Fuyang-Fengtai
97km
Piove a dirotto per tutta la notte, con scrosci tanto potenti da tenermi sveglia. Sembra di stare sotto alle Cascate del Niagara! E piove al mattino, ancora a secchiate. L'unica cosa positiva è che fa abbastanza caldino da non temere di soffrire il freddo, quando saremo fradici da ore a pedalare in questa coda di tifone che non passa. Ci vestiamo già per la festa, con doppio k-way e pantapioggia con copriscarpe, i, poncho lungo e copriscarpe separati Alessio. E tutti i parafernalia per proteggere le cose importanti dall'acqua: le borse sono tutte waterproof o con coperture, ma mi fido davvero ciecamente solo delle Ortlieb. Per il resto è un fiorire di sacchetti e sacchettini (quando facciamo le spesette ce ne danno a manciate, e non sono quelli biodegradabili... Si scioglierebbero evaporando, con l'umidità che c'è anche quando non piove!) in cui mettere passaporto, portafogli, generi di conforto, powerbank... Per il telefono, che sta sul manubrio e serve da navigatore, uso con profitto le cuffie da doccia che trovo ogni giorno negli hotel. Proteggono, avvolgono e stanno al loro posto grazie all'elastico, sono trasparenti e abbastanza sottili da non interferire con il touchscreen, e lasciano passare quel poco d'aria che consente di non avere l'effetto appannato. Perfette. Altro che che i case da decine di euro. Cuffiette gratis tutta la vita! Dopo aver infilato le scarpe ancora fradicie e puzzolentissime, ultimo atto perchè comporta un alto grado di fastidio, siamo pronti per uscire. Quando riconsegno la chiave, la gentilissima receptionist ci dice che fuori piove male (e fin qui c'eravamo) e che dobbiamo stare attenti e avere cura di noi. Mi fa leggere le traduzioni sul suo telefono, dopo essermi venuta accanto, oltre il bancone. Sorride, la ringrazio. Che cuora!
I primi kilometri in città sono sufficienti per farci inzuppare completamente. Infatti tra attese ai semafori, ingorghi di tricicli e motorini e vaste pozzanghere, oltre alle onde sollevate da auto e bus, nel giro di poco siamo molli di pioggia e fanghiglia. Abbasso ogni tanto le braccia per far uscire i litri d'acqua che si accumulano nelle maniche. Nelle scarpe sento proprio una massa liquida e tiepida che si muove dalle dita al tallone. Dopo qualche incrocio, e mancano ancora oltre 90km, dico ad Alessio: "Il grosso è fatto, per oggi!". Lui sgrana gli occhi, forse pensa che la pioggia mi sia percolata nelle meningi e ormai i danni siano irrecuperabili. "Ci siamo bagnati, adesso c'è solo da pedalare".
Usciamo da Fuyang vedendo a stento ciò che ci circonda: ombre di palazzoni spettrali che emergono dalla cortina d'acqua, ponti scheletriti, macchie scure di alberi.
Una volta fuori, di nuovo tra campagne e villaggi, la situazione pioggia migliora, ma non quella del vento. Ora che non siamo più protetti dagli edifici, e la strada corre dritta e inesorabilmente senza curve, in piano, Eolo si manifesta in tutta la sua prepotenza. Per tutto il giorno cercherà di spingerci indietro a manate e schiaffi. Noi procediamo su segmento preciso, da ovest a est. Il vento soffia altrettanto precisamente da est a ovest. Per 90km. Senza sosta. Ci fa fare una fatica porca e maledetta, tanto più che, a tratti, le strade sono scassate di buche e pozze, o allagate, o impestate di traffico minuto dei mercati. E quindi si deve rallentare, o fermarsi, e per ripartire, a bici carica oltretutto, serve uno slancio di forza.
Vediamo alcuni veicoli robot senza guidatore umano che procedono, con le loro musichine e le loro lucette, anche in zone tutt'altro che urbanizzate. Questi mezzi danno abbastanza l'idea di un futuro che è già qui, anche se paiono usciti da un cartone animato e sono in apparenza goffetti e buffi, tozzi, senza "testa".
In mari di mais, soia e risaie, compaiono ogni tanto, come fari ai marinai o campanili o minareti ai viandanti nel deserto, le grandi ciminiere di fabbriche immense. Di solito, nei pressi, c'è anche un centro abitato, a volte più piccolo dell'impianto stesso. Qui ci si para davanti questa meraviglia di propaganda semplice ma efficace: come far sembrare meno tossiche le emissioni? Dipingendo l'immenso camino di azzurro e con pure le nuvolette. Da lì non esce fumo, escono cieli tersi e sogni estivi. Gli unici cieli sereni, per altro, nel raggio di centinaia di kilometri...
