Fenglingduzhen-Sanmenxia
100km
La notte trascorre un po' inquieta; le disavventure fantozziane ci hanno stremati, abbiamo preso umidità e freddo, abbiamo vissuto momenti frustranti e soprattutto di noia profonda, e assurdo esistenziale. E puzza autoprodotta dai braghetti che ci si sono asciugati addosso, con tutto il loess e le frattaglie tirate su dalla strada.
[Apro parentesi perchè ora, mentre scrivo, mi sono quasi pisciata addosso dal ridere; ho cercato l'etimologia di frattaglie, avendo appena usato questa parola in modo metaforico per indicare schifezze a pezzettini, in parte organiche. Oltre alle orrende immagini e parole che emergono da Google, l'AI mi ha chiesto se volessi sapere la differenza tra frattaglie e rigaglie. Ma certo, sono tutta orecchi, dimmi di più. E sono entrata in questo rabbit hole in cui l'AI ha iniziato a spiegarmi che le rigaglie sono frattaglie di volatili da cortile, come: galline e galli, polli, FEPONI, tacchini e anatre, ad esempio fegatini, duroni e cuoricini. Feponi? Nascosti poi lì tra polli e tacchini? Che cosa sono? E soprattutto, se volessi un cuoricino di fepone, che dovrei immaginarmi? Un lonfo sventrato? Uno stufato di fanfola? Alla domanda, mentre già piangevo dal ridere, relativa ai feponi, la AI si è subito giustificata così, copio e incollo: -I "feponi" sono in realtà un piccolo refuso di battitura per capponi (la lettera F si trova subito sotto la R, e P è accanto a O sulla tastiera)-. Ma tutto bene Gemini? Comunque ho riso così forte da farmi venire mal di testa, aiuto!]
Torno alla notte faticosa. Oltre alla stanchezza accumulata, la stanza, iper tecnologica, era tutta una luminaria. Persino il cesso, smert, con la tavoletta riscaldata come se qualcuno si fosse appena alzato, e che sussura cose agli orifizi, faceva luce da discoteca, anzi, da specchio di Dama Galadriel.
La sveglia di riporta al mondo di qua che siam tutti storti, ma la colazione, quella di cui ci han ripetuto l'orario mille volte ieri, è ben soddisfacente. Oltre ai soliti brodoni, ci sono stuzzichini dolci (mai troppo zuccherini, più che altro paiono pane con frutta secca) e salati, verdure cotte e crude, riso, ravioli e noodles, panini al vapore e frittini, uova... E pure caffè e latte di soia. Insomma, più che soddisfacente.
Il problema è che, quando usciamo, già piove. Anzi, diluvia. E non smetterà nemmeno un secondo per tutto il giorno. Ci sono neanche 20 gradi. E quella colazione, con subito il freschetto e la doccia da temporale, mi procurano una congestione fatta e finita. I primi 20km saranno una sofferenza di mal di testa da mancata digestione, difficoltà a respirare e debolezza. I successivi 20, invece, saranno segnati da vomito a spruzzi con tecnica del dragone: senza fermarsi, senza smettere di pedalare, mirando con il potente getto lo spazio tra braccio sul manubrio e gamba che pedala, tra borse e bici. Bisogna essere molto allenati e aver affinato questa tecnica negli anni, perchè glassarsi le scarpe di bile mista a spaghetti interi è un attimo. Soprattutto se si è in salita, come eravamo noi. Ma io sono una professionista e mastero la tecnica fin dai tempi delle grandi infezioni intestinali dei viaggi passati. Quindi resto un po' indietro, Alessio mi vede sparire, e ricomparire a un certo punto, alleggerita, di nuovo sorridente e propensa alla chiacchiera. "Tutto bene?" mi chiede ignaro. "Son successe delle cose...". E gli spiego. Tra queste cose c'è anche l'aver sistemato il cambio, che saltava un po', sempre senza smettere di pedalare -e sboccare.
