giovedì 9 luglio 2026

19-21. Pechino. Dalla Città Proibita a Piazza Tiananmen, dall'Opera alla Muraglia. Cronache da una capitale millenaria, a misura d'uomo

















7/7
Pechino
0km in bici, innumeri a piedi

Quella di oggi è stata un'immersione totale nella storia grandiosa e terribile di questa "briciola" di mondo, per un grano di tempo -più di 700 anni. Abbiamo infatti visitato sia la Città Proibita sia Piazza Tiananmen, due luoghi immensi, fisicamente e per ciò che rappresentano, tanto lontani quanto contigui. Dove finisce una inizia l'altra, e non solo perché sono adiacenti, e la porta Tiananmen ("della pace celeste" era anche una porta delle residenze imperiali. Ci alziamo presto, perché tutte queste "attrazioni" richiedono un biglietto e una prenotazione con orario di accesso, indicati numero di passaporto e dati personali. Noi dobbiamo essere all'ingresso della Città proibita alle 8, lì ci aspetta Franck, la guida. Facciamo colazione e, dopo i miei consueti 8 caffè, ci prepariamo.




Ci sarà un dress code per questi luoghi? Ricordo che in Thailandia e Malesia dovevo tenere pantaloni lunghi, felpa e pareo nello zaino, perché templi e palazzi reali richiedevano un abbigliamento estremamente sobrio e coprente. Ma qui no, qui se ne sbattono altamente. Sono laici nel senso ampio del termine, e nè dio, nè l'imperatore nè Mao sono autorità abbastanza forti da incutere rispetto e reverenza. Per il vero, anche ieri ai templi ho avuto la sensazione di preghiere estremamente rituali, formali, ma non poi così intimamente sentite. Magari mi sbaglio, eh. Ma sembrava quasi fosse più importante bruciare il numero giusto di bastoncini di incenso, che non rivolgere l'attenzione del proprio spirito al sacro. Alessio denuncia qualche problema intestinale, ma ci ridiamo su, per ora, pensando alla signora che ieri sera sul marciapiede davanti a noi, si è fermata, ha alzato la gamba e ha tirato una scoreggia potentissima. A pochi centimetri dai molti passanti, senza problemi e senza destare alcun interesse o commento. Come per i rutti e gli sputi rumorosi. Immagino sia l'equivalente dei giapponesi che ci vedono soffiare il naso in pubblico...
Arriviamo al punto di incontro con la guida, e ci rendiamo conto di essere in un quartiere ben diverso da quelli visti finora. Non viuzze tradizionali, non angusti Hu Tong, negozietti e vicoli tutti edifici bassi in pietra (frutto della ricostruzione post passaggio di Gengis Khan), ma grattacieli, vialoni e palazzi moderni. C'è anche un enorme distributore di birra alla spina... e un tizio che ci abborda, parlando inglese. Dice di aver vissuto in Italia ed essere un docente anche lui. Che caso! Vuole semplicemente venderci quadri e stampe nel suo negozio. Ce lo lasciamo alle spalle in fretta.




Un gruppo di turisti di provenienza mista (Germania, Francia, USA, India) già si è raccolto intorno a Franck, che ci accoglie con un sorrisone e ci regala pure un portachiavi-panda (a me uno con un fiore, che per lui è adatto a una femmina, ad Alessio uno azzurro, evidentemente giusto per un maschietto di 42 anni).
Iniziano poi le lungaggini per entrare. Ci sono controlli, code, altri controlli, bagaglio e documenti, documenti e bagaglio, biglietti. Una marea montante di visitatori, quasi tutti cinesi, invade i pur immensi piazzali, ma le file sono ordinatissime grazie alla costante presenza di guardie e servizio d'ordine.












Noto due cose:
- le donne (soprattutto, ma non solo) sono coperte peggio che nelle teocrazie islamiche (non Mao, non dio, non l'imperatore, ma la dittatura dei canoni estetici sì, influenzano il modo di vestire);
- gli anziani sono aperti alle mode e alle novità tecnologiche anche stupidelle, tipo i cappelli con ventilatore integrato, mosso da mini pannello solare.

