domenica 2 agosto 2026

43-45. Xi'An cosmopolita, crogiolo di tutte le Asie, metropoli futuristiche e di nuovo il Fiume Giallo, con qualche incursione nell'assurdo della burocrazia cinese per stranieri

















31/7
Xi'An
0km pedalati, molterrimi camminati

«Dopo otto giornate di viaggio si arriva a questa nobile e grande Chengianfu, città davvero ampia e bella, capitale del regno di Chengianfu che ha ora per signore un figlio del Gran Kan chiamato Mangalai: questi ha avuto dal padre la terra, ed è stato incoronato re. È città di molti mercanti e di artigiani, ricca di seta e di armi e di quanto serve agli eserciti: vi si trova in abbondanza e a buon prezzo tutto ciò che serve alla vita dell’uomo. La città è a ponente; gli abitanti sono idolatri, salvo qualche turco, cristiano nestoriano e qualche saraceno.

Fuori città c’è il palazzo del re Mangalai, di una bellezza che voglio descrivervi. Sorge in una gran pianura con fiumi, laghi, paludi e sorgenti d’acqua dove sono molti animali selvaggi e uccelli. C’è innanzi tutto un robusto altissimo muro del perimetro di cinque miglia molto ben costruito e tutto merlato. E nel mezzo sorge il palazzo, così grande e così ornato come nessuno potrebbe farlo meglio. Ha molte belle sale e camere, tutte istoriate e dipinte d’oro battuto con azzurri finissimi e infiniti marmi. Questo re Mangalai regna sulla sua terra con somma giustizia e buon governo ed è molto amato dai suoi sudditi. E i soldati vivono nei dintorni del palazzo e si divertono con l’abbondantissima caccia.»

Così Marco Polo ne Il Milione descrive X'An, testa orientale della Via della Seta da lui percorsa per intero. Questa città, con oltre 3100 anni di storia, è stata capitale della Cina per ben 13 dinastie. Tra XI secolo a.C. e 770 a.C. la scelsero gli Zhou, poi, tra 221 e 206 a.C. i Qin, poi gli Han e i Tang. E, anche quando la capitale venne spostata, Xi'An, che significa "pace occidentale", rimase un luogo di fondamentale importanza politica, culturale e soprattutto economica e commerciale. D'altronde, lo è ancora oggi.

La nostra visita si concentra sul centro storico, ovvero il cuore dell'abitato, cinto da mura. Nei parchi ci sono i soliti gruppi di signore che fanno attività fisica e risveglio muscolare; alcune ballano a suon di musica tamarrissima, altre, più anziane, praticano Tai Chi, altre ancora sono in diretta social mentre fanno girare l'hula hoop intorno alla panza o si schiaffeggiano le braccia. Se la Cina ha qualcosa da insegnare, è quella di non preoccuparsi del giudizio altrui e sbattersene completamente di quel che può essere considerato imbarazzante e fuori luogo o meno. "Lasciar andare"... oltre ai rutti e alle scoregge, gli sputi e il nariggio, anche il timore sociale.




Tra vialoni ed incroci grandi come piazze d'armi ci dirigiamo alla nostra prima meta: il quartiere musulmano. Qui vive la comunità hui, composta da cinesi non uiguri nè dungani, ma di fede islamica. Ovviamente la loro presenza è legata alle influenze delle comunità musulmane d'Asia centrale, come testimoniano gli abiti (berretti a zuccotto ricamati, per gli uomini, e foulard colorati per le donne) e anche il cibo. Superato il portale con i leoni immancabili (a destra sempre il maschio, con la sfera del potere, a sinistra la femmina, con il cucciolo)








si incontrano subito bancarelle di street food che richiamano più gli stan che la Cina. Ci sono infatti pani lievitati tondi (tipici anche della cucina di X'An, da sbriciolare nel brodo degli spaghetti di montone) e pane pita, come il lavash. Ci sono spiedini di carne halal, frutta secca (cachi e noci su tutto), halva e melograni succosi che paiono rubini. E poi c'è il plov, con la sua uvetta e i suoi aromi da acquolina in bocca anche se è ancora mattina presto. Insomma, si vede che questo era il capolinea della tratta commerciale più frequentata d'Asia, con i suoi popoli, ciascuno dei quali capace di contribuire alla ricchezza del luogo con sapori, profumi, colori e tradizioni diversi.










In questo quartiere si respira davvero un'aria cosmopolita, che sa di Cina, ma una Cina da immaginario astratto, fatta di bazar e viuzze intricate di bancarelle, vapori di cucine nascoste, macellai che tranciano carcasse sui marciapiedi e mercanti che trafficano nella penombra. E' contemporaneamente lo spaccato più cinese e meno cinese visto finora, anche se pare un ossimoro: pesca infatti nell'immaginario che associamo alla Via della Seta, e non a quel che davvero è la Repubblica Popolare oggi. O forse la Cina oggi ha raccolto quell'eredità e l'ha solo fatta propria, digerendola e modernizzandola (e sinizzandola, perchè il potere centrale forte a questo mira, con le buone o con le cattive).
Certo è che qui, dal 742 d.C., nemmeno troppo tempo dopo la dipartita del Profeta, si erge una Grande Moschea, cosa che da noi in Italia è ancora impensabile e oggetto di controversie e polemiche. Questo luogo di culto, che diventa oasi di pace quasi "insonorizzato" rispetto al caotico labirinto del quartiere esterno, è un perfetto connubio di architettura cinese e islamica e conserva ampie sezioni di epoca Ming e Qing; il minareto centrale pare una tozza pagoda e i versetti coranici si alternano a stele in cinese posate sulle tartarughe bixì, tipiche dei templi confuciani. I cortili si susseguono, separati da portali in legno come nei templi buddisti, e tutto si tiene senza contrasti; non siamo gli unici visitatori: ci sono anche monaci buddisti e gruppetti di cinesi maomettani.










il minareto



la sala della preghiera




Uscendo da questa parentesi di pace assoluta, ci troviamo immersi tra bancarelle che vendono oggetti assurdi e bellissimi, problematici e affascinanti: si va dai cimeli maoisti alle pipe da oppio, passando per carte da gioco con i ritratti dei principali nemici dell'Occidente, con Saddam Hussein sull'asso di fiori. Torniamo poi nelle vie dello street food, tra tagli di carne appesi direttamente sulla strada e torri di cestini fumanti dove cuociono i ravioli e i panini al vapore. Anche i volti, la forma degli occhi e dei nasi, gli zigomi, le barbe e il colore della pelle della gente di qui tradisce un'origine lontana e mista, da vero crogiolo di tutte le Asie.









