giovedì 3 agosto 2023

40-42. Puebla! Incontri felici, paesaggi mozzafiato, canyon, cactus e 1kg di limoni












31/7
Oaxaca de Juarez-San Juan Bautista Cuicatlan
119km

La supertappona di oggi un po' ci angustia, e decidiamo di alzarci presto e partire il prima possibile, pur nel rispetto dei sacrosanti orari della colazione, che sono ferrei, inamovibili come la signora che la prepara. Quindi chiudiamo le borse, carichiamo le bici e prepariamo tutto. Poi Gigi, con una decina di minuti di anticipo rispetto all'apertura della sala da desayuno, si affaccia per vedere se ci sia già qualcuno. In ciò, tira una sonora craniata al vetro della porta, così pulito da non vedersi (a detta sua). Il tonfo allarma la cuoca, che si affaccia e ci apre prima del tempo. A volte basta poco!
Oggi veniamo deliziati con enchilladas con salsa di fagioli e queso de Oaxaca; Gigi è restio, per cui ne mangio io doppia porzione lasciandogli i pancake con miele variegato di moschini, sempre tipo ambra, come ieri. Satolli e carichi, partiamo. Ciao Oaxaca! E' stato un enorme piacere conoscerti. Sei uno dei tasselli indimenticabili di questo puzzle chiamato Messico. Arrivederci! E ce ne andiamo, mentre dalla vicina piazza giunge il suono di una banda di ottoni che intona una marcetta. Chissà cosa si festeggia oggi... Sempre che si debba trovare per forza un motivo. Magari si fa festa per far festa, la motivazione è intrinseca.


Dai miei dettagliati studi altimetrici risulta che i primi 38km siano poco più che pianeggianti, solo mossi da un saliscendi ora più acuto, ora più dolce, che ci porta a guadagnare e perdere 200m di dislivello. Uscire dalla città è facile, perchè i vialoni sono una raggera che si dipana da poco oltre il centro verso le valli, a nord e a sud, senza gran curve o snodi. Certo, il traffico non manca e il fondo è impestato di buche, tombini enormi aperti, mucchi di sabbia o asfalto distrutto. Bisogna prestare attenzione a taxi, colectivos e mototaxi, che fanno manovre allucinanti in un continuo strombazzare di clacson. Ma camion, bus e auto passan larghi e ci lasciano in pace. I perri mali ricompaiono subito dalla periferia, ma ormai tra strilli e lanci di oggetti vari siamo dei professionisti della tecnica del finto attacco e fuga. La volpe scappa dai cani da caccia, è storia nota. Ne vediamo molti anche spiaccicati, freschi, semidecomposti o quasi fusi con l'asfalto. Vi lascio immaginare l'aroma.

Puntiamo inizialmente dritti a nord, verso la valle Etla, che significa, letteralmente, terra di fagioli in nahuatl. Qui ci sono alcuni paesini noti per i loro mercati e per l'artigianato, soprattutto la lavorazione della ceramica, e qualche sito archeologico di recente scoperta, non ancora del tutto restaurato (come Santa Maria Atzompa). Attraversiamo Villa de Etla, che dà nome alla valle. Questa zona era abitata da zapotechi, ma la città è stata fondata tra Cinque e Seicento dai domenicani, di cui resta traccia nella chiesa. La città è nota per i festival, soprattutto a base di cibo e fiere, che si svolgono in occasione delle festività cristiane. L'instabilità politica e le proteste degli ultimi anni, tuttavia, hanno avuto ripercussioni negative sui servizi e lo stato delle infrastrutture (basta vedere come sono conciate le strade!).  Qui nell'Ottocento si è anche combattuta un'importante battaglia contro l'esercito di Napoleone III.


La statale che risale la valle confluisce, ai primi pendii, nell'autostrada. Poco prima noi la lasciamo per una via più piccola e tortuosa che si inerpica sui monti. Il traffico scompare del tutto in un battito di ciglia e i paesi si diradano. Intorno solo verde di campi e coltivazioni d'agave o mais, che tende al blu chiaro del cielo. Da ogni parte, intorno e davanti, alture coronate di sbuffi chiari di nubi.








San Francisco Telixtlahuaca segna il confine tra valle e sierra. Lo attraversiamo, apprezzandone i murales e le strade invase da mucchi di asfalto scrostato e accatastato, che danno lavoro a una specie di nonno vigile munito di fischietto che dirige in modo assolutamente casuale il traffico, mentre ognuno fa da sè e il caos regna.