Riusciamo finalmente a entrare e, nonostante i numeri impressionanti di visitatori, la prima impressione è incredibile. Tutto, ogni muro, ogni piazzale, ogni palazzo, è costruito per dare l'impressione di grandiosa maestosità. Qui viveva il figlio del cielo. Qui viveva il capo supremo, la guida, la linea verticale che unisce le tre orizzontali di cielo, umanità e terra. Tutto quel che riguardava l'imperatore doveva far sentire piccoli piccoli. Insignificanti. Umili.












La città proibita, con le 9000 stanze e i 980 edifici, è il complesso palaziale più grande al mondo (720.000m²) per lo più in legno, circondata da 3.5km di mura. Concubine, eunuchi, servitori, ministri e funzionari portavano avanti un'opprimente ritualità fatta di gesti, cerimonie e sacrifici, parate e condanne. Varcare queste mura poteva significare la condanna a morte. Qui vissero le ultime 2 dinastie: i Ming, che ne vollero la costruzione (1406-1420) e i Qing, di origine mancese.

Oggi, e dal 1925 (un anno dopo l'abdicazione dell'ultimo imperatore, Puyi), si chiama Museo del Palazzo. In passato era nota come Città purpurea, in quanto controparte terrestre del regno celeste dell'imperatore di Giada (la stella polare nell'astrologia cinese). E per il colore delle mura, rosse, che mettono in risalto i tetti gialli e dorati, come il sole, simbolo del potere imperiale.





Franck fa foto squattando



















Pechino divenne capitale (dopo Nanchino) con la dinastia Yuan (i mongoli di Khublai Khan), e, poco a ovest, zona di tramonto e morte per il Feng shui, sorgeva un loro palazzo, della dinastia sconfitta. All'inizio del XIV secolo oltre un milione di uomini fu impiegato per costruire questo colossale complesso, in solitaria 14 anni.

Dal 1420 al 1644 ospitò i Ming. Poi venne invasa durante una rivolta contadina e si passò alla dinastia Qing. Loro, manciù, cambiarono i nomi degli edifici a sottolineare l'armonia più che la supremazia, introdussero elementi sciamanici e iscrizioni in doppia lingua. Nel 1860, dopo la Seconda guerra dell'oppio, i britannici invasero la Città proibita, dove anche l'ultimo imperatore visse, condividendo alcuni edifici con la neonata repubblica di Cina. Durante le guerre sino-giapponesi e la Seconda guerra mondiale i tesori vennero messi in salvo, spostandoli in varie località tra cui Taiwan. Mao cercò di limitare i danni durante la Rivoluzione. Ha fatto più scalpore negli anni 2000 l'apertura di uno Starbucks all'interno delle mura (giustamente).

Ogni edificio rispetta un rigido simbolismo: oltre a essere rivolti sempre a sud, i palazzi, divisi tra Corte interna ed esterna, sono a gruppi di 3 o 6, parallelismo con gli elementi celesti dell'astrologia. Le piastrelle interne sono nere (acqua) o verdi (linfa), con funzione anti-incendio, come pure le chimere mangiafuoco presenti nei cortili. Sui tetti ci sono statuette di creature, guidate da un uomo a cavallo di una fenice e seguite da un drago imperiale. A seconda del numero di statue, si comprende l'importanza di un edificio. Ogni elemento porta un equilibrio tra simboli maschili (luce, sole, calore, fuoco, forza) e femminili (buio, luna, freddo, acqua, tranquillità). E questo solo per citare alcune letture delle infinite, stratificate!











Certo, con le masse umane che qui si spostano non è facile cogliere i dettagli, e nemmeno le dimensioni dei luoghi... Di bello c'è che le guide hanno bandiere e bandierine per farsi riconoscere, e sembra una parata di guarnigioni.