Dopo strade ampie e deserte, ci avventuriamo in viuzze tra campi e canali. Amene, piacevolissime in una giornata di sole. Oggi, meno. Perchè il fondo è scassato, pieno di buche, fratture e trappole. E perchè si allagano. Sempre controvento, e sempre sotto la pioggia, procediamo piano, con fatica estrema. Intorno a noi concerti di rane in coro. Sono sicuramente le signore anziane che, dopo aver finto la loro morte e salutato finalmente i parenti, si sono trasformate del tutto in batraci (la metamorfosi inizia già dopo la menopausa, e si vede nei tratti del corpo, con le gambe sottili e il ventre pronunciato, e del viso, che si fa largo e con gli occhi distanti, del collo gonfio e del bacino che porta a tenere le gambe divaricate ai lati, verso l'esterno). Le nonne batrace, quando giunge il loro momento, caricano sui loro motorini elettrici un piccolo cappello, una borsetta, e una sacca piena di gioielli e pietrone luccicanti simil-preziose, e si avviano allo stagno. Lì le loro amiche le attendono, già trasformate e con i brillocchi incastonati sulla testa e la schiena. Se lo stagno è poco accessibile, le signore batrace vengono lanciate verso l'acqua con un grande elastico teso tra due alberi, su cui appoggiano le chiappe, facendo qualche passetto all'indietro per prendere lo slancio. Quando arrivano a mezz'aria, mutano forma, e, ormai rane, fanno un'elegante capriola e si tuffano di testa con un piccolissimo "plop!".
Seguiamo l'acqua, e lei segue noi. A volte incappiamo in un bel portale protetto da leoni di pietra, a volte in una pagoda o in un gran Buddha che emerge tra gli alberi e fa ciao con la manona. Ciao!
Lungo i canali, anche i mezzo ai campi, ogni pochi alberi è appeso un salvagente. Forse qui in tanti non sanno nuotare... A tratti, tra risaie e campi di mais, si spalancano stagni coperti completamente dalle enormi foglie di ninfea. Sopra, ci camminano con passi circospetti le garzette e le gallinelle d'acqua, che tanto mi ricordano casa perchè son proprio identiche a quelle padane!
Quando mancano 30km all'arrivo facciamo la nostra consueta sosta, soprattutto per toglierci un attimo dalle grinfie del vento. Troviamo un negozietto, segnalate dalle immancabili lanterne; tra gli scaffali polverosi, nella penombra che cela merce accatastata in disordine e residui marcescenti, la proprietaria sonnecchia su una sdraio. Non ci sente entrare, e trasale quando si accorge che qualcuno si muove proprio dietro di lei, una presenza fredda e bagnaticcia, che lascia una scia di fango, e puzza di antiche muffe... Io! Vuole offrirci dell'anguria, ma sarebbe letale poi doversi fermare spesso a fa pipì. Quindi ci limitiamo a qualche snack non proprio freschissimo, e io mi concedo pure una lattina di infuso di giuggiole*, o dovrei dire brodo di giuggiole**, dolcino, aromatico e con i pezzetti da masticare. Qui in Cina le giuggiole, chiamate datteri rossi sono onnipresenti. Non c'è mercato, negozio, bancarella o supermarket che non le venda, fresche, essiccate o lavorate. Si usano nelle preparazioni culinarie e di medicina tradizionale da 4000 anni, per le loro proprietà benefiche (milza, stomaco e sangue), e le api ne fanno pure un ottimo miele.
*i greci lo avevano trovato in Siria e Nord Africa, nelle culture egizia e fenicia, chiamandolo zizyphon; i romani lo importarono con il nome di zizzolo. Onde giuggiolo. Il nome scientifico è Ziziphus jujuba. Suona da dio!
** il brodo di giuggiole vero è un'infusione, inventata in Italia, che prevede questo frutto e altri autunnali come uva, mele cotogne, melagrane... I Gonzaga nel Rinascimento ne facevano un apprezzatissimo liquore.
Ripartiamo, sempre controvento e sotto la pioggia. Anche intorno, acqua. Qui siamo in una pianura ricchissima di fiumi, laghi, canali e bacini artificiali, stagni e torrenti. Insomma. Acqua. Ce ne è ovunque, color argento cupo, in terra e in cielo, sopra, sotto, a destra e a manca.