I veri dammi di oggi sono altri, ahimè; da un lato la pioggia battente, che ci ha infradiciati fino al midollo, superando ogni strato di k-way, antipioggia e copertura. Nelle scarpe nuotano le carpe, nel fondello gracidano rospi. E fa pure freddo, perchè in salita si suda, ma in discesa l'aria umida e fresca fa venire i brividi. E poi le strade sono allagate. Ma non un po'. Quelle basse nei paesi sono coperte da una spanna d'acqua, nulla di grave non fosse che nasconde buche e spaccature pericolosissime (e per il cervello ce ne sono ovunque, perchè dove non si vede, irrazionalmente, si teme il peggio). Poi ci sono i sottopassaggi. Qui confluiscono veri e propri fiumi da entrambi i lati, e si aggiunge il fango, che impedisce del tutto il drenaggio. Ergo si creano pozze alte un metro e più, in cui galleggia di tutto. Qui le auto, per lo più elettriche, e tutti i motorini e tricicli vari, non passano. Noi sì, camminando in quella brodaglia color sangue vecchio, tiepida e piena di cose misteriose e appiccicose che si avvinghiano alle gambe nude. A me, nei punti peggiori, l'acqua arriva al cavallo, ad Alessio poco sotto, Ma quando passano i camion, che non si fanno alcuno scrupolo, si sollevano onde che portano via la bici e noi, le scarpe e le bestemmie. Diciamo che assomiglia all'esperienza di un parco acquatico, con correnti artificiali e percorso sensoriale, ma nelle fogne.
La situazione migliora quando, salendo salendo, ci allontaniamo dal letti del Fiume Giallo e dal canyon che il suo corso, qui alimentato da numerosi e bizzosi affluenti, scava; ceto la pioggia resta violenta, e le colline intorno, verde cupo, imbronciate e nascoste da nuvole basse filamentose, quasi di formaggino fuso denso. Viste le condizioni e il freddo, decidiamo di non fare soste; ma a un certo punto io devo fare pipì e coprirmi un po', perchè ho freddo e, visti i disordini di stomaco, non vorrei ammalarmi. La grande area di servizio segnalata, che dovrebbe avere ristorante, hotel e bagni, si rivela una carcassa abbandonata e chiusa da anni, preda di ruggine e ragnatele. Tocca quindi far pipì wild, con le gocce di pioggia che battono sulla schiena nuda, per altro in un cimitero di elefanti di merda, perchè i cinesi mangiano tanto e cagano come dinosauri, e non vi dico che torte con ricciolo si trovano nei luoghi un po' nascosti -in questo caso, la situazione è aggravata dalla molta pioggia che è caduta su tutto, come dice il poeta vate sulle tamerici salmastre ed arse, sulle coccole aulenti e sulle merde giganti. "E' Jurrasic Park senza i dinosauri" commenta Alessio, sconvolto, tornando da un'ispezione autoptica.
Insomma, benvenuti in Henan! Si tratta della seconda provincia più popolosa di Cina, con oltre 100 milioni di abitanti, ed è considerata anche questa una delle culle della civiltà cinese; infatti, essendo in larga parte pianeggiante, fertile e ricca di fiumi, ha ospitato e ospita alcune città di rilevanza storica e politica, senza contare le antiche capitali di Luoyang (dove ci stiamo dirigendo) e Kaifeng, nonchè alcuni tra i templi più antichi del Paese e altri famosissimi, come quello di Shaolin (altra nostra meta prossima ventura). Qui il 99% della popolazione è di etnia han, con microminoranze di hui (musulmani) e mongoli. La presenza umana in questi luoghi risale alla preistoria, con civiltà e culture autoctone; dopodichè questa provincia ha visto nascere alcune tra le più antiche dinastie, ancor prima dell'unificazione della Cina, ed ha ospitato i centri nevralgici del potere per secoli. Ne parleremo man mano che ci passiamo... La cosa interessante è che, nonostante ciò, da metà Novecento si è diffuso uno stereotipo negativo riguardo agli abitanti dell'Henan, descritti come corrotti, retrogradi, mentalmente ottusi e propensi al crimine. Barzellette, modi di dire, battute di comici e personaggi nei media hanno alimentato questa forma di razzismo interno tutta cinese, han contro han.