Compaiono di nuovo barbieri e parrucchieri da marciapiede, che tagliano i capelli direttamente sulla strada, come già avevo visto in Vietnam lo scorso anno, e cassette piene di poveri pulcini pigolanti, lasciate senza alcuna custodia in attesa che qualcuno le ritiri.



Con una lunga passeggiata, ci spostiamo così nell'angolo nord occidentale delle mura, dove sorge il Tempio Guangren, di fede buddista tibetana. E' l'unico nello Shaanxi. Risale al 1705, quando l'imperatore, della dinastia Qing, costringeva i monaci e pure i lama a recarsi in udienza da lui a Pechino. In cambio, doveva fornire punti di appoggio per i loro lunghi viaggi. Dopo la caduta dell'impero, tra 1911 e 1931, fu usato come ufficio del governo, poi saltò in aria ma venne ricostruito subito. Nel '52 su restaurato e dall'83 è riconosciuto come sede religiosa lamaista, anche perchè conserva una ricchissima biblioteca di testi sacri.

L'ingresso è gratuito, cosa ben rara qui in Cina, e, sotto alle bandierine di preghiera colorate, ci sono addetti che regalano bottigliette d'acqua a tutti coloro che entrano. Grazie!





Posto che il buddismo è una filosofia e una fede complessissima, e appurato che io ne sono poco e nulla, tantomeno di quello tibetano, forse il più immaginifico e ricco di storie e personaggi, l'impressione è che qui ci sia una profonda spiritualità, che si legge nelle volute di fumo dei bastoncini di incenso, e nei riti perpetuati da secoli, anzi, da millenni, di fedeli che si inginocchiano o sdraiano, e che camminano in tondo facendo girare i rotoli di preghiera, o che accarezzano le statue di animali agghindate con le sciarpe sacre. La metafisica si fa materia, però, in figure estremamente concrete e materiche, a volte inquietanti o spaventose, ma benevole: oltre al Buddha, in tutte le sue forme, uno e mille, della saggezza o della compassione, ci sono demoni, spiriti, dragoni, scimmie, topi e cavalli. Tutto è sacro e venerabile, tutto si prega, a tutto si offrono mele, latte, caramelle e banconote.








































Finita la visita di questo -comunque vastissimo- complesso, ci troviamo ben cotti, visto che è già passato mezzogiorno e abbiamo camminato più di 8km, il tutto per vedere solo due settori di questa sconfinata città. Decidiamo quindi di prendere un Didi per trasferirci nel punto più lontano del nostro percorso di visita, nell'angolo sud orientale. Per ben 1.3 euro, quindi, ci facciamo scarrozzare alla Foresta di stele. Si tratta di un museo che sorge dove, dall'XI secolo, si trovava un tempio confuciano, e raccoglie iscrizioni e sculture di pietra (oltre 3000, onde il nome evocativo). Qui sono conservate opere storiche, artistiche e calligrafiche, oltre a pezzi unici come la stele nestoriana, che testimonia un'antica presenza cristiana in Cina; è del 781 d.C., e documenta i 150 anni della comunità nestoriana di Xi'An, nata grazie al monaco persiano Alopen; la stele, nel IX secolo, fu sepolta in periodo di persecuzione antireligiosa, e riscoperta nel '600. Ci sono poi sculture buddiste del periodo dei Wei settentrionali, lettere tra capi di stato quando Xi'An era capitale, e pure i classici della letteratura cinese, e della filosofia confuciana, incisi nella pietra, a partire dal VI secolo a.C.

Incredibilmente particolari sono anche le vie circostanti: qui, oltre alle angurie giganormi vendute su bancarelle che esalano vapore gelido, ci sono decine di bancarelle dedicate alla calligrafia: carta di riso e non, pennelli di ogni forma, da immensi a microscopici, inchiostri e anche artisti che con tratti precisi decorano ventagli e pergamene, ritagliano pezzi di carta come fossero merletti e costruiscono marionette del teatro delle ombre.








Tra ristorantini e mezzi elettrici orecchiuti e occhiuti, costeggiamo la possente cinta muraria, che è il nostro focus per la prossima meta.



"Con i suoi quasi 14 km, il bastione che circonda Xi'an è tra le fortificazioni murarie meglio conservate del paese e potrebbe presto diventare un sito del Patrimonio mondiale dell'UNESCO. [...] La cinta muraria di Xi'an - costruita originariamente durante l'epoca Tang (618-907 d.C.) e successivamente ampliata dalla dinastia Ming a partire dal 1370 - è considerata la più completa e meglio conservata. Il bastione si estende per 13,7 km e misura 12 metri di altezza e 15 metri di larghezza. Quattro porte principali si affacciano su ogni direzione cardinale, mentre tra di esse si trovano 14 porte minori e un fossato le circonda. La ragione dell'imponenza delle mura deriva dall'importanza strategica di Chang'an e dalla necessità della dinastia Ming di proiettare la propria autorità attraverso strutture di questo tipo. "Non riesco a pensare a un'invasione straniera che avrebbe giustificato questo (muro), perché non è nemmeno vicino a un confine importante", afferma il dottor Lars Laamann, assistente alla cattedra di storia dell'Università SOAS di Londra. Secondo Swope, l'epoca Ming ha rappresentato l'apice dell'"architettura imperiale", che ci ha regalato monumenti come la Città Proibita e il Tempio del Cielo a Pechino. Arrivati subito dopo i nomadi mongoli, i governanti Ming videro queste mura come un modo per ricostruire l'orgoglio cinese."