La quiete dei pescatori e dei contadini che ricordano che la terra è molto bassa anche qui, viene interrotta spesso da esplosioni che ci fanno trasalire. Sembrano colpi di arma da fuoco, esecuzioni capitali in piazza o una nuova rivoluzione che inizia... E invece sono fuochi artificiali e botti, esplosi a piene mani (piene di dita, ancora tutte e 10 si spera) per qualsiasi occasione importante, perchè scacciano gli spiriti maligni e attirano la buona fortuna. Matrimonio? Si spara. Inaugurazione di una nuova attività commerciale, mezzo agricolo, abitazione, negozio, fabbrica, campo? Si spara. Festa privata? Si spara. Festa pubblica tradizionale? Si spara tantissimo. E così spesso il cielo grigio si squarcia in righe di luce e fumo, e lo scoppio rimbomba, portato dal vento, insieme all'odore di bruciato. D'altronde sono stati inventati qui... Nel 200 a.C. già si usavano i petardi di bambù; nell'800 d.C. gli alchimisti, alla ricerca dell'elisir di lunga vita, mescolarono zolfo, salnitro e carbone, creando la "medicina del fuoco", cioè la polvere da sparo. Durante la dinastia Song (960-1279) la pirotecnica divenne una vera e propria arte: non più solo botti rumorosi, ma esplosioni artistiche, in serie, capaci di creare giochi di figure cangianti. Ne godevano tanto gli imperatori, con grandiosi spettacoli, quanto i cittadini comuni, con petardi di carta economici. Furono i mercanti arabi a parlare per primi di questa invenzione, che sarebbe poi stata introdotta in Europa da Marco Polo in persona. Si deve ad altri chimici italiani, nel XIX secolo, l'invenzione dei fuochi d'artificio colorati, aggiungendo sodio, rame, bario... Prima erano solo arancioni (il fuoco stesso)!
A pochi kilometri dall'arrivo, quando io mi fermo a fare pipì ad una pompa di benzina (unico modo per far andar liscio il check in... Se non mi scappa, va tutto bene. Se ho urgenza di andare in camera, ci saranno sicuramente problemi e lungaggini), Alessio si accorge di avere un pedale fuori posto. Approfittiamo della tettoia per smontarlo e cercare di capire, con qualche tutorial al volo, dove possa stare il problema. Non ne veniamo a capo, quindi rimandiamo tutto alla meta. La stanza ci viene data abbastanza in fretta, grazie ai vari gesti scaramantici, tra cui quello di non fermare la registrazione della traccia; certo le receptionist sono proprio inesperte, e fotografano tutte le pagine del passaporto, e si fissano sui visti scaduti di altre nazioni... Ma alla fine le bici entrano nella hall e noi in camera.
Io lavo a mano tutti i vestiti, già fradici e infangati, mentre Alessio si dedica allo studio meccanico del pedale. Dopo averlo smontato completamente, si accorge che il perno centrale si è stortato, Non c'è modo di addrizzarlo, tocca comprarne uno nuovo. Con una breve ricerca, vede che ci sono numerosi negozi di bici nei paraggi, quindi esce subito in missione, sotto la pioggia battente. Ne tornerà vincitore, dopo varie peripezie, con un paio di pedali nuovi. Purtroppo non hanno l'aggancio per le tacchette, sono solo flat, ma basta sostituire quello sinistro, e tener l'altro, e giusto per arrivare a Shanghai. Li paga 15 euro, che è tanto per qui, ma una bazzecola per i nostri standard!
Nel frattempo io vorrei fare un pisolino, visto che stanotte ho dormito poco e male e la tappa è stata dura, ma mi chiudo nel rabbit hole della prenotazione dell'hotel di domani, con conseguente rimodulazione della tappa. Il punto è questo: dovremmo pedalare quasi 140km per arrivare nella grande Hefei, capoluogo dell'Anhui, regione che, a breve, saluteremo. Ma poichè siamo in largo anticipo, abbiamo rispettato la tabella di marcia, e restano poche tappe e diversi giorni bonus che ci siamo tenuti in caso di necessità... Spezziamo questa lunga marcia su Hefei in due, cecando di lasciarci pochi kilometri il giorno di arrivo, così da visitarla un poco. Sicuramente ha qualcosa in più da offrire rispetto a queste cittadone dallo spirito rurale, un po' luminose un po' spente, in cui ci stiamo muovendo in questi giorni. Ma non è facile trovare paesi alla giusta distanza, che siano abbastanza grandi da avere hotel che accettino stranieri con buon grado di certezza. Ne esco dopo gran studio, trovando un gigantesco hotel "International" (sperem) a Xiatang, 88km da qui, a sud, cioè a favore di vento domani, e a 50 da Hefei.. Costa carissimo (20 euro con la colazione inclusa, per un intero appartamento). Ma che dobbiamo fare? E' anche luogo dove organizzano tornei di E-sport... In un quartiere ipermoderno e tecnologico di un buco di culo in mezzo alle risaie. Sarà interessante!