Passiamo dalla corte esterna, cuore cerimoniale del complesso, e dai tre palazzi dell'Armonia, dove si svolgevano incoronazioni, feste, banchetti e nomine. Nella corte interna ci sono il palazzo dell'armonia e della tranquillità, per le vedove e le concubine dei sovrani defunti, la galleria del tesoro e il palazzo dell'astinenza, della purezza celeste, della Tranquillità terrestre e dell'Unione, i più importanti per la gestione effettiva del potere. Ci sono poi le residenze dell'imperatore, delle mogli, delle concubine e dell'entourage di servitù. Si chiama città ed effettivamente una città.



La visita è molto approfondita e a tratti le soste nella folla sotto al sole mettono a dura prova la tenuta fisica e mentale. La folla di ombrelli non aiuta, e, in più, spintoni e gomitate partono abbastanza facilmente. Certo è che non solo si rende necessaria una sosta, all'ombra, ma si sfiora il coccolone da caldo -infatti ne usciremo provati. Il sino-rabattone non perdona!

Ci colpisce l'assenza di fontane e giochi d'acqua: pietra, ceramiche, legno, bracieri... Ma in un palazzo europeo non sarebbero mancate. Peccato che Pechino non abbia fiumi né bacini idrici, infatti è un luogo insolito per una capitale! Degna scelta di un Khan mongolo delle steppe aride.






La visita finisce e usciamo, dopo aver ringraziato Franck, dalle mura nord. Ora bisogna tornare a sud, all'ingresso, per essere in piazza negli orari prenotati.

Ma prima Alessio deve affrontare un'emergenza intestinale. Per fortuna la città è disseminata di bagni pubblici gratuiti, e quindi ne troviamo uno subito, prima che accada l'irreparabile. Mentre lui adempie ai suoi doveri, io attendo fuori. A un certo punto mi arriva un suo messaggio: "Hai fazzoletti?". "No. Ma qui c'è un negozio che ne vende... Aspetta". "Posso usare la bottiglietta d'acqua". "No sto arrivando con i fazzoletti". E infatti, dopo averli acquistati, glieli porto, entrando furtiva nel bagno degli uomini. "Dove sei?". "Qui!". E vedi spuntare una mano da sopra il cubicolo, come quella di naufrago che sta affogando ed è ormai stato quasi inghiottito dall'acqua. A salvataggio compiuto, possiamo tornare sui nostri passi, in direzione Piazza Tiananmen.

Per entrarci, bisogna passare rigidi controlli: documenti, biglietto di ingresso, bagagli (che vengono aperti e ispezionati e personali (si viene quasi spogliati e perquisiti).

Dopo lunghe cose e lunghissime attese, eccoci. La prima cosa che compare è la Porta della Pace celeste, purpurea, iconica grazie all'enorme ritratto di Mao che campeggia al centro. 






Da qui proprio lui, nel '49, proclamò la nascita della Repubblica Popolare Cinese. È un luogo sacro della Cina comunista, e non è un luogo a caso: era la più grande delle quattro porte della città imperiale. Comunica un senso di separazione rispetto passato, certo, perché Mao guarda fuori, e non dentro la Città Proibita. Guarda verso il popolo, chi era escluso, estromesso, tenuto all'esterno. Ma lo fa da quelle stesse mura, senza soluzione di continuità, e con la stessa volontà di grandezza. Mao, durante la Rivoluzione culturale, volle costruire un simbolo del potere del Partito comunista, con edifici in stile sovietico ai lati (il Museo Nazionale e Grande sala del Popolo -parlamento) e spazi capaci di contenere fino a un milione di persone. Al centro si erge il mausoleo di Mao, dove il suo corpo giace imbalsamato. Ora purtroppo non è visitabile... Sarà chiuso per tarme! I passeri svolazzano intorno, e spero gli caghino sulla tomba, dopo la guerra che proprio lui aveva lanciato contro di loro (pensando fossero i responsabili della carestia... Salvo poi rendersi conto che, senza uccellini, proliferavano insetti dannosi per i raccolti). Ogni mattina e ogni sera si svolge la cerimonia dell'alzabandiera: i soldati dell'esercito popolare di liberazione marciano con passi di 75cm, 108 al minuto.










