domenica 12 luglio 2026

22-24. Acquazzoni e fango, canyon mozzafiato, templi nella roccia e l'incredibile ospitalità cinese




















10/7
Pechino-Kangzhuang
92km

Partenza bagnata, partenza fortunata? Speriamo, perchè oggi di acqua ne abbiamo presa assai, dall'inizio a quasi la fine di questa prima tappa di (ri)partenza. Ci alziamo abbastanza presto, ma senza fretta. Dopo colazione, tocca chiudere tutte le borse (le mie incredibilmente più vuote, dopo aver spedito a Shanghai molti vestiti invernali utili in Mongolia, ma non più qui), ma quelle di Alessio comunque più compatte e leggere. Sarà l'abitudine al bikepacking per i trail!
Una volta vestiti da "supereroi", come dice lui, portiamo fuori bici e bagagli, per montare tutto. Alessio deve prendere qualche misura in più, e nei primi kilometri avrà quella sensazione di "manubrio traballante" che si ha sempre all'inizio di un viaggio, quando il cervello è ancora abituato a una bici scarica, e maneggevole, e le braccia invece sentono pesi e attriti ben diversi. Ci facciamo anche fare una foto da due passanti, davanti all'East Sacred Hotel, da dove parte questa sezione di viaggio. Non so perchè i cinesi tendono a tagliare le bici, forse non le considerano degne di stare nello scatto... Invece dovrebbero stare avanti al centro, da vere protagoniste!




Inizia a piovere subito, e subito ci copriamo, anche se il k-way, con il caldo che fa, risulta quasi più fastidioso che utile. Mettiamo tutto quel che può bagnarsi in sicurezza, e procediamo dal centro alla periferia di Pechino spediti, nonostante il maltempo renda tutto un po' più disagevole, dalla visibilità allo schivare i motorini e i tricicli a motore che vanno un po' in tutte le direzioni.



Oggi dobbiamo percorrere a ritroso la stessa strada che ho fatto per entrare a Pechino, e poi, però, superare Badaling (dove mi ero fermata) e raggiungere un paese qualche kilometro più avanti, dove abbiamo prenotato un hotel. Quindi già conosco la traccia, so cosa aspettarmi, quanta salita, e che tipo di strade. Nonostante ciò, rivivendo l'esperienza con gli occhi di Alessio, che vede tutto ciò per la prima volta, resto ancora stupita della gestione ottimale del traffico. Le strade sono immense, con tante corsie, alcune sopraelevate, altre protette, e per le bici e i mezzi lenti c'è sempre, a lato, uno spazio larghissimo, ampio quanto una nostra normale provinciale italiana. Ciò consente di viaggiare sereni, pur in un movimento continuo di persone che si spostano. Non sembra di essere in una città da 20 milioni di abitanti. Non sembra di condividere la strada con decine di migliaia di altre persone. Non c'è mai un rallentamento, mai una coda, mai traffico nel senso nostro del termine. Certo, la pioggia rende tutto un po' disagevole, e la visibilità è ridotta, ma almeno non si muore di caldo.

Ci lasciamo la città alle spalle, dopo una "periferia" di oltre 50km. Per il vero, per tutta la tappa odierna resteremo nell'ambito metropolitano della capitale, che risulta anche regione autonoma. Fino a qui è stato tutto un leggero falsopiano a salire, ma ora iniziano le rampette vere e proprie. E anche l'acquazzone, che ci si rovescia in testa da nuvole di umidità bassissime, appoggiate ai fianchi dei monti. Sembra di stare immersi una piscina lattiginosa e tiepida.




Alessio, di Voghera, è ciclista di collina, abituato alle salite, e ha un rapporto peso/potenza decisamente più favorevole rispetto al mio. Quindi viaggia spedito senza troppa fatica, mentre io devo spingere sui pedali e sento comunque tutta la stagnazione muscolare e di volontà di quelli che, ormai, ho ribattezzato "gli ozi pechinesi". Fatali quasi come quelli di Capua per Annibale!



Non facciamo soste, perchè diluvia e perchè non c'è poi tutto questo gran che, per fermarsi. Chiacchierando, il tempo scorre più rapido. Ci fermiamo solo un momento perchè io devo fare pipì, e vado a imboscarmi tra gli alberi fradici. Qualche deviazione tra i paesini agricoli, una salitella, qualche strappo e pure della buona discesa finale, ed eccoci a Kangzhuang, meta di oggi. E' un villaggio nuovo e lustro, anche se, invero, gli edifici sembrano antichi e solo rimodernati. Essendo vicino a Badaling, offre hotel e ristoranti per chi vuole visitare la muraglia e trascorrere un weekend in collina fuori Pechino, a respirare aria buona, tra i boschi. A proposito di aria buona: sono piacevolmente stupita dal livello, almeno percepito, di inquinamento. Soffro leggermente di asma, e, quando l'aria è pessima, lo sento. Anche a casa spesso mi capita. E poi ricordo, qualche anno fa, immagini spaventose di una Pechino immersa nella "nebbia" dello smog, con visibilità ridottissima e tutti costretti alle mascherine. Ora non è affatto così. La transizione ecologica, fatta di mezzi elettrici, spesso piccini, e produzione di energia anche eolica e solare, hanno portato a un record di giorni di "aria pulita", con tassi di pm10 inferiori ai livelli di guardia per gran parte dell'anno. Diciamo che sicuramente la situazione è meno problematica rispetto alla provincia di Milano, e non serve aggiungere altro, se si pensa alla differenza nei numeri.

