mercoledì 24 giugno 2026

4-6. Steppe e deserto. Pedalando nel Gobi far voto di vastità. I pastori erranti, qui, non interrogano la luna, alla Leopardi. Bisogna immaginarli felici. Come Sisifo.

















22/6
Ulan Bator - oltre Bajan
112km
(come sempre metto le tracce su Komoot!
https://www.komoot.it/user/1596034726535?ref=amk&t_s=referral&t_cid=profile_share&t_ref_username=1596034726535 )


Questa notte non ho dormito: il mix tra jet lag e ansietta pre partenza, insieme ai rumori provenienti da dentro e fuori la guesthouse, è stato micidiale. Ripassavo mentalmente le cose ancora da sistemare, ripercorrevo la traccia, le salite, i kilometraggi, i passaggi incerti. Senza ansia brutta, sia chiaro. Solo con quel tentativo di iper-razionalizzare per tenere gli eventi sotto controllo, in situazioni dove quasi nulla lo è - sempre che esistano frangenti della vita in cui capita il contrario... o è solo un'illusione, tante volte, una piacevole anestesia della coscienza, pensare che la scheggia impazzita del caos non stia tessendo la realtà di cui noi pure siamo parte? Insomma, non riuscivo a dormire. E quando tentavo di rallentare la corsa dei pensieri, mi rendevo conto di non riuscire a non-verbalizzare mentalmente. L'anticamera della perdita di coscienza è per me slittare dal binario del pensiero verbale a quello del pensiero per immagini. Invece no.
Quindi, quando il mondo fuori dalla finestra ha iniziato ad assumere un aspetto meno freddo e la luce si è sciolta, sfumando dal bianco opaco al giallognolo, mi sono alzata. Doccia (fredda, mannaggia al khan), caffè istantaneo, barretta, chiusura borse. Che sono stracolme e pesantissime, ma tant'è, non ho nulla di troppo, come la massima delfica. L'idea, una volta a Pechino, di spedirmi parte dell'attrezzatura a Shanghai si fa sempre più strada nella mia mente. Mi vesto in full invernale, con tanto di maglia termica pesante e guantoni, sottocasco e paraorecchie. E dopo poco, aggiungerò anche un antivento a manica lunga, tanto l'aria è fredda.


Porto fuori, in strada, le borse, poi la bici. Saluto Gana (che non mi ha registrata né mi ha fornito ricevute, si è intascato il cash e tanti saluti -spero siano d'accordo anche gli agenti della popo di frontiera). Carico le borse. E mi rendo conto che sta davvero cominciando l'avventura. I primi metri, in salita, nel fango, mi fanno temere il peggio: fatico a governare il manubrio, sbando, ho la sensazione di trovarmi su un cavallo, anzi, su un elefante imbizzarrito. Poi va meglio. In fondo non pedalo su una bici COSÌ carica da tempo, e il mio cervello deve abituarsi agli input. Però la Fanfola fa egregiamente il suo dovere, e nel giro di poco inizio ad apprezzarne la stabilità quasi antisismica, che mi permette di destreggiarsi nel traffico.


Alt. Nota traffico: non è apocalittico come si legge. Certo, dipende da come si è abituati. Ma non è poi peggio di quello milanese nelle ore di punta. Hanoi, Ho Chi Minh City, Bangkok, Kuala Lumpur... quelle sì sono toste. Qui hanno infrastrutture vecchie e inadatte ai nuovi flussi, e più genericamente guidano di merda, infilandosi tra rossi e mancate precedenze.
Ma.
1. Sono comunque POCHI, anche tutti insieme. 1.5 milioni di abitanti è diverso dai 7.5 di Hanoi, per dire.
2. Non ci sono motorini, fa troppo freddo.
3. Le regole del codice della strada sono in generale rispettate, e il traffico non ha leggi proprie, come, appunto, in Vietnam.
Quindi raggiungo senza fatica la piazza Sukhbataar. È una tappa per me obbligatoria per cominciare il viaggio.

Qui, nove anni fa, al termine della mia transiberiana e transmongolica a pedali, iniziata a Mosca oltre 6000km prima, mi ero fatta scattare una foto di fine viaggio.


