mercoledì 16 agosto 2023

53-55. Da Guadalajara a Tequila e Nayarit. Arte, blu oceanico d'agave, vulcani, mari d'ossidiana













13/8
Guadalajara

Per fortuna oggi non è stata una giornata come ieri, da lago Chapala (in-dal-cu). Mi sono addormentata tardissimo e altrettanto tardi ci siamo alzati, per poltrire ancora un po' e lasciare che il corpo si riprenda dalla fatica e dalla malattia. Non ci accorgiamo minimamente della piccola corsetta con 20.000 partecipanti che, alle 5 del mattino, ci passa sotto casa, per ricordare l'anniversario di fondazione del corpo dei pompieri, con atleti professionisti e non.
Ma non importa, oggi deve essere una piacevole giornata di relax, mentale e fisico.

Cominciamo a dire che gli altopiani centro-occidentali, quelli in cui ci troviamo ora, erano troppo lontani dalle grandi civiltà maya e azteche per cadere sotto l'influenza di questi popoli, ma tra XIV e XVI i taraschi del Michoacàn diedero vita a una fiorente civiltà preispanica. Quando gli aztechi se ne accorsero e li attaccarono, furono respinti dalle lame di rame delle loro armi. A ovest del territorio tarasco si estendeva la confederazione la confederazione rivale del Chimalhuacan, costituita da quattro regni indigeni. A nord vivevano, infine, i chichimechi. Era un bel mosaico già prima che arrivassero gli spagnoli, insomma.
L'inizio della storia di Guadalajara è segnata da una serie di traversie. Nel 1532 Nuño de Guzman, tristemente noto per la sua ferocia (che lo rese ricco e potente, ma lo portò a un rimpatrio e una condanna all'ergastolo perchè i suoi crimini di guerra erano troppo anche per Carlo V), fondò, con alcune famiglie spagnole, un primo nucleo abitato a Nochixtlan, ma l'acqua scarseggiava, il terreno era sterile e i nativi bellicosi. Nel 1533 i coloni si trasferirono a Tonalà (oggi un quartiere di Guadalajara); ma questa non piaceva a Guzman, che fece spostare l'insediamento a Tlacotan. Nel 1541 la città fa attaccata e decimata da una coalizione di tribù indigene guidate da Tenamaxtli. I superstiti trovarono a fatica un nuovo luogo per stanziarsi, ed era proprio l'attuale centro di Guadalajara. Era il 14 febbraio 1550.
La città iniziò a prosperare e nel 1559 fu proclamata capitale della Nueva Galicia (onde Jalisco); trovandosi al centro di una zona fertile e pianeggiante, ricca d'acqua e dal clima mite, divenne uno dei centri urbani più importanti del Messico coloniale, nonchè il punto di partenza  delle spedizioni e delle missioni nel Nuovo Mondo, e persino nelle Filippine. Nel 1810 Manuel Hidalgo istituì qui un governo rivoluzionario, e abolì la schiavitù nel contesto della guerra di indipendenza (prima di essere catturato e giustiziato a Chihuahua). Non mancarono aspri scontri anche durante la Guerra della riforma e la rivoluzione. Nonostante tutto, il XIX secolo fu florido per Guadalajara, che crebbe in economia, società e tecnologia, fino a diventare la seconda città più grande del Messico, superando Puebla.

Oggi la città è grande centro di attività commerciali, industriali e culturali, oltrechè fulcro dell'industria tecnologica avanzata e delle telecomunicazioni.
E' anche la culla di molti degli stereotipi associati al Messico: i mariachi, il sombrero a tesa larga, la danza del cappello e i rodei sono spina dorsale della cultura popolare. Ma i tapatios non guardano solo al passato: la città offre un calendario artistico e culturale all'avanguardia, ricchissimo e influente a livello internazionale; gli chef rinnovano di continuo un panorama gastronomico già famoso e gli urbanisti trovano soluzioni per risolvere i problemi del traffico congestionato. Dunque siamo nel posto giusto: non manca nulla! 

Il nostro ostello di trova in centro, quindi iniziamo semplicemente a passeggiare verso la piazza principale. L'aria è tranquilla e rilassata, si sente che è domenica mattina, e la gente passeggia per le ampie strade pedonali chiuse al traffico, mangiucchia, si gode una città che, per farla semplice, è bella e basta.

In pochi minuti ci troviamo nella piazza che ospita los dos templos, dove è in corso un comizio politico per le prossime elezioni, con gazebo, cartelloni e gente con magliette sponsorizzate. Io vengo presa per pura mexicana e mi devo districare da interviste e sondaggi; a Gigi, invece, si rivolgono direttamente in inglese, credendolo gringo 100%. Chissà come appariamo davvero agli occhi dei local.