Fuori dall'abitato, dopo vari inseguimenti di cagnazzi, cagnotti e canotti (da bestie simili a lupi neri enormi a chihuahuas tremanti e carlini accartocciati), iniziano i 26km di salita. Tutto il dislivello, da 1500 a 2300 di quota, si guadagna nei primi 7-8km, con rampe ripide circondate da boschi. Più si sale più si addensano le nubi, e a volte pioviggina. L'aria è grigiastra e ad ogni curva gli avvoltoio si alzano in volo e corvi grosse come tacchini gracchiano, facendo rimbombare il loro grido tra i monti, con un'eco sinistra. Quando esce il sole, invece, le caprette ci fanno ciao come ad Heidi. Questione di luci. I pochi agglomerati di case che troviamo sono chiusi e abbandonati, per lo più, fatta eccezione per qualche baracca da cui esce fumo di stufa e latrare di cani.




Raggiunti i 2300m di quota la strada ha pietà di noi e resta in costa, tra continui, brevi saliscendi. Fa fresco e dobbiamo coprirci, fradici di sudore come siamo. Il silenzio è assoluto, nemmeno i boschi fremono al vento. Ci becchiamo un paio di "Gringo! Gringo!" accompagnati da fischi, da tre ragazzotti che stanno tagliando legna, e un sorrisone con pollice alzato da un papà che tiene per mano il figlio, da una parte, e l'asino, dall'altra, camminando a bordo strada.







La discesa, quella vera, arriva dopo la boa di metà tappa. Ci porterà a scendere a 600m di quota, perdendo tutto il dislivello guadagnato faticosamente oggi e nei giorni passati. E il bello è che lo riprenderemo tutto nelle prossime tappe! Ma ora ci godiamo il tuffo, rotolando verso nord. All'inizio l'orizzonte resta chiuso tra vegetazione scura e nubi, e dobbiamo indossare ulteriori strati di vestiario perchè l'aria fredda ci incolla addosso i vestiti madidi di sudore.








Poi, però, scendendo, la luce torna a filtrare dallo strato di nubi, e davanti a noi compaiono i profili del canyon scavato dal Rio Grande, con le sue pareti di roccia verticali e strette, che sembrano doversi richiudere da un momento all'altro con un serrare di fauci.








Eccolo qui il canyon, con la sottile cicatrice chiara che lo segna, ed è la strada, la nostra, che scende in picchiata. Incrociamo uno, poi due, poi quattro, cinque ciclisti che, pian piano, si arrampicano su per il fianco del monte. Un paio sono vestiti più o meno tecnici, gli altri in jeans e maglietta. Hanno mountain bike arrugginite e tutte scassate, che cigolano e piangono ad ogni pedalata; li salutiamo e incoraggiamo, chiedendoci chi siano. Gli ultimi del gruppo, con un filo di fiato, ci domandano come sia la strada. Mento: sale un po', ma non è ripida! Sorridono. Sono una brutta persona?
Fermi a un comedor poco sotto ci sono un furgone che porta sul tetto una statua de la Virgen Juquilita e altri pellegrini, alcuni in auto, altri in moto, altri che stan salendo sul colectivo. Ecco il perchè dei ciclisti!


il lato sinistro del canyon visto dal lato destro. Qui all'inizio distano una manciata di metri







Tutta quest'area è un parco naturale protetto che prende il nome dalle due città che ne segnano i confini, Cuicatlan, meta di oggi, ancora in Oaxaca, e Tehuacan, che attraverseremo dopodomani, seconda città più grande di Puebla. E' il camino viejo che collegava Puebla a Oaxaca, percorso da nativi, monaci e soldati, avventurieri e fuggitivi. Qui vivono le guacamayas verdes (ara militaris, pappagallone verde, azzurro e rosso) e ci sono boschi di cactus unici al mondo per dimensioni e varietà. I fossili, inoltre, portano le prove della più antica domesticazione di piante e animali in Mesoamerica.
Noi ci godiamo la discesa, in un'aria che si fa prima tiepida, poi calda, poi decisamente rovente. Intorno pendii verdi ma di terreno arido e chiaro, coperti soprattutto da cactus, alcuni altissimi, enormi, statuari come obelischi. Ci godiamo il panorama dal mirador de Dominguillo, che permette allo sguardo di spaziare sul fondovalle, dove il canyon si allarga in ampio bacino di linfa asciutta.







