28/6
Zamyn Uud (Mongolia)-Erlian (Cina)
0km pedalati, 10km in van
Sono in Cina.
Lo dico così, senza punti esclamativi, quasi incredula.
Sono.
In.
Cina.
Pazzesco. Alla fine è successo davvero. Dopo mesi e mesi di preparazione, di timori, di dubbi, di ansie, la richiesta del visto rifiutata più volte, viaggi a Milano in ambasciata, mail, paranoie... Eccoci qua. Sul suolo della Repubblica popolare. Passare il confine è stato, in definitiva, semplice, per quanto rocambolesco e poco adatto ai deboli di cuore, a chi si fa prendere da manie di controllo e vuol far le cose precisine, conoscendo ogni passaggio. Qui bisogna fidarsi, affidarsi, buttarsi di testa e sperare di non uscirne ammanettati e scortati in qualche maleodorante cella della Mongolia Interna.
Cerco di andar con ordine, anche se gli eventi si sono affastellati a tal punto da perderne contezza. E calcolate poi che la differenza tra Cina e Mongolia, pur essendoci in mezzo solo pochi kilometri, è così abissale da avermi dato quasi sensazione di jet lag, come avessi preso un lungo volo per altrove.
Questa mattina mi alzo con calma, tanto oggi non devo pedalare. Devo "solo" passare la frontiera. La parte logistica, per quanto in mio potere, è tutta a posto: ho attivato la esim, scaricato le tracce offline, ricaricato la carta prepagata, collegata alle varie app di pagamento cinesi, e fatto bene il conto dei tugrik; non so quanti ne servano per il servizio di trasporto, ma credo bastino. Alla peggio, proprio nella piazza della stazione dove si trovano i "taxi" (tra virgolette perchè mica sono autorizzati, son privati che fanno questo servizio senza alcuna licenza nè dichiarazione) c'è uno sportello bancomat.
Prima di uscire, già caricati i bagagli, chiedo una conferma sulla procedura alla ragazza della reception. Scrivo su traduttore e lei legge in mongolo: "Sono in bici, devo andare in Cina. E' vero che non posso passare il confine pedalando? Se sì, il trasporto si trova in piazza della stazione?". Annuisce, e con il dito indica la direzione. Lo so, ieri sono andata in avanscoperta...
Percorro camminando quei 500m, perchè le borse non sono chiuse a dovere, e io sono vestita semi-civile. Mi sembrava inutile indossare i braghetti con il fondello per non pedalare... Quasi sospetto. E io non voglio insospettire nessuno, men che mai la polizia cinese.
Una volta lì, mi rendo conto che sì, ci sono gli autisti fermi ad aspettare, ma son pochi, molti meno rispetto a ieri sera. C'è aria pigra, lenta, con movimento ridotto. Forse è l'orario... Giro in giro, cerco di incrociare sguardi, e dopo un po' incappo in una sciura sui sessanta che mi fa segno di seguirla, e ripete: "China China". Arrivo alla sua auto e... E' una macchinina piccola piccola, per di più con un bombolone di metano a occupare il bagagliaio. Le faccio segno di no con la testa, le faccio capire che non ci sta lì la Fanfola, ma lei insiste, chiama una donna e una ragazzo, mi fa togliere le borse e con malgrazia fanno dei tentativi di carico. Temo persino mi spacchino qualche raggio o il forcellino... Per fortuna, dopo un mio gran porre resistenza e numerosi inutili tentativi, la sciura si convince che non è cosa. Allora il ragazzo mi fa segno di seguirlo, e finalmente mi porta a un veicolo degno dell'impresa, quella che lui andava definendo "big car":
In effetti è big enough per caricare tutto, nonostante il bagagliaio sembri già stipato di valigie. Ma sono tanto grandi quanto... Vuote! Servono a far figurare una normale escursione di famiglia o tra amici verso la Cina, non certo un servizio di trasporto passeggeri a pagamento. La signora che guida, tutta dii bianco vestita, con copribraccia e guanti, cappello a tesa larga e occhialoni, rimedi cinesi contro il sole, mi fa caricare armi e bagagli, con l'aiuto del ragazzo. Mi dice che vuole 5 euro per tutto. Essendo una cifra ridicola, temo mi porti solo per un pezzo, e poi sul lato cinese mi debba trovare un altro passaggio... Chiedo, e scopro che il ragazzo parla perfettamente inglese. Mi spiega che non solo mi porteranno proprio in città a Erlian, ma, se non ho prenotato già un hotel e non conosco nessuno, mi lasciano davanti a uno di loro fiducia. Perfetto!
Ora, però, tocca aspettare. Bisogna riempire la big car. Siccome ho avanzato diversi tugrik, faccio un salto nel CU lì accanto per spenderne un po' in bevande fresche e caramelle. Perchè, in fondo, a 13 anni ho smesso di crescere.
Mentre aspetto, vedo il via vai nella piazza e l'affaccendarsi degli autisti e dei procacciatori di clienti, che si rubano i passanti e fanno a gara per raggiungere per primi coloro che danno l'impressione di dover andare in Cina. A un certo punto il ragazzo sale e si scusa per l'attesa, dice che oggi c'è poca gente, forse perchè è domenica. "Non preoccuparti, ho tutto il giorno... A me basta arrivare di là".