Mentre ci spostiamo verso la Plaza de Armas, attraversiamo un vialone che, come ci ha anticipato Angel ieri, viene chiuso al traffico a motore ogni domenica dalle 8 alle 14. Infatti è tutta una festa di bici, pattini, monopattini e skateboard. Questo sì è un grande segno di civiltà! Ci sono persino degli addetti che regolano l'attraversamento pedonale, in modo da sostituirsi ai semafori, spenti, ed evitare incidenti.






Anche i dintorni della cattedrale sono dedicati allo sport: ci sono campi da pallavolo e calcetto improvvisati ma nemmeno troppo, dove la gente si trova a giocare per trascorrere la domenica in compagnia, all'aperto, senza per forza andar lontano. Mi sembra un ottimo uso degli spazi pubblici, che vengono destinati alle persone e al loro benessere. Bravi bravi!



monumento contro il femminicidio

Nelle piazze intorno alla cattedrale avvengono talmente tante cose che quasi non ci si accorge della monumentale chiesa, il simbolo della città. Le torri in stile neogotico, che sostituiscono quelle originali, crollate nel 1818 per un terremoto, catturano la luce vivida del sole e la restituiscono in una risata cristallina di riflessi. Questo tempio,, iniziato nel 1561, è antico quanto la città stessa, motivo per cui gli stili architettonici si sono mescolati, lasciando tracce di barocco, churrigueresco e neoclassico.


Prima di muovere un ulteriore passo, però, dobbiamo nutrirci. Ci concediamo il lusso di far colazione in uno dei locali con terrazza che affacciano sulla piazza. Io devo, ahimè, "limitarmi" a un tè e un pan dulce con granella di noci. Gigi invece si sbizzarrisce con un cappuccino "italiano" (sic) e un piattone di huevos revueltos, fagioli, formaggio e tortillas. 



Dopo questa necessaria sosta, prima di entrare nella cattedrale, ci dirigiamo verso il Palazzo del Governo, che è adiacente e preceduto dalla verdissima Plaza Guadalajara.






Questo edificio, che ospita gli uffici governativi dello stato di Jalisco, fu ultimato nel 1774 ed è, già di per sè, un capolavoro. Ma cela altri tesori, tra cui due grandiosi murales di Orozco, artista locale di fama mondiale. La prima opera, di 400mq, rappresenta il rivoluzionario Hidalgo che guida, con una fiaccola, le masse in lotta contro i totalitarismi del fascismo e del comunismo. L'opera è del 1937. 










Il secondo murales è nella antica sede del parlamento (congreso), e raffigura Hidalgo, Juarez e altri grandi della storia messicana. Girugliamo volentieri in tutto il palazzo, il cui ingresso è, per altro, gratuito. Il silenzio e la frescura delle mura spesse sono un balsamo. Ci sono anche un museo multimediale dedicato alla storia del Jalisco e della sua capitale, e una mostra fotografica di scatti realizzati da bambini e adolescenti: i migliori saranno selezionati per trasformarsi in francobollo commemorativo. "Uno sguardo giovane su Guadalajara". Che figata di iniziativa!










Sbuchiamo poi in Plaza de la Liberacion, creata negli anni '80 nell'ambito di un processo di rinnovamento urbano con la demolizione di due interi isolati di edifici coloniali. Qui si affacciano il Palacio legislativo, attuale sede del parlamento del Jalisco, e il Palacio de Justicia, cinquecentesco, un gran numero di colonnine dei lustrascarpe e il Teatro Degollado, neoclassico, costruito nella seconda metà del XIX secolo e sede della Filarmonica di Guadalajara. Anche qui è in corso un comizio politico simile a quello visto poc'anzi. Le elezioni si avvicinano!







Passando davanti al museo regional, che decidiamo di non visitare perchè, da solo, richiederebbe più di mezza giornata intensiva, e io "non c'ho còre" oggi, entriamo nella cattedrale, cui finora abbiamo solo girato intorno. Qui sono custoditi i veneratissimi resti di Santa Inocencia. Nella sagrestia, che ora è occupata dai sacerdoti che si preparano alla funzione, c'è un quadro di Murillo del 1650.