Arriviamo a destinazione e individuiamo l'hotel, in mezzo alle casette. E' una homestay, ergo siamo proprio a casa dei proprietari. E' tutto aperto, ma non c'è nessuno. Ci viene in soccorso la possibilità di fare una chiamata via internet alla proprietaria, tramite la app che usiamo qui per prenotare gli hotel. Non che ci si riesca davvero a intendere, ma Alessio dice "siamo qui" e quindi una sciura arriva a darci la camera, con l'aria di quella che proprio non si aspettava di avere ospiti stasera. Eppure... Abbiamo anche già pagato!






Il posto è delizioso e fornito di tutti i servizi: oltre a letti e doccia calda, ci sono peluches ad arredare e dipinti alle pareti, elementi di design e una sensazione di "luogo accogliente". In fondo è casa loro! E si sentono, nelle stanze vicine, altre persone, una tv accesa e bambini che giocano.
Ci facciamo una doccia e ci liberiamo dei vestiti fradici. Appena riusciamo a buttarci sui letti per un attimo di relax, si ripresenta la sciura, accompagnata da due poliziotti. Abbiamo lasciato porta e finestra aperta, quindi praticamente ci entrano proprio in camera.
Ci vestiamo in modo consono in fretta e furia e andiamo a capire cosa cavolo sia successo, visto che abbiamo pagato e abbiamo anche fornito i passaporti, che la signora ha fotografato, per registrarci.
Premessa: gli agenti sono due ragazzini giovanissimi, magri magri, estremamente gentili, cordiali e intenzionati a non allarmarci e non spaventarci. Comunichiamo tramite un traduttore vocale integrato nella AI cinese più diffusa, l'equivalente di ChatGpt, che funziona molto bene (infatti poi Alessio si farà dire il nome e adesso ne siamo muniti anche noi, e fa tanta differenza!). In sostanza, i poliziotti ci dicono che la signora vorrebbe che ce ne andassimo perchè sta facendo fatica a registrarci e, siccome c'è un'allerta meteo arancione per oggi e domani, teme per la nostra incolumità e le autorità hanno sconsigliato i viaggi in questa zona. Lì per lì ci preoccupiamo, per due motivi: il primo contingente, ovvero, dove possiamo andare se ci butta in mezzo alla strada? Non che non ci siano altre strutture in zona, ma potrebbero rimbalzarci tutte per lo stesso motivo. Il secondo, su un orizzonte di tempo più ampio (non poche ore, ma domani): allerta meteo? Per due temporali? Io lo scorso anno mi son presa sulla testa i tifoni che hanno devastato e allagato il Vietnam, e l'anno prima i monsoni thailandesi. Questa pioggia di oggi è tutto tranne che qualcosa di pericoloso... E soprattutto, se c'è pericolo, ci butti di nuovo in strada? Non ha senso! Piuttosto ci impedisci di uscire... Insomma, parlamentiamo. I poliziotti, super carini, sembra non vogliano crearci problemi, ma comunque fare tutte le cose per bene, per evitare che due turisti europei risultino poi dispersi o in difficoltà per una loro leggerezza. Sarebbe un pasticciaccio brutto a livello diplomatico... Insomma, dopo averci spiegato dell'allerta meteo, chiamano i loro superiori, e giungono alla conclusione che non possono e non vogliono mandarci via, e che la signora deve finire di registrarci, anche se le pesa il culo e non ha voglia, e ha fatto finta di essere agitata per il meteo, quando probabilmente si era solo incasinata con le pratiche burocratiche per i non-cinesi. I poliziotti ci chiedono solo poi di stare attenti e uscire il meno possibile, soprattutto in caso di rovesci. Che fa molto ridere, visto che viaggiamo in bici e siamo sempre fuori, con il sole e con la pioggia. Poi ci fanno molti inchini a mani giunte, quasi alla giapponese, e camminando all'indietro per non darci le spalle se ne vanno. Noi torniamo in camera, stanchi, straniti ma soddisfatti. Facciamo qualche ricerca in merito alle allerte, ma non emerge nulla di significativo. Davvero la signora ci ha provato, voleva aggirare il fastidio della registrazione... Vabe', se le è presa in quel posto, e adesso deve anche far per bene le pratiche perchè ha tirato in mezzo la polizia. Dopo aver studiato un po' la traccia di domani, io crollo di sonno.
Quando mi sveglio Alessio freme: ha fame, giustamente. Lui non è abituato a non pranzare e oggi si è mangiato solo due barrettone siniche, leggerissime, fatte di riso soffiato leggermente caramellato. Quindi decidiamo di uscire, fare due passi, passare a un supermercato per recuperare una colazione per domattina e poi andare direttamente a un ristorante che propone cucina del Sichuan (regione del sud della Cina nota per il suo pepe e per i piatti piccantissimi).