Dopo un po', pur non essendo salito nessun altro, la signora autista, nelle mani della quale c'è tutto il destino di questo viaggio, decide che si è fatta una certa. Si parte. Ma prima sale anche il ragazzo, che farà da interprete e mi darà una mano a movimentare bici e borse e... Il senzatetto della stazione. E' da ieri che lo vedo aggirarsi in piazza, con i suoi vestiti luridi e troppo larghi per la sua magrezza, senza denti e con grosse cicatrici (sembrano di lama di coltello) sulle braccia, la pelle di cuoio cotta al sole e uno sguardo affilato. Siccome siamo in pochi, troppo pochi per dar senso a questo "viaggio per turismo tra amici" lo caricano come figurante. Spero gli diano una percentuale... A lui, comunque, saranno affidate le valigie vuote, e infatti se le porterà appresso e farà tutta la trafila dei controlli con quelle, come fossero bagagli suoi. Oh, magari c'è tutto un giro losco di spaccio, di traffico illegale... Ma non credo mi vorrebbero coinvolta! Attiro troppo l'attenzione. Lasciamo il centro di Zamyn Uud per fermarci comunque poco oltre, dove un'altra massa di veicoli in attesa di passeggeri sta ad aspettare, tutto intorno all'area transennata dove iniziano i controlli veri e propri. La mia sciura ferma, ci lascia in auto e va, con una cartellina piena di documenti super convincenti, a fare qualcosa in un ufficio. Credo sia il luogo dove si registra il veicolo in transito (passaggio che in bici e a piedi sarebbe impossibile, unde la necessità di farlo su mezzo targato).
Mentre aspettiamo, si avvicina un anziano, tutto carino, ben vestito, con la camicia bianca, uno zaino e il bastone per deambulare. Il ragazzo lo nota e gli chiede se cerchi un passaggio. Sì. "Sali!". Prova a issarsi sul van, ma non riesce. Lui è piccolino e malfermo, non riesce a sollevare la gamba abbastanza per salire. Allora il ragazzo scende, lo prende di peso come fosse un pacco e lo scaraventa in braccio al senzatetto. Il vecio, atterrato di peso, tutto sorridente si sistema la camicia e tiene entrambe le mani sul pomello del bastone, puntato a terra in mezzo ai piedi. Sale anche un terzo tizio, poi, quando stiamo finalmente ripartendo, pure una ragazza, che, al volo, si aggrappa al portellone e riesce a inserirsi nell'ormai affollato sedile posteriore.
Passiamo da un corridoio transennato e deserto, pieno di dossi e telecamere. Su una strada poco distante, in direzione opposta, una lunghissima fila di camion, pieni di merce cinese, sono in attesa di entrare. La Via della Seta ora è la Via dei container, ma il concetto resta.
Il primo passaggio è quello di uscita dalla Mongolia.
Arriviamo ad un edificio enorme, e spoglio, dentro e fuori. Scarichiamo i bagagli e le persone, i figuranti con le valigie figuranti, l'anziano sempre di peso, e andiamo tutti insieme appassionatamente ai controlli di uscita. I bagagli passano sotto ad uno scanner simile a quello aeroportuale, ma nessuno davvero guarda. Le persone invece si mettono in fila per un controllo passaporti. Io faccio tutto trascinandomi dietro la Fanfola. La signorina in uniforme mi squadra e risquadra da capo a piedi, non trova il timbro di ingresso, mi chiede quando e da dove io sia arrivata. Poi trova il timbro e mi liquida in un secondo. Ciao neh!
Fuori da qui, ci raduniamo di nuovo come fossimo i protagonisti di Qualcuno volò sul nido del cuculo in gita, e veniamo di nuovo caricati sul van. Percorriamo la terra di nessuno, tra dossi e filo spinato, e nel frattempo la sciura autista mi chiede se io abbia il qr code. Che qr code? Non ho alcun qr code! Allora mi fa compilare un modulo online che, tra qualche disgrazia di connessione, riesco a completare... Ora ho il qr code. Non mi verrà chiesto (perchè ho il visto super luxury da vip -non è vero, è un visto normalissimo, ma qui è un bel jolly da giocarsi).
Arriviamo all'edifico dei controlli lato cinese. Qui c'è una marea di gente. Mongoli che vanno in Cina (tra cui un gigantesco gruppo di sole donne, da bimbe di 3-4 anni con le mamme a anziane di 170 anni, tutte con lo stesso cappellino bianco e lo stemma di qualcosa tipo Pro Loco o Cif), e cinesi che tornano a casa dopo aver visto come stanno messi economicamente il loro vicini che hanno a tutti i costi voluto l'indipendenza e poi hanno preferito l'URSS alla Cina di Mao.
Qui la cosa si fa lunga. Nell'attesa, chiacchiero con il ragazzo che parla inglese. Mi dice che studia web design, ha finito il primo anno di università e ora fa questo lavoretto estivo per guadagnare qualcosa. Mi chiede quali altri paesi io abbia visitato in bici e rimane estasiato, ma senza invidia o livori. Piuttosto sono io che mi sento in colpa per questa ingiustizia, di cui non sono diretta responsabile, ma esempio evidente. Io alla sua età iniziavo a pensare ai viaggi in bici. Lui alla sua età per quattro spicci fa la fila con le borse dei turisti, e chissà se mai vedrà luoghi lontani come ho il privilegio di fare io. Con sincera ammirazione mi chiede se sia dura viaggiare così, e poi vuole sapere quale musica ascolto, e se conosco quella mongola. Qui mi trova preparata: io AMO la musica tradizionale mongola, in tutte le sue forme regionali. Gli dico che in particolare sono per i canti tuvani, e lui se la ride, contentissimo della risposta, e accenna a qualche nota. Poi si vergogna, perchè siamo in coda ai controlli in mezzo a centinaia di persone, e abbozza. Ma ci teneva troppo a farmi sapere che lui riesce, lui è capace, lui è un vero discendente die grandi khan del passato!