Di certo non spendiamo tanto per la cena. La mia costa esattamente 1.2 euro, tra portata principale e bottiglia d'acqua. Quella di Alessio sfiora i due euro, perchè prende due piatti e un tè freddo. Roba da rimanere sul lastrico!
Come sempre, quando entriamo nel localino pieno di vapori e lucette che sfrigolano come l'olio nei wok, attiriamo sguardi, commenti e attenzioni; in più ci mettiamo un po' a tradurre i grandi menu appesi sopra al bancone, che è pure la cucina, quindi creiamo pure quell'effetto suspense sia nei clienti sia nel cuoco, che, insieme alla moglie, spadella e serve ai tavoli. E anche quando ordiniamo, abbiamo gli occhi di tutti addosso. Lo chef si piazza al tavolo accanto al nostro, seduto difronte a un ignaro cliente che vorrebbe godersi i suoi noodles in brodo in santa pace, così da poterci osservare meglio. Ci tiene anche a dirmi che tengo le bacchette in modo strano, e sicuramente ha ragione. Ma ormai le manovro con tale destrezza, precisione e controllo, che poi il buon uomo deve solo tacere e osservarmi svuotare il piatto. E vorrei poi vedere lui alle prese con una forchetta e un piatto di spaghetti!
Alessio ordina noodles saltati con peperoni, pomodoro e maiale sfilacciato, belli unti come noi quando finiamo le tappe, pre-doccia, barricati nei k-way a marinare nel nostro sudore misto fango e pioggia, proprio da maiali sfilacciati. Io vado di piatto vegetariano, con spaghettoni larghi di riso, trasparenti, conditi con mille tipi di verdure, funghi, tofu in varie forme, arachidi e soia in tutte le sue manifestazioni, con olio e peperoncino. Alessio completa con due paninetti, appena tolti da forno, che hanno nell'impasto uovo e verdurine.
Non avanza una briciola, e tutto ci costa intorno ai 3 euro; il cuoco è contentissimo di vederci soddisfatti e scoprire onorata la sua arte anche da due strani stranieri. Ci chiede una foto, e poi ne scatto una io. La moglie sogghigna, intenta a mangiare un raviolone grande così in un momento di pausa tra un ordine e l'altro. E' proprio bella questa meravigliata curiosità reciproca.
Andiamo poi a comprare della frutta da un venditore chiacchierone, che ci fa mille domande ma è soddisfatto della nostra unica risposta: siamo italiani! E poi in uno dei tanti negozi che vendono solo "schifezze", cioè dolciumi, merendine, snack dolci e salati di ogni genere, confezionati singolarmente o sfusi. Abbiamo qualche vizio serale, va ammesso. Qui assisto a una scena meravigliosa: un uomo grande grande, che porta alla cassa un carrellino piccino piccino, pieno raso di mangiarini microscopici. Mi ricorda Polifemo che sgranocchia i compagni di Ulisse agguantandoli con una sola manata.
Torniamo quindi in hotel, in una Fengtai ora tutta illuminata, dove i neon si riflettono nelle pozzanghere creando mondi paralleli sottosopra; questa città è nota grazie al romanzo di Li Hengrui (filosofo marxista, sociologo, docente universitario e scrittore), che racconta la sua infanzia qui, negli anni Cinquanta. La sua opera, insieme a decine di altri testi di diversa natura (poesia, romanzi, ricerche scientifiche, pezzi di teatro, articoli di giornale, saggi...) è materia d'esame al Putonghua proficiency test, pensato per i parlanti nativi cinesi. Prevede 5 prove di lettura, ascolto e parlato, e, in base al livello che si ottiene nella valutazione, consente di accedere a determinate professioni. Il più alto (97% giusto) serve per diventare presentatori radio e tv; il secondo e il terzo rispettivamente per i docenti di cinese nel nord e nel sud della Cina; il quarto per tutti i docenti di qualsiasi disciplina che non sia lingua e letteratura cinese; il quinto per accedere a incarichi pubblici minori.