Mi ha colpita leggere che qui la forma più alta di cultura culinaria culmina nel cosiddetto "Banchetto d'acqua". E' un rapido pasterello composto da 24 portate, 8 fredde e 16 calde, che esiste dai tempi della Dinastia Sui (VII-VIII secolo d.C.) ed è una delle tre meraviglie della fu capitale Luoyang, insieme alle peonie e alle Grotte di Longmen (con non sono gli uomini lunghi, ma luoghi sacri del buddhismo, che visiteremo tra tre giorni). Pare che questo banchetto fosse anche una sorta di rappresentazione (poi ironica) della vita di Wu Zetian, unica imperatrice donna, temutissima e crudele. Certo è che, in un territorio tendenzialmente montuoso e poco fertile, dove frutta e verdura sono meno diffuse, zuppe e brodi si fanno allettanti . A propos, c'è anche la famosa zuppa con nido di rondine... Che è un vero nido, non una metafora. Pare faccia bene alla pelle e doni longevità.
Non mi ispira molto l'idea di mangiare saliva di rondini mista a pagliuzze, ma di certo anche noi ora stiamo facendo un banchetto d'acqua, tra pioggia, pozze e allagamenti, con tutte e 24 le portate!
Finalmente, dopo una tappa che pare infinita, arriviamo a Sanmenxia, la nostra meta di oggi. Si legge Sammensià, e suona come Saint Vincent, che infatti diventa IL toponimo. Con i suoi bravi 2.5 milioni di abitanti, apre la grande pianura del nord della Cina, dove il Fiume Giallo taglia oltre l'Altopiano del Loess.
Sanmenxia significa letteralmente "gola delle tre porte" e si riferisce al fatto che il corso del Fiume Giallo qui sia diviso in 3 da due isolotti. Leggenda vuole che Yu il Grande, detto Yu l'ingegnere, un sovrano più presente nel mito che nella storia, capace di controllare il corso dei fiumi, con la sua ascia divina, tagliò il monte in tre punti per rendere le correnti meno violente ed evitare esondazioni. I tre rami sono chiamati "porta degli uomini", "porta degli dei" e "porta dei demoni". Qui, sin dai tempi delle dinastie Han e Tang, si sono costruiti canali e alzaie per migliorare la navigazione, e, a fine anni '50, è stata eretta l'immane diga che controlla i volumi d'acqua, previene alluvioni e razionalizza l'irrigazione.
Noi facciamo rotta direttamente all'hotel Golden Rose, 14 euro (da rovinarsi) ma la certezza che accettino stranieri. E' un vecchio albergo di gran lusso, un tempo, ora un po' fatiscente e polveroso, come il Grand Budapest di Wes Anderson. Veniamo accolti da due svelte receptionist, che sbrigano le pratiche dei passaporti in un attimo e ci fanno mettere le bici nella hall, tra un vecchio pc e bottiglie di alcolici mai stappate. Ci danno pure il carrello per i bagagli, schifandosi nel caricarci su le nostre borse piene di fango, melma e loess e frattaglie e feponi.
La camera, immensa, sa di vecchio e muffetta. Alle pareti, carta da parati ingiallita. A terra, una moquette spessa una spanna, piena di buchi da bruciatura di sigaretta e misteriose macchie. I mobili sono tutti laccati, ma scrostati, e fanno odore di casa di nonni rimasta a lungo chiusa. Sulla scrivania centrale, oltre a una vecchia guida turistica di sole foto, c'è un portapenne che contiene, oltre a varie cianfrusaglie: un tronchese tagliaunghie, un aggeggio che pare uno strumento chirurgico anteguerra, e serve a levare i calli dei piedi, o a pelare le patate, o entrambe le cose, e un righello tagliacarte arrugginito. Per fortuna la vista sul canale è piacevolissima, e dalla finestra entra aria fresca quasi freddina. Purtroppo, nel parco, una signora molto stonata o con un grande mal di pancia canta con un microfono, in un party tutto suo, nel centro della festa nella sua testa, e procede così fino alle 23, per poi ricominciare alle 8 la mattina dopo.