Davanti a me c'è il senzatetto con le valigie vuote come il culo dei suoi pantaloni xxl su persona magrissima. Passa in un attimo. E' il mio turno. Quando il poliziotto prende il passaporto e vede che sono italiana, imposta le istruzioni del trabiccolo per le impronte digitali e la foto nella mia lingua. Fin qui tutto bene. Poi inizia a farmi domande in cinese. Quando gli dico che non hablo l'idioma, lui insiste, inserendo una parola inglese ogni 20 in cinese. La situazione si fa tesa, io non capisco, lui si indispettisce. Probabilmente vuole solo sapere quanto soggiornerò in Cina, e dove... Ma sono supposte. Nel senso proprio di cose di infilarsi nel culo. Al che mi viene in mente il jolly. Visa! Visa! Gli dico. Sfoglia. Ah! La sua faccia cambia. Poi guarda la foto in bianco e nero, tutta sformata, su base già brutta, e mi chiede: ma sei tu questa? Eh sì. Non ci crede, mi chiede nome e data di nascita. Ohhhhh! E' solo una foto venuta male, ma che vuoi? Anche meno con la sincerità! Vorrei vedere le tue di foto sui documenti, quanto sei figo... Vabe', alla fine passo. Passano anche i bagagli allo scanner, compresi i miei coltellacci, la bombola del gas e tutto il resto, e via che si va. Siamo fuori. Siamo in Cina!
Ad accoglierci, sorprendentemente, un grande arcobaleno. E non perchè sia il mese del pride. E' luogo di attesa e i cinesi vogliono far capire quanto sia felice e colorato e spensierato e allegro. Il ragazzo viene fermato da una coppia di mongoli che gli chiede una foto, e poi decide di farne una anche a me.
Tutta l'adrenalina scende. Ero un po' preoccupata per questo passaggio. In generale entrare in un Paese nuovo, con tutte le formalità varie e la burocrazia idiota, mi mette a disagio. No border per vocazione, mi trovo nella situazione di privilegio di poter fare le cose in regola, che richiedono tempo e denaro, ma trovo queste formalità così strette di una stupidità infinita. In luoghi particolarmente rigidi come la Cina, poi... Il mio timore stava anche nel fatto che nel modulo di richiesta visto ho raccontato delle verità così poco vere che in teoria io qui non ci dovevo proprio passare. Sulla carta risultava un volo tra un Ulan Bator e Pechino, non 1500km, metà di qua metà di là, tutti in sella e via terra. Ma vai a spiegare... La burocrazia è ottusa per sua natura.
Mentre il dream team Nido del cuculo si raccoglie in attesa della sciura con il van, mi accorgo di molti sguardi addosso. In effetti sono l'unica occidentale. Una signora mi chiede un selfie, avrà un settantina di anni... ed è impedita con lo smartphone come tutte le settantenni del mondo, al punto che a una certa decido di far io. E dopo di lei altri ancora mi chiedono foto, tanto che, a un certo punto, un signore si piazza davanti a me, si fa dare i telefoni e scatta uno alla volta per tutti. Aiuto!
Finalmente torna l'autista, ci ricarichiamo e si parte verso questa nuova fetta di mondo che, per me, è del tutto nuova. Nemmeno il tempo di lasciarci alle spalle gli edifici amministrativi della dogana, che davanti a noi si spalanca una città-città, molto più a forma di città di qualsiasi città mongola vista fino ad ora. Intanto, sfiora i 100.000 abitanti, contro gli 11.000 della sua dirimpettaia Zamyn Uud. Poi ha palazzi e grattacieli, ma tanti, e strade asfaltate, semafori, rotonde, persino piste ciclabili a lato di ogni viale! E quanto verde, quanti alberi! Non sembra neanche più di essere nel deserto del Gobi...
Dopo aver fatto scendere tutti alle proprie destinazioni, tranne il senzatetto e il ragazzo, la sciura mi porta nell'affollato piazzale tra un palazzone e un altro. Su uno c'è scritto "Hotel". Chiedo se sia la mia fermata. Sì. Scendo, tra un motorino elettrico e un baracchino di occhiali da sole e calzini tarocchi, e mi accorgo del fatto che qui c'è veramente parecchia gente. Non sono più abituata a vedere persone in ogni dove, come è normale in una città e normalissimo in una città cinese. Il vuoto deserto della Mongolia mi ha fatto perdere cognizione della densità abitativa media. Scarico tutto, la sciura teme che voglia scappare senza pagarla (e dire che le avevo già allungato le banconote prima di partire, ma lei aveva rifiutato... Forse se il trasbordo finisce male, il passeggero viene respinto o arrestato, lei rinuncia alla quota...). Non solo le do quanto le spetta, ma lascio, al ragazzo, tutti i tugrik che mi sono rimasti. A me qui non servono più (e comunque le banche non lo cambiano). Li ho tenuti 9 anni a casa mia, in cassetto della cucina, nascosti accanto a una pentola a pressione... Ora che vadano dove servono, pur pochi che sono. Il ragazzo si mette subito a contarli con gli occhi a cuore, e ancora più con gli occhi a cuore ringrazia e nota il tatuaggio che ho sul braccio destro, una scritta in mongolo tradizionale fatta alla fine dell'altro viaggio (in una Ulan Bator dove erano vietati i tatuaggi, quindi fatto in una cantina marcia tra mosche e sangue altrui). "Coraggiosa, avventurosa, libera". Che è una buona sintesi, direi.
Saluto, e via, son di nuovo da sola in strada con la Fanfola. Sotto sguardi curiosissimi che non si nascondono e una folla di varia umanità che fa, e vende, cose, raggiungo l'ingresso di quel che penso sia l'hotel. Entro con qualche manovra, ma esco anche subito, scambiandolo per un supermercato.