Il paesino è del tutto silenzioso e deserto, fatto di vecchia case in mattoni e terra battuta, ora rimodernate e curate con dettagli estetici che le rendono accoglienti: fiori in cortile, dipinti sui muri, statuette di animali in giardino, porte colorate... Molti hanno anche delle gabbie, sul tetto a davanti alla porta, in cui allevano piccioni. Probabilmente si mangiano.







Dopo la spesina, in un supermercato dove Alessio inizia a scoprire e esplorare tutti i ghiottissmi prodotti confezionati, dolci e salati, che la Cina ha da offrire, ci spostiamo al ristorante. Ci sono tanti tavoli occupati da famiglie o gruppi di amici, spesso ben rumorosi, e tutti con la loro sigaretta, prima sull'orecchio, poi accesa tra le labbra. Il posto è molto raffinato e curato nei dettagli. Le cameriere parlano un po' di inglese e cercano di velocizzare la nostra scelta dei piatti, ma noi spendiamo del buon tempo a tradurre con Lens le varie proposte. Ci sono tantissime frattaglie e persino pietanze a base di tartaruga d'acqua. Intera, Spetasciata, in brodo. Non vorrei trovarmela davanti, porella.




Alla fine optiamo per manzo piccante e germogli di soia piccanti, Alessio, e tofu piccante e verdure, io. Lui va di birrozzo artigianale locale, io di tè caldo che dovrebbe smorzare i furibondi ardori. Per quanto mi riguarda, trovo tutto delizioso, e infatti avanzo solo la montagna di peperoncini, peperoncioni e pepe su cui tutto appoggia, anzi, sta immerso. Alessio, invece, decide di mangiare anche quelli, ma dopo poche "bacchettate" viene dolorosamente sconfitto dal tipo di spezia, e di piccantezza. Infatti avanzerà molto della sua cena, accontentandosi della ciotolina di riso bianco bollito e scondito che ci è stata portata per accompagnare.







Torniamo a casa, io satolla, lui smorfiato da questo esperimento mal riuscito, ed io mi metto a scrivere sulla stuoia dei giochi, insieme ai peluches.



Domani dovremo raggiungere di nuovo Huailai, città dove mi ero fermata una notte, che dista da qui circa 40km. Poi proseguire, finalmente su strade nuove anche per me. Studiando bene la mappa, abbiamo trovato un passaggio che ci porta fuori dalle statalone trafficate, e si infila serpeggiando in un canyon meraviglioso, dove il fiume Sanggan scorre tra roccioni a strapiombo. Ci resta un vago timore per la questione dell'allerta meteo... La strada nel canyon lungo il fiume sarebbe il luogo meno indicato. Ma internet non ci dice nulla, nemmeno quello cinese. Quindi andiamo tranquilli. L'altra incognita riguarda il trovare un posto per dormire: su Amap se ne vede uno ogni tanto, tra i villaggi del canyon, ma nessuno di questi risulta prenotabile. Speriamo esistano, siano aperti e disposti ad accogliere due stranieri che puzzano di cane (o volpe) bagnato!


11/7
Kangzhuang-Lijiawan village
110km

Ci svegliamo presto ma neanche troppo, e facciamo colazione nella sala comune dell'hotel. Non ci sono altri ospiti, e non c'è nemmeno la famiglia che qui abita. Sono usciti per una gita del weekend con tanto di nonni e nipotini. Meglio così, possiamo muoverci con agio. All'inizio non piove, ma i temporali ci inseguiranno per tutta la giornata, costringendoci a frequenti docce, spesso di fango, dal basso. D'altra parte i vestiti sono già, ancora, fradici, infangati e lerci, puzzano e siamo a un passo dal piede da trincea.
Fino a Huailai ripercorriamo strade note, piuttosto monotone e trafficate. Degni di nota gli operai-manichino 


e i grandi vigneti che forniscono la materia prima per la rinomata produzione vinicola della zona. Noto che uno si chiama Canaa, l'altro Dominio franco-cinese. C'è anche il vino Grande Muraglia, naturalmente.