Con i suoi 500.000 abitanti e tutta l'acqua di fiumi e laghi intorno, questo luogo in apparenza silenzioso racconta la sua lunghissima storia, che si srotola indietro nei secoli e arriva ad oggi, con le sue eccellenze in ambito di ricerca scientifica e tecnologica a livello universitario, e industriale.
Ci ritiriamo in camera, nelle puzze miste di fumo dei precedenti ospiti, e scarpe bagnate nostre. Domani pioverà ancora, ma meno. E ci sarà vento, ma non proprio contrario, più laterale. Forse, lo dico a bassa voce, forse forse, il tifone si sta allontanando.
13/8
Fengtai-Xiatangzhen
88km
Deprivati di sonno perchè ci stiamo infognando entrambi nella ricerca del tatuaggio definitivo da fare a Shanghai (anche Alessio è del tutto sul pezzo in merito, fin da prima di partire!), scendiamo a fare colazione, inclusa nel prezzo. Tutta cinese, davvero gustosa; certo si accompagna con brodi e brodoni da bere, ma troviamo pure del latte di soia e siamo a cavallo. Alessio si limita a un pezzettino di pane e due uova, per poi rifinire in camera a biscotti. A me manca il caffè, ne bevo almeno due di solito, e svegliarsi è difficile.
Ci pensano i vestiti, ancora fradici da ieri, e puzzolenti come non mai. Siccome già piove, è inutile indossarne di puliti... Ma il momento in cui si infilano i braghetti madidi e freddi, e la maglia si appiccica addosso... brrrrrr, è tremendo! Per non ammorbare il prossimo, mi imbusto in un ulteriore doppio strato di vestiti antipioggia, che tengano tutto addosso a me. Una volta fuori, mentre io pulisco un poco la catena e le corone, impastate di fango, catrame, carbone e frattaglie e rigaglie di feponi interi, Alessio monta il pedale nuovo. Calza a pennello! Per i primi kilometri lo sentirà strano e scomodo, e gli verrà automatico fare il movimento di sgancio della tacchetta, ma poi si abitua e si trova pure discretamente bene.
Usciamo da una grigia Fengtai sotto alla pioggia e controvento, ma oggi il meteo ci lascerà qualche momento di tregua. A tratti persino smette di piovere, a in generale le raffiche, meno intense dei giorni scorsi, sono laterali e non di fronte, contrarie e ostinate. Certo, oggi abbiamo qualche piccola collinetta da superare, quindi la nostra dose di fatica quotidiana non manca, ma è meno sfiancante della lotta impari contro il cielo.
Attraversiamo villaggi e cittadine arrugginite, piene di canetti randagi con gli occhi fuori dalle orbite come i leoni di pietra che fan la guardia ai portali, e tuti sbilenchi di troppi incroci, con code spropositatamente lunghe, zampe corte in modo ridicolo e teste grosse. E poi campi di mais, risaie, distese di alberi da frutto e pure pascoli con greggi di pecore o mandrie di mucche che brucano nel verde. Vedo anche i primi bufali d'acqua di questo viaggio! Mi piacciono tantissimo, e da quando ho iniziato ad esplorare il Sud est asiatico, li apprezzo ancora di più. Sono paciosi, miti e buffi, a mezza via tra l'ippopotamo e la foca. magari tra milioni di anni torneranno all'acqua, come i cetacei, e nuoteranno leggiadri a mo' di sirena tra le correnti.
Siccome ci siamo mossi piuttosto in fretta, non facciamo pause. Tiriamo dritti alla meta, che si trova un po' oltre la città vera e propria di Xiatangzhen. Qui, infatti, ci sono solo hotel piccoli e homestays, e con ogni probabilità non accettano stranieri. Quindi ci dobbiamo spingere oltre, nell'unico "International" ecomostro, in una zona industriale tanto nuova che su GMaps nemmeno compare. E' stata infatti tutta costruita negli ultimi 5 anni, dopo che la BYD (build your dreams), immensa azienda cinese multinazionale che produce veicoli elettrici di ogni genere e tipo, dai pullman ai motorini, dalle auto ai monopattini ai camion, compresi motori e componentistica, ha firmato un contratto di utilizzo degli spazi per piazzare i suoi capannoni. Producono 5 milioni di veicoli l'anno. Su un'area di 10x10km quadri ci sono: impianti produttivi, centri logistici, uffici, casermoni per gli operai, un ospedale e vari negozi/servizi/hotel, una linea ferroviaria interna che collega i vari quartieri, parcheggi per i camion e centri di ricerca e sviluppo, con tanto di correlate scuole. Insomma, una città fatta e finita. Il contratto è stato firmato nel 2021, e dopo 40 giorni, sono iniziati i cantieri. Nemmeno un anno dopo uscivano dalle fabbriche i primi veicoli pronti da immettere sul mercato. E tutto è ancora in espansione: nelle periferie ci sono palazzoni nuovi in costruzione, e i lavori fervono.