E invece no, è proprio l'hotel. Solo che, davanti alla reception, c'è un vero e proprio negozio di cibarie, con frigoriferi per le bevande e freezer dei gelati. Poi, oltre, la reception. Il posto mi sembra super lussuoso e, quando chiedo la stanza, non capisco il prezzo. In più internet non funziona e non ho la freschezza mentale per ricordarmi il tasso del cambio Yuen-Euro. Temo di spendere cifroni e invece, dopo ave strisciato la carta, mi arriva la notifica della banca: 20 euro. Colazione inclusa. Dai, ci sta! Chiedo dove io possa lasciare la bici e il receptionist mi dice di portarla in camera. Ho la stanza 850... 8 piani con tutto l'armamentario non me li accollo... Quando mi vede stranita, si alza e mi accompagna agli ascensori, che sono grandi abbastanza da permettere di starci comodamente in 4 più la bici carica. Il brav'uomo mi porta proprio fino in camera, e mi fa segno di lasciare la bici dentro dove voglio. "Welcome to China" aggiunge, vedendomi particolarmente felice di questo coinquilinaggio volpe-bici. Se penso a quante litigate, a quante menate inutili, a quante parole spese nel nostro caro amato Bel Paese per sistemare una fottuta bicicletta in un luogo sicuro... L'ultima volta a Siena, in un viaggetto di Pasqua con Gigi, quando un vegliardo bottegaio e avido, pur definendo la sua struttura bike-friendly, voleva 10 euro a testa per lasciare le bici in un garage marcio a due vie di distanza... Oppure legate in strada gratis! Ho sbroccato così tanto (per il principio) che alla fine ce le ha fatte lasciare gratis, dopo essersi preso del ladro e impostore, e aver avuto una sorta di crisi al punto da mandarmi la figlia a parlamentare. Gigi, fuori, in strada, impaurito per la mia sbottata.
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| maschere antigas! Viste anche lo scorso anno in Vietnam... Belle inquietanti |
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| porcellane cinesi, giustamente... |
Dopo aver preso possesso della camera e aver bevuto un tè nelle deliziose tazzine, estraggo il gran tomo che è la guida della Cina, per iniziare a legger passo passo i luoghi in cui andrò nei prossimi giorni... Da sola questa sfiora il kilo, secondo me! Altro che bagaglio minimal, io voglio portare il peso della cultura! Tanto la fatica è mia, mica costringo nessun altro... Infatti, calata del tutto la tensione post-frontaliera, leggiucchio e poi crollo in un sonno pastoso. E' il primo giorno di stop dopo una settimana da più di 100km al giorno nel deserto. Sono effettivamente un po' stanchina.
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| manca il piano 4, è la tetrafobia. Il suono della parola 4 è simile a quello della parola morte in cinese |
Decido di fare un giro in città giusto per respirarne un po' l'aria e iniziare ad immergermi in questo universo complesso e pluristratificato che è la Cina. Il fatto è che ne so poco, pochissimo: dalla storia, che noi europei studiamo solo quando ci riguarda, alle tradizioni antiche e moderne. Questo Paese esiste da millenni, ha cambiato volto centinaia di volte, eppure eccolo ancora qui, come la fenice a loro tanto cara. Sto studiando quel che posso, e ad ogni frammento che vado ad aggiungere mi pare di imparare la storia del mondo e dell'umanità da nuovo, come se non avessi mai aperto un libro, come fossi un alieno che sbarca per la prima volta sul pianeta terra ed ha un primo contatto con l'essere umano. Perchè le loro filosofie antiche, dal taoismo al confucianesimo, la loro storia, spesso drammatica per i più, e gli stravolgimenti del Secolo Breve, hanno plasmato questo gran lembo di Terra in modo parallelo e dissimile. Senza contare che, nel giro di una manciata di anni, dopo la disastrosa Rivoluzione Culturale, sono passati da essere Terzo mondo a potenza economica mondiale. E chi mi sta intorno, ora, ha vissuto questo cambiamento radicale, e ha vissuto anni bui magari, e raccoglie in sè il distillato di decine di secoli di tradizioni, filosofie, visioni del cosmo. Mi ci vorrà del buon tempo per non sentirmi confusa.
Già per uscire dall'albergo ci metto un po': ci sono persone, auto e mezzi elettrici grandi e piccoli, alcuni particolarmente buffi, a metà strada tra un motorino e un monopattino. Mi dirigo alla Dinosaur square, che purtroppo è tutta un cantiere. Ne godo solo il parco a lato, pieno di ricostruzioni più o meno fantasiose e più o meno brutte di sauri. Qui, in un vicino lago salato, che è pure la fonte primaria di acqua che ha permesso un rapido sviluppo urbano e industriale dagli anni 2000, sono stati trovati diversi fossili. E infatti i dinosauri sono ovunque, e tutto è dedicato a loro. C'è molto orgoglio!
Altra cosa che mi stupisce è la presenza di alberi e un verde pubblico diffuso e curato. Ma non siamo nel deserto? Sicuramente tutto ciò avrà un impatto potente, ma per chi vive qui fa davvero la differenza. Sul lato mongolo sembrava di essere in un polveroso avamposto abbandonato da Dio e dagli uomini, qui in una bella cittadina vivibile. E poi, come mi aspettavo, nei parchi succedono cose: c'è chi balla, chi fa esercizi semplicissimi e bislacchi o difficilissimi, soprattutto anziani, sfruttando giochini e macchinari pubblici; c'è chi gioca intorno a un tavolo e chi a badminton senza racchette, con un volano grande e grandi manate e urla di impegno. C'è chi osserva tutto piantato in piedi e chi porta a passeggio i bambini e una capra al guinzaglio. Si potrebbe stare qui ore senza annoiarsi mai, solo osservando.