Dopo la breve visita, camminiamo tra Plaza Guadalajara e Plaza de Armas, con la sua bella fontana, i portici e la farmacia che. come spesso accade qu, è anche un supermercato che vende alimentari di ogni genere anche freschi, spara musica a manetta e ha commessi in camice da medico e mascotte danzanti all'esterno. Ritengo questa informazione tanto essenziale da appuntarla qui. Nei cafè si esibiscono, inevitabilmente i mariachi, la cui musica è nata proprio qui.




il tequilabus






Dopo aver gettato uno sguardo al Palacio municipal, che sembra antico ma è degli anni '50 del secolo scorso, e al templo de Nuestra senora de la merced, gremito per la Messa, ci portiamo nella Rotonda de los Jaliscienses ilustres, la hall of fame locale. 30 sculture bronzee ricordano i personaggi più influenti della storia dello stato, tra cui scrittori, architetti, ingegneri, artisti, rivoluzionari... I resti di alcuni di loro si trovano sotto alla rotunda, al centro della piazza.





Passeggiamo in zona universitaria, tra edifici coloniali e mercatini artigianali. Anche qui è in corso un festival delle culture indigene, e noi ci lasciamo assorbire dalla folla colorata.







tequila con scorpioni






sombreri e stivali tamarrissimi in cuoio

maschere per la lucha libre

un broccolo


Cammina e cammina, arriviamo nella sconfinata Plaza Tapatia, ampa oltre 500m per lato, interamente pedonale, dove i local passeggiano, fanno shopping, mangiano spuntini delle bancarelle e i bimbi usano le grandi fontane come piscine, anche vestiti di tutto punto.





Arriviamo, in un questo clima festoso e vacanziero, all'Instituto cultural de Cabañas, gioiello architettonico e Patrimonio UNESCO. Anche la piazza antistante è colma di installazioni artistiche permanenti, che la gente ammira e usa anche per riposare, trattandosi spesso di panchine o sedute.







Questo magnifico palazzo, voluto dal vescovo Juan Cruz Ruiz de Cabañas, risale al periodo 1805-1810; fu orfanotrofio e ricovero per invalidi per 150 anni, fino a ospitare 500 bambini contemporaneamente. E' un esempio magistrale di stile neoclassico, con pianta simmetrica, freschi cortili interni e porticati. Quando la proprietà del complesso passò dagli ordini religiosi allo stato del Jalisco, il governo chiese a Orozco di dipingere le pareti i soffitti della Capilla Mayor. Qui l'artista diede il meglio di sè, con i suoi oltre 57 murales considerati i suoi capolavori (1937-39). Nel museo sono ospitate altre mostre dedicate agli artisti messicani contemporanei.







I murales di Orozco ritraggono il Jalisco preispanico, la conquista spagnola e le guerre successive; brulicano di immagini cupe e inquietanti in un carosello di fiamme, armature, catene spezzate sangue e croci; un monito contro ogni forma di totalitarismo e dittatura, contro la sete di potere che sovverte i valori umani.






Visitiamo con grande cura ogni sala del museo, perchè le mostre sono sintetiche ma molto interessanti, e danno un'immagine vivida del panorama artistico e culturale locale. Sono 3 euro ben spesi! (Gigi ha lo sconto mayores, io lo sconto maestra)







Rimane un ultimo luogo simbolico da vedere, ora: la Plaza de los Mariachis. Per raggiungerla passeggiamo nella zona del mercato San Juan de Dios, dove, tra mille mucchi di cianfrusaglie, usato e oggetti artigianali, vedo per la prima volta en vivo i frijoles saltarines, fagioli salterini. Sono fagioli in cui si trova una larva di falena, che cresce all'interno del seme, usato come bozzolo, guscio e nutrimento. Quando i fagioli con larva sono esposti al sole, questa inizia a "ballare" per cercare di spostare il fagiolo al fresco. Il rischio più grande, per lei, è morire disidratata o cotta dal calore. E quindi eccoli qui i fagioli salterini!











Dopo esserci fatti distrarre da tutta la mercanzia e l'umanità varia che popola il quartiere, arriviama alla Plaza de los Maiachis, luogo di nascita dell'omonima, famosissima musica. I musicisti in costume (chissà che caldo devono patire!) si aggirano nella zona pedonale in attesa di pubblico pagante (minimo 100 pesos, circa 5 euro, per una canzone). Non hanno gran fortuna, ma credo che la situazione si animi alla sera, quando i locali si riempiono.








A questo punto, soddisfatti della visita e sufficientemente cotti, decidiamo di tornare in ostello a riposare. Io devo assolutamente riprendermi: domani si riparte per una tirata di una settimana che ci porterà a Mazatlan. 


Una volta rientrati affiniamo per bene le tappe dei prossimi giorni. Dal Jalisco entreremo in Nayarit, e poi Sinaloa. Cambieremo ancora una volta fuso orario, portandoci a 9 ore di differenza rispetto all'Italia. Dopo alcuni ultimi strappi di montagna, rivedremo l'oceano. E poi ci imbarcheremo per la Baja California. Compro anche il biglietto per il traghetto: costicchia (118 euro a testa) ma include, oltre alla traversata di 14 ore, una poltrona deluxe tipo autobus prima classe, i pasti e i bagagli. La bici, a quanto pare, è considerata bagaglio e non si paga a parte. Salperemo tra una settimana, domenica 20, alle 16, per arrivare alle 6 del mattino del giorno dopo. Che avventura nell'avventura!