Noi ci sistemiamo nel lussuosissimo Officon, che ha pure palestre, ristoranti e centro massaggi al suo interno.
Quando arriviamo, le strade sono deserte. Chi vive qui lavora per la BYD e gli orari della città sono scanditi da quelli dei turni in fabbrica. Si sente solo un ronzio di fondo, rumore di macchinari, di montacarichi e muletti in manovra.
Noi approfittiamo di lavatrice e asciugatrice, visto che i nostri vestiti puzzano orribilmente; intanto prenoto un hotel ad Hefei, capoluogo dell'Anhui. Ci attende una tappa breve, di soli 40km, per spezzare questa lunga serie di pedalatone di trasferimento e tornare a fare un po' i turisti, per una mezza giornata, vista anche la difficoltà del pedalare nella coda del tifone.
Quando si fa buio (andando ad est perdiamo ore di luce) decidiamo di fare una mezz'ora di camminata per raggiungere una sorta di mall con vari ristoranti, per la cena, proprio affacciato allo stradone che domani ci condurrà ad Hefei. Ora le strade non sono affatto deserte, anzi! Tra i palazzoni-termitaio che si illuminano corrono sciami di motorini e mezzi elettrici, probabilmente prodotti proprio lì; masse di operai, tutti vestiti uguali, o con la tuta da lavoro blu o con caschetti e gilet catarifrangenti. Escono ora dal turno, hanno visi scavati, più scuri e segnati da rughe e macchie, decisamente meno curati rispetto alle bambole di porcellana mascherate che si vedono in città. E gli occhi sono stanchi, e pure i movimenti. Sui tavolini dei ristoranti alcuni si addormentano, con la testa sul tavolo accanto alla ciotola di noodles vuota. I più si fermano a mangiare ai baracchini che affollano di luci al neon e vapori su alcune viuzze laterali... Ma ci sono, per i dirigenti, anche ristoranti di lusso, più nascosti. Li vediamo (e scartiamo) su Amap. Fare l'operaio non è una passeggiata di salute da nessuna parte nel mondo, ma, a giudicare dai visi di queste persone, qui lo è meno che altrove.
Noi optiamo, per la cena, per una via di mezzo tra il furgoncino (elettrico) dei luridi e i ristoranti stellati. Io vado di insalata di cetrioli piccanti e mix di verdure saltate, mentre Alessio di riso fritto con manzo e polpette di patate dolci. Io esco soddisfattissima, lui un po' meno: il riso è una montagna (perchè in Cina abbonda, e non solo sulla bocca degli sciocchi); e poi scopre che le patate dolci son dolci davvero, soprattutto queste viola. Gli do una mano a finire quelle palline fritte deliziose, che lui non apprezza particolarmente, ma a me fan volare.
Torniamo così all'Officon, e siamo forse le uniche due persone nel raggio di molti kilometri che son qui in vacanza. Nelle molte luci e ancor più ombre di questa sera, ci ritiriamo nella nostra sontuosa suite, non prima di averla resa più pop stendendoci i nostri panni.
14/8
Xiatang-Hefei
38km
Oggi ci aspetta una tappa un po' di "stacco", diversa dai giorni appena passati. Ci siamo lasciati pochi kilometri e una mezza giornata da turisti, prima di altre due "tirate" verso Nanchino, dove ci fermeremo a visitare i numerosi luoghi che raccontano la storia di questa capitale d'impero. Alessio, che è persona estremamente metodica e precisa, acconsente PERSINO a puntare la sveglia non alle 7 ma alle 7.30, altrimenti c'è il rischio di arrivare alla meta troppo presto, prima dell'orario del check in (che qui è, in media, a mezzogiorno, anche quando indicato diversamente).
Colazione, che era indicata come Chinese&Western, ma di Western ha solo del succo d'arancia e dei minuscoli croissant salati, che si perdono in un arsenale di ravioli, risi, noodles, zupponi, carnazze uova, agli e peperoncini. Apprezzabili i dolci non-dolci, deprecabilissima l'assenza di caffè, che pago fino a sera.
Per tutto il tempo della colazione, diluvia. Ma poi il mandato celeste decide per noi la buona sorte. Buonina. Discreta. Non pessima. Piove a tratti, e mai troppo forte. Essendo una tappa corta, arriviamo bagnati, ma non fradici. Lavare non è necessario, insomma. Lavarci, molto.