Usciamo dalla regione di Pechino, per entrare (per me di nuovo) in Hebei, attraversando il lungo ponte sul bacino artificiale Guanting, che fornisce acqua alla capitale. Oggi si vede davvero poco, perchè tutto è immerso in una nebbiolina di umidità bassa e lattiginosa.
Uscendo, non ci sono gli stessi controlli di passaporto e bagagli che, invece, ho affrontato entrando. Evidentemente la polizia ha mandato di far attenzione a chi si dirige verso la capitale... Chi se ne va, che vada in pace. 



A Huailai incappiamo in un grande mercato, soprattutto ortofrutticolo e di prodotti alimentari. Ne approfittiamo per una sosta, anche perchè, accanto, c'è un bellissimo parco con panchine e servizi igienici (per me segnale di civiltà... Qui sono diffusi, puliti, gratuiti e funzionanti. I soldi pubblici non sono "buttati" nel cesso, ma investiti nei cessi!). La nostra presenza suscita interesse e Alessio viene approcciato da due baldanzose anziane, con le quali riesce ad avere una minima conversazione, e loro sono così soddisfatte che non smettono di mostrarci il pollicione alzato.
















Dopodichè riprendiamo la nostra strada, un drittone piuttosto anonimo. Non solo piove, ma la strada si allaga di enormi pozze profonde due spanne, nere, piene di lerciume dei mezzi pesanti, inquinamento e residuati di gasolio, fango e altre porcherie. Ci imbrattiamo completamente: noi, le borse, le bici... Sento che la ruota posteriore mi butta sulla schiena e in testa questa fanghiglia tossica, che si sparge tra i capelli e sul collo, sulle chiappe, ovunque. Vedo in come è conciato Alessio la mia condizione, e sembra che ci sia detonato sotto alle chiappe un siluro di acque della fogna.










Ci fermiamo un attimo in un paesino: Alessio ha svuotato le borracce. Entra in un negozio per recuperare qualcosa da bere, e non riesce a pagare con WeChat. Esce a prendere i contanti, anche se il proprietario del negozio voleva regalargli una bottiglia di acqua e una di Coca, del costo totale di 5 yuan (0.7 euro). Ripartiamo tra paesini di una sola fila di case e negozi affacciati alla strada, dove l'attività principale è quella dei meccanici che smontano e rimontano camion, furgoni, e qualsiasi cosa sia di metallo o legno e viaggi su ruote. Pare un infinito cimitero degli elefanti, con motrici ribaltate a terra e rimorchi sventrati. Sullo sfondo si intravedono tra nebbia e nuvole, le belle montagne dove avevo deviato il giorno in cui, dopo esser finita nel pieno di un'esercitazione militare, mi ero anche imbattuta in una strada impercorribile a causa di un fiume esondato.




Attraversiamo sotto al diluvio una Zhoulu fradicia e piena di pozze, città d'acqua immersa nell'acqua. Questa città è la capitale delle fake news storiche e delle auto-attribuzioni false. Ad esempio, dicono che sia stata combattuta qui la battaglia di Zhoulu, nel 2500 a.C. e che, dopo la vittoria, l'Imperatore Giallo abbia fondato qui la sua capitale. Dicono che sia nata qui anche la stirpe Hmong.

In ogni caso, percorriamo alcune viuzze di campagna, tutte stalle e greggi infangate mosse a grida e colpi di frusta, per dirigerci finalmente fuori dalle strade trafficate, verso il canyon del fiume Sanggan. Abbiamo alte aspettative in merito al paesaggio, nonostante il meteo. Sono oltre 500km di fiume, dalla sorgente alla foce, nel fiume Yang, che, per un tratto, corre tra monti stretti stretti intorno, roccia a picco sul fiume, boschi verdissimi e grotte sacre.









Procediamo in un ambiente sempre più selvaggio, mentre le rocce intorno si fanno strette intorno e il panorama mi ricorda molto i monti del Vietnam. Non mi stupisce che questo fiume sia entrato nell'immaginario comune cinese attraverso la letteratura, tra poesie, saggi racconti e il famoso romanzo del XX secolo della scrittrice Ding Ling, con il suo "Il sole splende sul fiume Sanggan". Su Youtube ci sono ideo di due ore che mostrano il semplice scorrere delle sue acque, con cascatelle e rapide, perchè sono incredibilmente rilassanti. E gonfie di fango!








Ogni tanto incrociamo un villaggio, e son minuscoli, di contadini e pastori, fatti di terra pressata, lamiera e legno. Gli anziani stanno sotto alle tettoie, con la maglia alzata e la panza di fuori, a guardare la strada, godendosi il fresco. Sono luoghi dove il tempo scorre a una velocità diversa.




Procediamo tra boschi allagati e coltivazioni di mais e frutta (simil-albicocche che fan profumo di marmellata dolcissima). Peccato la pioggia ci disturbi! Speriamo pure che la struttura dove vorremmo fermarci esista, è segnalata solo su AMap, ma non altrove, e non risulta prenotabile o contattabile in alcun modo. Sarebbe difficile oggi campeggiare e non potersi far la doccia.