14/8
Guadalajara-Magdalena
85km

Una bella giornata, finalmente, per intero, dritta e fortunata dall'inizio alla fine! Dopo tante sfighe (piccole, eh, ma che sommate diventano pesanti da sopportare) la ruota della sorte ha fatto un mezzo giro, sorridendoci.
Dormo poco, nella notte, nel tentativo di risolvere i piccoli punti oscuri che ancora ci sono nel percorso dei prossimi giorni, fino a Mazatlan. Ci sono svincoli che rischiano di farci finire in autostrada (che è vietata in teoria, in pratica neanche troppo, ma resta pericolosa) e strade cieche che finiscono sulla costa e all'oceano come vicolo cieco. Quando tutto è abbastanza in ordine mancano poche ore alla sveglia, che mi sorprende poi tutta rincoglionita e sfatta. Infatti la partenza è lenta, lentissima. Mi sento un dinosauro, pesante, goffo e lento di cervello, ripescato dopo ere geologiche da un fossile e riportato alla vita dopo una lunga notte minerale. Alla fine il buon uomo che ci ha aperto la porta ieri l'altro, e che ho incrociato stanotte tutto ubriaco che biascicava da solo nei corridoi, non si palesa, e non ci fa pagare alcun extra "per la tv in camera", come aveva anticipato. Avrà rinunciato alla sua propina, insomma.
Quando il volposaurus rex si degna di muoversi, partiamo. Uscire dai tentacoli di Guadalajara, per fortuna, risulta molto più facile e meno mortifero di quanto non sia stato entrarci. Ci mettiamo su un bel vialone dritto e ci rimaniamo sopra per... 80km! All'inizio i semafori rallentano il passo, che è già lento, ma ci sono solo auto e moto e una civiltà urbana in senso proprio da parte dei guidatori. Passiamo dei bellissimi quartieri, residenziali, universitari e periferici, tra cui il lembo di Zapopan, dove si trova la famosa basilica con la statua della Vergine che i pellegrini seguono in ginocchio fino alla cattedrale di Guadalajara, ogni anno, il 12 ottobre, dal 1734.




Una volta fuori dal perimetro urbano ritroviamo gli stradoni maledetti, con svincoli non più regolati da buon senso e semafori, ma dalla legge del più forte, del più stronzo, del si salvi chi può. Però, stavolta, il traffico è molto molto ridotto. Ci sono pochi autobus e i camion corrono un po' meno. Forse è perchè è la vigilia di Ferragosto, forse perchè è lunedì. Fatto sta che riusciamo a lasciarci Guadalajara alle spalle senza rischiare la muerte e senza sfanculare troppo (solo un po', il giusto) gli automobilisti irrispettosi. In breve siamo nella zona industriale esterna, che alterna parchi tecnologici che ammiccano a quelli statunitensi e aziende di lavorazione dei cereali. L'aria è pervasa da un odore di croccantini del gatto che penetra l'anima e la porta all'inferno in un girone basso. 



Poi finisce anche la periferia della periferia, e inizia il mare azzurro oceanico dei campi d'agave. Sarà il leitmotiv della giornata, in paesaggi pazzeschi che, non a caso, sono stati dichiarati patrimonio dell'umanità UNESCO. D'altronde stiamo pedalando nella valle di Tequila, tra paesi che basano, storicamente, la loro economia sulla produzione del famoso liquore. Il vento, teso, è oggi in poppa e ci spinge avanti a manate e scapaccioni. Le colline ci portano a perdere quota, tra brevi salitelle morbide e lunghe discese che sono un tuffo tra l'azzurro del cielo e quello delle agavi. Non mancano, qua e là, distillerie, che vendono i loro prodotti a km0 e offrono assaggi (pericolosamente gratuiti se poi ci si deve mettere al volante).







Raggiungiamo il primo paese dedito in gran parte alla produzione di tequila (che qui è maschile: el tequila), El Arenal. I primi abitanti furono i nahuas, attaccati prima dai purépecha, che volevano impadronirsi del territorio e delle saline sulla costa, poi, inevitabilmente dai conquistadores, che fondarono qui un villaggio, rimasto poca cosa fino al secolo scorso. Oggi l'economia gira intorno alla coltivazione di mais e agave, alla produzione di tequila e alla macellazione dei bovini. Dà l'idea di un posto di gran lavoratori che non disdegnano annegare la fatica nell'alcol, in effetti.