Questa piazza è simbolo anche della repressione del dissenso, dal 1919 al 1989, ogni forma di protesta fu qui duramente spenta nel sangue. Vien da pensare che ormai molti entusiasmi si siano diluiti in un ricordo annacquato: non si percepiscono particolari nostalgie nei confronti del Grande Timoniere, e nemmeno del coraggio di chi si batteva, e ha perso la vita, per la democrazia e la libertà. In fondo già i successori di Mao dissero che aveva fatto un 70% di cose buone, e un 30% di errori (costati milioni di morti)... Che vuol dire salvare la faccia, e anche il culo. Certo è che tutta la storia di questa città è grandiosa, mastodontica e sovradimensionata, prima, con l'impero, e poi, dopo la rivoluzione.
Ormai siamo devastati. Il caldo caldissimo e i molti kilometri percorsi sotto al sole impongono di bere qualcosa si fresco e poi tornare dritti in hotel. In effetti non capisco più nulla, ho una zuppa di caratteri cinesi e dragonetti in testa che ribolle a bolle lente.




Il rientro è problematico per Alessio, che ha ancora urgenze intestinali prepotenti, e deve tener duro "temperando" tutto il tragitto, a piedi e in metro, fino alla camera, con istanti di panico e sudori freddi da "è quasi troppo tardi". Per fortuna anche stavolta si evita il peggio e, una volta rientrati, crolliamo in un sonno di melassa, tanto più che fuori inizia a diluviare. Usciamo solo per cena, ancora provati dalla giornata, e troviamo ristoro in un locale di cucina tipica pechinese, dove ci sfondiamo di cibo ottimo, accompagnato da tè caldo al gelsomino. Sarà una sfida, qui in Cina, trovare posti dove si mangia male!




8/7

Pechino

0km in bici, assai a piedi

 


Dopo un'abbondante e tranquilla colazione, ci troviamo a chiacchierare con una signora dai tratti orientali che parla perfettamente inglese... Infatti è di San Diego! E viaggia spesso anche in Europa, con tanto di amici italiani che vivono a Francoforte. Ci aiuta nel capire come spedire i bagagli che non mi servono più, insieme alla gentile receptionist. Giungiamo alla conclusione che sia meglio spedire tutto direttamente all'hotel di Shanghai, che quindi ci premuriamo di prenotare al volo, su Booking, con passaggio via WeChat. Riusciamo a trovare un posto fighissimo a 1km dalla Piazza del Popolo, il centro di quell'immensa città che sarà meta di questo viaggio, a fine agosto. Scrivo anche già a loro che sto spedendo un pacco, e mi dicono che non ci sono problemi. Perfetto! Da noi una roba del genere sarebbe impensabile, soprattutto per un turista straniero... Qui è come negli States, invece: si può fare tutto, e in modo semplice. E, a differenza degli USA, qui le cose non costano un rene e mezzo, anzi, sono incredibilmente economiche! (La spedizione viene 4.5 euro fino a Shanghai... quasi quasi spedisco la Fanfola e pure me stessa!) Questa cosa, della Cina, e di Pechino in particolare, mi sta piacendo tantissimo: non ci si sente mai fuori luogo, estranei, esclusi dai servizi. Pur essendo una metropoli da 20 milioni di abitanti, enorme e con una complessità assurda, ipermoderna, mantiene una dimensione umana, ritmi sereni, modalità estremamente rilassate. Nessuno ti fa capire che sei un giargiana o un foresto, le forze dell'ordine sono presenti ma non incutono timore e, anzi, la gente sembra contenta, per quanto a volte stupita, di vedere stranieri pure molto diversi. Pechino è sicuramente un luogo dove si potrebbe vivere bene. Poi non so come funzioni il lavoro, ma le persone non mi sembrano poi così stressate, o sempre di corsa, o stravolte, nemmeno sui mezzi (usiamo tanto la metro) negli orari di punta.