Attraversiamo spesso il fiume su ponticelli, tutto presidiati dalla polizia (di solito anziani in divisa mezzi addormentati); forse davvero c'è allerta meteo... In ogni caso, a tratti, incappiamo in templi grandi e piccoli, le cui cime di pagode emergono tra la vegetazione rigogliosa. E' zona sacra per i buddhisti, questa, e una delle regioni dove prima si è diffusa questa religione.









Tra un paesino e l'altro capita trovare strade allagate. A un certo punto l'asfalto si interrompe, e siamo costretti a camminare in un fango molle e appiccicoso, che risucchia le scarpe e fa l'effetto delle sabbie mobili. La bici affonda. Forcellino, catena, corone, freni a disco, tutto si riempie di questa colla cementizia fatta di sabbia e sassolini. E poi ci sono piccoli guadi, che, se non altro, un poco ripulscono scarpe e Fanfola. Ma pedalare con gli ingranaggi tutti così smerdacciati è dura, per gli attriti, i cigolii e il timore che si possa spaccare qualcosa. Persino le rare auto hanno difficoltà a transitare, qui!




Per fortuna poi il fondo torna tranquillo, e il panorama fa presto dimenticare le fatiche. Il canyon sembra volersi richiudere su di noi, come una ferita che rimargina, e la vena del fiume scorre gorgogliando.







Arriviamo nel posto in cui la mappa indica ci sia una homestay. C'è un paesino di fango e mattoni, sopra alla strada, sul fianco del monte. In una sorta di piazza-crocicchio, tre uomini fumano chiacchierando sotto una tettoia di lamiera. Ci guardano. Sorridono. di hotel nemmeno l'ombra, solo casette umili, fradicie di pioggia. Dopo aver percorso avanti e indietro più volte quei 500m di strada, con un leggero senso di disperazione, decido di lasciare Alessio sulla strada con le bici, e avventurarmi a piedi tra le viuzze sterrate, dove il fango crea veri e propri torrenti. Salgo in un silenzio spettrale, e vedo solo muri di terra battuta e paglia. Poi, davanti a me, un edificio più grande, in muratura. E una porta tragicamente chiusa. Però dentro si sentono delle voci... Inizio a cercare di manifestarmi, tra "Nihao" ed "hello" sempre più intensi. Nulla. Voci, rumori, ma nessuno apre, nessuno si affaccia. Poi compare una vecchina di cuoio, secca secca, con gli stivaloni di gomma da cui escono le gambette magre, prima di sparire sotto al grembiule da nonna,, e una treccia di capelli bianchi. E' di fronte a quel che penso sia l'hotel. Mi fa segno, fa dei cenni positivi con la testa, come a dire: "Entra". Poi capisce che la porta è chiusa e mi accompagna, aprendola con una sua chiave. Ah! Ma allora, signora vecchina, tu c'entri con questo posto! Urla qualcosa in cinese e una donna sorridente mi viene incontro. Cerco di usare il traduttore, ma lo schermo del telefono è talmente fradicio che si è impallato tutto. Uso i gesti: coricarsi, dormire, mangiare. Lei dice cose che non comprendo, riparto con i gesti. Poi le mostro un pollice su, sorridendo, e uno giù, con espressione triste. Lei fa sì con la testa al pollice su. Perfetto! Faccio una corsa indietro, nel fango, a chiamare Alessio, con la fretta di chi teme che, richiusa quella porta alle mie spalle, non si possa aprire più. Saliamo in fretta, e troviamo la vecchina che ci fa fare un giro largo e lungo nel fango, per non portare le bici sugli scalini. Scopriamo anche quale fosse l'ingresso principale, del tutto invisibile dalla strada (e irriconoscibile in quanto hotel, essendo un orto tra i campi).

In realtà la stanza è super accogliente e pulita, e costa solo 15 euro! Dispiace quasi entrarci, infangati e luridi come siamo. Niente passaporto, qui si fa all black!  Ci spogliamo in parte nel cortile, che è invero un orto, curatissimo, con pomodori, cetrioli e verdure che questa famiglia coltiva con amore. Poi buttiamo scarpe e borse in doccia, perchè tanto ormai son fradicie, quindi tanto vale ripulirle dal fango.






Prima e dopo la doccia noto due cose: la signora, la nonnina e un gruppo di sciure giocano furiosamente a majong, sbraitando e scaldandosi oltremodo, e rimescolando le tessere, enormi, di plasticona con un frullino rumorosissimo. Gli uomini prima lavorano in cortile, poi fanno il bucato a mano, in una tinozza, e quando le donne hanno finito di giocare e tornano a casa per cena, lavano in un secchio col Perlana (PeLlana) pure le tessere di gioco. E quando esco a fare qualche foto ai dintorni, l'uomo di casa mi caccia in mano tre cetrioli spinosi enormi, dopo averli scelti accuratamente dalle piante, e mi fa il gesto di mangiarli a morsiconi.