"Lo scopo originario di queste mura potrebbe essere stato quello di contenere le città o la popolazione all'interno del perimetro. Ma col tempo le città sono cresciute oltre questi confini, trasformando le mura in anacronismi da centro città. Dall'alto delle mura di Xi'an, i panorami e i suoni della vita moderna sono ineluttabili: grattacieli e luci al neon, macchine che suonano e pedoni che corrono. Dopo l'esercito di terracotta, il bastione è oggi una delle attrazioni turistiche più popolari di Xi'an. Ha accolto centinaia di visitatori famosi, tra cui Bill Clinton, Michelle Obama e Mark Zuckerberg, che ha fatto una corsa sotto la pioggia sul camminamento delle mura.
Le mura di Xi'an sono state minacciate di demolizione negli anni Cinquanta, nell'ambito della narrazione del Grande balzo in avanti del Paese. Cheng racconta che anche se la demolizione diffusa è iniziata ancora prima, verso la fine dell'era Qing (circa 1912), il muro è rimasto per lo più intatto, grazie allo status di Xi'an come antica capitale storica. La vera sfida è arrivata più tardi."







"La storia della conservazione ci porta dall'epoca Ming a Mao Zedong", afferma il dottor Laamann, riferendosi alla celebre coppia di storici dell'architettura Lin Huiyin e Liang Sicheng. "Si trattava di una lotta di potere all'interno del Partito Comunista, quando una fazione voleva sbarazzarsi delle vecchie strutture medievali del Paese, perché pensava che nel mondo moderno non ci fosse posto per questi resti del passato". Lin e Liang si batterono per preservare le mura cittadine ovunque: persero a Pechino ma vinsero a Xi'an.

De Weerdt sottolinea che la lotta tra conservazione e modernizzazione è universale, citando l'esempio delle mura medievali in Francia e in Italia abbattute alla fine del XIX e all'inizio del XX secolo. "Molto di quello che vediamo oggi nelle mura di Xi'an è stato ricostruito con materiali moderni e modi di pensare moderni", spiega. Tuttavia, questa versione del muro integra l'aspetto culturale con quello sociale: gli abitanti e i turisti possono apprezzare il patrimonio della città e allo stesso tempo utilizzarlo come spazio pubblico urbano."





Noi decidiamo di non noleggiare le biciclette e i tandem con i quali si possono pedalare questi imponenti bastioni, ma di camminare lungo tutto il muro meridionale, dove si apre la porta Yongningmen, la più monumentale, da cui si colgono tutte e 5 le linee di difesa: fossato, torri di sbarramento che controllavano i ponti levatoi, torri degli arcieri, barbacani e porte vere e proprie. Oltretutto, lungo i camminamenti sopraelevati, ci sono venditori di qualsiasi cianfrusaglia, cibaria e souvenir si possa immaginare. Si va dagli ombrellini di carta ai gelati a forma di portale, dai dragonetti di plastica alle raganelle in legno rumorose, ai ciondoli in pietra portafortuna, ai portachiavi in bambù intrecciato.



Dopo la lunga passeggiata, per fortuna sotto ad un sole velato che non stordisce, ma con un'umidità da sudare a bolle, scendiamo e ci fermiamo per il pranzo. Anche in questo caso, c'è un mondo da scoprire che riguarda la complessa e stratificata tradizione culinaria dello Shaanxi. Alessio, infatti, vuole assaggiare i biangbiang, ovvero i noodles spessi e lunghi, tanto che nella ciotola che gli arriva potrebbe essercene uno solo lungo come una lunga cintura. Pare nascano dalla fretta dei lavoratori che non avevano tempo di tirare la pasta e nemmeno di tagliarla, e quindi si calavano questi pitonacci conditi con olio di sesamo piccante o brodone di montone, talora accompagnati dal pane, intero o spezzato, per assorbire tutto il liquido. Il nome è onomatopeico, perchè ricorda il rumore del panetto di pasta sbattuto sul piano della cucina con malgrazia, prima di essere cotto. Ma la cosa incredibile è il carattere usato per scrivere questo tipo di noodles, biang, ripetuto due volte. E' composto da 58 tratti distinti, da scrivere, come ogni carattere, in ordine preciso. Esiste una lunga filastrocca per ricordarsi l'ordine dei 58 tratti, altrochè mnemotecnica! Per scrivere il nome completo, biangbiang, è dunque necessario comporre 116 tratti!




Dopo questa pausa cultural-culinaria, ce ne torniamo sui nostri passi, verso le torri del tamburo e della campana, già viste, e gli enormi, labirintici, mastodontici centri commerciali che si affacciano sulle vie centrali. Qui ci perdiamo per un paio d'ore, alla ricerca di cosine utile e non, tra vere cinesate a prezzi ridicoli e sale giochi dove tutta la ludopatia sinica emerge. Alessio si fa mettere una nuova pellicola protettiva allo smartphone, chè la sua si è staccata proprio nei giorni scorsi, e un ragazzo con il viso da lince se ne occupa per pochi euro, stampando e ritagliando la gomma con una speciale macchina -a casa mai vista.






Finisco pure per comprare un nuovo paio di scarpe, a sostituzione di quelle bucate e puzzolenti che ho buttato qualche giorno fa. Sono comodissime e leggerissime, e soprattutto costano 5 euro. Direi un ottimo affare! Le provo subito per uscire a cena. Cena leggera, Alessio con un paninetto solito, io con un'insalatona di cetrioli e verdure miste piccanti, con pezzettini di tofu affumicato.



la signora dell'hotel mi ha regalato 4 noci fresche giganti da sgranocchiare

Spesa di frutta e colazione per domani, e siamo pronti per ripartire. Il resto della Cina centro-orientale ci aspetta, e agosto si apre davanti a noi con promesse di bellezza e orizzonti che conducono a città antiche, monti sacri e lo skyline futuristico di Shanghai! Tra l'altro abbiamo fatto i conti e siamo piuttosto in anticipo sui tempi di marcia: potremo dunque concederci qualche ulteriore deviazione per visitare luoghi d'interesse leggermente fuori traccia, e goderci un arrivo nella metropoli sul Fiume Azzurro degno di memoria!