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| loess filtrato nel braghetto |
Ci togliamo i vestiti madidi e lerci, doccia, e Alessio decide persino di lavare a mano le sue cose... Io so che sarà così anche nei prossimi giorni, me lo sento... Quindi butto tutto nel sacchetto delle cose sporche e ci pensiamo davanti a una lavatrice, a Luoyang, se i vapori mefitici non mi stendono prima. Bussano alla porta; temo ci sia qualche problema con la registrazione... E invece si presenta una cameriera con un piattino e due pesche. Una cosa random dopo l'altra, non si può star tranquilli!
Bolliti dalla pioggia, ce la dormiamo, svegliandoci storti e molli, come se tornassimo dal mondo dei più, come se ci fosse la forza di gravità che si percepisce su Giove. Dobbiamo nutrirci. Alessio individua un ristorante a breve passo, e si rivela una scelta eccellente. All'ingresso ci sono bancali di frutta e verdure tenute nel ghiaccio e sotto a vapori che danno l'impressione di entrare in una fumeria d'oppio green.
Veniamo portati al tavolo da camerieri in divisa blu e rossa, e i cuochi ogni tanto compaiono, in seta gialla. Sembrano attori dell'Opera di Pechino, mi aspetto che da un momento all'altro inizino a fare acrobazie e a cantare! Al tavolo ci attendono stuzzichini vari, e un infuso dolce, ma non troppo, con carote, mais e giuggiole. Ne berremo due caraffe tanto è buono. Come antipasto ci portano anguria e uva, e fin qui è tutto offerto dalla casa.
Io ordino melanzane fritte croccanti, con miele, peperoncino e pepe del Sichuan, e un'insalatona di cetrioli e arachidi, condita con aceto balsamico, aglio e peperoncino. Entrambe le cose sono spaziali.
Alessio, assai affamato, aveva ordinato un piatto di riso e due tipi di panini. Il cameriere, però, gli ha detto che le portate son grandi e quello è troppo cibo! Quindi Alessio elimina un set di panini... Ma va a finire che gli portano solo quello. Sono comunque tanti e buoni, a suo dire: la pasta, uovosa, morbida, fa la crosta sull'esterno, e dentro son farciti con carne, uovo e verdure. Sparisce tutto senza nemmeno lasciar briciole. E questo popò di roba, con servizio top da ristorante di lusso e quantità da cicloviaggio, ci costa meno di 10 euro!
Torniamo al Golden rose, ora illuminato, e alla vista sul canale.
Da qui a Luoyang ci sono 130km. Visto che siamo in anticipo sui tempi, decidiamo di prenderci due giorni e dividere questo segmento in due tappe, anche perchè domani ci attende un po' di dislivello da colline. A 60km da qui c'è una cittadona con alberghi, Mianchi... Ne prenoto uno che accetta stranieri, ma, quando scrivo per sincerarmene, mi rimbalzano. Che palle! Cancello la prenotazione, ricevo subto il rimborso, e ne prenoto un altro. L'unico altro che accetta stranieri. Si chiama International, il che non è di buon auspicio, ma tra i commenti se ne legge uno di una coreana (che si lamenta della scarsa pulizia). Sperem...
Sanmenxia-Mianchi
61km
Colazione in camera, non piove. Indossare i vestiti bagnati e puzzolentissimi, e le s-carpe, che davvero danno la sensazione di infilare i piedi in due pesci morti ieri. Non piove. Primi 3km, non piove. Poi piove. Piove tutto il resto del giorno. Piove senza tregua, fino all'arrivo. Piove sulle numerose salite e sulle altrettanto numerose discese. Piove e fa infradiciare, e sentir caldo e freddissimo a seconda della pendenza della strada.