Era il 2017, avevo 26 anni ed era il mio prima viaggio così lungo, così lontano, in solitaria. Avevo già 4 anni di esperienza di cicloavventure fuori Italia, ma non sapevo ancora molte cose. Per fare un esempio: non avevo la tenda! Ed ero comunque riuscita, chiedendo ospitalità o variando le tappe man mano, a trovare sempre un posto per dormire... Anche nelle sconfinate steppe dell'Asia centrale, in Siberia e sugli Altai! In quel viaggio ho imparato davvero il valore dell'incontro con l'altro e dell'ospitalità, e il privilegio che è poter conoscere culture nuove. Ho sentito forte e chiara la sensazione di come siamo tutti diversi, per educazione e contesto, ma alla fine, come esseri umani, son più le cose che ci accomunano, e la sete è sete per tutti, un lutto è un lutto e una festa una festa, e la risata e il pianto suonano uguali ovunque. Ho anche capito bene, in quel viaggio, cosa significhi essere piccoli così, e impotenti, difronte a una natura sconfinata. E cosa vuol dire essere gli stranieri di turno, i "fuori luogo". Ho incontrato Raymond il bretone sul Bajkal, e devo ringraziare lui se, l'anno successivo, ho potuto pedalare tra Iran e -stan in un viaggio che, da sola, non avrei mai affrontato, e dal quale ho imparato tantissimo. Insomma, quell'esperienza, raccontata qui sul blog e nel libro "Canto notturno di una ciclista errante per l'Asia", è stata un passaggio fondamentale per la mia crescita come persona, oltreché come viaggiatrice. Mi ha permesso di tracciare un perimetro più preciso all'io, di smussare gli spigoli e rendere umile persino una ventenne (età in cui ci si sente ancora quasi onnipotenti). Ero diversa, e anche il mondo lo era. Sul Volga, davanti a una tazza di vodka offerta da due battellieri, avevo sentito parlare di Donbass per la prima volta, essendo stato uno di loro un mercenario. Il razzismo era ancora, giustamente, considerato qualcosa di negativo, e del pari la violenza, nelle parole e nelle azioni, non era sdoganata del tutto. Sembrava ancora un mondo in crescita al positivo, dove le cose, in generale, con tutte le ombre e i compromessi del caso, andavano migliorando. Non come ora.
Con questi pensieri che mi frullano in testa, arrivo in piazza, davanti alla statua di Sukhbaatar. È piena di famiglie vestite a festa, molte all'occidentale (alla russa), altre con gli abiti tradizionali, e capisco subito il motivo: poco avanti ci sono decine di diplomandi agghindati alla statunitense, con toga e tocco, per la cerimonia di chiusura del loro corso di studi. Si vendono fiori, si scattano foto... Si respira quell'aria di gioia frenetica tenuta a bada perché è ancora presto. D'altronde il tasso di istruzione medio, qui, si sta alzando, ma è cosa recente. Più del 30% dei giovani oggi, arriva a una laurea breve, ma solo il 3% ottiene la magistrale. Ma questo vale per Ulan Bator. Fuori, soprattutto per i figli dei nomadi, la scuola (che sarebbe obbligatoria dai 6 ai 18 anni) è una remota possibilità tra tante. E per le generazioni precedenti i numeri sono profondamente diversi. Quindi, in questo momento di festa, non voglio disturbare o intromettermi, e mi limito a chiedere una foto a una signora che sembra Temujin senza barba e baffi. Clic! Ed ecco lo scatto. Sono così diversa dalla me di 9 anni fa, eppure, in questo momento di inizio di un viaggio, così uguale, così IO... Con la fame di mondo in pancia e la sensazione che non si placherà mai, più domande che risposte, ma ora, pure, una calma di fondo che mi fa dire che va bene così.
Via.
Ciao Ulan Bator, arrivederci. Ora devo andare.
Pedalo nel traffico per qualche kilometro, approfittando degli ampi e deserti marciapiedi. Supero un gigantesco, spettrale Luna Park che potrebbe accogliere tutta la popolazione della Mongolia, e invece è vuoto, e imbocco, udite udite, una ciclabile.




Corre lungo il fiume a sud della città, proprio ai piedi del Bogd Khan Uul, montagna sacra che sfiora i 2200m. La ciclabile è nuova e in perfetto stato, ha alcune piazzole di sosta con panchine coperte e, soprattutto, non la usa nessuno. Incontro due runner e un signore in bicicletta, fine. A sinistra vedo la capitale sfilare via sullo sfondo, con i suoi grattacieli e i palazzoni sovietici brutalisti. A destra si innalza la montagna sacra, tale fin dal 1600, con i suoi templi e soprattutto gli ecomostri e i ruderi di abusi edilizi per gli sport invernali, tra resort e impianti sciistici. Nella piana, cavalli e vacche pascolano serenamente liberi, mentre le gazze schiamazzano in stormi e i corvi fanno lo stesso verso di quegli strumenti di legno a forma di rana, che si suonano con un bastoncino. Insomma, gracidano più che gracchiare, ma in tono baritonale.






Dopo poco raggiungo Nalajh, città che per decenni ha rifornito Ulan Bator di carbone (principale risorsa ancora oggi, che viene bruciata per scaldare le ger, oltreché per produrre energia elettrica, per i treni e le industrie). Non per altro Ulan Bator è una delle città più inquinate al mondo, e nemmeno i veicoli elettrici cinesi stanno risolvendo il problema.


un ovoo!




un altro ovoo!

l'ennesimo ovoo!


il cimitero


Poi, superato il vasto cimitero dove pascolano le vacche, finisce anche questa città, e la steppa si spalanca intorno a me. Verde verdissima di arbusti bassi, ondulata e punteggiata qua e là di yurte e mandrie al pascolo. Ad ogni scollinamento, e in concomitanza di bivi, ci sono gli ovoo (letteralmente "cumulo di sassi"). Sono luoghi di culto sciamanici e segnavia. Chi passa, per avere un viaggio sereno, deve girarci intorno 3 volte in senso orario, e poi lasciare un'offerta (altri sassi, monete, caramelle, penne di falco, latte, vodka, khadag -sciarpe azzurre simbolo di Tengri-). Il culto degli ovoo, durante il periodo sovietico, era formalmente vietato, ma proseguiva in clandestinità.
Nel frattempo, come si vede dalle foto, il cielo si è aperto e un azzurro limpido è emerso tra le nuvole. Il sole inizia a scaldare, e le salite fanno il resto. Dai 1300 di partenza arrivo a 1900, in un continuo saliscendi. Ad aiutarmi c'è il vento, teso, potentissimo e benevolo, che mi spinge su per le salite, spesso senza bisogno di cambiare (e la bici è pesante!). Solo quando la strada curva un poco e me lo ritrovo laterale crea qualche problema. Per il resto, mi fa volare come l'aquila di Gengis Khan sulle infinite distese erbose, sotto ai cieli bassi. Il brivido di adrenalina che si respira qui è indescrivibile. Libertà pura. Sconfinata. I rari automobilisti che passano mi fanno gli abbaglianti, o mi fanno dei gran pollicioni in su fuori dal finestrino. Uno mi supera e poi accosta, scende e mi regala una "brancada" di cioccolatini. Sorride, non parla, è timidissimo ma accetta una foto.