1/8
Xi'An-Weinan
65km

Siamo carichi, la strada chiama. Xi'An è una Disneyland, un luogo dove si potrebbero spendere settimane senza mai annoiarsi e senza mai passare due volte dalla stessa strada, ma la Cina è grande e abbiamo ancora tanti luoghi da esplorare!
Facciamo colazione e ci prepariamo, con le borse ben chiuse e bilanciate, i vestiti lavati di fresco e tutto in ordine. Siccome abbiamo una tappa breve, spendiamo anche qualche momento a far manutenzione alle bici, che si sono a loro volta riposate nella penombra dell'ostello. Gonfiamo le gomme, serriamo le viti e puliamo la catena, per poi ingrassarla di nuovo. Nel frattempo, la proprietaria ci scatta mille foto e registra gran video, con noi in posa e non, per poi mostrarmeli, tutta orgogliosa. Sono terribili, o meglio, noi lo siamo, sudati e neri di grasso, ma lei è felice e va bene così. Scambiamo due parole anche con una coppia di ragazzi londinesi che si incuriosiscono e ci fanno parecchie domande, anche perchè uno dei due ha appena fatto il suo primo cicloviaggio in Normandia e quindi ormai è nel tunnel.

Tutta la nostra opera di pulizia e lavaggio, di vestiti e biciclette, si rivela assolutamente vana: proprio mentre diamo i primi di colpi di pedale, inizia a piovere. E piove tutto il giorno, mai da rendere impossibile procedere, ma sempre abbastanza da smerdacciare le strade e noi, che diventiamo statue di fango, tutt'uno con la bici, nel giro di pochi kilometri. Fortunatamente fa caldo, e quindi bagnarsi non dà fastidio. 



Uscire da Xi'An si rivela molto più semplice dell'impresa folle di entrarci. Forse il maltempo, in concomitanza con il weekend, ha un po' ridotto il numero di rider, pedoni, ciclisti, triciclisti, motorinisti, biroccianti e guidatori di altri mezzi che occupano le corsie dedicate (in teoria) alle bici. Certo il traffico non manca e bisogna spalancare anche il terzo occhio (quello che sta all'altezza di dove vola l'uccello padulo). Ma si va, senza impazzire, e senza rischiare la vita a ogni incrocio.

Il problema di oggi, piuttosto, è il fango. Costeggiamo le pendici del Monte Lishan, e tutte le alture circostanti sono ancora fatte di loess; il quale loess, con la pioggia abbondante di questi giorni, e di questa notte in particolare, si scioglie e frana e finisce in strada. E infatti ci sono kilometri e kilometri di fango molle. Si può evitare stando in mezzo alla carreggiata, ma passano auto e camion, quindi, a tratti, è inevitabile impantanarcisi dentro. Vi lascio immaginare come finiamo a conciarci.





Quando non è fango, la polvere si solleva in aria e crea una corta di cortina di nebbia fina che attacca in gola. Inoltre alcune strade sono chiuse perchè proprio allagate: siamo in una zona soggetta ad alluvioni e frane. D'altra parte questa pianura è circondata da 8 fiumi, e di uno, il Wei, stiamo proprio seguendo il corso. Domani lo vedremo tuffarsi nel Fiume Giallo, che attraverseremo ancora al passo Tongguan, roccaforte militare strategica dove Shanxi, Shaanxi ed Henan si incontrano.



Arriviamo alla nostra meta, Weinan, molto presto, ma anche molto contenti di poterci già buttare in doccia, dopo gli ultimi passaggi tra corsie allagate, stagni dove gracidano rane da 15kg, che immagino con gemme incastonate sulla schiena e sulla testa come nelle statue che hanno qui, e un frinire di cicale assordante. Weinan conta 5 milioni di abitanti ed è una metropoli fatta e finita. Il toponimo significa "a sud del fiume Wei". E in effetti è proprio qui che ci troviamo. Questa città ha una lunga storia, trovandosi in mezzo tra due antiche capitali, Xi'An e Luoyang.
Intanti è dalla vicina città di Dali che viene l'uomo di Dali, nostro antenato preistorico di cui si son trovati fossili che risalgono al medio pleistocene. Ha tratti misti tra homo erectus homo sapiens, ma distinti dal neanderthal europeo.
La città vera e propria risulta fondata nel 668 a.C. dai Qin, mentre i Tang la scelsero come necropoli per 10 imperatori. Nel 1556 un terremoto uccise 830.000 persone. Oggi è la seconda città più popolosa dello Shaanxi, dopo Xi'An, e ha visto un buono sviluppo su tutti i settori economici, nonostante la costruzione della dica di Sanmenxia abbia ridotto fortemente la presenza di acqua nella zona.


Il nostro hotel, che costa ben 9.5 euro a notte, è un nel pieno centro, area pedonale di mall e negozi, parchi e locali. Si tratta di un enorme grattacielo che contiene anche attività commerciali e appartamenti. Forse per la prima volta incappiamo in due receptionist sgarbate e dai modi scortesi. Di merda proprio. Certo, noi siamo luridi, infangati in ogni orifizio (e nei capelli, sulla nuca... Ahimè) e di certo non ci presentiamo bene. Ma ho la sensazione che queste siano così con tutti. All'inizio fingono di non capire la prenotazione che è scritta in cinese. Poi di non trovare le informazioni sui passaporti. Poi ci sbattono sul bancone un modulo cartaceo da compilare, battendolo con le lunghe unghie rifatte. Ci danno una sola penna, ma pretendono che scriviamo entrambi contemporaneamente. Al che inizio anch'io a rispondere a tono, facendo versi simili ai loro e trattandole come idiote, nel modo in cui ci stanno trattando, e si danno una calmata. A cose fatte, inizia il problema delle bici. Prima ce le faranno mettere nella hall, poi proprio in camera. Ci viene voglia di lavarle in doccia e lasciar lì i mucchi di loess! 