Dopo un giretto panoramico, viene il momento della cena: ovviamente in questo paesino non ci sono ristoranti, e quindi è la signora sorridente a occuparsi della cena. Che ci costerà 3 euro. Non ha un menu, e le diciamo che per noi va bene qualsiasi cosa abbia in casa. Ma lei ci tiene comunque a chiederci cosa ci piaccia, e a cercare di farci capire cosa sta per cucinarci (al momento, tutto freschissimo). Alla fine, ci serve dei mantou (panini di grano al vapore che sono il principale apporto di carboidrati qui nel nord, dove fa troppo freddo per il riso) e un piattone di uova strapazzate con i pomodori, oltre a un'insalata di cetrioli cinesi serviti con aglio, salsa di soia e arachidi tostate. Inutile dire che spazzoliamo ogni briciola, essendo tutto delizioso, genuino, fresco, a km0, appena cucinato per noi.





Cito da Wikipedia: "In Cina, una leggenda popolare racconta che il nome Mantou ha origine dalla parola omofona mántóu, che significa "testa di barbaro". La storia ha avuto origine nel periodo dei tre regni, quando lo stratega Zhuge Liang condusse l'esercito del regno di Shu in una campagna volta all'invasione delle terre del sud, corrispondenti grosso modo agli odierni Yunnan e Birmania.
Dopo aver sottomesso il re barbaro Meng Huo, Zhuge Liang avrebbe dovuto riportare il suo esercito a Shu, tuttavia trovò sul suo cammino un fiume talmente impetuoso che tutti i tentativi di attraversarlo furono vani. Un signore barbaro lo informò che, in tempi antichi, i barbari usavano sacrificare 49 uomini e gettare le loro teste nel fiume, per appagare lo spirito delle acque che avrebbe loro permesso l'attraversamento. Zhuge Liang, tuttavia, non voleva causare ulteriori spargimenti di sangue, pertanto uccise le mucche ed i cavalli che viaggiavano insieme all'esercito, e riempì con la loro carne dei panini grosso modo a forma di teste umane (rotondi, con una base piatta), dopodiché gettò questi ultimi nel fiume. Dopo che l'attraversamento ebbe successo, egli diede a questi panini il nome di "testa di barbaro" (mántóu, 蠻頭), che poi diventò il mántóu (饅頭) dei giorni nostri."

Insomma, le teste di barbaro! Scurette, infatti... Ops! Comunque i cinesi, storicamente, sono abituati a sentirsi al centro, il regno di mezzo, con una cultura, una lingua, un potere politico ed economico più fini, grandi e migliori di quelli di qualsivoglia vicino (o lontano).
In ogni caso, ora che tutti hanno cenato, e finito di lavare e sistemare piatti e bucato, cala un silenzio incredibile, e l'aria fresca concilia un sonno profondo e ristoratore.


12/7
Lijiawan village-Yangyuan
73km

Da qui a Datong, dove ci fermeremo un giorno per visitare città antica, grotte del Buddha e Tempio sospeso, ci sono 146km. E a metà strada, cioè a 73km esatti, c'è una città grande in mezzo a molti villaggi rurali: Yangyuan (300.000 abitanti). Che presto diventa per noi "Giovane Giovanni". Qui prenotiamo un "business hotel" su Trip.com, 13 euro per due con colazione inclusa. Quindi ci alziamo con la calma di chi sa di avere davanti a sè una tappa breve, senza troppo dislivello, e con meta certa. Facciamo colazione con tè, biscotti e frutta autogestiti, perchè la famiglia che ci ospita non si è ancora svegliata. Poi sciacquo un po' la bici, a bottigliate d'acqua, e, quando è asciutta, ingrasso la catena. La situazione cigolii e attriti è migliorata. I vestiti di ieri invece sono da bruciare in un rogo purificatore secondo le regole del feng shui. E le scarpe... Ohimè che brutta sensazione doverle infilare fradicie e sguiccianti di acque reflue e granetti di fango, che emergono dalla suola sotto alla pressione del peso.

Mentre ci prepariamo, compaiono i proprietari, che prima vogliono un sacco di foto con noi, poi se ne fanno fare, e infine ci regalano acqua e altri giganteschi cetrioli (che assomigliano ad angurie, anzi, a poponi, e infatti anche nel gusto e nella consistenza li rassomigliano). La signora è sconvolta dal fatto che non faremo colazione da lei. Non sapevamo si sarebbe alzata in tempo, e ci dispiace lasciarla così, senza la soddisfazione di nutrirci. Ma si è fatta una certa, anche perchè stamattina ho avuto problemi con la e-sim e ho perso del buon tempo a incazzarmi con i bot della chat di assistenza. Per fortuna poi Alessio ha avuto l'intuizione di come sistemare la cosa, e tutto ha ripreso a funzionare regolarmente. Comunque davvero la sciura non vorrebbe lasciarci andare a stomaco vuoto (che tale non è) e continua a farci il gesto delle due dita, che mimano le bacchette, portate alla bocca, segno internazionale del magnare. 