Quasi alla fine della discesa, in un clima torrido e in ambiente che pare altro mondo rispetto a quello della foretsa nebulare e dei boschi cupi delle vette da cui veniamo, ci fermiamo nel primo paese che troviamo in valle, dove una famiglia tutta al femminile, dalla bisnonna alla nipote, gestiscono un negozietto di alimentari dove vendono anche i prodotti del loro orto e le uova delle grasse gallinone. Oltre a un arsenale di petardi, botti, razzi e bombe artigianali di cui mi faccio spiegare per filo e per segno tutte le caratteristiche dalla ragazza al bancone. Le chiedo se ci sia una festa in vista e lei mi risponde che c'è sempre qualche fiesta all'orizzonte. Anch'io faccio domande stupide. Sono tentata di comprarne un sacchettone, ma desisto, prima di trasformarmi in un torito pirotecnico come quelli che ho visto esplodere a Oaxaca.




Gli ultimi 20km corrono in valle accanto al fiume, in un saliscendi che ci conduce tra pareti di roccia, foreste di spine di cactus e terreni aridi. Si alza un vento contrario caldissimo, che ci dissecca anche il cervello. I paesi sono pochi e piccini, ma dalle case esce musica ad alto volume.




Ci avviciniamo e poi attraversiamo il Rio grande, marronissimo e poco invitante per un tuffo, ma nota meta balneare dei local in quanto poco profondo e senza impetuose correnti. Più che altro inizio a capire perchè tutti quei murales che mettono in guardia dalla dengue, che qui si sta diffondendo piuttosto rapidamente, negli ultimi mesi (aiuto).




Siamo quasi arrivati alla nostra meta, San Juan Bautista Cuicatlan. Siamo cotti ma non del tutto sfiniti, e ci godiamo il panorama intorno di monti blu e verdi che fanno da cornice ai boschi e al fiume, che pare quello argentato dei presepi, fatto con la carta d'alluminio. La strada corre a mezza costa sulla parete del canyon, ora rossa di roccia scoscesa.




Passiamo qualche piccolo abitato e, finalmente, a quasi 120km, entriamo in paese. Qui ci attende il Sarchiapone, nome facile con cui ho ribattezzato la struttura, che è albergo e ristorante, dove ci fermiamo per la notte. La camera è grande come un appartamento e ha tanto di "ruota degli esposti" che dal ballatoio comune dà sul mio lettino decorato. O c'erano suore, ma non credo, o nobilacci snob che nemmeno volevano vedere in faccia la servitù. Ci godiamo prima una bella doccia (l'acqua c'è, e anche quella calda, cosa assai rara ultimamente), poi una ricca cena che consta di orzata fatta in casa, zuppa di pasta offerta, come l'orzata e una scodella di fagioli che scopriremo solo alla fine essere piena di larve (ma saran volute? Non credo. Però sono morte, annegate nel sugo dei facioli) e un piombino, più salsine così fresche che letteralmente schiumano. Poi Gigi prende delle uova strapazzate con prosciutto e io una bistecchina di gatto (non è manzo manco per finta) con riso e verdure. Se non abbiamo contratto alcuna malattia stasera, abbiamo dei sistemi immunitari veramente forti, perchè che il posto sia sporco di antico luridume è chiaro, e ci sono quei dettagli (larve a parte) spicy tipo la cameriera che lava i cessi e poi, con le stesse manine, senza detersione alcuna, serve al tavolo, infilando il pollicione ben dentro alla zuppa e sussandolo per pulirlo. Domani ne riparliamo, insomma.




Per tutta la notte diluvia fortissimo, e immagino i cactus ubriachi d'acqua, ebbri di vita, ballare immobili sotto questo temporale sacro. Domani proseguiremo verso nord, e saluteremo l'Oaxaca per entrare in Puebla. Ci attendono 80km di saliscendi, con 1600m di dislivello fatti di rampette e gradini. La meta è a quota 1100. Con il caldo che fa, ci sarà da divertirsi!



1/8
San Juan Bautista Cuicatlan-Coxcatlan
81km

La tappa di oggi è stata impegnativa per dislivello e temperature, ma talmente ricca di incontri e interessante dal punto di vista umano (ma pure paesaggistico) che tutta la fatica è stata ampiamente ripagata, nemmeno una goccia di sudore è stata spesa invano.