Dopo aver prenotato anche il bus per andare domani a vedere la Muraglia di Mutianyu, e aver ricalcolate bene le prime 4 tappe, fino a Datong (antica città imperiale murata, con intorno montagne che celano templi sospesi, pagode e grotte scolpite con antiche statue di Buddha), ci mettiamo in moto. Direzione Museo Nazionale. È gratuito, ma bisogna prenotare l'ingresso, con uno slot orario, e dare i propri dati del passaporto. Anche qui ci sono maree montanti di folla, controllissimi e lunghissime code e attese. Tutto è pensato per gestire le grandi masse, senza pericoli e senza minare la possibilità di fruire delle esibizioni. In un edificio in stile sovietico, il museo ha la missione di "educare sulle arti e storia della Cina". È diretto dal Ministero della Cultura della Repubblica Popolare Cinese. Con 40.000m² di sale e una storia che da 1.7 milioni di anni fa ad oggi, si divide in due sezioni, oltre alle molte temporanee: la prima va dalla preistoria alla fine dell'impero (1912). La seconda dalla Repubblica alla rivoluzione, e all'instaurazione del socialismo. È un luogo dove si potrebbero passare giorni e giorni di fila, trovando sempre qualcosa di nuovo e interessante.




Mi limito a qualche constatazione, senza alcuna volontà di raccontare qui la storia della Cina -ovvero milioni di anni di un continente complessissimo.

1. Il museo è estremamente affollato, e la gente spinge, si accalca, fa foto a qualsiasi cosa, si porta appresso bambini iperattivi o esasusti e soprattutto tocca i vetri lasciando tre dita di unto opaco. Mentalmente non è facile restate concentrati.

2. La storia qui è talmente ampia che si trattano insieme periodi lunghissimi, anche in tempi recenti. Per esempio, le dinastie Ming e Qing, dal Milletrecento al Millenovecento, sono un unico blocco concettuale, perché i cambiamenti sono avvenuti in modo tanto graduale, e ridotto rispetto al totale della linea cronologica della Cina, che non vale la pena dividerli.







ossa oracolari con prime forme di scrittura... trovate per caso da uno storico che, nel tentativo di curarsi il raffreddore con polvere di ossa animali, ne aveva acquistate in un mercato





3. L'arte e certi fenomeni culturali (ad esempio la medicina) cambiano pochissimo nel tempo, e tendono a mantenersi uguali. Un po' è "colpa" del confucianesimo, per cui è meglio riproporre e copiare dal passato ciò che funziona, piuttosto che innovare. Un po' è perché i popoli altri che hanno conquistato la Cina non hanno importato la loro cultura più di tanto, ma hanno assorbito quella locale, adattandosi ad essa e facendone al più forme sincretiche, perché ne riconoscevano la grandezza e finezza.

4. Gran parte delle informazioni che abbiamo sulla vita nel passato derivano da ritrovamenti di tombe, nelle quali erano poste riproduzioni in terracotta di oggetti di uso comune, strumenti, edifici e persone (servitori, soldati, artisti...). 

5. I periodi di crisi sono solo accennati: le guerre dell'oppio, il colonialismo, le guerre sino-giapponesi... Sono narrate in glissato.

















Ahimè la sezione sulla storia del Novecento è chiusa, quindi non so quanto di propagandistico ci sia... Ma penso molto. Peccato non poterla visitare!




Dopo ore trascorse ad ammirare i migliori prodotti artistici di ogni epoca, decidiamo di andare a vedere un sito storico che, finora, abbiamo saltato, e non dista molto da qui: il Tempio celeste.

Con la metro siamo in loco in qualche manciata di minuti. 