Partiamo in un'aria fresca, ma di solicello, senza pioggia nè temporali in vista. I primi kilometri sono sempre all'interno del canyon, lungo il fiume Sanggan. Anche in questi tratti finali il panorama è davvero pazzesco, e la strada, qui, è asfaltata, quindi permette di godersi il paesaggio con la dovuta attenzione.





A tratti compaiono portali e templi, dai quali si accede a camminamenti a strapiombo, appesi alle rocce verticali e nude. Qui molte grotte sono sacre, come lo sono le vette e i boschi. tutto è pieno di dio.










Pian piano ci lasciamo alle spalle il canyon, per tornare nelle pianure coltivate. Usciamo dall'Hebei per entrare nello Shanxi. Si tratta di una regione settentrionale collocata su un altopiano, infatti siamo già a 900m di quota, e ci rimarremo a lungo, con pochi alti e ancor meno bassi. Anche in questa regione dinastie, regni e stati si sono susseguiti a partire dall'VIII secolo avanti Cristo. Avanti veloce fino al Novecento, qui i comunisti e l'Esercito di liberazione popolare ebbero importanti basi, mentre oggi resta una zona di prim'ordine per la produzione del carbone. E storicamente qui vivevano mercanti capaci di estendere i loro traffici su entrambi i lati della Muraglia, fino in Asia centrale. 





Dopo essere usciti dal canyon, imbocchiamo una provinciale dritta e tutta in falsopiano, a scendere e a salire, attorniata da campi coltivati a mais e paesini o villaggi agricoli. Il fondo dell'asfalto è disastrato, e passano parecchi camion, che si muovono a slalom tra le buche, invadendo continuamente la corsia opposta. Diciamo che avere un passo svelto grazie al vento tagliato da Alessio, che sprigiona watt da ogni poro, aiuta.


A 30km dall'arrivo ci fermiamo in un microscopico abitato, per recuperare qualcosa da bere e da mangiare. Il negozietto buio e polveroso che affaccia alla strada è aperto, ma il proprietario dorme della grossa, russando saporitamente, in un letto dietro al bancone. Pensiamo di lasciargli i soldi sulla cassa, ma si sveglia per tempo. Ha una sorta di orologio biologico tutto suo, un ritmo circadiano basato su ingresso e uscita dei clienti! Qui Alessio si lancia in un assaggio ardito: wurstel al cioccolato. Dice che si fa mangiare... Non so se ne ricomprerà!








Dopo molti villaggi e ancor più campagne, raggiungiamo Yangyuan, la nostra meta. E' divisa in due parti: quella vecchia di casette fatiscenti di fango e mattoni, quella nuova di enormi palazzoni e condomini giganteschi, con negozi dalle insegne al neon colorate e musica per le vie.

Quando entriamo in hotel, portando le bici direttamente dentro, in reception, veniamo accolti da una signora che subito ci fa segno che qualcosa non va. Non è scortese, ma per lei è tutto risolto: prenotazione cancellata, denaro rimborsato, dobbiamo andarcene. Inizia qui una lunghiiiiiiissima trattativa, a suon di traduttori vocali e scritti che si piantano ogni due per tre, cose scritte da lei a mano e tradotte con Lens, tenacia mia, culo pesante suo. Di base ci dice solo che la prenotazione è stata cancellata. Il che non è vero, stando alla app. Prima cerca di rimbalzarci verso altre strutture, vicine, ma più costose. E comunque io non ricevuto alcun rimborso. Intuisco, anche per esperienza, che in realtà non ha voglia di sobbarcarsi la pratica di registrazione degli stranieri. Alessio sta già uscendo, dopo aver impostato la traccia su uno degli altri hotel proposti dalla sciura. Io le scrivo sul traduttore la domanda diretta: "Non possiamo entrare perchè siamo stranieri?". Deve stare attenta a cosa risponde, visto che da due anni a questa parte in Cina è vietato distinguere tra cinesi e non, e per legge un hotel non può discriminare. Lei mi risponde a fatica, cancellando spesso, e dice che "ci sono problemi con le prenotazioni dall'estero". Allora le scrivo che ce ne andiamo, ma siccome non ho ricevuto alcun rimborso, più tardi verificheremo la situazione con la polizia. A questo messaggio, la tipa cambia tono. Improvvisamente le viene voglia di controllare la prenotazione, di verificare con un superiore, al telefono, il tutto, e di rivedere i nostri dati. Ci dice di aspettare sul divanetto. Intanto Alessio viene braccato da un uomo con fiatella alcolica e da sigaretta, che lo importuna a lungo con fiumi di parole.