Dopo una riposante dormita e una colazione in camera (la cena non ha avuto ripercussioni, ma non vogliamo giocare di nuovo a questa roulette russa), siamo pronti a partire nell'aria fresca e lavata dalle piogge recenti. Tutte le cime dei monti che chiudono, da un lato e dall'alto, il vallone, sono nascoste da nubi basse. Salutiamo le padrone di casa e partiamo. I primi kilometri corrono svelti, principalmente in piano o persino in discesa, verso il fondovalle. Intorno si aprono campi di agave azzurra e pascoli con pecore ed asini magri.





Riattraversiamo il fiume, che è ridotto a un rigagnolo rispetto all'estensione del suo letto (e dire che siamo nella stagione delle piogge!) e ci godiamo il panorama spettacolare del canyon ormai ampio e strabordante di vegetazione in tutti i toni del verde e del blu.





Ci troviamo di nuovo a pedalare accanto a pareti di roccia che dominano la strada, verticali e altere, da cui ci osservano eserciti di cactus incuriositi dal nostro passare. Sembra di sentirli parlottare fra loro, e son certa che anche queste piante grasse, alcune centenarie, ci chiamino gringos.








Avvistiamo anche uno stormo di avvoltoi, che stanno frugando un basurero con gran rumore d'ali e piccoli versetti degni di una damigella gallinella. Ovviamente mi fermo ad osservarne i movimenti e il comportamento. Ma la mia presenza li disturba e, con poca grazia, volano via in una nube nera. 






Riprendiamo il cammino, e, tra la fine del vallone del canyon e l'inizio della valle di Tehuacan, abbiamo la fortuna di ammirare alcuni tra i più bei paesaggi visti finora in Messico. Le montagne intorno chiudono  strapiombi e pianori di roccia viva, scavata dal vento e dall'acqua, dove crescono foreste di cactus grandiose, colonne vegetali irte di spine. La tavolozza è quella che attribuirei a questa nazione: rosso e ocra della terra asciutta, verde cupo, azzurro, il tutto inondato da una luce chiarissima e rovente che fa risplendere come oro ogni frammento di vetro o metallo a terra. Si fa fatica sulle rampe, nel continuo saliscendi, e fa un caldo da portar via la testa, ma che bellezza!













E' incredibile come il viaggio lento riservi tali sorprese inaspettate. Questa zona non è citata in alcuna guida e ci siamo finiti per caso, senza sapere che meraviglia si sarebbe spalancata dinanzi a noi. Cercavamo semplicemente la strada più breve tra Oaxaca e Puebla, che non fosse un'arteria troppo trafficata. E dalla mappa è sbucata fuori questa linea, che è il percorso che stiamo pedalando ora. Mai avrei immaginato di finire in un luogo così incredibile, che nemmeno tutte le foto che ho scattato (rischiando l'osso del collo, in salita e in discesa) riescono a rendere nella sua magnificenza. Si può preparare ogni dettaglio di un viaggio, ma l'imprevisto è sempre dietro l'angolo, pronto a sorprenderti, a coglierti impreparato, a ricordarti che non possiedi nè il futuro nè il presente. E questo è un dono, oltrechè un grande insegnamento e un bel memento.







Con il cuore colmo di meraviglia e le gambe sfibrate, approfittiamo di un paesino (l'unico, finora) per una sosta. Si tratta di Santa Maria Tecomavaca, che pare un po' una bestemmia. Mentre cerchiamo un posto per fermarci all'ombra, incrociamo due cicloviaggiatori messicani. Il nostro dialogo viene per intero ripreso da Stefania, che è una youtuber messicana. Loro sono partiti da nord e scendono a Cancun. Percorso e tempi sono indefiniti: ogni tanto si fermano a lavorare per guadagnare qualche soldino e continuare il viaggio. "E' un'avventura!" chiosa lei, prima di salutarci e spegnere il video. Ci colpisce il fatto che siano bardati all'inverosimile, con maniche e pantaloni lunghi, buff, berretti e chi più ne ha, più ne metta. Qui usa vestirsi  molto per ripararsi dal sole, e ciò avrebbe senso se i tessuti fossero leggeri e traspiranti. Ma così non è. Non oso immaginare il caldo che soffrono quando spingono le loro biciclettone pesanti in salita.



Il paese è un po' deserto, ma seguiamo la musica alta e raggiungiamo una miscelanea, un negozietto che vende di tutto un po', a bordo strada. I prodotti sono tutti sfusi, in contenitori di plastica zozzoni, in file ordinate su un tavolo all'interno della bottega. Presidia una sciura che ci guarda con circospezione e non ci perde di vista nemmeno un momento, anche quando ci sediamo all'esterno a riposare qualche minuto.