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| palazzo con facciata a t-rex |
Continuo a passeggiare in un clima fresco e piacevole, e, oltre agli spazi pubblici, noto intorno un continuum di negozi, mercati, mercatini, negozietti, mercatoni, supermercati... Tutti con le loro insegne colorate e tutti pieni di merce da vendere, di qualsiasi tipologia. Ogni tanto trasalgo: le cose parlano. E non come in Mongolia perchè son diventata animista o panteista. No, le cose parlano con i loro piccoli altoparlanti: i semafori, i cartelli pubblicitari, i baracchini dei venditori, le porte automatiche... Le cose hanno voce! Mentre la gente, che parla un po' in mongolo (che suona come Duffy Duck con la zeppola) e un po' in cinese, mi guardaincuriosita, chi con imbarazzo chi senza; spesso mi salutano, o mi dicono cose che non comprendo. Rispondo: Italia! E partono segni di approvazione. E quanto scaracchiano! Qui si sputa a terra con la rincorsa proprio.
Noto che non solo la lingua mongola è parlata, ma è anche scritta; in fondo il 20% della popolazione la usa quotidianamente (mentre il 75% è di etnia han, quella maggioritaria e imposta che è stata "esportata" spesso forzatamente e con matrimoni misti e rieducazione, nelle regioni dove era in minoranza).
Quindi le scritte sono in cinese, in mongolo tradizionale (con un alfabeto di origine turca, che si scrive in verticale) e, talora, in mongolo moderno (traslitterato in cirillico adattato, come si usa ufficialmente in Mongolia dal 1946).
Certo la Mongolia è tanto diversa... Ma qui vivono comunque più mongoli che là: 4.5 milioni, in Cina, contro i 3 del Paese che prende nome da loro. E pure il PIL della sola capitale della Mongolia interna (Hohhot) ha uno zero in più rispetto a quello di tutta la Mongolia messa insieme. Si sono voluti intestare anche il luogo di sepoltura di Gengis Khan, fuori Ordos, con un cenotafio mastodontico costruito pochi anni fa... Per quanto non si conosca davvero il luogo di sepoltura di Temujin, e sia più probabilmente nei pressi del grandioso monumento equestre a lui dedicato, fuori Ulan Bator. Continuo a passeggiare tra palazzoni, centri commerciali, piazze e sguardi e saluti.
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| finalmente è ricompasa la frutta! |
Dopo aver ritirato un po' di contanti con il faccione di Mao, mi butto in un altro grande parco dedicato agli sport e alle olimpiadi. Anche qui trovo una cura degli spazi comuni, un verde perfetto e un'attenzione ai dettagli (panchine ombreggiate, percorsi e toilette segnalate) che mi lascia sbalordita. Soprattutto in una cittadina così periferica e lontana da tutto... Chissà come viveva qui la gente, 40 anni fa. Cosa c'era all'epoca. Di certo, non credo un tale grado di benessere diffuso. Con la dittatura? Certo. Con l'inquinamento? Sicuramente. Eppure ci sono luoghi dove dittatura e inquinamento portano solo ulteriore malessere anche nella vita quotidiana delle persone. Qui no, e infatti pare che la gente abbia accettato il compromesso.
Mentre torno in hotel, vedo un baracchino sul marciapiede dove ci si può far pulire le orecchie, vedendo su un grande monitor, in diretta, il cerume che viene tolto.
Mi affaccio anche a uno dei tanti mercati coperti; se ci sono infiniti negozi fuori, dentro è un dedalo spaventoso di altrettanti, e più esercizi commerciali, stipati di cose, anzi, di "roba". Ma ci sarà qualcuno che poi compra tutto?
Dopo essermi procacciata la cena (piccante oltremodo ma buonissima, non fosse che con le labbra spaccate dal vento e dal sole soffro), e una dose di frutta che sopperisce a quella mancata la scorsa settimana, torno in camera.
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| in busta una coscetta di pollo piccante |
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| pasta di riso e verdure e peperoncino a iosa; un peto, stanotte, avrà gli stessi effetti incendiari dell'esplosione di una bombola di gas |
Il passaggio in Cina finora è stato perfetto, senza intoppi: tutto ha funzionato, persino internet! E la gente mi ha dato l'impressione di grande cordialità e gentilezza spontanea, oltre che curiosità assoluta (e reciproca). Domani torno a pedalare, e mi aspettano ancora 2-3 tappe di deserto. Tra una città e l'altra ci sono 120-130km di nulla, solo un filo di asfalto lungo la sabbia e la steppa. Fuori dalla finestra, nel cielo rischiarato dalle molte luci, fioriscono fuochi d'artificio. Succede spesso. D'altronde, siamo nella patria di questa pratica, e qui non hanno valore solo estetico, ma sono un rituale per allontanare gli spiriti maligni e attrarre la fortuna!
29/6
Erlian-Sond Yuqui (Sonid Right Banner)
120km
La mattinata inizia presto: sono troppo curiosa di vedere cosa offra il buffet della colazione; e non ne resto delusa! C'è ogni bendidio, principalmente specialità mongole, ma non solo. Si va da verdure crude e cotte, a riso saltato, a polpette e ravioli e panini al vapore. Io prendo uno di tutto, ad eccezione dei latticini e delle zuppe di latte e yogurth che sanno di Mongolia (latte lasciato fuori dal frigorifero, aperto, per tre giorni, e ripassato in una stalla maleodorante) e proprio non ce la faccio. Mi piace tutto, anche se per le sei ore successive questi sapori forti e nuovi mi si ripresenteranno sull'uscio in forma di spiritelli di rutti. Sono proprio a forma di maiale, di cavallo, di dragone e fenice, color rosso piccante: si affacciano tra ugola e palato e poi si rituffano giù. Probabilmente devo abituare lo stomaco e reperire i giusti enzimi.