Quando se ne va, mentre assaggio queste prelibatezze dell'estetica sovietica e dal retrogusto di fieno fresco, penso che siamo stati cresciuti con il mantra: "Non accettare caramelle dagli sconosciuti"... Ma davvero questa diffidenza ci fa vivere bene? Certo bisogna essere attenti, consapevoli e capaci di leggere le situazioni. Ma sono convinta che per tanti malintenzionati, ci siano ancor più persone buone, gentili e altruiste. La mia esperienza, nei viaggi e non, mi fa pensare questo. E non è questione di fede, ma di fiducia! Se no uno mica sogna l'anarchia...
Altra riflessione che mi viene da fare è che, come spesso accade in queste situazioni, io parto con l'idea di regalare qualcosa ai local, di ricambiare un'eventuale gesto di ospitalità... E invece accade il contrario, sono io ad essere omaggiata, in quanto ospite... Come nell'antica Grecia, quando lo straniero era sacro agli dei e non aprire la porta della propria casa a chi cercava un riparo per la notte era un'offesa a Zeus, spesso punita con ferocia. Inoltre, questo pensare che sia sempre io a poter dare qualcosa, a dispensare generosità, ha un che di vagamente razzista, quasi da "fardello dell'uomo bianco"; per parte mia è questione di altruismo iriflesso, quasi infantile, ma forse al fondo c'è anche questa forma mentis che, razionalmente, rifuggo. Quindi bene che venga smantellata, tanto più se accade per mezzo di cioccolatini!

Riparto, tra mandrie di cavalli selvatici e mucche e pecore che brucano in un silenzio che non è tale solo per l'urlo del vento. Ogni tanto si trova la carcassa di qualche animale, lasciata lì a marcire.










Bagahangaj è un minuscolo agglomerato, più ger che edifici, nato come distaccamento militare sovietico. E di conseguenza ha una grandioso monumento in ingresso, una stazione di polizia affacciata alla strada, dove un agente finge di controllare chi passa, soprattutto bestiame, e poco più. Grandi facciate per pochi contenuti, come doveva essere qui la presenza dei militari dall'URSS. Passa un treno. La strada che percorro va in parallelo alla ferrovia. La Transmongolica, che collega Ulan Ude in Russia con Pechino, via Ulan Bator.





Arrivo così a Bajan, ultima città della tappa di oggi. Ho già superato i 100km. Entro in un CU (che sta per see you, e non per deretano in milanese), nuova catena di negozi stile 7-eleven, con prodotti vari e ben assortiti, tavolini, possibilità di scaldare il cibo e caricare il telefono, nonché bagni. Diversi avventori mi salutano, spendono parole di approvazione, mi chiedono del viaggio. Intanto mi guardo intorno e sento che, per piantare la tenda, è meglio allontanarsi dal centro abitato. Non ci sono spazi sensati, qui, e finirei sull'uscio di qualcuno e attirerei troppe attenzioni.

non io che scatto foto per tradurre le insegne con google lens...


Approfittando del vento a favore, dopo aver fatto ulteriore scorta d'acqua, riparto, lungo la strada, in direzione della prossima tappa. Sono le 17, ho ancora quasi 4 ore di luce... Posso permettermi di cercare uno spot tenda che mi sconfinferi.
E invece, dopo una decina di kilometri, trovo un hotel fatto e finito! O meglio: un prefabbricato che ospita, al piano terreno, ristorante e minimarket roncissimi. E al piano di sopra ha delle camere. Sembra una delle tante gostinitse lungo la transiberia in cui ho cenato e dormito durante quel viaggio. Su Google non è segnalato, provvederò ad aggiungerlo... Non ci penso due volte. Per le gioie del campeggio selvaggio c'è tempo.
Mi accolgono due adolescenti, fratello e sorella, che stanno tirando a canestro nello spiazzo antistante. E poi quella che penso sia la madre. Che mi chiede più soldi del dovuto, e poi se ne accorge e me li restituisce. I ragazzi mi aiutano a portare su i bagagli. Non mi viene data chiave. La porta si chiude solo da dentro, tanto dove vuoi andare, se esci? E così mi accomodo per una notte di gran lusso, con vista sulla steppa.




Per darmi una sciacquata dalla polvere, mi scaldo l'acqua con il fornello, visto che in stanza si gela e si sta bene solo con termica, felpa, piumino e cappello, e dal rubinetto scende solo acqua fredda. E poi, già che ci sono, mi cucino una cenetta per niente male direttamente sul pavimento del cesso (onde evitare incendi in camera), sotto allo sguardo indignato della Monna Lisa olografica che sta sull'asse del wc. Mangio alla finestra, godendomi l'ultimo sole, piacevolmente tiepido, che fa brune le colline.
Poi scende la sera e, dopo aver sentito casa, crollo in un sonno profondissimo ancor prima di godere appieno della meravigliosa, ammiccante miriade di stelle che si vedono da questa fetta di mondo.
(Che si chiama Tôv, quasi dimenticavo, ed è una regione dove vive un'etnia di origini turche, i tuvani, animisti e dediti al canto gutturale che produce armonie spettacolari)






23/6
Oltre Bajan-Čojr
119km

Che dormita! Mi sveglio alle 6, e il sole è già alto. Ma non ho alcuna intenzione di affrettarmi: fa freddo, ancora. Quindi tergiverso, scrivo, mi preparo un caffè, lavo il padellame, leggo un po' di news -chè, quando viaggio, rimanere all'oscuro della cronaca, almeno internazionale (della nazionale facciamo a meno, salvo rari casi) è un attimo. Ormai stare "nel mondo", cioè viverlo direttamente, conoscerne le culture e i luoghi, diventa paradossalmente un trovarsi "fuori dal mondo".