Se non altro oggi dovrebbe essere l'ultimo giorno così incastonato tra pendici montuose, di qua e di là dal fiume, e quindi l'ultimo giorno in una zona così soggetta a maltempo. La strada corre tra terrazzamenti, boschi e paesini di campagna che sembrano venire da un tempo e da un luogo diverso rispetto a quello della Cina urbana. Non è un caso se le aree rurali si stanno così velocemente spopolando...
"Bloch parte dall'osservazione che il tempo storico non è omogeneo: individui, ceti sociali e popoli vivono tempi storici asincroni, una "non-simultaneità" (Ungleichzeitigkeit) tra loro (Iisf). In una stessa epoca cronologica convivono strati arcaici, residui del passato non ancora superati, e germi del futuro già presenti — pensiero che Bloch elabora soprattutto in Eredità di questo tempo (1935) e in Il principio speranza.
Il Multiversum come "dialettica a più strati":
Da questa asincronia nasce la proposta di una «dialettica a più strati», un Multiversum in cui confluiscono i diversi ritmi della natura e della storia (Iisf). Non è dunque un insieme di mondi separati e paralleli, ma un'unica realtà storico-naturale attraversata da ritmi temporali multipli e non sincronizzati che si intrecciano, si scontrano, si sovrappongono."
Questa è l'analisi perfetta che mi commenta una persona intelligente da casa, e descrive in modo preciso la sensazione che convivano più Cine in questa Cina, molteplice, complessa, diversa al suo interno, quasi fosse una galassia di più mondi.
E infatti basta osservare le foto di questi luoghi (figuratevi attraversarli fisicamente che impatto dia), vicinissimi, eppure così distanti. Campagne dove ancora l'acqua corrente sta solo fuori dalle case, e città ipermoderne dove tutto avviene tramite app. Luoghi cosmopoliti da millenni, e altri dove la presenza di due non cinesi in bicicletta crea sismi burocratici e quasi incidenti diplomatici. Mentre entriamo a Mianchi, veniamo osservati con minimo tre occhiate da tutti, e se sono attraverso gli specchietti retrovisori, anche quattro. Un tizio strano in motorino ci segue a lungo, e, alla fine, ci chiede se vogliamo andare a pranzo con lui. Insiste molto, non ci dà una buona impressione... Poi siamo fradici e inzaccherati fin oltre le mutande, se le indossassimo, e abbiamo il dubbio che l'hotel ci accolga. Il tizio ci scorta fino a destinazione, dove veniamo presi in consegna da una guardia giurata tutta stralunata che parla in continuazione, esclusivamente in cinese, con gli occhi che si mandano a fare in culo e quindi diventa pure difficile leggere lo sguardo. Io inizio a parlargli in italiano, gli dico, con calma e sorridendo: "Zio, non vedi che non capisco? Dai, non comprendo, non parlo cinese. Vedi che pure tu non capisci se parlo italiano?". Ma lui tira dritto, imperterrito, in questa conversazione assurda dove nessuno capisce nulla. Pure il traduttore di Alessio impazzisce e inizia a scrivere in altre lingue, e sembra una AI gestita da Salvatore de Il nome della rosa. Manca urli "Penitentiagite!" e ci siamo. Nel frattempo, i rider affidano ai robottini secchi di brodo e spaghetti, e i robottini li portano alle camere, e il guardiano che parla con noi si infastidisce moltissimo perchè sa che quegli aggeggi presto gli ruberanno il lavoro. E bercia ancora, come volesse confidare a me questo suo timore.
Per fortuna alla reception va tutto liscio, e, a parte i soliti moduloni da compilare, ci viene data subito una bella stanza -che non puzza di vecchiume.
Doccia, pisolone, tè, preparazione tappa di domani (e prenotazione hotel nel centro storico di Luoyang) e il pomeriggio è ben che passato. E' ora di cena, siamo affamati. Alessio ha trovato un posticino che potrebbe fare il caso nostro. Per arrivarci attraversiamo alcune vie centrali, che si stanno risvegliando adesso tra bancarelle dello street food e ristoranti che iniziano a sfumacchiare vapori ora profumatissimi ora nauseanti. La gente ci fissa e strafissa, dai locali si alzano a guardarci appiccicandosi alle vetrine e i ragazzini passano in motorino più volte per dirci "Hello!" e ridacchiare, imbarazzati e stupidelli come si è a quell'età in tutto il mondo.