Usciamo dall'hub produttivo della BYD tra operai che si spostano tra un capannone e l'altro e baracchini della colazione che smontano, per lasciare il posto a quelli del pranzo, vere e proprie cucinine su ruote, più alte che larghe. Una folata di vento può far tornare a volare tutte quelle povere anatre appese per il collo e già arrostite.
La strada è una sola, diritta e piana. Dopo un poco di campagna, entriamo nell'enorme periferia della sconfinata Hefei, una città cresciuta in fretta, che in soli 20 anni è passata da 4 a 10 milioni di abitanti e ancora vuole espandersi, tentacolare, con la sua ragnatela di strade e stradoni e sopraelevate a più livelli. A 25km dal centro, se così possiamo chiamarlo, iniziano a vedersi le stazioni della metropolitana, i centri commerciali e i quartieri formicaio. E così si prosegue, con un raggio ampio, in ogni direzione. Il traffico, insieme alle pozzanghere delle strade allagate e alla visibilità ridotta dalla pioggia, è pericolosissimo, soprattutto per i motorini e i tricicli che sfrecciano in ogni direzione e senza rispettare alcuna regola, nè del codice della strada nè del buon senso. Infatti qualche incidente qua e là si intravede, per fortuna mai nulla di grave.
La città attuale risale ai tempi della dinastia Song (X-XIII secolo d.C.), ma già nei 1000 anni precedenti queste terre, così fertili, nelle pianure di mezzo tra il fiume Huai e lo Yangtze, al centro del Paese, erano state oggetto di contesa tra feudatari, re e imperatori. C'è da dire che fino al 1945 Hefei è stata solo un gran mercato di prodotti agricoli ma quell'anno, a fine guerra mondiale, divenne capitale regionale. Furono aperte industrie pesanti e leggere di ogni tipo; durante la "Costruzione del Terzo fronte", poi, ci fu un forte impulso alla ricerca tecnologica e scientifica con investimenti statali e trasferimento di università e laboratori, al punto che, nel 1991, si inaugurò qui uno dei primi quartieri industriali Hi-Tech di tutta la Cina. Altro balzo in avanti, ma vero, si è visto nel 2005, quando il locale segretario di partito ha dato avvio ad efficaci politiche per attrarre capitali, poli produttivi e manodopera da tutta la Cina. Si trova qui anche un reattore sperimentale di fusione magnetica, di tipo tokemak. Non so di cosa io stia parlando, ho cercato di capire leggendo Wikipedia MA andiamo molto al di là dei miei ambiti di competenza. Dopodichè, oltre a questa super tecnologia futuristica, qui in primavera e autunno la città soffoca nei fumi delle stoppie bruciate dai contadini, e dai tombini esalano vapori sospetti.
Senza troppe difficoltà raggiungiamo l'hotel e persino la stanza; vengono a bussarci una sola volta per ulteriore foto ai passaporti. E ci fanno mettere le bici in camera, dopo le nostre rimostranze espresse sul lasciarle fuori sul marciapiede, sotto alla pioggia e alla mercè dei motorinisti rimbabiti dai cellulari.
Dopo la doccia, Alessio pranza con un panino al solito, ormai sdoganato, sino-fast food, e ci spostiamo verso un'interessante meta, decisamente poco frequentata dai turisti (come d'altronde questa città nel suo insieme, che affaccia pure sul grande lago Chao, ma oggi, con questo meteo, non ispira proprio l'andare in spiaggia): il Museo della Cultura Rossa dell'Anhui. Ci andiamo in Didi, perchè dista 13km e la corsa costa solo 18cny da dividerci (meno di 1.5 euro a testa).
Si tratta di una piccola esposizione su due piani che racconta la storia del Partito Comunista in questa regione, che è stata cruciale per l'organizzazione della resistenza all'invasione giapponese e ha visto formarsi un'Armata rossa contadina, attrezzata alla come si poteva, ma capace di resistere strenuamente. Il museo raccoglie cimeli, oggetti di vita quotidiana, foto, giornali, stampe, armi... E, ovviamente, è altamente celebrativo, patriottico e acritico nel giudizio. D'altronde, ci sono tempi e luoghi dove per la critica non c'è nè tempo nè spazio. Certo magari oggi... Male non farebbe. Ma tant'è. Dieci anni fa è venuto pure in visita Xi Jinping, nel corso di "ricerche", e ha fatto visita a questo museo insieme ad alcuni contadini, con i quali ha poi condiviso il pranzo. E si è fatto scattare foto al tavolo con loro, e nei campi, e in risaia. Certe dinamiche di propaganda sono davvero sempre uguali.
