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Xianghuang-Dengyoufangzhen
97km
Xianghuang-Dengyoufangzhen
97km
Mi sveglio non del tutto riposata dalle fatiche dei due giorni scorsi, e ciò mi impone la voglia (quasi un ossimoro) di, innanzitutto, sistemare la bici, per quanto possibile: ravano sul fondo del borse fino a trovare la pompa e il lubrificante per la catena, e, sotto molti sguardi incuriositi, gonfio le gomme e olio bene le maglie, che ieri "sguagnivano" di dolore, polvere e fatica meccanica. Poi torno in camera, faccio una sontuosa colazione a tè e biscotti (un etto calato per dritto) e siamo pronte. In effetti, pedalare oggi è altra storia: la Fanfola è rimessa a nuovo, io idratata e nutrita, e il vento è a favore. E pure il dislivello è meno impegnativo. Insomma, si viaggia benone! Nel giro di pochi kilometri inizio a notare un cambiamento del paesaggio tutt'altro che graduale: è ricomparso il verde. E' tornata la linfa, son tornati i prati! C'è acqua, in fiumi e laghetti! E infatti ci sono anche molti più villaggi, di pastori per lo più. Anche qui le ger sono decorative e ad uso turistico, tanto che molte sono in cemento... Cosa non sta facendo il governo in nome dell'unità nazionale, alle etnie minoritarie...
Intorno, la grandiosa monotonia del deserto si trasforma in un piacevole paesaggio collinare di pascoli erbosi. Ora si vedono più mucche che capre o pecore, e sono pasciute e placide in questo oceano di verde trascorso dalle onde del vento. Sto pedalando sempre intorno ai 1500m (dall'altopiano di Mongolia, sui 1300, ero scesa, per poi risalire un poco), e l'aria è quasi fresca. Certo, poi, con l'andar delle ore, calerà un caldo appiccicoso e denso, ma per ora si sta proprio bene. Si respira. E si sente persino profumo di fieno che asciuga, di fiorellini dolci sapor di miele.
Mi imbatto poi in qualcosa che per me è del tutto nuovo: le comuni agricole popolari, o meglio, quel che ne resta in termini di urbanistica. Facciamo un po' di contesto: siamo alla fine degli anni Cinquanta, e Mao vuole portare la Cina a uno sviluppo pari a quello del Regno Unito, in 10 anni. Si tratta del sogno del "Grande balzo in avanti", che doveva superare i modelli sovietici dei piani quinquennali e "camminare su due gambe", ovvero potenziare tanto la produzione agricola quanto quella industriale. E che fare delle arretrate campagne? Semplice: statalizzare terre e mezzi di produzione, collettivizzare ogni aspetto della vita, vietare l'esodo rurale e la proprietà privata, abolire il libero mercato, fondere le cooperative, metterci dentro 120 milioni di famiglie e sperare che diventassero autonome dal punto di vista della produzione e dei servizi per la popolazione. "Il comunismo è il paradiso e si raggiunge con le comuni" era lo slogan, accompagnato dall'idea del "a ciascuno secondo i suoi bisogni". Risultato: un disastro. I "residui di mentalità borghese dura a morire" resero un pasticcio l'organizzazione, sulla carta ferrea, e milioni di persone vissero ai limiti della sopravvivenza. Negli anni '80 questo sistema fu progressivamente abbandonato, creando villaggi e borghi (xiang e zhen, presenti in molti toponimi -basta leggere partenza e arrivo della tappa odierna). Dal '93 è tornata in vigore la responsabilità contrattuale, per cui sono i capi famiglia a siglare contratti di gestione della terra con lo Stato.
E che si vede, di tutto questo spicchio di secondo Novecento?
Villaggi minuscoli, fatti di file identiche di edifici identici, tutti a un solo piano, in mattoni e legno: casa, stalla, aia, casotto per gli attrezzi. Tra una fila e l'altra, una stradina. Per ogni villaggio una fermata del bus, i campi intorno e impianti per l'energia elettrica, prodotta con le pale eoliche tutt'intorno. Equidistanti tra un abitato e l'altro, o un fiume o un laghetto o una riserva d'acqua.
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| papere! |
Oltre alla presenza di una vegetazione molto più rigogliosa, a segnalare la fine del deserto è anche il numero di paesini e paesotti. Oltre a quelli descritti prima, che si susseguono con una certa frequenza, ora, a metà tappa, incrocio persino una città vera e propria, Huade. Ci sono negozi, bancarelle di frutta e verdura (che comincia a non essere più un bene così raro e prezioso come al nord) e persino qualche palazzo.