Dopo altro lungo tempo, la sciura ci dice la parola magica: passaporti! (in cinese, ma Alessio comprende). Il che significa che MAGICAMENTE, qualcosa si è sbloccato. Sarà stato la spauracchio della police... Ma lei non ha alcuna intenzione di accollarsi la pratica di registrazione. Non ci pensa nemmeno. Ci apre la porta della reception e ci fa segno di entrare e sederci al pc. Mi apre davanti la schermata della registrazione, tutta in cinese ovviamente, e mi fa segno di scrivere. Mi imposta la tastiera in caratteri latini e via di lens e tanta pazienza. Inserisco i molti dati richiesti, e quelli di Alessio, e dopo una fatica mentale bestiale, il modulo è concluso. Intanto la sciura ci prepara la chiave, e poi, per scusarsi, ci dice che ci ha dato una camera più bella allo stesso prezzo, e che la colazione è inclusa. Grazie!



Dopo aver lasciato le bici all'ingresso, portiamo le borse all'ascensore, e l'altra receptionist ci dà una mano, ma schifata, e ci chiede se abbiamo preso pioggia, indicando con un indice un po' borghese per i gusti del Timoniere il gran fango. Eh sì amica mia. Tanta pioggia! Comunque l'hotel è bello e ha diverse sale comuni, oltre ad una selezione di libri fantastica, anche in camera, tutto a tema patriottico.





Dopo la doccia e una merenda a base di, inevitabilmente cetriolone trasportato (ne ho ancora 3 porca miseria), prenotiamo l'hotel di Datong, per domani, ben in centro, e iniziamo a studiare le escursioni da fare nel giorno di sosta.
Poi si fa ora di cena, e ci buttiamo a mangiare in uno dei tanti ristoranti con i tavolini in strada. Alessio si prende un piatto di ravioli al vapore ripieni con carne e conditi con salsa di soia, e delle specie di empanadas ripiene di uovo e verdure. Io mi "accontento" di una vasca di tofu affumicato con funghi e verdure. Spazzoliamo tutto, buttando giù con un bricco di tè caldo all'orzo tostato, compreso nel servizio, di una bontà celestiale.




Decidiamo poi di fare due passi digestivi, anche perchè vogliamo recuperare qualcosa per domani in un supermercatino, e buttar l'occhio in un parco che sembra molto animato. Queste poche centinaia di metri diventano una passerella incredibile: veniamo fotografati di continuo, a volte di nascosto, dalle persone più adulte, a volte, invece, con approcci un po' in inglese un po' in cinese, dai bambini e dai ragazzini. Ogni due passi "Hello! You are cool! Picture?" e compare uno smartphone o uno smartwatch con fotocamera (soprattutto i bimbi più piccoli). Sono tutti gentilissimi ed estremamente rispettosi, ma anche preda di eccitazione positiva incontenibile. E' pazzesco pensare alla differenza di trattamento che uno straniero, da noi, vivrebbe. Qui la differenza ancora incuriosisce e attrae, non spaventa o ripugna. E pure la receptionist che ci stava rimbalzando non lo faceva per razzismo, ma per pigrizia. I moduli da compilare sono ostici e il prezzo che si paga è identico a quello di un cinese...



Nel parco, oltre a un milione di bancarelle che vendono street food di ogni genere, gioielli, statue da colorare in loco e unghie finte, vestiti e giocattoli, ci sono decine di persone, forse centinaia, impegnate in balli di gruppo autogestiti. La musica è tamarra da giostra, ma loro si muovono lenti, con gesti e passi semplici, imitando quello che han davanti, per come ciascuno riesce. Ci sono donne e uomini, giovani e anziani, persone in forma e altre no, ballerini capaci e gente che improvvisa in qualche maniera. Vestiti bene o in pigiama, nessuno giudica. Nessuno guarda gli altri con quello sguardo. Sono tutti coinvolti in una cosa bella, grande, gratuita, che porta quel "felice affollamento" di cui i cinesi vanno matti. Si divertono insieme e la cosa finisce lì. E se qualcuno non se la sente di ballare, sta ai bordi e si molleggia un po' a ritmo di musica, come alcuni signori di mezza età che sembrano distrutti dalla fatica del lavoro, secchi secchi e con la pelle di cuoio cotta al sole. Anche qui, la nostra presenza desta grande interesse, e veniamo inseguiti da frotte di bimbi e ragazzi che vogliono foto. 












Rientriamo in hotel sentendoci quasi dei VIP, e contentissimi di questa accoglienza cinese che davvero è genuina, e sfonda tutte le barriere del timore e della vergogna. E mentre si passeggia, qua e là si sente un concerto di rutti e peti dei passanti. Meglio fuori che dentro! E anche questo dà un senso di umano e liberatorio, oltre ai pudori inutili, che fa star bene. In fondo, siamo animali semplici.