Sento fuori dalla finestra i ragazzi che tirano un po' a canestro, intorno alle 7, e mi affaccio a salutarli. Quando, alle 8, mi risolvo a scendere con tutti i bagagli per partire, non c'è più nessuno. Nessuno al minimarket, nessuno al ristorante, nessuno al piano delle camere nè nel cortile. Ed è tutto aperto! Al punto che, mentre esco, incrocio una coppia di local che sta entrando per far colazione. Poco dopo se ne escono mesti, a pancia vuota. Che succederebbe da noi se un hotel-negozio-ristorante venisse lasciato completamente aperto e incustodito? Dopo quanto avverrebbero i primi furti e atti di vandalismo? Ma qui la criminalità non è diffusa, se non nel molto piccolo o nel molto grande. Ci sono i borseggiatori a Ulan Bator, nelle zone turistiche, e ci sono corruzione e tratta di esseri umani, ma queste colpiscono, purtroppo, i mongoli stessi, soprattutto, nel secondo caso, donne e bambini. Per il resto l'idea di appropriarsi di qualcosa d'altri, soprattutto in queste zone, è molto lontana dalla mentalità dei local. Sarà che vivono in un ambiente così ostile, e che hanno in generale così poco, che val più la pena rinsaldare la "social catena", piuttosto che spezzarla per quattro spicci...
Mentre elaboro questa riflessione, preparo la Fanfola, ed eccoci pronti per un nuovo giorno di viaggio. La strada chiama.



Il vento oggi è un po' meno alle spalle e un po' più laterale, ma non c'è da lamentarsi. Fosse contrario, sarebbero dolori! Non riuscirei forse a percorrere così tanti kilometri, con la bici così carica e le salitelle. Il cielo resta nascosto dietro a uno strato di nuvole innocue, che però rubano la luce e i colori. Nel manto verde cupo si muovono le mandrie di cavalli e mucche. Talvolta un pastore le raduna, seguendole in moto o addirittura in auto. Giustamente, è il 2026 anche per loro.




Oggi le distanze tra una presenza umana e l'altra, al netto della ferrovia che sempre corre accanto alla strada, si fanno ampie. A 16km dalla partenza c'è questo "bar", una ger aperta al pubblico insomma, con tanto di cartello che la indica e porta la scritta "open". Non so se di notte lo tolgono o fanno affidamento sul fatto che, non essendoci alcuna illuminazione, ed essendo il fondo assai dissestato, nessuno si metta alla guida dopo il tramonto...





Man mano che procedo verso sud il terreno si fa più arido e brullo. In effetti un Gobi così verde non me lo aspettavo... Eppure! Per queste coriacee erboline, evidentemente, basta poco. Mi fermo poi a osservare una scena tanto semplice quanto potente. Un pastore spinge con l'auto il suo gregge al pascolo, quindi spegne il motore, tira fuori un secchio, lo gira e ci si siede sopra, rivolto alle pecore. E così, probabilmente, starà tutto il giorno, tutti i giorni. "Tityre tu..." ma qui non c'è alcuna ombra, alcun albero! Chissà come avrebbe iniziato le Bucoliche Virgilio, avesse dovuto descrivere questa scena.




Siccome non ci sono paesi, a volte nel nulla compare una stazione. Qui in foto un esempio, che fa capire quanto traffico ci sia sulle banchine...





Vista la bellezza del luogo, ne approfitto per pasticciare un po' con il tripode e farmi qualche video e foto. In questi tempi di dittatura del formato verticale, evviva la sconfinata Mongolia che si coglie soltanto in larghezza ed estenzione! 





I kilometri scorrono sotto alle ruote. Il panorama sembra immobile. Raggiungo quella che viene segnalata come area di servizio e consta di: ovoo, slargo in terra battuta per parcheggiare, cestino dell'immondizia, toilette. Che scopro qui essere turche in cubicoli senza porta. E infatti intravedo un paio di camionisti acquattati, con in mano un pezzo di carta. Ahinoi che dramma! Qui lo sguardo spazia per decine di kilometri, e i gabinetti non hanno porta... Tenerla, o mostrarsi ignudi! (che, per me, ora significa davvero esporre ai quattro venti tutte le mercanzie, visto che ho le braghe con le bretelle e per una pipì devo spogliarmi completamente). "Paese che vai, bagno che trovi"... E comunque davvero si potrebbe scrivere un saggio antropologico sulle differenze tra i popoli, a partire da come e dove cagano. La scienza dei cessi.


I miei alti pensieri sono continuamente distratti dalla fauna locale. Oltre al bestiame, onnipresente, noto uno sterminio di grilli, che, quando passo, saltano un metro avanti, a destra e a sinistra, aprendosi come le acque con Mosè; poi ci sono delle cicale gigantesche, rumorosissime, che volano come elicotteri e intanto friniscono. Altro che i "finissimi sistri d'argento" del Pascoli... Sembrano dei Boeing Apache pilotati da un ubriaco, e quando sbattono contro la bici, il casco o gli occhiali, producono uno tonfo sordo, per poi ricominciare a frinire acute, e ricordano lo sfrigolio dei cavi dell'alta tensione. C'è una quantità di uccellini diversi, tutti piccolissimi e rapidissimi, che neanche immaginavo. E soprattutto ci sono migliaia, decine di migliaia, di GERBILLI. Più piccoli di quelli che avevo visto in Turkmenistan. Sembrano topini color sabbia, con il pelucchio lunghetto e dei musi carinetti, squittiscono come i pazzi, e, al minimo rumore o movimento, corrono nelle loro tane, che sono buche nel terreno, o meglio, cunicoli, con diverse uscite. Quando passo con la bici si intravede un fuggi fuggi generale. Vedo anche un'aquila dalla testa bianca, e mi sembra un gran bel presagio, tanto più che sta lì, ferma, e ci scambiamo degli sguardi da lontano. Dopo alcune ricerche, non so se si tratta di un'aquila imperiale (quelle usate dai nomadi kazaki a cavallo per cacciare) o di un'aquila di mare di Pallas (ironia della sorte, non avendo la Mongolia sbocchi sul mare...).