Per fortuna poi la camera è spaziosa e ha pure una parete a finestra a picco sul vuoto. Siamo al 23° piano! Il palazzo ne ha 30, e 3 ascensori velocissimi, al punto che si tappano le orecchie come in aereo quando li si usa. Alessio fa dei figuroni conversando brevemente con gli altri ospiti che troviamo in giro, tutti eleganti e ben vestiti, che si stupiscono silenziosamente, con sorrisetti e mezzi cenni del capo, di un italiano che capisce le domande in cinese e risponde pure, in cinese! Visto che qui sui social -e non- si è diffuso il meme dei punti aura, possiamo dire che i suoi studi ci portano a +90000000 aura points! (pare che comunque davvero a Shanghai e altre grandi città vogliano inserire una sorta di "patente a punti" del buon cittadino. Ogni azione meritevole li fa aumentare, ogni infrazione alle regole, anche minima, li fa diminuire. E con tutte le telecamere che hanno, implementate con le AI, le azioni deprecabili possono essere trasmesse e mostrate su maxischermi, così da ingenerare pubblico ludibrio. Lo dicevo, qualche giorno fa, che questa è più una società della vergogna che della colpa!).

In camera non laviamo le bici, ma noi stessi, le borse, le scarpe e i vestiti sì. E pure il paw patrol che ho trovato oggi nel fango!



Visto che è presto, ne approfittiamo per un pisolino, ritagliare meglio le tappe dei prossimi giorni e, nel caso mio, scrivere. Intorno alle 18.30 si fa sentire il campanello della fame; oggi non abbiamo pranzato, in effetti. Quindi decidiamo di scendere e iniziare a la passeggiatina classica in cerca di un ristorante. Ci troviamo immersi nel classico spazio pubblico cinese: parchi attrezzati e frequentatissimi, con gente di ogni età che gioca a basket, badminton, racchettoni, o che balla o fa esercizi sui macchinari. Sulle vicine strade sfrecciano macchinine elettriche senza autista, robotizzate, che consegnano pacchi. Siamo in una proiezione del 2126, altro che Buddha del futuro!





Le vie pedonali sono pienissime di centri commerciali, negozietti, ristoranti, bancarelle che vendono frutta, spiedini, gelati ma pure vestiti e bigiotteria. Ci sono persone in giro a passeggio o sedute ai tavolini a mangiare, e si respira un'aria vivace e frizzantina, pur non trattandosi assolutamente di una città turistica. Infatti di occidentali non si vede nemmeno l'ombra, e pure i cinesi sono local, che vivono qui.





qui vendono cuccioli di cani e gatti tenuti in gabbiette da spezzare il cuore

qui invece si vendono piedi quasi nuovi




qui si noleggiano macchinine e carri armati luminosi e canterini

qui renne e giraffe di Babbo Natare


Per cena finiamo in uno dei tanti localini dove sembrava facessero gli spaghettoni larghi, quelli che serve una laurea per scriverne il carattere, e invece sono solo spaghetti di riso con formaggio fuso (una porcheria, doppia se si pensa che Alessio è intollerante al lattosio). Io prendo un tofu che scopro essere budino, servito con miele e fiorellini (un dessert sostanzialmente, che però mi viene servito come antipasto, perchè qui non c'è il concetto di ordine delle portate, primo, secondo...) e vari stuzzichini. Alessio invece va di noodles di riso in brodo, con carne. La cuoca gli chiede se li voglia piccanti e lui, con sicumera, risponde di sì. Cosa pericolosa da questa parti.
Infatti gli arriva una pentola, letteralmente, di lava, caldissima e piccantissima che fa venire gli occhi a mandorla ad annusarne i vapori, tanto è piccante. Lo si vede dal colore. Si innesca così la macchina del brodo infinito. Alessio, quando mangia questo genere di pietanze, suda moltissimo, dalla testa, dalla nuca... Beve brodo e suda brodo. Beve brodo e suda brodo. Diventa un filtro praticamente. Domani deporrà l'uovo di drago, oltretutto. 



A cena finita, ce ne torniamo in hotel tra le insegne luminose accese e tutta la vita che scorre su queste strade. Compriamo un po' di frutta, e trovo persino il deodorante, tra i cosmetici, brandizzato Superchicche. Va bene lo stesso!



L'hotel visto da sotto



e da sopra regala una bello spettacolo, e così anche questa giornata si conclude, sotto una pioggerella che rinfresca l'aria (e speriamo non porti troppo fango!)



 
2/8
Weinan-Fenglingdu
100km

Quella di oggi è stata un delle tappe più lunghe, in termini di tempo impiegato tra albergo di partenza e di arrivo di tutto il viaggio. Abbiamo superato le 9 ore, che, per soli 100km senza gran dislivello, sono davvero un'esagerazione. Infatti noi intorno alle 14, quindi a 5 ore abbondanti dalla partenza, eravamo anche arrivati a destinazione. Le restanti 4 sono state necessarie per trovare un hotel che ci accogliesse, dopo continui rifiuti e rimbalzi, una quasi truffa e tanta frustrazione. Siamo giunti quindi a rivolgerci alla polizia, che ci ha risolto il busillis ma in modo fantozziano, con più pasticci che risposte, a tentativi, e impiegando duemila anni per operazioni semplicissime ed estremamente rapide. Ma andiamo con ordine, chè la tappa è stata densa anche per altre ragioni.

Usciamo da una Weinan uggiosa e quasi fresca, mentre nei parchi già ci sono innumeri numeri di persone che fanno cose più o meno randomiche. Qualcuno tira a canestro o palleggia con i racchettoni, alcune sciure ballano con i ventagli a suon di musica tamarra, e un gruppone di anziane si dà schiaffi sulla pancia, in quella che è palesemente la danza della cacca mattutina. Passiamo dalla torre del tamburo e affrontiamo qualche collinetta che si eleva tra il corso del fiume Wei e le montagne che culminano nello Hua, vetta che supera i 2100m ed è disseminata di templi buddisti e taoisti, essendo una delle 5 sacre di Cina. E' nota per i suoi sentieri estremamente pericolosi, con passaggi su assi di legno sospese sul vuoto, tratti in cui si deve strisciare lungo la parete, tenendosi ad una corda, e scalinate ripidissime.