A questo punto mi lascio alle spalle la Mongolia Interna per entrare in Hebei (letteralmente "a nord del Fiume -Giallo"; fino al '28 si chiamava Zhili, cioè "direttamente governato" -dalla corte imperiale). Perchè Pechino ormai è vicina! Qui l'uomo vive da 700.000 anni, a partire da una forma locale di homo erectus, l'uomo di Pechino (che fantasia!). L'ho detto che qui la storia si è sviluppata in parallelo e va ri-affrontata tutta dall'inizio! In questa regione si sono susseguite molte delle principali vicende dell'Impero cinese, unificato e diviso, in espansione o conquistato. Essendo così a nord, è anche il territorio dove più facilmente si verificavano scorrerie o invasioni da parte delle popolazioni nomadi e guerriere delle steppe, e i mancesi; infatti qui si trovano tante sezioni della Grande Muraglia, soprattutto quelle della dinastia Ming. Essendo per lo più pianeggiante, ha un'economia fiorente, tra agricoltura, industria, risorse minerarie, servizi e trasporti. Anche l'arte, l'artigianato e le espressioni culturali sono molto distanti da quelle della Mongolia Interna: si va dalle raffinate ceramiche all'opera, tutte modalità poco consone e troppo fragili per feroci cavalieri delle steppe.
Per ora ne colgo il lato prettamente rurale, con distese ampie di campi coltivati a mais e ortaggi, cooperative con centri di lavorazione integrati, statue al cavolo cinese e cartelli che segnalano la capitale della patata cinese.
La strada scorre veloce sotto alle ruote, al punto che già nel primo pomeriggio ho percorso i poco meno di 100km della tappa di oggi. C'è una sola incognita: troverò un posto per dormire? Infatti qui non c'è una città vera e propria, con hotel e strutture. La prima è ad altri 60km da qui... Un po' troppo per una giornata sola. E questo villaggio, stando a GMaps e Amaps (equivalente cinese) ha diverse strutture, addirittura 3! Peccato che nessuna delle tre compaia poi su siti come Booking o Trip o simili. Quindi le incognite sono molte: esistono? E se esistono, accettano stranieri, come legge vorrebbe, o, per evitarsi il praticone burocratico, li rimbalzano con un bel ciaone?
Lascio la strada principale e mi addentro nel villaggio. Il primo hotel è chiuso e abbandonato da anni. Intanto un gregge di pecore attraversa la strada deserta.
Il secondo hotel è aperto; entro, si vedono le stanze spalancate (e ben luride) ma alla reception non c'è nessuno. Chiamo. Aspetto. Chiamo ancora, faccio rumore. Aspetto. Nessuno... Manca il terzo. Provo lì. Se non va, torno in questo finchè non compare qualcuno... D'altronde è tutto aperto... Proprio il terzo si rivela la scelta vincente. Era una struttura, ora è una casa privata. Mi accoglie una signora sui 50, tutta carina e gentile. Unico difetto: non riesce a staccarsi dallo smartphone, su cui scorrono video tipo TikTok, a tutto volume, incessantemente. Il telefono bercia mentre la pago (7 euro), mentre mi mostra la camera, mentre mi apre una porta laterale per portare dentro la Fanfola. E' drogatissima! Dei documenti non gliene frega nulla. Le mostro il passaporto, visto che di solito sono ossessionati per la registrazione. Lei sorride e fa no con la testa. Che meraviglia. Allora è vero che, come in tutti i luoghi che sembrano iper controllati, sotto sotto si riesce comunque a fare un po' come a ciascuno pare! E' da quando sono entrata in Cina che percepisco questo dualismo tra leggi ferree, in superficie, e un buon grado di anarchia sul fondo.
La stanza è degna dei 7 euro. Innanzitutto, puzza. Puzza di sudore maschile antico, antico della dinastia Ming. Ming-a tropp pulii. E' la biancheria del letto, tutta macchiata e pelosa, ad avere quell'odore nauseabondo. Misto ad acqua stantia e posacenere. In effetti, sul comodino, ci sono una lattina aperta e un bel bouquet di mozziconi, che provvedo a spostare a terra vicino alla porta, accando a un bollitore spaccato in più punti e aggiustato con il nastro adesivo, lurido quando lo sgabellino su cui poggia. Il bagno, però, è la vera chicca: oltre a un complesso sistema di cavi esposti all'acqua e aggeggi che comunque non riscaldano l'acqua, c'è un wc lercio, con un adesivo antiscivolo pelosetto sull'asse, e una combo di spugna e spazzolina, piena di capelli, sul lavandino. Nel silenzio, si sentono zampettare insetti qua e là. The real chinese experience? Il letto sporco si risolve buttandoci sopra il sacco a pelo, la doccia si fa fredda, e per il resto il piano è farsi un giro in paese, cenare, dormire presto e alzarsi altrettanto presto.