treno e aquila

A 92km dalla partenza incontro il  primo abitato: Bajantal ("steppa ricca" -mi ci ficca). Ho ufficialmente lasciato la regione del Tov, per entrare in quella del GoviSùmbėr (Gov=Gobi), la meno popolata del Paese. Che già non è questa gran metropoli, in generale. La capitale è Cojr, meta della tappa di oggi. Siccome è presto e mancano meno di 30km, decido di fermarmi nell'unico posto che si segnala come locale aperto al pubblico. Il ristorante è chiuso, ma una ragazza gentile mi mostra le bevande che ha a disposizione, e lo fa con tanto orgoglio che non riesco a non comprare qualcosa. La scelta va da alcolici ad alcolici, niente acqua, niente bibite. Oppure un caffè latte in lattina. Vada per questo... Il bagno non c'è, quindi, dovesse succedere l'irreparabile, devo per forza usare le turche senza porta, che qui sono proprio affacciate alla strada in modo da mostrarsi ben bene a tutti i passanti. Per fortuna va tutto liscio, e torno anche ad avere connessione a internet (che per tutta la mattinata si è interrotta). Riposo un attimo seduta a terra, fuori, mentre osservo le numerose ossa spolpate buttate nella sabbia e il via vai di conducenti al gabinetto.



Torno in sella, per scoprire due cose: la prima è che negli animali morti, la prima cosa a spolparsi e mostrare lo scheletro sotto le carni è il cranio. Forse perchè c'è meno ciccia e quindi viene mangiata o marcisce più in fretta.








gerbillo in buca!


La seconda è che Cojr è una città grande, una città che quasi si riconosce come tale! Con tanto di monumento di ingresso (qui si celebra il fatto di esistere, di iniziare, di non cedere alla sabbia e al vento. Non ci sono altri particolari eventi da scriver sulla pietra). Nella foto sotto, dietro al dragone di destra, si vede pure una cisterna. Ce ne sono tante lungo lo stradone sterrato che porta al centro. 



Passo davanti al cimitero, che da lontano pareva un gregge di pecore. Le lapidi, semplici pietre informi, sono sparpagliate senza ordine, solo a un paio di metri una dall'altra. Non ci sono recinzioni, non vialetti, non fiori, non scritte nè simboli. Solo pietre chiare. Una per ciascuno.
Più avanti, ai primi edifici, compare un cartello stradale che indica le direzioni per le principali località della regione, e oltre. Sono quasi tutte piste sterrate che si perdono tra deserto e steppa, e le distanze vanno dai 200 ai 500km, niente di più vicino. E' incredibile immaginare questo oceanico nulla, questo spazio aperto, e disabitato, e disumano, e come per millenni la vita vi si sia adattata, anche quella degli esseri umani. Noi del Vecchio Continente non siamo proprio progettati per visualizzare davvero orizzonti tanto vasti.

Il nucleo abitato della città è costituito da tre file di orrendi casermoni dal sapore sovietico. Si riconosce al primo sguardo, appena mi avvicino a uno di questi, che ospita l'hotel dove sono diretta. E infatti la storia del luogo spiega tutto. Ma prima, notate come nel cortile pascoli beatamente una vacca, in compagnia di un canetto simpatico.



Entro e vengo accolta prima da questa meravigliosa selezione di città di riferimento, nell'ordine: Mosca, Ulan Bator e Pechino. La parte giusta del mondo, senza ombre e senza dubbi. I dubbi fanno male alla salute e arrivano presto alle orecchie dei compagni poliziotti. Meglio non averne.


Poi da lei. 


Che si mette in posa per la foto solo dopo duemila tentativi di chiederle uno scatto. Quando entro non mi sente, e non mi sente nemmeno quando chiamo ad alta voce... "Hello? Hi? Dobry?"; infatti è nell'attigua cucina, indaffarata a spadellare qualcosa che, come tutto il cibo qui, sa di carne macerata e latticino cagliato male. Di stalla potente. Si accorge di me quando mi vede a pochi passi da lei. Prima trasale, sgrana gli occhi sottili e ha un singulto, si spaventa proprio. Poi realizza che sto solo cercando una camera e si scioglie in un sorriso largo. In una frazione di secondo anch'io le sorrido, ma non faccio in tempo a iniziare una civile e serena comunicazione, che, dal nulla, la sciura inizia a sbraitare, e a questo punto mi spavento io. Ma sta solo chiamando la figlia, impegnata al piano di sopra a sistemare le stanze. E' la ragazza a occuparsi dei pagamenti (l'equivalente di 12 euro, cash only, la cassa è una scatola di cioccolatini, sul bancone, in bella vista). Prendo la camera, e inizio a portare su le borse. La signora vuole a tutti i costi aiutarmi, anche se cerco di farle capire che non c'è bisogno (ma lei parla solo mongolo stretto stretto). Si inerpica per l'unica, e pure breve, rampa di scale, con solo una borsetta piccola, e arriva in cima devastata dal fiatone. Seguita ad ansimare per i successivi dieci minuti, mentre io continuo a salire e scendere con tutti i bagagli con la destrezza di un gerbillo fischione. Temo le venga un coccolone. Passa poi del buon tempo a studiare la bici, me, me e la bici, la bici di nuovo e ancora me, con occhiate curiose e divertite. Infine si abbandona, stremata nel corpo e nella mente, sulla sua sedia, e chiama qualche sua amica per raccontarle cosa le è appena successo.