Noi ci limitiamo a costeggiare il profilo scuro dei monti, coronati di nubi lattiginose e carichi di umidità di pioggia recente. Le strade sono meno fangose di ieri, ma comunque il loess colpisce anche qui, a tratti, con frane e corsie allagate. Incontriamo pioggerella a tratti, ma fin qui nulla di che.




Il traffico è pressochè nullo e pure i centri abitati molto piccoli, ridotti a villaggi sparsi; qua e là inquietanti ciminiere buttano fumo, e le volute si mescolano ai vapori di pioggia e tutto si fa nebbia e caligine. 


Quando la pioggia inizia a farsi un poco più intensa, scendiamo nettamente verso la pianura scavata dal Wei e dal Fiume Giallo, di cui è affluente. Qui il cielo è meno imbronciato, e intorno si spalancano campi coltivati a mais e riso, ma pure paludi in cui gracidano tonnellate di rane enormi (che qui davvero non si mangiano -incredibile) e stagni coperte di ninfee e fiori di loto. Ricordo lo scorso anno in Vietnam, intorno al Mekong, quando in queste colture d'acqua, tra le larghe foglie si intravedevano solo i cappelli conici spuntare, ed eran contadini su piccole imbarcazioni, intenti a raccogliere radici e fiori.




A mezzogiorno mancano solo 20km all'arrivo e quindi ci concediamo una pausa presso un negozietto con alcune panche. Il tempo di mangiare un gelato e inizia a diluviare, quindi tocca rimettersi in sella, bardati di k-way e poncho, in un'aria che si è fatta improvvisamente fredda.



Su una strada scassata e trafficata, mezza allagata e faticosa, raggiungiamo così l'area di Tongguan; qui ci sono due elementi di particolare pregio. Da un lato, il fiume Wei si tuffa nel Fiume Giallo, e le acque impetuose dell'uno si mescolano con quelle limacciose e apparentemente placide dell'altro, che qui è vastissimo e sembra un mare. Dall'altro, sul passo di montagna che affaccia a questa valle, si erge l'antica cittadella militare del passo Tongguan, zona strategicamente fondamentale perchè era l'accesso a una pianura e tre fiumi (c'è anche il Luo), in una valle stretta. Infatti qui, fin dai tempi della dinastia Han, si sono costruite fortificazioni, rinnovate fino al Novecento con i Qing, e numerose battaglie sono state combattute. Quando è stata costruita la Diga di Sanmenxia, nel anni '50, per evitare di danneggiare le antiche mura, alcuni edifici sono stati spostati in blocco. Oggi il passo "controlla" il confine tra tre province: Shanxi, Shaanxi ed Henan.




Noi, fradici, passiamo facendo lo slalom tra veicoli in sosta in mezzo alla strada, perchè il guidatore aveva urgenza di prendere un gelato, e cinesi che fuggono dal maltempo dopo aver azzardato una domenica fuori porta tra parco naturale e sito archeologico, senza però i favori del Cielo. Qui ci sarebbero ristorantini e alberghetti, ma abbiamo deciso di spingerci un po' oltre, fino alla città più vicina, di nuovo in Shanxi, per evitare le trappole per turisti. Quindi, sfidando un vento che porta via, attraversiamo il Fiume Giallo, che ritroviamo qui dopo il primo incontro alle cascate Hukou, e ci spingiamo a Fenglingdu. Mai decisione fu più sbagliata!




Arriviamo al primo hotel, prenotato e pagato i soliti 10 ricchi euro; ovviamente, come sempre, ho controllato su tutte e 3 le app che uso per queste incombenze che accettino turisti stranieri. Cosa che da maggio 2024 sarebbe obbligatoria ovunque, eh... Ma su Trip.com spesso si trova, per noi, l'improbabile dicitura "al completo" (pure strutture enormi e deserte in minuscoli buchi di culo di paesini). Su Agoda non compaiono proprio e su Alipay c'è scritto che accettano solo ospiti con carta d'identità rilasciata nella Cina continentale. Insomma, sono gabolotti per far capire che non vogliono rotture di palle con i foresti, normativa nonostante. E infatti, prima di prenotare, controlliamo sempre, e anche stavolta non abbiamo mancato. Il posto è piccolo e polveroso, ma fuori, in un'insegna luminosa, corre la scritta "accogliamo calorosamente turisti da tutto il mondo!". Quindi ben speriamo. E facciamo male. Appena dentro, un vecchio batrace con quattro peli in faccia cerca di liquidarci in tre parole: "Siamo un hotel piccolo, non possiamo registrare stranieri, dovete andare via". Inizio a spiegargli che abbiamo una prenotazione pagata e non rimborsabile. Lui continua a ripetere la farsa della registrazione impossibile. Chiama poi una sciura, e anche lei insiste, e intanto si gratta vigorosamente la bagiagia, mentre continua a ripetere che se cancelliamo ci arriva il rimborso. Ma non è così, le politiche di cancellazione sono chiarissime. E poi che cacchio scrivi su tutte le app in cui ti pubblicizzi che accetti stranieri, se poi non è vero? Queste forme di discriminazione mi mandano in bestia quando rivolte ad altri, figuriamoci se sono io a subirle. Inizio a minacciare di chiamare la polizia. Loro ripetono altre mille volte la questione della registrazione, e quella del cancellare la prenotazione. Ci intimano di andarcene in un altro hotel lì vicino, che sicuramente può accoglierci. "Allora ridammi i soldi cash" incalzo io. La signora grattona, grattandosi, ridacchia, va via, ci lascia lì col vecchio a marcire, sudati e fradici di pioggia, infangati e stanchi come siamo. Forse sperano di prenderci per sfinimento, ma non sanno con chi hanno a che fare. Mi siedo sui loro divanetti e li lordo di loess, e ci scoreggio anche dentro, toh. Intanto arrivano altre persone, gente di famiglia, e tutti ci ripetono che non possono registrarci, che dobbiamo andare da un'altra parte, e nessuno però accenna a ridarci i soldi. Io sono inamovibile. Alla fine, dopo un miliardo di faticose traduzioni, la spunto: ci fanno una sorta di bonifico tramite WeChat della cifra spesa, i 10 euro. E ci dicono di andare in un hotel "International" di gran lusso, a 2km dal centro, fuori dal paese... Che costa 40 euro a notte! Inorridisco, pensando sia di loro cuggino. Inizio a controllare sulle app e, più in zona, vedo hotel prenotabili, ai soliti prezzi, e con la dicitura chiara "accogliamo stranieri". Il tizio, però, insiste di no. Ma non gli credo. E anche qui faccio male.