Ripartiamo, e ora la salita si fa impegnativa per le ripide rampe e il sole che ci picchia in testa con la forza di un fabbro ferraio. Il termometro segna 46.5 gradi! Ben credo che siamo abbronzati anche sulla schiena, con tatuato il segno delle bretelle delle braghe, nonostante si indossi sempre la maglia.





Si rende necessaria un'ulteriore sosta all'ombra, dopo poco più di 10km. Sta per venirci un coccolone. Approdiamo ad un muretto sotto ad un grande albero. Siamo ai margini di Toxpalam. Approfittiamo di una bodeguita per comprare acqua fresca, e chiacchieriamo un po' con la gentile signora che mal cela lo stupore di vedere turisti dalle sue parti. Mentre ci riprendiamo al fresco della ceiba, ci raggiunge un ometto che porta con sè un melone e un bicchiere di plastica pieno di aguardiente. Non è il primo che beve, di certo. Si presenta, ci approccia sorridendo e attacca subito bottone. Il meloncito è per noi. "Appena raccolto, io li impacchetto e faccio le casse in base alle dimensioni. Esportiamo in tutto il mondo!". Si affaccia al negozio da cui siamo appena usciti e chiede un coltello alla parona. "Che devi fare, ammazzare i gringos?" ribatte lei ridendo. Gli passa un coltellaccio tanto e, per un attimo, mi chiedo se sia il momento di recuperare lo spray al peperoncino e il mio, di coltello. Ma no, Cesario, così si chiama ("internazionalmente conosciuto come Charly, però!") affetta il melone e ce lo offre. Intanto chiacchieriamo. Ci inonda di domande, ci racconta la storia della sua vita. E' di qui, ha lavorato sempre come impacchettatore di frutta in altri stati del Messico e, per quattro anni, anche in California. Ha dei nipoti là. Ma lui ha preferito tornare, perchè là senza soldi muori, qui vai al campo, lavori un po', qualcosa da mangiare trovi e non devi pagare anche per pisciare. Tra vicini ci si aiuta, esiste la comunità, anche se lo stato un po' meno. E poi quanto è bello e ricco e variegato il Messico! E come si mangia bene! E come si beve divinamente! Un'amaca, un bicchierino, e sei in paradiso.
E via così, per un'ora. Gigi mangia il melone e annuisce, dopo essersi tolto dai gioco con un "No hablo espanol", mentre io devo sostenere tutta la conversazione tra un seme e uno sbrodolamento del melòn (che, in effetti, è buonissimo). Dopo un'ora Cesario più che parlare sbiascica e ridacchia, io anche, per il rincoglionimento da calura. Ma ci capiamo. Fosse per lui, staremmo lì tutto il pomeriggio. Gli piace sentirmi parlar bene del Messico e dell'Oaxaca. Riusciamo a districarci, alla fine, contenti tutti: noi per la gentilezza di uno sconosciuto, lui perchè "Ma quando mai avrei pensato di parlare con due italiani? Di gringos ne passano tanti, ma italiani... Ah la vita è incredibile!". Ci saluta citando Schwarzenegger e facendogli il verso: "Hasta la vista, baby!" con due dita alla tesa del cappello. Ciao Cesario, grazie! Sei la riprova di quanto la gente sia meglio di ciò che pensiamo, e per un fatto di cronaca nera che fa il giro del mondo, ci sono migliaia di atti di gratuita gentilezza che fan molto meno rumore. Viaggiare in bici permette di avere un'idea delle giuste proporzioni, spesso falsate da un'informazione distorta e sensazionalistica (e poi si sa che è più facile controllare chi ha paura di sè e degli altri, e vede un mostro in ogni vaga ombra).




Si riparte, belli pieni di parole e melone, ed è subito fatica. La strada sale e sale, poi scende un poco, ripida, e risale. Il paesaggio pare quello di Willy Coyote, che sembra di intravedere sopra ad ogni roccione. O forse sono le prime allucinazioni da sforzo.