La stanza è di gran lusso, con tv che non funziona, frigorifero che non funziona e nemmeno un cassetto o un'anta che si aprano e chiudano correttamente. Il Wifi? Non funziona. Avevo letto, qualche tempo fa, il racconto di viaggio di un motociclista, in Mongolia, che spiegava che tutto quel che sembra una figata sulla carta diventa subito un, cito: "Everything is shit, nothing works"; era il suo modo per avvisare i lettori di stare attenti, ed essere previdenti. Da queste parti il Nulla stile Storia infinita è a un passo, e non ci si può aspettare chissà quali comfort. Infatti, per me, non manca nulla: ci sono il letto, la finestra, una sedia e un tavolo per scrivere e persino un bagno al piano con la doccia tiepida.



Questi palazzoni, e l'hotel, sono di costruzione sovietica, come si poteva ben immaginare. E che ci facevano i russi qua? Semplice, in questo catino di sabbia e roccia (siamo in una depressione) c'è l'uranio. E c'era anche una base militare (missilistica) URSS, chiusa nel 1989 e passata sotto la giurisdizione mongola solo nel '92. Ora la rampa di lancio, la più lunga del Paese, resta abbandonata come muto monumento di quei tempi, e fa il paio con la statua del primo cosmonauta mongolo, nonchè ministro della difesa dal 2000 al 2004, Gurragchaa.

Dopo una doccia e un po' di riposo, decido di andarmi a procacciare qualcosa di fresco per cena. Ho individuato un CU lungo la strada, in una sorta di stazione di servizio stile Autogrill dove fanno sosta le comitive di turisti che fanno i tour nel deserto. Qui trovo il bengodi di frutta e verdura. Costano un rene (due kiwi costano come la camera d'albergo, per dire), ma è giusto così. Alla cassa cerco di pagare il commesso con le banconote contate, soprattutto i tagli piccoli, per scoprire, grazie a lui, che sto usando anche valuta thailandese. Mi sa che ho pagato pure altri in bath, porca miseria... Vabe', spero glieli cambino in banca!
La città ha un aspetto piuttosto desolato, e ci son più pompe di benzina che anime. Però noto che il sole, pur essendo tardo pomeriggio, è ancora caldo. Il clima, scendendo a sud, si sta facendo più mite. Serve sempre il piumino, ma posso fare a meno di cappello e scaldacollo.



Tornando, trovo parcheggiata accanto alla Fanfola un altro potente mezzo, e, al posto della signora, un gatto coccolone che mordicchia le dita, e ha baffi e vibrisse bruciacchiati, forse per qualche tentativo di furto in cucina... Mariuolo!




Alla scrivania con vista, mentre sistemo le foto e le tappe dei prossimi giorni, mi godo pian piano la cenetta di gran classe, per essere nel mezzo del Gobi. Doppia insalata fresca, un onigiri piccante e persino un bicchiere di uva. Quanto al cibo, posso dirlo senza remora: non vedo l'ora di raggiungere la Cina! La raccomandazione più buffa che mi è stata fatta, prima della partenza, è di Christian, all'ultima ride serale di Hopcycle. "Non finire in un involtino primavera. Ma non intendo a pezzi. Intera, avvolta in un manto di pasta glutinosa e semitrasparente".



Il sole, come ogni sera, si fa basso e lunghe le ombre. Poi cala in una fiamma rossa, e, al buio compare la luna, circondata da miriadi di stelle. Ascolto Borodin, intanto, e sento la grandezza del mondo e dell'arte scorrermi nelle vene insieme al sangue, e portare meraviglia, e canti di pastori erranti, ma nono sono inquieti come quello leopardiano. Come Sisifo, bisogna immaginarli felici. La silenziosa luna sorride, e basta a riempire il cuore di un uomo.

24/6
Cojr-Ajrag
103km

La notte trascorre in modo difficile e molesto. Gli altri ospiti dell'hotel, ma soprattutto lo staff (una famiglia che ci vive) fanno un casino allucinante, urlano, cantano, telefonano, vedono video a tutto volume. E' una costante die luoghi dove il rispetto per questi "dettagli" non è percepito... Soprattutto in Messico e Perù ricordo delle gran sfuriate per gente che a qualsiasi ora faceva casino in ogni modo. Se si è abituati, non ce ne si accorge... Ma per me è assai fastidioso. Inoltre ho la pelle che pizzica perchè completamente secca, non per il sole, che mi ha bruciato l'unica parte esposta e meno protetta (le labbra) ma per l'aridità del clima. Vivendo in Pianura Padana, ho le stesse esigenze dermatologiche di una rana.
Quindi questa mattina, per recuperare un po' di sonno, mi attardo a letto, e ci metto anche del buon tempo a risistemare le borse, che ieri ho smontato in modo disordinato. Intanto mi bevo un caffè e mangio una barretta. Quando sono pronta, scendo con armi e bagagli e incrocio la ragazza di ieri, che mi fa il gesto del mangiare, portandosi la mano alla bocca. A quanto pare c'è una colazione inclusa! Mi affaccio alla sala con tavoli e panche, e mi sembra sufficientemente pulita e in ordine per accettare. Appena mi siedo, mi viene servita una tipica colazione mongolica, e qui mi viene il dubbio di aver commesso un grave, grave errore.