l'attesa nel primo hotel, con signor batrace collassato sul divanetto in fondo, perso nei Tiktok

Andiamo in un albergo a mezza via tra il primo e quello di lusso, che risulta sulle app. La signorina della reception, molto gentile per il vero, ci risponde la stessa cosa. "Siamo un hotel piccolo in una piccola città, non possiamo registrare gli stranieri, mi dispiace". E anche lei ci dice di andare in quello di lusso. A questo punto, scoraggiati e stremati, accettiamo il fato: faremo questo ulteriore tratto di strada, fuori paese e in salita, e pagheremo questa cifra insensata per il luogo, pur di metterci a tetto. Peccato che, una volta giunti in questo posto di gran classe, con le terme e i lampadari e vasi Ming e i divanetti in pelle protetti da dragoni, la receptionist, maleducatissima, ci rimbalza prima con la scusa della registrazione, poi con quella della mancanza di camere (peccato che sulle app io ne veda di disponibili...). E si chiude in una crisalide di menefreghismo, ignorando del tutto la nostra presenza al bancone. A questo punto abbiamo solo due opzioni. O proviamo a proseguire, ma la prossima cittadina con alberghi è a 30km, e se anche lì va così siamo fregati, perchè si fa buio. Oppure giocare il carico da 90. La polizia.

Siamo entrambi abbastanza allergici alle divise, e il rischio che la situazione addirittura peggiori c'è. In altri paesi scarteremmo a priori l'ipotesi: che due stranieri che non parlano la lingua possano essere intortati, multati, sottoposti a ingiurie e pagamenti di mazzette è alto. Ma qui... La polizia dà l'idea di essere piuttosto pulita, e disponibile. Inoltre sappiamo che, se uno volesse campeggiare libero, potrebbe farlo quasi ovunque, purchè si faccia registrare entro 24 ore in commissariato locale. E, del pari, sappiamo che quando un albergo ci registra, passa quelle informazioni alla polizia. Ergo, in teoria, se gli agenti ci registrassero direttamente, avremmo poi un lasciapassare per andare in qualsiasi struttura. Tranne le 2 dove ci hanno trattati male, ovviamente. Lì, mai più. E che si fottano forte!

Prendiamo un bel respiro grande e ci avviciniamo al cancello del commissariato. Un agente, con la camicia aperta, si riabbottona e ci fa segno di entrare. Veniamo accolti da 4 agenti sorridenti e super gentili, cui spieghiamo il problema. Ci dicono di non preoccuparci e aspettare un attimo. Ci fanno accomodare sulle sedie. Questa scena, del farci accomodare, oggi è stata e sarà un loop infinito, e ogni volta partono le mezz'ore. Comunque, dopo un gran telefonare, messaggiare, tradurre, cercare informazioni e brigare, due agenti estremamente fantozziani, piuttosto sovrappeso, uno più anziano e uno più giovane, ci dicono di seguirli. Ci scorteranno in auto in un hotel dove potremo essere accolti, finalmente. Intendono quello di lusso dove ci hanno già rimbalzati con ben due diverse motivazioni... Cerchiamo di spiegarlo, ma Gianni e Pinotto sono convintissimi. Ci ispirano fiducia. Ma anche in questo caso, mal riposta.