Finalmente raggiungiamo i due terzi di tappa all'unica città vera e propria, l'ultima di Oaxaca: Teotitlan de Flores Magon. Un tempo si chiamava Teotitlan del camino, ma poi è stata intitolata a Jesus, Enrique e Ricardo Flores Magon, che insieme si opposero al regime di Porfirio Diaz e furono precursori della rivoluzione. Si trova su un cocuzzolo di collina, ripido e tremendo da scalare e altrettanto ripido e tremendo da affrontare in discesa, considerando dossi, buche e traffico.


Non facciamo soste, perchè la strada è ancora lunga e il dislivello impegnativo. Ci lasciamo alle spalle Teotitlan, detta Teo dai local e definita così anche sui colectivos (pure per loro, allora, questi toponimi sono complicati!) e, dopo una foto del ca...ctus, siamo al confine. Qui salutiamo Oaxaca, che tanto ci ha regalato in bellezza e conoscenza, e facciamo il nostro ingresso in Puebla, dopo quasi 2500km pedalati, settimo stato che andiamo ad attraversare in questo lungo viaggio. Per la prima volta non incontriamo nè controlli della polizia nè posti di blocco, e nemmeno archi o monumenti che segnalano l'ingresso nel nuovo territorio. Solo un minuscolo, anonimo, triste cartello. Puebla, ma come sei dimessa!
Foto e via, lungo il drittone in discesa che buca l'orizzonte e ci riporta in valle, tra canneti e boschi misti di cactus e piante dal fusto liscio e verde chiaro, contente dei deserti.






Dopo questo volo in discesa la strada ricomincia a salire, lenta e inesorabile. Ci sono alcuni pueblos ma quasi tutti gli edifici appaiono chiusi o abbandonati da tempo. Anche se manca solo una decina di kilometri, vogliamo fermarci un poco a riposare: caldo e salite ci hanno bollito e ora pure il vento ci si mette contro! Quindi appena sentiamo musica provenire da un localino tiriamo i freni (che fischiano di gioia e consunzione) e accostiamo. E' un anfratto lezzo che vende principalmente alcolici, birra in primis e bottiglie di plastica piene di mezcal e altri distillati. Fuori c'è una tettoia in lamiera e paglia con due tavolini, uno occupato da tre omoni che trincano, l'altro da sei bottiglie di birra da un litro già vuote. Noi ci sediamo con i nostri succhini di frutta e noccioline al tavolo libero, che la signora sgombera dai rifiuti, e ci accorgiamo che i tre ci lumano e parlottano fitto fitto. Poi uno di loro mi mostra il telefono con Maps aperto sugli USA e a gesti mi fa capire che vorrebbe sapere da dove veniamo. Gli rispondo, nel mio ormai fluente spagnolo (più sono cotta, più i freni inibitori cedono) che siamo italiani, non statunitensi! I tre restano letteralmente a bocca aperta, sia perchè non immaginavano fossi in grado di proferir verbo nel loro idioma, sia perchè un italiano vero, loro, non lo hanno mai visto. E, secondo Gigi, anche perchè è cosa rara che una ragazza si rivolga a loro, ma questa è una supposizione non confermata (anche se probabile). Iniziamo a chiacchierare perchè i tre sono troppo curiosi e hanno mille domande da farci. Inoltre sono abbastanza brilli da dimenticare le risposte che do ogni dieci minuti, per cui mi richiedono tutto da capo. Uno, il più anziano (avrà 40 anni), pelle scura scura e occhi arrossati, parla a nome degli altri, che si limitano a far coro e, soprattutto il più giovane, che ha un viso paffuto simpaticissimo, sottolinea l'enorme stupore con espressioni esageratamente meravigliate, da cartone animato, tipo omino delle Pringles. Probabilmente sono i litri di birra che ha in corpo. Quello che parla, spiega che lui e il compare sono di Teo, Oaxaca, e lavorano in piantagioni di canna da zucchero. Qui se ne coltiva assai e viene esportata negli States e pure in Europa. Il terzo, quello che continua a strabuzzare gli occhi e d esclamare ohhhh! con la bocca tondissima, invece, è di Puebla, precisamente Coxcatlan (nostra meta di oggi -quando lo diciamo, ulteriore stupore massimo) e lavora come bracciante nella coltivazione di limoni. A riprova di ciò, balza in piedi e cava dal baule portaoggetti della sua moto un sacchetto da un kilo di limonini piccini, di quelli acidi acidi che qui si usano per le spremute o per condire le insalate. "Tenete! Sono per voi!". Non possiamo che accettare, e tocca caricare il malloppo in bici, nelle mie borse anteriori. Il dono mi terrà compagnia per i successivi 10km di salita. Parliamo ancora, loro continuano a farci domande, e a chiederci se abbiamo assaggiato questo frutto o quel piatto, se ci piaccia il Messico, cosa facciamo in Italia. Io tengo botta, e rispondo cercando di non ridere alle loro reazioni di incredulità sbalordita. Mi fanno i complimenti per il mio spagnolo (adulatori, sto balbettando) e quello che parla dice che lui ha vissuto sette anni in California ma non ha imparato l'inglese perchè lavorava in due ristoranti come aiuto in cucina, 16 ore al giorno, e il tempo restante dormiva. Però ha guadagnato bene ed è tornato qui con un po' di soldini.
Ogni due frasi ci chiedono se vogliamo qualcosa da bere. "No, grazie, non beviamo alcolici". Allora ci offrono acqua e Coca Cola, "Volete una tortillita? Un un taquito? Dai!". Ma si sta facendo tardi, e dobbiamo andare. "Qui è sicuro e siamo tutti amici, viaggiate di giorno e state tranquilli!" ci dicono, prima di ringraziamenti e saluti. Questa cosa del viaggiare di giorno ci viene ripetuta continuamente. Chissà che succede di notte su queste strade dove apparentemente non vive quasi nessuno, se non qualche contadino e tre cani randagi. Non riesco a immaginare concreti pericoli, se non magari qualche ubriaco al volante. Ma qualcosa di serio deve pur accadere, con il calare delle tenebre, se tutti continuano a ripeterci questa litania.