Proseguiamo tra colline verdissime, striate di blu in file perfettamente geometriche. Già gli aztechi producevano un pulque (vino d'agave) ottenuto dalla fermentazione del succo di questa pianta. Ma la prima tequila fu prodotta da queste parti solo nel XVI secolo, quando gli spagnoli, finite le scorte di brandy, iniziarono a distillare il fermentato d'agave, creando uno dei primi distillati autoctoni del Nord America. Attorno al 1600 si iniziò a produrre massivamente l'alcolico, che venne tassato, riconosciuto con concessione dal re e, a fine '800 esportato negli USA da Don Cenobio Sauza, fondatore di Sauza Tequila e presidente municipale di Tequila. Il nipote portò avanti l'azienda, insistendo sulla necessità di tenere la produzione del distillato limitata al Jalisco. Oggi, per quanto alcune aziende siano ancora a conduzione familiare, i marchi più noti e commercializzati sono di proprietà di grandi multinazionali. 100 distillerie producono 900 marchi in Messico, dove ne sono registrati 2000. 




Arriviamo in breve ad Amatitan, dove ci accoglie la statua del jimador, il coltivatore d'agave, che sfronda il cuore della pianta in modo da ottenere la piña pulita; il jimador pota e cura le piante e sa perfettamente quando sono mature e ricche di zuccheri per fermentare correttamente. Questo lavoro è rimasto sostanzialmente immutato nei secoli e fa parte di un bagaglio di conoscenze tradizionali trasmesse di generazione in generazione. 
Anche non mancano le distillerie aperte al pubblico di estimatori, che si segnalano con statue di agave, bottiglioni o jarritos, i bicchieri di terracotta in cui viene servita la tequila, con sale e limone.






Ancora due colpi di pedale ed eccoci nella capitale del distillato, la città di Tequila, il cui toponimo deriva dal nahutl "luogo dei tributi". Ha ottenuto lo status di pueblo magico, e, in effetti, lasciata la caotica periferia, ha un centro delizioso e delle haciendas in stile coloniale di grande raffinatezza (i proprietari, storicamente, non se la passano male, diciamo). In origine qui abitavano diverse etnie: chichimecas, otomì, toltechi. La regione fu annessa alla Nueva Galicia nel 1530 ma i nativi tentarono la via delle armi, per poi essere costretti ad arrendersi, in apparenza pacificamente. Dopo la fondazione della città, però, si ribellarono e scannarono numerosi spagnoli, soprattutto i frati. Nel 1600 fu aperta la prima distilleria e nell'800 i governatori della città soffocarono una rivolta e furono promossi a vicerè del Perù.

Decidiamo di lasciare un attimo la traccia per entrare in paese e visitare la piazza centrale. Ci sono tanti turisti, quasi tutti messicani. Molti sono stipati su pullmini a forma di botte di invecchiamento, giustamente. I venditori di souvenir bruttini e tour che noi, da astemi, non sapremmo apprezzare, sgomitano per accaparrarsi clienti. In piazza, oltre alle belle chiese, ci sono altri mercatini abbastanza monotematici, ragazzini che si offrono di scattare foto ai gruppi per qualche spicciolo e un gruppo di acrobati in abiti tradizionali che, dopo essersi arrampicati su un palo di una quindicina di metri, si lanciano a testa in giù appesi a corde, roteando lentamente verso terra mentre uno resta in cima a suonare un flauto. Una cuccagna al contrario, praticamente!
















Dopo le dovute foto, una sostina e quattro chiacchiere con un venditore di tour che ci avvicina per proporci un giro ma poi si incuriosisce e ci fa mille domande, ripartiamo. Mancano solo 20km all'arrivo, è ancora presto e fa un caldo terrificante. Siamo scesi molto, ci aggiriamo intorno ai 1000m di quota, e l'afa è tornata prepotente. Le salitelle diventano un bagno di sudore e di pelle bruciata, ma i paesaggi intorno si fanno ancora più spettacolari. La roccia è pura ossidiana, che emerge dal terreno secco e brilla, lucente, nerissima, al sole. Le onde ordinate di agave blu tingono i fianchi delle colline e sembra di essere su un pianeta diverso, fertile e ben ordinato.




















Arriviamo così, con gli occhi colmi di meraviglia, a Magdalena, la nostra meta di oggi. Prima si chiamava Xochitepec, "monte florido", ma prese poi lo stesso nome di battesimo della figlia del cacicco che governava questa zona, convertitasi ai tempi della conquista. Un tempo qui c'era un lago, ora prosciugato, e sulle sue due isole vivevano i tecuexes (etnia chichimeca). Si sottomisero formalmente agli spagnoli ma tentarono ben due rivolte armate, entrambe fallimentari, alleandosi ad altri gruppi indigeni. La città è famosa per le miniere di opale, e per la lavorazione artigianale di questa pietra.