Noto che qui di certo il problema della disoccupazione si pone ben poco: tra addetti alla sicurezza, alla pulizia costante dei luoghi pubblici, alla gestione delle file di gente in attesa, a chi indica le uscite in metro, o ammonisce chi si siede a terra, o fa spostare le persone da davanti alle porte... Acquistiamo il biglietto del tempio e affrontiamo la "lunga marcia" (qui davvero le distanze sono spaventose per noi europei abituati a spazi piccini) attraverso un bel parco ombreggiato da alberi secolari, ciascuno con la sua storia leggendaria e i suoi poteri magici. Intanto Alessio mi racconta dei suoi anni vissuti a San Pietroburgo, e della sua sofferta decisione d'andarsene, prima a Dublino e poi in Italia, a causa delle conseguenze della guerra in Ucraina.




Arriviamo dunque al tempio, costruito sempre a inizio '400 dai Ming, sull'asse centrale, a sud della Città proibita; era usato per il culto officiato dall'imperatore (figlio del Cielo) al Cielo (Tian), la divinità suprema della religione tradizionale cinese, il quale teneva cerimonie di sacrificio per vento, pioggia e la pace. Dagli anni 2000 è di nuovo usato per sacrifici annuali al Cielo praticati dai confuciani. Ci sono vari edifici, tra cui il tempio al dio dell'universo, gli altari, le piattaforme circolari dei sacrifici (animali, incenso, Giada e seta), le stalle, il cortile della musica e la pagoda della preghiera per il buon raccolto. Stupisce come, se da un lato gli imperatori erano finissimi politici, esperti burocrati e cinici e spietati uomini di potere, si sentivano comunque in dovere di portare avanti, e fino al Novecento, cerimonie così arcaiche, legate a superstizione e ritualità antiche. Mi ricorda in qualche modo la presenza della Chiesa ortodossa, anche con figure come Rasputin, alla corte degli zar. Non è forse un caso che queste forme fossili di potere assoluto siano state spazzare via in un fiume di sangue.











Finita la visita, ce ne torniamo in hotel per una doccia e un cambio d'abito: questa sera si va a teatro!

anziani che vendono uccellini di nascosto, come fossero droga

Alessio aiuta una signora con le sue mega-valigie


Se ne è occupato Alessio, ha trovato un posto dove vengono proposte selezioni di arie famose dell'Opera di Pechino. Si tratta di un genere sviluppatosi alla fine del XVIII secolo, e ancora vivo oggi, e modernizzato, che unisce musica, canto, danza, acrobazie, pantomima e recitazione.

Il teatro si trova nell'antico quartiere di Dashilan, dedicato a shopping e intrattenimento. Qui avevano sede le corporazioni di mercanti, a seconda della loro provenienza, e si trovavano teatri, sale da tè e bordelli, per offrire loro una "casa lontano da casa".






Entriamo e prendiamo posto. In scena compare uno degli attori, che si trucca secondo i canoni tradizionali, estremamente simbolici per colori e forme. Viene poi vestito.














Quindi si comincia con i tre pezzi in cartellone: il "Fiume Autunno", comico, dove una giovane deve convincere un vecchio barcaiolo imbranato ma furbo a portarla sull'altra sponda, dove la attende il suo amato; "La dea del paradiso sparge fiori", a tema sacro, che mette in scena la primavera come grazia inviata da Buddha sulla terra, con movenze e gestualità molto simili alle danze indiane. E infine un ampio brano di "Addio mia concubina", con il suicidio dopo la seduzione. Non si tratta del film ma del capolavoro di Mei Lanfang, da cui la pellicola trae spunto. La scenografia è spoglia, mentre i costumi ricchissimi. La musica è un commento alla scena. Tutta l'espressività è affidata agli attori, ai loro gesti e alla voce. Ed è incredibile come non sia necessario leggere i sottotitoli (anche in inglese) sugli schermi: alcune gestualità sono universali, degli esseri umani in quanto specie, e sono trasparenti nel significato ben oltre la lingua usata, o i tratti somatici.