Finalmente torniamo in sella ad affrontare gli ultimi 10km maledetti di salite controvento. Andiamo pianissimo, non abbiamo più forze fisiche nè risorse mentali cui attingere. Ma poi eccoci, finalmente, alla periferia di Coxcatlan, alle prime case. Si sente dai cortili qualche fischio di incoraggiamento, qualche "Dale viejo!" rivolto a Gigi con tono amichevole.

Coxcatlan (in nahuatl significa luogo che abbonda di collane di gioielli) è chiamata "la culla del mais" perchè nelle sue grotte si son trovati fossili che testimoniano i primi successi ottenuti dall'uomo, all'epoca ancora nomade (parliamo di diecimila anni fa), nella domesticazione del mais, della zucchina e altre piante.



Il paese, nemmeno troppo piccolo e piuttosto vivace, per quanto un po' fatiscente e polveroso, vanta ben tre alberghi. Due sono sicuramente motel a ore, il terzo, dove ci dirigiamo noi, sembra di no. E invece sì, anche lui. Ma ha pure le tariffe per l'intera notte, è discretamente pulito, ha acqua calda e wifi, ed è assai economico. Insomma, perfetto. Solo il quartiere in cui sorge non è proprio Parco della Vittoria, il terreno viola luxury del Monopoli.




le corna direi che sono didascaliche

Usciamo a far la spesa perchè di ristoranti aperti, in zona, non ce ne sono. Ci godiamo la nostra cenetta in camera, e così chiudiamo la giornata in gloria.



Domani ci aspetta un'altra tappa in salita. In 80km torneremo a 2000m di quota, superando Tehuacan e portandoci a una giornata di distanza da Puebla, dove faremo sosta mezza giornata prima di muovere alla volta di Città del Messico.

chiudo con una chicca: Gigi è riuscito a immortalarmi nella mia ormai decennale, raffinata arte del fotografare mentre pedalo! 



2/8
Coxcatlan-Tlacotepec de Benito Juarez
80km

Quella di oggi è una tappa di puro trasferimento, un macinar kilometri e dislivello. Infatti vedrete poche foto e tutte di stradoni e paesi, anzitutto perchè stanotte il telefono non si è caricato (qui serve l'adattatore e le prese spesso sono lasse e malfunzionanti), in secondo luogo perchè abbiamo pedalato svelti, approfittando del vento a favore e della pendenza costante ma quasi impercettibile.