Stasera si va di ristorantino micro, a gestione familiare, alla buona ma con piatti fatti al momento con ingredienti freschissimi; genitori e figlio adolescente prendono comande e fanno uscire piatti a nastro, e i clienti si affastellano, chi seduto sugli sgabelli, chi con il casco in testa per prendere da asporto. Ai tavoli bacchette di legno sbiancate dall'usura di molte bocche e rotolini di carta igienica piccoli come quelli degli scontrini, per pulirsi dopo le slurpate di brodoni. I local sono estremamente incuriositi dalla nostra presenza, e ancor più quando ci vedono ordinare piatti proprio del posto, le specialità della casa. Non vi dico quando Alessio, alla domanda (in cinese) se gradisca un po' di piccante, risponde, altrettanto in cinese, che vuole molto piccante. Risate diffuse e sguardi poco convinti, prima, si trasformano poi in ammirazione e rispetto quando poi mangia davvero tutto, sudando e sfiatando pure poco . Si è meritato proprio il titolo di ganassa, anzi, boss del quartiere.
Io prendo spaghetti di patate con surimi, tofu, verdure, cecini croccanti e pelle di soia. Sono leggermente piccanti, ma non troppo, e gustosissimi, oltre a consentire giochi di consistenze piacevoli. Poi sono ludici: ogni volta che draghi il fondo viene su qualcosa di nuovo e inatteso, colorato e misterioso.
Compaiono ragazze in pigiama e ciabatte, cosa qui normalissima anche per uscire a passeggio o a cena, e uomini che, per mangiare zuppe calde e piccanti, si tolgono la maglietta o se la sollevano lasciano fuori la panza, tra un rutto e uno slurpo sonoro.
Alessio, per parte sua, ha preso il classico paninetto che ormai fa parte della sua dieta quotidiana, e liang pi, gli spaghetti di amido di riso, freddi e piccantissimi.
Quando finiamo, i proprietari ci chiedono se ci sia piaciuto tutto, e sono felicissimi nel vedere i piatti vuoti e ripuliti; ci scattano un sacco di foto, in gruppo e no, sempre senza il figlio che si vergogna tantissimo. Dopo vari salamelecchi e sorrisoni, il cuoco ci caccia in mano due bottiglie di Coca cola fresche di frigo, l'apoteosi della cosa che potrebbe piacere a un occidentale (per la soda, e perchè i cinesi non bevono cose fredde, che a loro dire fanno male alla salute, soprattutto durante i pasti, che son fatti di pietanze calde). Se questo è razzismo... Certo, fa sempre strano pensare che in un mondo così rapido e ultramoderno, proiettato online 24/7, abitato da miliardi di persone tutte diverse, vedere persone di nazionalità altra crei tanto stupore. Ma ben venga, se in positivo. C'è del white privilege, sicuramente, ma per la verità i cinesi non si sentono affatto "inferiori", anzi!
Così soddisfatti de core e de panza ce ne torniamo al nostro hotel, che spicca alto e luminosissimo sull'intero quartiere, che pure è gremito di palazzoni e non manca certo di luci colorate. Domani arriveremo a Luoyang, laveremo finalmente gli orrendi stracci infangati che portiamo addosso, che puzzano di cane morto annegato in acque stagnanti, e visiteremo un altro meraviglioso angolino di questo universo dalla complessità indescrivibile.
5/8
Mianchi-Luoyang
71km
Colazione a buffet in puro stile cinese: io ci sguazzo, e stavolta riesco anche a non avere il reflusso del dragone. Alessio un po' soffre la mancanza di dolci, e si limita a un wurstelino misero, un ovetto e una fettina di pane. Io invece mi sdo assaggiando tutto, piccante, aglio, latte di soia schiumoso da pentolone dei misteri, e chi più ne ha più ne metta. Al massimo muoio pedalando.