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| in che senso? |
Il tempo di prepararmi, chiudere le borse e scendere e... Inizia a tuonare. Guardo fuori dalla finestra: girano temporali di una certa portata, strappati da fulmini e lampi lunghissimi. Qui nel deserto son pure pericolosi... Ma non mi va di aspettare. Ho una lunga tappa, probabilmente controvento, e non voglio perdere tempo prezioso.
In effetti, piove. E, in effetti, il vento è contrario. Per i primi 50km pedalo con finisse goccioline buttate in faccia dalle raffiche, e tocca coprirsi perchè in effetti fa fresco! Esco dalla città su pista ciclabile. Poi la strada diventa una sorta di provinciale che corre accanto all'autostrada (qui vietata alle bici). Sulla provinciale passano giusto alcuni sporadici camion, e qualche carretto/triciclo. Ma il traffico è quasi nullo. Il terreno desertico è del tutto simile a quello della Mongolia, ovviamente, trattandosi del medesimo deserto. Sabbia, roccia, arbusti bassi e coriacei. Ma si notano subito alcune differenze. Innanzitutto, ci sono intere foreste di pale eoliche. Centinaia, ovunque, immense, e conseguenti cavi dell'alta tensione. Il governo cinese avrà pensato: che ce ne facciamo di un deserto sferzato dai venti? Produciamo energia elettrica! Tanto, effettivamente, qui non ci vive nessuno. E con nessuno intendo nemmeno i pastori nomadi. Infatti, mandrie rare a parte, per tutti e 120 i kilometri di oggi non incrocerò alcuna forma di abitato, sedentario e meno.
Seconda cosa che si nota: la strada è asfaltata e nuova, e a tratti dotata di guard rail. Anche quelle secondarie che si diramano verso le colline sono per lo più asfaltate di fresco. Son passati pochi anni dallo sviluppo industriale della Mongolia Interna, grazie al ritrovamento di risorse minerarie nel sottosuolo. Ciò non solo ha portato abitanti, ma anche servizi.
Terza grande differenza rispetto alla Mongolia: tutto è recintato e chiuso e diviso con filo spinato e cancelli. A un paio di metri (a volte meno) dal bordo strada, corre un recinto alto 1.5m fatto da più ordini di filo spinato. Si interrompe a tratti per lasciar spazio a un cancello di metallo come quelli delle stalle. E le divisioni sono anche perpendicolari alla strada, creando degli appezzamenti divisi e segnati, delle "enclosures". Serve a non far scappare gli animali? A non far entrare estranei? Non lo so. Certo è che se ci si vuole fermare un attimo a rifiatare, visto che non ci sono nemmeno piazzole di sosta, si deve stare in piedi con la bici tra le gambe... "Libertà l'ho vista dormire/ Nei campi coltivati/ A cielo e denaro/ A cielo ed amore/ Protetta da un filo spinato..." per citare Faber.
Dopodichè, per restare in queste vibes grigiocupe, mi imbatto in una caserma che pare abbandonata, con alle spalle un campo di addestramento con tutti gli attrezzi; giovani soldatini stanno ridipingendo alcuni murales, ciascuno con un carattere dipinto sopra in rosso su sfondo bianco. Ho letto che per i cinesi la scrittura non è stata inventata dall'uomo, ma "scoperta", in quanto già presente nella natura. Questo passaggio viene attribuito a mitici re degli albori, che avrebbero visto i caratteri nelle ombre proiettate dal sole e dalla luna, sul guscio di una tartaruga o nelle nuvole. Infatti per i cinesi la scrittura rappresenta il mondo, lo disegna in modo stilizzato, e serve a dare ordine al caos. Questo principio, radicatissimo soprattutto nel confucianesimo, è centrale in tutta l'immensa storia di questo popolo, fondata su leggi ferree, burocrazia impeccabile (oltre infiniti intrighi di palazzo, congiure di eunuchi coi gioielli in tasca -per il taoismo il corpo deve essere "intatto", rivolte di signori o contadini e milioni di morti ogni volta). Inoltre la scrittura è armoniosa, e rappresenta l'assenza di contrasti della natura, tipica della visione di tutte le filosofie sviluppatesi qui. Yin e yang. La notte è il giorno per le lucciole. Non esistono contrasti in natura, è solo il nostro punto di vista, che è piccolo e parziale, a sentirli. Ma bisogna uscirne, e avere una visione più ampia. Altro che il polemos panton pater di Eraclito!
Procedo nella mia corsia, piegata in due dal vento, tra un temporale e l'altro. Mentalmente è tosta questa Mongolia interna. Intorno davvero ci sono poche "distrazioni". Qualche gerbillo in fuga, qualche mandria di pecore, cavalli qua e là.
Dopo kilometri e kilometri sotto ad un cielo incazzatissimo, pian piano (che è il mio passo inevitabile) i temporali si allontanano. Compare in lontananza qualche fattoria, in muratura. Non ci sono case, solo stalle. I colori mutano, con la luce: dal cupo virano al giallo, ocra, arancione. Uno spettacolo decisamente più piacevole da ammirare!