Stamattina, dopo la colazione in camera e un tot di tempo che mi serve per tornare in bolla (ho la pressione bassissima e ogni movimento è un quasi svenimento), partiamo. Vorrei dire con calma, ma così non è. Proprio mentre stiamo chiudendo baracca e burattini, per fortuna a stanza già vuota, Gigi chiude la porta della camera con la chiave dentro e nella toppa. Per entrare serve il fabbro. Allora facciamo i marcioni e fischiettando firulì firulà, consci della malefatta, usciamo dal cortile salutando il portinaio e ci lanciamo giù per i 3km di discesa, in parte sterrati, in parte asfaltati, che ci danno vantaggio su un eventuale inseguimento con esplosione di colpi di arma da fuoco. Mi chiedo quanto spazio sia necessario porre fra noi e l'hotel prima di poterci sentire al sicuro... Dopo 25km considero chiusa la questione. Ecco il vantaggio di non dover mai dare nè documenti nè nome nè altro al check in, solo una banconota che passa di mano in mano, back in black.

Dopo il discesone, che ci riporta a 800m nella valle rovente dei cactus, la strada inizia a salire pian piano, ma così piano che quasi non ci si rende conto. In ciò aiuta il vento a favore, che compensa la leggera pendenza. Arriveremo a superare i 2000m senza quasi accorgerci del dislivello, se non per l'aria finalmente di nuovo fresca.

Sulla strada, che ora si fa improvvisamente larga e ben asfaltata, si susseguono paesi di discrete dimensioni, con officine e negozi e fabbriche di mattoni dove gli operai sono intenti a lavorare. Anche nei campi si vedono tanti a schiena curva verso la terra bassa. Dalle botteghe esce musica, che rende tutto più allegro, e profumo di carne soffritta e pane sfornato di fresco. Non ci sono nemmeno i perri mali, oggi, è tutto un idillio!





Proseguiamo svelti fino a metà tappa, che è segnata dalla grande città di Tehuacan, la seconda dello stato di Puebla dopo l'omonima capitale. Questo luogo è abitato da oltre diecimila anni, è stato culla della cultura Popoloca e poi sottomesso dagli aztechi. Il toponimo in nahuatl significa "luogo degli dei". Nel 1660 gli indigeni comprarono alla Corona spagnola i territori, costituendo la Ciudad de Indios. Qui si combatterono battaglie della guerra di indipendenza. Non ci spingiamo in centro, perchè il traffico e la ulteriori salite ci scoraggiano. Sicuramente è una città piacevole, ma molto incasinata. Qui, infatti, hanno sede diverse aziende di produzione della carne di maiale e allevamenti di pollame. Si producono quantità industriali di uova, poi esportate in tutto il paese. Infatti a più riprese rischiamo di essere investiti e diventar frittate dalle manovre azzardate dei camionisti che guidano bestioni a doppio rimorchio carichi di ovetti.


Riusciamo in qualche modo a districarci dal groviglio di traffico e a uscire dalla periferia, a evitare di finire in autostrada e imboccare la statale che porta a nord. Anche qui si susseguono fatiscenti paesini che sorgono intorno alla strada, nel bordo di sabbia e macerie. C'è in vendita di tutto nelle bancarelle improvvisate, dai cappelli di paglia alla crema di cocco fresco, da ricambi usati per auto ad amache, passando per sedie a dondolo, amache e toritos pirotecnici.








Ci concediamo una breve sosta a Tepanco de Lopez, che ha una bella chiesa un piacevole parco al centro. Poi ripartiamo, per scollinare a Cacaloapan.










Si scende, si risale, ed eccoci a Tlacotepec, meta di oggi, di nuovo a 2000m, con un'aria frizzantina e qualche brivido di fresco all'ombra. Si respira di nuovo. Questa cittadina è nota per le sue rovine archeologiche, che constano di un paio di piramidi, per la sua chiesa, meta di pellegrinaggio dalla regione, e perchè nel 2018 la Suprema corte di Giustizia della nazione ha sciolto e condannato i membri della giunta municipale perchè non avevano risarcito un cittadino a cui era stato espropriato ingiustamente un terreno.







Prendiamo una camera in un alberghino in centro, che pare chiuso e in ristrutturazione, ma un paio di camere le ha, mentre il resto dell'edificio è sventrato e senza serramenti. C'è tutto, dall'acqua calda al wifi, da una discreta pulizia alla vicinanza ai negozi dove andiamo a far spesa per la cena. Intanto organizzo i prossimi giorni, che saranno ben pieni: ci aspettano Puebla, domani, e Città del Messico, poi, che è sconfinata e richiede grande attenzione logistica ma anche un forziere traboccante di tesori culturali. Fremo all'idea di tuffarmici, come Paperon de' Paperoni nel deposito!

1 commento:

  1. Vai spiegaci il mondo dai... miliardi di parole tu sai,non arrenderti mai, perché il bene tu sei e sei con noi

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