La tappa scorre piuttosto liscia, nei suoi 70km tendenzialmente in piano, tra un'orribile cittadella industriale e l'altra. Oggi non piove, ma l'aria è grigiastra tendente al nero per i fumi che le numerosissime, gigantesche, spaventose ciminiere, di ogni forma e misura, buttano in aria. Ci sono quelle svasate tipo centrali nucleari, quelle lunghe e strette, altissime, da raffineria, quelle da centrale termoelettrica, altre in serie, più basse e tozze... Insomma, mille modi più uno per inquinare. Intorno sorgono città, anche grandicelle, discretamente fatiscenti e coperte da tre dita di polveri. Anche la gente sembra rallentata, e gli anziani stanno parcheggiati curvi ai bordi delle strade, agli incroci, in attesa di non si sa bene chi. L'imperatore è morto, Mao anche, chissà quando toccherà a loro.
Quando ci si avvicina a Luoyang, però, la musica cambia. Intanto esce il sole. Il cielo si apre. Cosa che non si vede da giorni! E poi fa caldo. Un caldo estivo giusto, come si deve. Luoyang infatti significa "sul lato soleggiato del Luo" (il fiume che scorre qui).
Che ci siano 7 milioni di abitanti, si intuisce dal numero insensato di motorini elettrici e altri mezzi che circolano lungo le ciclabili, soprattutto all'altezza dei centri commerciali grandi come città europee. A bordo, anziane rospizzate (siamo giunti alla conclusione che molti cinesi non muoiano, ma si trasformino in batraci e vadano a vivere la loro seconda vita gracidando in un stagno), rider, ragazze in abiti tradizionali con acconciature elaboratissime, operai e venditori di frutta.
Per secoli Luoyang è stata il cuore pulsante della Cina imperiale. Divenuta capitale dal 25 d.C., ha visto susseguirsi ben 13 dinastie, raggiungendo l'apice sotto i Tang e durante il regno di Wu Zetian, l'unica imperatrice della storia cinese. All'epoca palazzi, uffici e oltre mille templi buddisti erano circondati da mura possenti. Il suo declino iniziò nel X secolo, quando la dinastia dei Song Settentrionali spostò la capitale nella vicina Kaifeng.
Oggi quasi tutto quel che si vede in città è stato ricostruito, mentre alcuni siti di pregio storico si trovano sui monti e nelle valli intorno. Domani esploreremo bene la zona.
Per ora, ci dirigiamo in hotel; oggi abbiamo la certezza che non ci saranno problemi, perchè si tratta di una grande città turistica, e noi alloggiamo proprio in una corte affacciata alla via pedonale centrale del centro storico. Certo, è un po' difficile trovare l'ingresso, perchè è nel retrobottega di un negozio che vende latte e prodotti caseari della Mongolia. Il proprietario, un tizio stranissimo che pare uscito da "Una notte da leoni", con scarpe lucide, pantaloni a zampa e vita alta, occhiali veloci e cappellino portato altissimo, appoggiato in cima al ciuffo, ci viene a prendere sulla strada, per fortuna.
La camera è spartana ma ha tutto quel che ci serve, e affaccia sulla via pedonale. All'interno, una tranquillissima corte permette di rilassarsi un poco, e, soprattutto, poi, di stendere. La nostra priorità è infatti lavare noi stessi e buttare in lavatrice i panni sporchi. Il tutto accade in modo estremamente lineare.
Mentre s'aspetta che il lavaggio finisca, facciamo due passi e una merenda. Il centro è tutto un tripudio di negozietti di souvenir, street food e qualsiasi cinesata possano pensare i cinesi per turisti cinesi. Che sono l'assoluta e quasi totale maggioranza. Vediamo una famiglia di occidentali la sera a cena, ma solo 3 persone, oltre a noi, in un mare di han. Cogliamo subito alcuni prodotti tipici di qui: le peonie. Il vino di peonia. Le frittelle di peonia a forma di peonia. E le zucche-borraccia da viandante. Qui ad aprile c'è la feste delle... indovinate? Peonie! E in un parco dedicato ne fioriscono oltre 10.000 piante, di 850 specie diverse.