Si tratta infatti di uno scodellone di quel che inserobilmente è latte. Alimento base per la cucina locale, tanto buono quanto pericoloso. In superficie, galleggiano delle chiazze di unto. Sicuramente burro. Sul fondo, invece, sono morti annegati pezzettini nodosi di carne ignota, e briciole di avena o qualche altro cereale. Il gusto è salatissimo. Per fortuna, il cucchiaio è grande, diciamo... Perchè mi dispiace avanzare del cibo, e per di più risultare scortese. Ma per tutto il resto della mattina sarò riarsa dalla sete, cosa non ottimale nel deserto! Ad accompagnamento, una sorta di biscottone fritto, leggermente salato, che ha lo stesso peso specifico dell'uranio (infatti qui lo estraggono, hai visto mai...). Questo lo lascio, intatto e riutilizzabile, perchè ne ho ancora ricordi vividi da 9 anni. Siccome qui i raccolti si fanno una volta l'anno e sono scarsi, e non c'è gran modo di conservare, si panifica subito, e per 12 mesi si consumano i prodotti, fino al raccolto successivo. E' lo stesso concetto del pan dei marinai genovese... Ma senza uvetta e con metalli pesanti radioattivi. Quindi lo ripongo nel piatto da cui arriva, dove noto che sono conservati anche quelli mezzi mangiati, sbocconcellati o con proprio il segno a mezzaluna del morso. Ricordo, dal viaggio scorso, anche questo. Per loro, come pure in Kirghizistan, il cibo parzialmente mangiucchiato non si butta, ma si serve al giro successivo. Chiaramente un uso che deriva dall'evitare sprechi, dove non c'è abbastanza, figuriamoci se ci si può permettere il lusso di buttar via qualcosa di ancora perfettamente commestibile.

Mentre inizio a temere che quel tazzone di latte misterioso possa stroncarmi in modo devastante e farmi evaporare in una nuvola di diarrea, vedo la ragazza entrare a spallate dalla porta tenendo per le zampe un'intera pecora scuoiata, appena scaricata a caso dal tetto di un'auto. I dubbi sull'andare in merda diventano quasi certezze, e inizio a rimpiangere le mie cattive scelte. Me misera! Morrò di cacca! (invece no. Ora che è sera posso confermare).
Cercando di non pensare a quel che potrebbe succedere nelle prossime ore a livello di budella ritorte, parto. Oggi, purtroppo, il vento è laterale, e a tratti contrario; starà così per tutto il giorno, e la differenza si sente!
Appena fuori Cojr, mi colpisce un uomo che sta pregando davanti ad un ovoo. Mi è capitato di vedere girare intorno auto e moto, o di assistere a qualche offerta lasciata a terra, ma mai a un momento di raccoglimento così intenso. Si inginocchia, giunge le mani, tocca le pietre. Le religioni animiste, a mio avviso, restano le più sensate, e mi affascinano tantissimo. 


Davanti a me si srotola la strada, un lunghissimo filo che va a perdersi nell'orizzonte azzurro. Oggi, con Eolo imbizzarrito e mai un riparo, mai una curva, sarà tosta. Ascolto un po' di musica, per far scivolare meglio i primi kilometri e godermi il panorama con adatta colonna sonora. Tutto è sconfinato, davvero di interminati spazi e sovrumani silenzi.





L'unica cosa che interrompe questo fluire che par fermo, in uno spazio così grande che mi fa essere l'Achille del paradosso con la tartaruga, sono gli animali. Mucche, cavalli e capre. In questo caso, caprette minuscole e dal pelo foltissimo e riccioluto, sembrano peluches!


Quando possibile, proseguo sulle numerose piste sterrate che corrono parallele. Sono più confortevoli della strada, tutta buche e pericolosi pezzi di copertoni che causano forature per i filamenti di acciaio. Su questi sentieri, sotto a questo cielo bassissimo di nuvole in corsa, tra arbusti e roccia, si percepisce la grandezza immensa, si fa voto di vastità.




Passo per Olon Ovoo, piccolo centro con quattro ger e due case. Poi da Danzargalan. Sono ormai entrata nell'ultima provincia, quella di Dornogov', che confina con la Cina. Qui ci sono giacimenti di petrolio e carbone, qualche raffineria e meno nomadi dediti alla pastorizia. Infatti si vedono poche mandrie, rispetto a prima. Una nota sui cavalli. Quelli selvatici se ne stanno ben lontani, ma quelli semi-addomesticati non temono minimante le auto e nemmeno i camion, anzi, attraversano la strada senza curarsene, costringendo i conducenti a frenate improvvise e sbandate. Però sono TERRORIZZATI dalla bici. Da me che pedalo. Da me ferma con la bici a mano. Probabilmente perchè non ne hanno mai viste... E quindi la prendono per un nuovo pericolosissimo predatore!






A una sorta di oasi con stazione di servizio, mi fermo per comprare acqua e, già che ci sono, un sorbetto al kiwi. Così, per far cagliare meglio il latte salato di stamattina. Intanto mi sgranchisco un po' schiena e braccia. Pedalare controvento non è comodissimo... Magari in Cina se trovo qualche centro massaggi decente mi faccio riallineare chakra e vertebre!