Mentre sono ferma a bordo strada a far foto e prender fiato, accosta un'auto con a bordo una coppia. Lei, lato passeggero, non scende, ma fa ciao con la mano dal finestrino. Lui, invece, mi intavola tutto un discorsone di cui non capisco nulla, e poi mi regala due bottiglie d'acqua. Comprendo solo che è mongolo, non cinese, e ci tiene a specificarlo al punto che lo dice in quasi inglese, perchè vuole che il messaggio arrivi. Si mette la mano aperta sul petto e ripete "mongol, mongol". Chissà quante cose non so della convivenza tra etnie. Conosco un po' la tragica vicenda degli uiguri, attuale, contemporanea, in corso, con i campi di rieducazione alla cultura han e i matrimoni misti forzati, e quella del Tibet occupato. Qui so solo che il governo cinese dice di voler salvaguardare la minoranza, e organizza viaggi per scoprire la regione e apprezzarne le tradizioni. Ma le poche ger che ho visto erano palesemente finte e costruite per far fare ai turisti (cinesi) l'experience. I nomadi qui sono andati a vivere in città. Per volontà o per forza? So che qui, nella Lega di Xilingol, unità amministrativa della Mongolia Interna, i mongoli sono oltre il 30%, di diverse stirpi. Nel 2011 sono scoppiate rivolte perchè un camionista ha ucciso un pastore che stava impedendo al mezzo, carico di carbone, di transitare per i suoi pascoli, distruggendoli. Ne sono scoppiate rivolte di piazza, fomentate da un mai sopito desiderio indipendentista e di autodeterminazione dei mongoli di Cina. Ovviamente si è risolto tutto con un'azione di pesante repressione, un risarcimento alla famiglia del pastore e uno "scusate" appena sussurrato. "Mongol, mongol!"
Finalmente raggiungo la prima e unica città, meta di oggi: Sonid right banner (nel senso proprio di bandiera. Qui in Mongolia interna è questo il nome lasciato ai "comuni". D'altronde per dei nomadi il punto dove ci si ferma è dove è stato piantato il vessillo!). Mi accoglie un doppio filare di alberi, pazzesco, qui. Più di qualsiasi grandioso monumento.
Dopo aver attirato gli sguardi di tutti i 62.000 abitanti (qui in Cina i "paesini nel deserto" hanno questi numeri) raggiungo l'hotel che avevo individuato su Trip.com. Ma la receptionist mi fa segno di no-no, e mi indica di andare in quello accanto. Boh... Pace, è anche più bello! Dopo aver pagato in contanti, perchè le carte non funzionano e le app di pagamento ancor meno (e comunque la sciura era ben felice di ricevere cash e non una notifica), salgo in camera direttamente con la Fanfola, grazie alla mentalità aperta dei local e ai grandi ascensori benedetti.
Dopo la doccia (c'è uno shampoo al tè al gelsomino che sa di posacenere, è già la seconda volta che lo trovo!) e un po' di riposo, esco a procurarmi altro contante, perchè resta la cosa più comoda, e la cena. Intanto osservo il centro cittadino: vialoni e controviali semi deserti, e per ogni lato edifici adibiti perlopiù a negozi, su tre o più piani, con tanto di zona porticata e parcheggi sui larghissimi marciapiedi. I commercianti stanno, soli o in gruppetti, sull'uscio, a prendere il fresco di un temporale in arrivo, a fumare o giocare con figli, nipotini, canetti o gatti. Mi guardano tutti, molti mi salutano. La vita scorre lenta, qui, e con poche novità, se non quelle portate dall'ipertecnologizzazione di tutto. Ma il fruttivendolo continua a vender la frutta, e il fabbro pesta sul ferro, e una anziana sorride mentre accarezza il suo gatto, che le si struscia sulle gambe. Al rientro mi si rovescia di nuovo un temporale sulla testa, ma faccio in tempo a rifugiarmi in camera e godermi il fresco della serata.
Piccola nota di curiosità: sulle banconote, tutte, c'è il faccione di Mao. La valuta si chiama Renminbi (valuta del popolo), ma viene detta yuan, che significa unità, per quanto, nei discorsi comuni, la gente li chiama kuai (pezzi). Una cena sontuosa, con pure l'acqua per domani, mi è costata tanti pezzi quanti se ne convertono in 3 euro.
30/6
Sonid Right Banner-Xianghuang Banner
126km
Oggi giornata faticosa. Lo scrivo ora che sono seduta su un tatami con il pc su un'asse di legno che funge da scrivania, mentre fuori infuria un temporale tutto lampi e tuoni. Già questa mattina mi sveglio un po' stanca, come non avessi riassorbito bene la tirata di ieri. Bevo un caffè in camera, leggo. Scopro che questa città è stata capitale della Repubblica Popolare della Mongolia Interna, esistita solo per tre mesi nel 1945. Questa regione, durante la Seconda Guerra mondiale, era stata occupata dai giapponesi, che la avevano separata dal resto della Cina per controllarla. Era poi stata liberata dai sovietici, giunti in soccorso insieme ai mongoli. Quindi, a fine conflitto, la voglia di restare autonomi dalla Cina era grande... Ma l'URSS "riconsegnò" il territorio alla Cina, per evitare attriti tra potenze vincitrici. Quando esco, trovo davanti all'hotel un gruppone misto di ciclisti in tutina e cicloviaggiatori con enormi bici stracariche (pure di peluches e minchiatine varie... Guai a chi dirà che io porto cose inutili! In confronto sono una light bikepacker). Non è facile intendersi, ma capisco che son tutti cinesi, di varie zone. Alcuni stanno viaggiando per il loro Paese, altri sono diretti in Mongolia. Altri ancora stanno solo facendo il giro della domenica, di martedì. Quando scoprono che sono italiana si leva un "ohhhhh" generale, e fatico a spiegare che non son venuta in bici fino a qui dall'Italia... Non in un singolo viaggio, almeno! Si crea un capannello di curiosi intorno, ci fanno foto, ci facciamo foto, e un passante, con il traduttore, mi dice che avanti a me, diretto a Pechino, c'è un "buddy" tedesco. Non so se mi stiano proponendo di rinsaldare l'Asse Roma-Berlino... Fatto è che, dopo molte chiacchiere, le più volate via nel vento incomprese, parto, tra "Good luck" e pollicioni alzati.