Non a caso il nostro hotel si chiama "Minas real"; è un bell'edificio storico in pieno centro, con una caffetteria e pasticceria al pian terreno. Quando arriviamo c'è un ragazzo seduto su una cassetta di legno che apre biscotti Oreo, ne cava la crema, la mette da parte, e poi raccoglie le metà spolpate in sacchettini ordinati. Non ci facciamo domande, è pur sempre un'occupazione. Abbiamo una prenotazione, fatta ieri sia via Facebook sia al telefono. Ovviamente non risulta, e il prezzo, che sul sito è 300 pesos e al telefono era diventato 450, ora sale a 500. Vabe', è comunque poco per i nostri standard, ma che furbacchioni! Comunque è un must qui fare i prezzi in base alla faccia del cliente. Anche nei negozi, nelle bancarelle e nei mercati va così. Però poi si lamentano del razzismo quando è subito? Spero di no, la moneta è la medesima.

Pago e mi fanno firmare una sorta di ricevuta nella quale è specificato l'intero corredo della camera (asciugamani in numero di due, telecomandi in numero di due, coperta una, cuscini tre, ecc); il papiro viene vergato a mano davanti ai miei occhi, e l'operazione richiede un buon tempo. Poi si passa ad un papiro ancora più largo, con la ricevuta, in doppia copia, timbrata, sigillata, rimirata in contro luce. Mancano cera lacca e penna d'oca gigante e ci siamo. La chiave, nemmeno a dirlo, sembra finta da tanto è stereotipata: lunga 30cm, in metallo pieno, pesantissima, arrugginita, come quella delle segrete di un castello medievale. Finite queste operazioni, possiamo finalmente accomodarci.
La camera, ampia e accogliente, ha un balconcino che affaccia sulla via centrale. Ora che è presto e fa ancora caldo è semideserta. Io, che non sono ancora al 100 ma neanche al 70, crollo in un sonno comatoso di due ore prima ancora di entrare in doccia, vestita da bici come sono.








Quando riemergo dal mondo dei più la luce ha preso un color caramello ambrato che glassa le case e le strade, e la via inizia ad animarsi. Compaiono alcune bancarelle di vestiti, di accessori per cellulari e di cibarie. Dopo la doccia scendo a ungere le catene delle bici, luride e secche, poi facciamo una passeggiata in paese. Veniamo guardati come marziani, un po' perchè qui, di gringos, ne passano pochi, un po' perchè maglietta, pantaloncini e ciabatte mettono in risalto la nostra tragicomica abbronzatura. Nè Gigi nè io siamo mai stati così tanto scuri nelle parti esposte al sole, che contrastano con la nostra carnagione che è, di base, molto chiara. Infatti gli sguardi della gente vanno dal viso, dove si soffermano qualche istante, ai piedi, lattei, che sembrano muniti di calzino perchè alla caviglia inizia la fascia scura. Siamo zebrati, signori, non vi stupite.



Raggiungiamo la piazza centrale, su cui affacciano due chiese del XVI secolo le cui campane scandiscono il tempo ogni mezzora, anche di notte. E' in corso una funzione, e tanti affollano le panche. Altrettanti, però, restano fuori, accanto al sagrato, ad assistere ad una combattutissima partita di pallavolo femminile. Le giocatrici sono donne tra i 20 e i 40 anni, a tenere i punti c'è un bambino che ha preso il ruolo molto seriamente e l'arbitro è un ragazzo che non perde un dettaglio di ciò che avviene in campo. Intorno, sui gradini, famiglie, adolescenti e anziani vestiti da cowboy, con camicia, baffo e cappello.





La piazza, su cui sta tramontando il sole, è animata da bancarelle di tacos, tamales e pannocchie bollite, nonchè da un mercatino coperto dell'artigianato. C'è anche una lunghissima coda per la vendita dei biglietti della rifa, la lotteria. che promette ricchi premi in denaro e viaggi a Cancun. Mi viene una pazza voglia di tentar la sorte, ma l'estrazione sarà solo a fine agosto.






un cane sul tetto

Facciamo anche la spesa per la cena. Viste le mie condizioni ancora molto incerte (o meglio, certamente negative) e il persistente malfunzionamento dell'apparato digerente, non posso ancora azzardare nè ristoranti nè, tantomeno, strett food. Devo limitarmi a riso bollito, pasta in bianco, cracker di mais, biscotti secchi e tè o limonata, oltre all'acqua. Poco e asciutto, altrimenti accade l'irrimediabile e poi pedalare è difficile.