Mentre io mi bevo un bubble tea di Mixue, la famosa catena dove ti fanno assaggiare il gelato direttamente dalle labbra di fustacchioni e bonazze, e Alessio fa sparire un paio di panini, prenotiamo i biglietti di ingresso per le Grotte di Longmen (ormai ribattezzate degli uomini lunghi), che visiteremo domani, e il Tempio del Cavallo Bianco, non distante. Sono due siti fondamentali per la storia e la cultura cinese, e dimostrano come qui siano davvero nati confucianesimo, taoismo e buddismo trasmesso nella forma locale, senza contare neoconfucianesimo e altre tipologie di riflessione metafisica. Qui sono state anche inventate la carta, la stampa e la bussola, e da qui vengono, geneticamente, il 70% dei cinesi del mondo. Insomma, è un luogo importante!
Dopo aver steso, ci dirigiamo verso il centro del centro, passando tra negozi e bancarelle. Tanti sono in abiti tradizionali, e tanti già si accalcano verso i ristorantini con tavoli sulla strada. C'è la piacevole folla in perfetto stile "vacanze cinesi". E meno male qui non ci sono borseggiatori, altrimenti, per come va in giro imbabolata la gente, sarebbe un vero banchetto!
Attraversiamo la porta occidentale della città antica, Lijingmen, con le sue torri e le sue mura spesse. Risale ai primi anni del XIII secolo ed oggi ospita diversi negozi e un museo delle ceramiche, con manufatti antichi e moderni.
A proteggere la città c'era anche un canale, solcato da ponti custoditi da dragonetti e canetti.
Con una camminata di 1.5km raggiungiamo la maestosa Yingtiannmen, la porta meridionale del palazzo imperiale delle dinastie Sui e Tang, (inizio VII secolo d.C., ricostruita negli anni Duemila). Prima si chiamava Porta di Zeitan, ma la damnatio memoriae che colpì l'imperatrice portò pure a un cambiamento di nome. Accedere alla piazza è gratuito, mentre all'interno del palazzo si mettono in scena spettacoli d'opera. Il vero spettacolo, per noi, resta ammirare questo complesso nella luce sempre più bassa, mentre schiere di ragazze e qualche ragazzo in abiti tradizionali e parrucconi si fa fotografare da professionisti, con prompt, oggetti di scena, spadini, ombrellini, veli e ventagli. Alcuni fotografi sono muniti di gilet con aria condizionata integrata e ventole, pazzeschi!
Dopo aver fatto il giro completo della piazza, tra lanterne rosse e set, lampioni a dragonetti e fenici, ci portiamo sul lato opposto della piazza. Intanto compaiono gli ambulanti del night market, con il loro carretti pieni di cibo e cianfrusaglie.
Qui si trovano due importantissimi edifici cerimoniali voluti dall'imperatrice Wu Zetian, nel 688 d.C. (e poi ricostruiti). Nel Palazzo dell'illuminazione si trovava la sala del trono, in oro. Nella pagoda si trovava il Palazzo celeste. Ora siamo stanchi e affamati. Domani, che non dovremo pedalare E visitare, contiamo di venirci la sera, quando sarà tutto illuminato.
Torniamo sui nostri passi, diretti a un ristorantino che abbiamo individuato già all'andata. Più ci si avvicina all'ora di cena, più le vie del centro si animano, e lo spettacolo, oltrechè storico e culturale, si fa umano.
Con un gattone ciccione ai piedi, ci sediamo, ben cotti dalla lunga giornata. Io vado di tofu piccante, Alessio di raviolotti. L'atmosfera è da film.
E potrò non essermi lasciata tentare dall'acquisto di una cazzatina? Un totoro in legno! Impossibile lasciarlo lì dove stava!
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