e di una disponibilità mai viste.
Da qui ci carichiamo sul treno per percorrere gli 11km fino ad Hidroelectrica, che all'andata abbiamo fatto a piedi. Ora non c'è tempo.


Sbarcati al capolinea, camminiamo fino al ristorante parcheggio Escobar, dove abbiamo lasciato le bici. Il pollaio custodito che costa 10 soles a notte, insomma. Qui ci attende il paron, gioviale, che prende i soldi e poi ci fa tante domande discrete, con calma, perchè è curiosissimo ma anche estremamente riservato e garbato. Ci chiede del viaggio, del tempo impiegato, dei luoghi visti. Vorrebbe star lì a chiacchierare tutto il pomeriggio, ma qui il sole tramonta presto e noi dobbiamo affrontare, per fortuna in discesa e con poco bagaglio, la strada sterrata impestata di lavori in corso e chiusure. Ci cambiamo e partiamo.


Un kilometro dopo siamo già fermi, ma non per molto. Qui i cantieri sono una croce.



Le pendenze e il fondo, ora fango ora sabbia, ci costringono ad andare pian piano. Ma i kilometri sono meno di 10 e, completamente coperti di polvere e terra secca, raggiungiamo l'ecolodge quechua, dove abbiamo dormito due notti fa e abbiamo lasciato il grosso dei bagagli. Issiamo nuovamente le bici e le borse su per numerose rampe di scale, raddoppiate per un cambio camera in corso d'opera, e finalmente ci siamo. Domani si riparte per il bacino amazzonico, e questa volta andiamo fino in fondo, nel cuore della foresta. Ci lasceremo alle spalle Quillabamba per portarci verso il fiume Ene, nel giro di qualche giorno. Sta per iniziare un nuovo capitolo di questo viaggio tra i mondi!