La mestizia del menù è compensata dalla location: ceniamo sul balcone, al fresco, con una vista privilegiata sul centro del paese e i suoi abitanti. Quasi sotto di noi c'è una signora che fa buoni affari vendendo coppette di mais bollito al momento, condito con maionese, salsa piccante, burro e formaggio. Ha il suo banchetto di plastica, il suo pentolone pieno di pannocchie che cuociono sul fuoco, alimentato da una bombola a gas portatile. Conosce tutti, la salutano affettuosamente, deve essere una presenza storica di questo crocicchio. Poi c'è un'auto vecchia e scassate che passa con un altoparlante a tutto volume. Musichina allegra e poi l'annuncio: "tamales, tamales ricos, tamales calientitos!". Fa il giro del quartiere una decina di volte, poi si sposta in un altro, poi torna, e così via. Il bar del nostro hotel ha molti giovani avventori, ragazze e ragazzi che sembrano mmerricani allo Starbucks. La gente passa, torna a casa, va a lavorare, prende una boccata d'aria fresca, fa compere, chiacchiera... Vive. E' pazzesco come siamo tanto uguali, ovunque, pur nella distanza e nella diversità. 




a discapito del nome, le salmas sono assai buone

Mentre ceniamo si avvicina un temporale, annunciato da lampi sempre più spaventosi. Poi, in un attimo, si alza il vento e inizia a diluviare con una cattiveria violenta e inarrestabile. Per le strade c'è un fuggi fuggi che lascia a terra bicchieri, sacchetti e merce, che viene poi ritirata in fretta e furia mentre le strade diventano fiumi scuri. Le nostre finestre si spalancano tutte, e scopriamo che anche qui i serramenti non tengono l'acqua. Un lato della camera si allaga nel giro di pochi minuti, mentre noi accrocchiamo appendiabiti e cinghie delle borse per tener chiusi i vetri. La luce salta a più riprese, mentre i tuoni fan tremare le pareti. E' uno spettacolo cui è bello assistere al sicuro, sotto a un tetto. Per fortuna qui piove solo la sera!

Quando la furia di Zeus adunatore di nubi si placa, è ora di dormire. Domani ci aspettano 100km e un po' di salita, gli ultimi (penultimi, via) strappi di Sierra Madre prima di tornare al piano.


15/8
Magdalena-Santa Isabel
97km

Abbiamo puntato la sveglia, oggi, per partire presto: c'è solo un hotel dove vogliamo arrivare oggi e, qualora dovessero esserci sorprese (che non mancano mai) dovremmo pedalare altri 40km impestati di salite. Quindi colazione in camera con marmellata e tortillas e via. Uscendo, incrociamo un anziano cowboy allegrotto e vagamente brillo, che ci attacca un gran bottone biascicato, per poi congedarsi con un "con permiso" e un mezzo inchino con tocco di cappello. Che signore!
Passiamo in piazza, dove la vendita dei biglietti della rifa prosegue e gli ambulantes che offrono caffè, tamales, ovetti al gusto e pan dulce sono già al lavoro.


Poi ci lasciamo alle spalle la città per trovarci in una campagna dolcissima, con alture morbide coperte di linfa di tutti i verdi del mondo e qualche laghetto che riflette l'argento del cielo. Il traffico è quasi nullo e il silenzio si combina perfettamente all'aria frizzante e ancora memore del temporale notturno.







un po' carica

Anche qui le colture d'agave sono protagoniste, e, nei saliscendi, creano pennellate di blu su sfondo azzurro e verde, a contendersi le tonalità più scure con i monti che chiudono l'orizzonte e si fanno più vicini e stretti attorni a noi. Il primo tratto di strada ci porta a perdere quota, mentre ciuffi di nubi di vapore si alzano tra i boschi.











Poi cominciano le salite, mai ripide, ma lunghe, lunghissime, costanti, da affrontare piano e armati di pazienza. Si gronda di sudore, ma non per il caldo, per l'umidità. Tutta quest'area non presenta paesi, ma case sparse di contadini e pastori. Si vedono molte più mucche e capre al pascolo che uomini. Ai tornanti si aprono scorci sulle valli intorno, e, nonostante la luce sia velata, il colpo d'occhio è incredibile: mari di blu, verdi oceanici, laghi di linfa. 