All'ingresso c'è una statua tutta scassata, dove a un soldato si è spezzata la canna del fucile, a un altro si è rotta la tromba, di uno son rimasti solo i piedi e dell'ultimo in retroguardia si è spaccata la pistola. E' molto più realistica questa rappresentazione, che mostra, involontariamente, una lotta portata avanti con tanto cuore e pochi mezzi, rispetto alle molte altre, altisonanti, che narrano una storia aulica e mai esistita.
All'ingressi si viene salutati da un gran Mao, come è inevitabile che sia, illuminato da una grande stella rossa che sembra volerlo risucchiare come fosse un'astronave aliena. Poi ci sono alcuni mezzi militari usati dall'Esercito di liberazione popolare cinese, tra cui un aereo, motociclette e un carro armato, protagonista pure nel film 008 (sarà mica uno 007 versione dragone, tanto più che l'8 in Cina è numero fortunato e di buon auspicio...). E poi distese di cartoline, foto, poster e raffigurazioni del Grande Timoniere, da giovanissimo e da anziano, con tutta la vita nel mezzo.
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| un Mao quasi monacale |
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| un Mao tondo |
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| e un Mao pettoruto |
Ci sono poi approfondimenti sugli anni di guerra contro i giapponesi, e di guerra civile, con esempi di eroismo e dedizione alla causa fino alla morte. Colpisce davvero con che miseri mezzi i cinesi dell'Armata rossa abbiano affrontato anni e anni di scontri.
Si passa poi a una sezione che mostra le magnifiche sorti e progressive del Paese, con lo sviluppo delle bombe atomica e a idrogeno, i satelliti e la conquista dello spazio, e del benessere. Qui si inseriscono casualmente le foto di Xi Jinping, e le sue opere scritte -dalle copertine opinabili.
Ovviamente è tutto in cinese, e passiamo del buon tempo con Lens a tradurre. Ovviamente siamo seguiti passo passo dal custode, che accende e spegne manualmente le luci delle singole stanze e vetrine, man mano che avanziamo. Ovviamente siamo gli unici visitatori, ma, stando al registro che ci fanno firmare, non di oggi... Degli ultimi sei mesi! Ovviamente c'è un gatto nel museo, ed ovviamente è un gatto rosso.
Ancor più ovviamente i due custodi sono colmi fradici di curiosità, e mentre studiamo il souvenir shop ci abbordano riempiendoci di domande. Da dove veniamo, cosa facciamo, come abbiamo saputo di questo museo, se ci è piaciuto e cosa invece andrebbe migliorato, se la Cina ci sta accogliendo bene... Insomma, a colpi di traduzioni scritte e vocali, si innesca un dialogo interessante. Culmina con il consiglio di provare l'aragosta locale (cui è pure dedicato un museo... Ma il mare mica è vicino) e la richiesta di una foto. Anzi venti. Con loro, perchè ne vogliono una personale, e davanti al museo, per i canali ufficiali. Ne usciamo con qualche spilletta originale, d'epoca... Costano 0.5 euro l'una!
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| un uomo che ha occhi solo per Mao, giovane e vecchio, e può così ben vedere il radioso avvenire |
Torniamo, sempre con un Didi, all'albergo, e passiamo quel che resta del pomeriggio a chattare con uno studio di tatuaggi di Shanghai dove vorremmo sigillare questo viaggio. Ci sono dei piccoli inconvenienti comunicativi e di comprensione, per fortuna in questa fase di sole parole e non si inchiostro permanente sottopelle, che racconterò a tempo debito, quando l'affare sarà concluso.
Completamente bolliti, ci trasciniamo alla ricerca di un ristorante, e anche qui abbiamo qualche difficoltà. Il primo in cui entriamo è una sorta di hotpot semi-self service troppo difficile da capire; usciamo, ne passiamo diversi, di tutti troviamo difetti, entriamo nell'unico che sembrava ok. Alessio mi precede nell'ordine, io casco sull'unico piatto senza carne e... Non ce l'hanno! Allora vado in quello accanto, perchè di mangiare rigaglie e frattaglie non mi va proprio, e ad Alessio non fa di annullare l'ordine. Quindi ceniamo separati, a 10m di distanza, per poi ritrovarci al negozietto della spesa di frutta e colazione per domani.
E con questo bel ciotolone di riso bollito con verdure miste e tofu, son pronta domani a pedalare i 115km di avvicinamento a Nanchino.
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