Alla fine dello spettacolo torniamo nel nostro quartiere e optiamo, per la cena, per un locale estremamente verace, a gestione familiare, frequentato da operai stanchi e affamati. Un marcione buonissimo, che fa solo spaghetti tagliati a mano, freschi, con carne, verdure e salse. Il menu è solo in cinese. Ordiniamo un po' a caso, e ci arrivano vasche di pasta deliziosa. Diventiamo esperti con le bacchette, tanto è buona, e riusciamo perfino a raccogliere le briciole di arachidi e rimasugli di salsa di fagioli fermentata. E due piatti enormi, con una birra grande per Alessio e un succo acido di prugna per me, ci costano meno di 6 euro!



ma le scarpine di quest'uomo?

9/7

Pechino-Mutianyu-Pechino

0km in bici, issimissimi a piedi



Oggi è l'ultimo giorno di sosta a Pechino, l'ultimo giorno da turisti nella capitale. E quindi celebriamo con una bella colazione e con la visita ad un simbolo: la Grande Muraglia. Io l'ho già vista in due diversi punti, ma per Alessio è una novità assoluta. Abbiamo scelto, per evitare a me esperienze doppie, il tratto di Mutianyu, a nord-ovest della città, praticamente alla stessa altezza di Badaling, ma su un'altra catena montuosa. Ci andiamo in bus e la corsa, andata e ritorno (140km), costa 7 euro. L'ingresso sempre meno di 5.

Una volta su vediamo nel piazzale un gran movimento, sia di turisti, sia di ballerini in costume da guardie imperiali, che ballano una coreografia elaborata, con spade e balzi da arti marziali.



mamma con bambini "ammanettati" così non vagolano e non si perdono


ombrelli per ombrelli

Dopo aver superato la lunga fila di negozietti e bancarelle di souvenir, iniziamo ad arrampicarci sulle ripide scale di pietra in mezzo alla vegetazione, per raggiungere il camminamento sulla Muraglia. Il tasso di umidità è allucinante, fa caldissimo e soprattutto ci si scioglie di sudore. Ma so che ne varrà la pena.







Questo tratto è più antico rispetto a quello di Badaling, e risale al 600, per quanto il grosso dei lavori sia coevo, di epoca Ming. Qui ci sono delle differenze rispetto ai punti che già ho visto: valloni e vette si susseguono più spesso, portando la muraglia a correre a gobbe, come una merlatura su tante S in orizzontale. Poi ci sono più torri e più edifici nei quali le guardie potevano rifugiarsi. E soprattutto si è immersi in una vegetazione più rigogliosa, in ammollo in una nuvola di umidità che quasi impedisce la visuale.






Altra notevole differenza: su questo tratto di Muraglia vivono tanti gattoni placidi, indifferenti al passaggio della folla!



Anche qui i lavori di restauro sono stati importanti, e hanno permesso di rendere accessibili più di 5km di camminamento sulle mura, a partire dalla fine degli anni '80. Non c'è folla: ogni giorno il sito ha un limite di 30.000 ingressi. Che sembrano tanti, ma per i numeri di qui, non lo sono!



























Dopo aver camminato in lungo (assai) e in largo (meno), decidiamo di scendere a piedi. Siamo distrutti dal caldo, dall'umidità e dalla fatica delle rampe di scale. Ci fermiamo a rinfrescarci in un ristorantino vietnamita, che mi fa tornare i bellissimi ricordi di quel Paese e di quel popolo incredibile. Trovo anche una bella boule a neige per Gigi, che fa la collezione, con la muraglia dentro. Viene dunque il momento di tornare a Pechino, e quindi via di bus e metro, fino all'hotel. Io mi fermo qui a scrivere, Alessio, invece, esce alla ricerca di un rasoio elettrico per barba e capelli, avventurandosi in un centro commerciale in zona.

Usciamo poi a cena in un ristorante dedicato alla formazione sui defibrillatori, dove c'è pure un cane robot con DAE integrato, che scodinzola e dà la zampa. Qui altro che Maitreya il Buddha del futuro... Siamo proprio nel 3000!




Si mangia, si beve, si prenota l'hotel per domani, si fa la traccia e siamo pronti. Il viaggio ricomincia!