Quando cominciamo ad averne abbastanza di salita, ecco il passo. Questo coincide, oltretutto, con il confine tra Jalisco e Nayarit, il nostro quattordicesimo stato messicano di 31 che sono. Qui cambia anche fuso orario, ed è la terza volta che spostiamo indietro l'orologio rispetto all'Italia. Ora abbiamo 9 ore di differenza. Una lunghissima discesa, sommata al vento a favore, ci porta direttamente fino a Ixtlan del Rio, tra campi d'agave e mais.






Ixtlan è una parola nahuatl che significa "luogo dove abbonda l'ossidiana", e in effetti se ne trova tantissima, e affiora dal terreno, nera e lucida, ancora oggi. Per la presenza di questa pietra e la fertilità del suolo, l'area fu abitata fin dal IX secolo da tribù tolteche, che consideravano l'ossidiana materiale sacro per il dio della guerra e del sacrificio (umano). Gli aztechi non furono da meno. C'è anche un sito archeologico che conserva resti di templi (di cui uno circolare, unico nel suo genere) e palazzi, Los toriles.

La città è animata e abbellita da palazzi coloniali ed edifici storici ben conservati, chiese e portici. Il nostro arrivo in discesa e sospinti dal vento, sommato al traffico che rende difficoltoso il transito con le bici gorde, mi ha impedito di scattare foto decenti che rendano giustizia a Ixtlan. Ma fidatevi, è bellina davvero.






Avendo "guadagnato" un'ora, decidiamo di fare una sosta presso un benzinaio con bagni e supermercatino. La pausa diventa una lunga sessione di public relations: prima ci avvicina un omone baffuto, Roberto Ortega, che si presenta come ciclista e ci dice che ospita, a casa sua, i viaggiatori e fa parte di un gruppo di apoyo cicloviajeros. Ci chiede se abbiamo bisogno, ma decliniamo l'offerta: vogliamo proseguire un po' ancora. Ciò non ci impedisce di fare una bella chiacchierata e scambiarci i contatti, sia mai che un giorno tornino utili a noi o a qualcun altro che passi di qui. Poi ci avvicina un papà con figlioletto adolescente, entrambi in divisa da moto, che stanno viaggiando da bravi centauri. Il padre è super affascinato dal cicloturismo e parte il secondo round di foto e selfie (io sono così presa dalla situazione da non scattarne, stavolta).
Dopo più di un'ora, ripartiamo in direzione di Ahuacatlan (dove nacque Prisciliano Sanchez, padre del federalismo messicano e fondatore del Jalisco). Sempre in discesa, circondati da un paesaggio da cartolina.





Siamo in zona di vulcani, e ci si manifesta il primo, il Ceboruco, 2280m di altezza e numerose fumarole attive. L'ultima eruzione risale al 1870 (e fu catastrofica per i villaggi locali).






Improvvisamente i campi di agave e i pratoni lasciano spazio a un gigantesco, impressionante giacimento di ossidiana e altra pietra lavica. Non sono esperta e non so cogliere le differenze. Ma questo ammasso nero e lucente risulta impressionante e ricorda da vicino certi scorci di Islanda. Gli ultimi kilometri trascorrono così in un ambiente che pare preistorico, alla Jurassic Park, con sagome di vulcani che si stagliano all'orizzonte e il contrasto tra erbe verdi chiarissime e blocchi lucenti di minerale nero.












Arriviamo così a Santa Isabel, meta di oggi. Il minuscolo pueblo ci accoglie con una fiera di bancarelle lungo la strada; in vendita ci sono principalmente manufatti in terracotta e canna da zucchero, grezza o parzialmente lavorata, o raffinata (a cubetti, come succo...). 




L'albergo è talmente sui generis da rappresentare un unicum nella mia pur variegata esperienza. E' una farmacia, che vende, però, quasi solo cibo spazzatura, sporca, cadente e malconcia; dietro c'è la casa dei proprietari, una coppia sui 50 anni, che è stata parzialmente adibita a struttura ricettiva. Tutto black ovviamente, 200 pesos (10 euro) per la doppia con bagno privato e passa la paura.





Dopo un po' di riposo, usciamo a far due passi in paese, e poi compriamo la cena direttamente dai nostri ospiti, che ci forniscono due confezioni di noodles liofilizzati, cui aggiungono acqua bollente; guarniscono con piattino con sale, limone e salsa piccante. Poi ammettono candidamente di non aver idea di come si mangino i noodles. Gigi aggiunge tonno e piselli in scatola, qualche tortilla e un po' di biscotti, e anche stasera facciamo i signori.
Nel frattempo ho anche rivisto le tappe, risolto i vari dubbi leggendo esperienze di altri cicloviaggiatori e accorciato il tragitto. Domani, quindi, possiamo concederci il lusso di pedalare solo 60km, e fermarci nella bella Tepic, capitale del Nayarit.

 

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