Dopodichè inizia una lunghissima, faticosissima tappa di quasi 130km, tutti controvento, con parecchie salitelle e una bici pesante per le ruote da gonfiare e la catena da oliare (domattina provvedo, ho cercato un compressore ai benzinai ma senza successo...). Oltre alla fatica fisica, si aggiunge poi quella mentale: il paesaggio è DAVVERO monotono. Bello. Ma sempre uguale. Dà l'idea di essere sempre fermi (e per il passo che tengo, quasi lo sono davvero). In più mi rendo conto che, tenendo questa media (10-11km/h in piano, e spingendo come i pazzi sui pedali!), non ho abbastanza acqua nè provviste. Errore strategico da dilettante. So che lungo il percorso non ci sarà nulla. Quindi mi accollo la distanza, e spero che non ci siano imprevisti. Intorno distese brulle, pale eoliche, qualche gregge, filo spinato. Nulla più. Una vastità identica a se stessa, spazzata dal vento, silenziosa e vuota che fa sentir piccoli piccoli. Il deserto è l'oceano della terraferma, serve esser saldi di mente per passarci attraverso e seguire una rotta, una strada, un filo teso nel vento, senza impazzire.
A poco meno di metà tappa vedo in lontananza un villaggio. Affretto il passo, già pregustandomi qualcosa di fresco da bere; una volta lì scopro che è abbandonato. Le case sono diroccate, i tetti sfondati e i muri crollati. A muoversi son solo due lepri del deserto, con le orecchie lunghissime. e qualche pigra mosca.
Riprendo, lentamente, tutta piegata sul manubrio, e procedo tra colline ora rosse di terra asciutta, ora verdognole di arbusti. Sembra quasi di esser tornati sulla Route 66!
Quando ormai sono stremata, a 20km dall'arrivo, e riarsa mentre centellino le ultime tre dita d'acqua che mi son rimaste nella borraccia, tre jeep accostano davanti a me e mi fan segno di fermarmi. Benedizione! Sicuro mi daranno dell'acqua, e magari, chi lo sa, pure uno strappo fino in città... E invece no. Di acqua non ne hanno, e di passaggi non si parla. Sono una dozzina di ragazzi e uomini, curiosissimi. Vogliono sapere chi io sia, dove vada, da dove venga (un fiorino! Uno yuan!). Chiacchieriamo a stento, un po' con il traduttore, un po' mimando le cose, un po' semplicemente non capendoci. Il mio cervello cotto è una zuppa di linee di caratteri cinesi, a questo punto. Quando vedono che si stanno addensando temporaloni intorno, tra colonne nere di pioggia e arcobaleni, saluto la compagnia e riparto. Mi superano poco dopo sclacsonando... Io ormai arranco, sono stanchissima!
Un colpo di pedale sofferto dopo l'altro, eccomi finalmente all'hotel che ieri ho prenotato e pagato (con fatica) su Trip.com. Sapevo sarebbe stata una tappa lunga e non avevo voglia di mettermi pure a cercare un posto, all'arrivo. E' un bar chicchettoso, con camere. Nuovissimo. Peccato che le receptionist, nuovissime anche loro alla professione, non abbiano mai registrato un ospite straniero. Ne nasce un'infinita trafila di fatiche burocratiche. Non sanno dove reperire i dati sul passaporto. Confondono la prima pagina con il visto statunitense. Poi non trovano il visto cinese. Quindi non riescono a inserire a sistema che mi è stato rilasciato a Milano e no, non a Pechino signorina. Chiamano ii rinforzi, arriva un uomo più anziano. Mi chiedono se sia un passaporto. E poi se sia un passaporto diplomatico. Con il traduttore rispondo e, alla fine, finalmente, alfine, mi danno la stanza. Che è pure molto carina, con il suo tatami!
Doccia e son subito fuori per recuperare qualcosa da mangiare, e adeguate scorte per la tappa di domani. Poi voglio solo star seduta o sdraiata. La periferia di questa città è tutta a palazzoni. Il pianterreno adibito a negozi, sopra le abitazioni. Davanti a ciascun blocco parcheggi, marciapiedi e ogni tot un'area attrezzata con giochi e macchinari per far ginnastica (ed è pieno di anziani e anziane che fanno strane acrobazie su questi trespoli)
Faccio una spesa ben ricca di frutta e verdura e bibite, per la felicità della signora che batte su una vecchia cassa i prezzi di tutte le cose che acquisto, quasi incredula che sto spendendo ben 4 e dico 4 euro! Me ne torno in camera, mentre inizia a piovere, e ora son qui a scrivere. Domani mi aspetta l'ultima tappa di Mongolia Interna e di deserto. Spero che nel paesino designato come meta, dei 3 hotel segnalati almeno uno "accetti stranieri" (cosa per legge ormai obbligatoria, ma spesso comporta un tale carico burocratico che si viene respinti... D'altronde il turismo interno ha cifre a 2 zeri in più rispetto a quello estero, che gliene frega, a loro?)
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