I due, in auto, sfrecciano come pazzi sulla strada che ben conosciamo ormai. Non calcolano che noi non abbiamo il motore, e che è una salita. Quindi arranchiamo cercando di non perderli, fino a tornare su all'hotel da poco lasciato con scorno. Entriamo, stavolta ringalluzziti, scortati dagli agenti. La receptionist trasale, e tutti gli altri clienti si fermano a vedere la scena. Ci viene chiesto di accomodarci sui divanetti, e capiamo che anche qui la faccenda si fa spinosa. Con la AI cinese che Alessio ha scaricato, riusciamo a tradurre in tempo reale i dialoghi, senza che loro sappiano che stiamo "ascoltando". In poche parole, la receptionist, scocciatissima, ribadisce la questione della mancanza di camere, e gli agenti non mettono in discussione questa informazione. Si fanno però spiegare da lei come si faccia a registrare gli stranieri, perchè, ahimè, nemmeno loro lo sanno. A volte il nostro origliare è disturbato da rumori e conversazioni di fondo. Scopriamo, ad esempio, che le ciabatte sguagnenti di un tizio fanno dei suoni che la AI interpreta come parole cinesi di senso compiuto, e le traduce. Poi arrivano stralci. "Ho i moduli". "Sono di 16 metri". Come i nostri coglioni! "Dobbiamo fotografare i passaporti". "Li prendiamo da dietro" (eh in effetti...). E via così. Ci prendono effettivamente i passaporti, li portano alla receptionist, le ciavatte di una che passa dicono "caffè caffè". Poi ci restituiscono i passaporti, fanno mille telefonate, in vivavoce una donna spiega loro i passaggi per la registrazione. Siamo ormai in una novella pirandelliana dell'assurdo. In un racconto di Buzzati. Sette piani, sette moduli, sette passaporti. E pensare che siamo stati registrati, o almeno accolti, in luoghi molto più piccoli, privi di risorse e mezzi, in mezzo alle campagne, da contadinotti con il cervello fino... Possibile che qui sia così complicato? Poi in Shanxi, regione che abbiamo attraversato da capo a piedi, passando per metropoli e città turistiche, ma pure per luoghi dimenticati da dio e mai sfiorati da culi occidentali... Mah.
Alla fine, i due agenti ci vengono a dire che in questo hotel non c'è posto. Ma dai? Sono due ore che lo sappiamo! Ma forse (forse?!) ne hanno trovato un altro. Anche questo si chiama qualcosa "international" e abbiamo capito che è di cattivo auspicio perchè con international intendono infrasinico.
Vabe', ormai siamo in ballo... Balliamo. Li seguiamo di nuovo verso il centro del paese, e loro corrono oltre i 50km/h, mentre noi sudiamo le ultime gocce di speranza e quasi sveniamo nei nostri stessi afrori. Mentre pestiamo sui pedali, pare si esca dal centro abitato e Alessio dice: "Stiamo andando dove non c'è niente, adesso arriviamo e mi tocca pure capire come funzionano le app di delivery perchè ho troppa fame. Se non ci sono ristoranti in zona faccio la doccia e poi mi ammazzo". Questa cosa mi fa talmente ridere che quasi mi piscio addosso, mentre, intanto, ricomincia a piovere e i poliziotti corrono senza davvero capire che noi, il motore, non ce lo abbiamo. Per fortuna arriviamo presto alla nuova, e stavolta ultima, destinazione. Questo albergo è talmente nuovo da non comparire su nessuna mappa o app, nemmeno quelle cinesi. E' un posto di gran classe. Anche qui entriamo scortati, e le receptionist iniziano a tremare. Ma letteralmente poverine! Smetteranno solo a chiavi consegnate. Ci viene chiesto di accomodarci nella hall, sui divanetti. Brutto segno! In effetti trascorre oltre un'ora, perchè nessuno, agenti in primis, sa come registrarci. Ci sono momenti in cui ci sono 7 persone, e dico 7, del mestiere, chine sui nostri documenti, alla ricerca di misteriose risposte. Invero devono solo compilare quei moduli cartacei che spesso danno direttamente a noi; l'operazione richiede un paio di minuti a esagerare... Qui invece è tutto uno sfogliare, venire da noi a chiederci domande assurde con i traduttori... "Dove andate domani?" "A Sanmenxia". E dieci minuti dopo: "Quanti giorni state in questo hotel?" "Solo oggi!" se ti ho detto che domani saremo a 100km da qui! Ad Alessio: "Qual è lo scopo del tuo viaggio?" "Turismo". "E il suo?" indicando me. "Turismo!". Ci sembra assurdo, manca davvero che compaiano i cameraman per dirci che siamo finiti in una candid camera... Poi qualcosa si sblocca. Ci chiamano per fare il check in... Ci chiedono i passaporti. Che hanno in mano loro da sei ore. Ci fanno pagare (20 euro, ma con la colazione inclusa, info che ci viene ribadita settanta volte) e lasciare le bici in un ripostiglio. E poi ci danno la chiave. Un miracolo! Ci accompagnano proprio fino al settimo piano, dove abbiamo la stanza. Da entrambi gli ascensori escono duecento anziani, tutti eleganti, che non si capisce in quali volumi stessero, altro che pagliacci nella Cinquecento... E tutti in fila ci salutano con dei grandi hello! e sorrisoni. Assurdo su assurdo. Quando la fiumana si esaurisce, saliamo.  





La stanza, per fortuna, è molto bella. Peccato che ormai sia tardissimo e non avremo gran tempo di godercela... "La colazione, domani, è inclusa". Sì porca miseria, adesso ciao che vogliamo farci una doccia! Gli ospiti internazionali qui presenti desiderano riposarsi un attimo dopo questo brutto quarto d'ora durato quattro ore! Ciaciaciaciao!




Non facciamo in tempo a farci una doccia che ci bussano alla camera. "Dobbiamo completare la registrazione" dice la receptionist. Oh no. Ma è un incubo da cui non si esce! Fortuna ci stavamo già preparando per uscire a cena... E poi, comunque, si son tenuti i nostri passaporti! Che altro servirà ora? Una volta nella hall, la signorina estrae da sotto al bancone un accrocco misto, videocamera su bastone e microfono. Ci fa mettere in posa per uno scatto, prima Alessio poi me e viceversa. Poi scatta una foto alle foto dei passaporti e si sincera che quei due ceffi siamo proprio noi, sovrapponendo le immagini. Eh be', allora sì. Allora adesso siamo davvero sicuri della nostra identità. Uno, nessuno e centomila versione cinese. 
Finalmente la pratica è conclusa. "La colazione domani...". Sì porca miseria (non ho detto miseria). Usciamo per mangiare, siamo distrutti. Ma le sfide non sono ancora finite. Innanzitutto, la via dei ristoranti è un fiume di fango, e si procede su angusti e perigliosi camminamenti. Poi veniamo fermati per le solite foto (si è capito che qui gli stranieri non passano, davvero). E il ristorante individuato da Alessio è chiuso, quindi andiamo e torniamo per nulla, per buttarci poi in un localino vicinissimo all'albergo international.


leoni schermati perchè l'edificio cui fanno la guardia è ancora in costruzione


Per fortuna il cibo qui consola sempre, come Alessio diceva oggi del consolato, cui era pronto a rivolgersi, essendo lui dell'ambiente.
Io prendo tofu piccante e funghi fritti, mentre lui spaghettoni ciccioni con carne e brodone. Il tutto accompagnato da un tè all'orzo affumicato che fa scivolare giù tutto con leggerezza (come ce ne fosse bisogno)




Si chiude così anche questa giornata infinita e assurda. Torniamo in albergo, ora illuminato. Per domani ne ho prenotato uno con commenti di ospiti statunitensi che ci hanno soggiornato il mese scorso. Se accettano loro, agli europei devono stendere un maledetto tappeto rosso! Seguiremo il corso del Fiume Giallo fino a Sanmenxia, dove si erge l'immensa diga. Ed entreremo in Henan, per noi regione nuova e da esplorare!



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