Mentre mi riposo all'ombra, noto che anche qui ci sono i bagni, all'esterno, senza porta. Ma hanno una sorta di muretto alto circa un metro, davanti, così che chi si acquatta sulla turca non possa essere visto da davanti, a meno che non si passi per raggiungere il gabinetto accanto. Voglio aspettare che non ci sia nessuno, o almeno, non gruppi di uomini. Dai cubicoli occupati spuntano due mani giunte che reggono il telefono... Pure in quella situazione la gente va a cagare con lo smartphone! C'è un gruppo di tizi che non si sposta. Oltre a usare i bagni, fumano, chiacchierano e continuano a lanciarmi occhiate. Quando finalmente si levano di culo e mi passano accanto, uno di loro non resiste e, in un circa inglese, mi chiede se parli cinese. Rispondo di no (colpevolmente. Ho delegato ad Alessio gli studi... O meglio, siccome lui voleva fare un corso, non mi sono sentita in dovere a mia volta. Su certe cose sono la carta dei tarocchi della Pigrizia dal culo pesante). Nonostante la mia risposta, sono troppo incuriositi e quindi, a parole singole, intavoliamo una conversazione. Quando scoprono che sto andando in Cina, e capiscono con quale itinerario, si gasano alla follia. Pollicioni, sorrisi, frasi in cinese piene di entusiasmo e qua e là un "China good!", "China beautiful!". Dopodichè inizia la trafila delle foto. Tutti ne vogliono una, dove si veda anche la bici (uno di loro cerca la batteria, e quando non la trova, sgrana gli occhi e dice cose che suonano tipo "EhhhlaMadonna" ma in mandarino). Alla fine, quello più giovane, che ha iniziato il discorso, mi saluta con un "China welcomes you! We are happy!". Mi sembra un ottimo auspicio. Allora, se la Cina mi dà il benvenuto, bisogna proprio andarci!


Nel passaggio tra qui e là mi preoccupa un po' il salto tra vuoto e pieno. Tra le distanze, il silenzio, le poche persone e pochi input della Mongolia, e il tutto tanto forse troppo della Cina. Spero che la Mongolia Intena faccia da cuscinetto per rendere più graduale la transizione. Intanto procedo, sempre controvento, ormai piuttosto bollita. Fa pure un gran caldo, ora. Qua e là si spalanca un occhio azzurro chiarissimo, quasi bianco, di laghetti dall'acqua salata. Intorno un frullare d'ali.



Poi, sfocati nella distanza, compaiono anche loro, il simbolo definitivo, per me, dell'Asia centrale: i cammelli battriani! Non so se siano selvatici o di proprietà di qualche pastore. Fatto è che la vista mi colma di gioia. Intanto perchè a me gli animali piacciono. E non intendo in modo superficiale, ad un rapido sguardo estetico. Intendo proprio che mi rimettono in pace con il mondo e la vita. Anche a casa, quando non sono in bolla e non mi va nemmeno di pedalare, la cosa che mi fa star meglio è andare al Parco Arcadia di Bareggio a vedere gli scoiattoli, i daini, i cervi e pure gli asini e le galline. Gli animali sono nello stato di natura, fuori dalla logica di bene e male, giusto e sbagliato. Per questo mi fanno star bene, e passerei ore e ore e ore e ore ad ammirarli.
In secondo luogo, i cammelli in particolare sono uno dei primi animali davvero esotici che io abbia incontrato in un viaggio in bici. In Mongolia, la prima volta, ne avevo anche cavalcato uno! E poi li ho ritrovati l'anno dopo, in Kirghizistan, dopo tanti dromedari tra Iran e Turkmenistan. Ma i cammelli dei deserti freddi, con la loro pelliccia, grossi come sono, battono i dromedari dei deserti caldi 10 a 1 in portamento e maestosità. Ho dedicato loro anche il titolo "Una bici per cammello", per capirci.


Questa visione felice mi porta a spingere sulle ultime salitelle, negli ultimi kilometri. Alcuni automobilisti si affiancano e mi chiedono dove stia andando, e da dove venga, e son tutti gentili ed entusiasti. Raggiungo la meta, Ajrag. E' un paesino come gli altri, più ger che case, ma da Maps si vede che c'è un Sakura hotel cui miro. E dopo un paio di km su sterrato tra le yurte, con tanta buona fede e speranze altissime, eccolo! Un container rivestito di gomma con disegnati mattoni. Entro e trovo davanti a me un disordinatissimo negozio di vestiti e scarpe, dove la merce sta ammucchiata in 3x3 metri. Una signora imponente, tutta di rosa vestita, compare e mi fa segno di entrare dall'altra parte. E in effetti, nello stesso prefabbricato del negozio, che è anche la casa della signora e della famiglia, ci sono pure le stanze. Per intenderci, chiama la figlia che parlicchia inglese e fa da interprete. Una volta presa la camera, mi mostra una serie di foto sul suo telefono con cicloviaggiatori da mezza Europa (Gran Bretagna, Svizzera, Francia, Olanda, Belgio, Irlanda, Germania...) e poi si fissa su una signora anzianotta e coi capelli bianchi, sua ospite qualche settimana fa, che viaggiava in auto con un cane. Mi fa vedere duecento foto tutte uguali del cane della sciura. E se la ride di gusto! Le chiedo una foto, ma mi dice che la facciamo domani, adesso non è in ordine. Ok!


Dopo la consueta doccia tiepida e con poca poca acqua, che qui è bene prezioso, esco a fare un giro. Ajrag è proprio una città da Far West. Ci sono, intorno, miniere di fluorite. In centro una pompa per l'acqua, a pagamento, dove chi vive in tenda, dentro e fuori città, può rifornirsi. Si sente vociare di bambini che giocano, ma non ne vedo.





Intravedo pure un negozietto, e ne approfitto per comprare qualcosa di vegetale: un cetriolo con la buccia che par pelle di anchilosauro, due carote terrose e una latta di piselli bolliti. Con una busta di noodles e due quadretti di cioccolato siamo sontuosamente a posto anche per oggi!