Oltretutto non mi viene data una chiave: la camera si chiude dall'interno con una serratura a manopola. E dall'esterno... si chiuse da sè, e serve una tessera magnetica. La signora ne ha una sola, a mo' di passpartout, che lascia appesa all'ingresso. Peccato che io non ne sia al corrente e, la prima volta che esco per prendere le borracce, mi chiudo fuori e non so come rientrare. La sciura è sparita, in compenso ne compare un'altra, decisamente più anziana (la madre?) che a sua volta non sa della chiave magnetica, e inizia a gridare fortissimo per chiamare la tipa. Che non c'è. La vecia si indica le orecchie, sembra voglia dire che l'altra è sorda. Annamo bene! Per fortuna, dopo un po', la tipa ricompare e risolve l'arcano. Posso tornare nel mio antro di scolopendre e sudore altrui.
Esco, con l'idea di recuperare qualcosa da mangiare. Non mi sembra posto in cui andare al ristorante... Quindi, sotto gli sguardi incuriositi di tutti, cammino per l'unica via del paese, su cui si affacciano case e negozi da entrambi i lati, e cerco un alimentari.
Mi butto nel primo che riconosco tale. Qui la proprietaria mi segue per un po', e penso tema furti da parte mia... Invece vuole solo una foto! E per chiedermela, mi si piazza davanti e dice tutto d'un fiato: "Hello how are you photo!", come se si fosse imparata a memoria la frase un attimo prima, giusto per potermi agganciare. E' tutta contenta, e ancor di più lo è quando vede che compro un po' di cose (non i biscotti e le altre cosine sfuse, che sembrano un po' rosicchiate da qualche topino o assaggiate giusto giusto sui bordi).
Dopo gli acquisti, faccio ancora due passi, e mi imbatto in una scena fantastica:
davanti a un negozio di ortofrutta, il proprietario sta aspettando che gli venga consegnata una scorta di arachidi tostate. Lui è in piedi, davanti ai due "grossisti" che hanno fermato il loro furgone a bordo strada. Di questi, intenti a preparare il carico, lui sta sgusciando le arachidi facendole saltare in una sorta di teglia. Lei le insacchetta, o meglio, due ne insacchetta e tre ne mangia. In effetti sembrano deliziose!
Per parte mia, ho scoperto un nuovo snack, da mangiare da solo o abbinato ad altra verdura in insalata (io di solito compro pomodori e cetrioli): la radice di loto piccante! E sta bene pure nei noodles.
In serata rientrano gli uomini di casa, che dormono nelle stanze dell'hotel. Che quindi non è più tale, ed è come se fossi nella loro abitazione privata. Noto che l'uso di sputare, scatarrare, scaracchiare, estrarsi i muchi dai tubi è proprio prassi, come quella di ruttare forte e chiaro, anche in faccia al prossimo, anche mentre il prossimo è un cliente che sta comprando qualcosa da te. "Meglio fuori che dentro!". E poi quanto urlano! Ma non per rabbia, o per segnalare emozioni forti. E' una loro modalità espressiva. Per il resto sono assolutamente indifferenti, tranquilli, "nel chill" si direbbe oggi. E di notte c'è un gran silenzio. Qui, che è un villaggio, e pure nelle città. Dopo le 23 si sentono sporadiche auto, e poco più. C'è molto rispetto per la quiete notturna. O molto sonno da giornata di lavoro pesante, nei campi o in fabbrica, o in ufficio.
Anch'io crollo presto, nonostante la puzza tremenda che soffoca la stanza, o forse proprio a causa di quella, che fa effetto di gas asfissiante...
2/7
Dengyoufangzhen-Zhangjiakou
115km
Apro gli occhi al suono degli scatarramenti dei proprietari di casa, che si stanno preparando per andare al lavoro; sono le 5. Mi riaddormento, ma alle 6 mi sveglio con la sensazione di aver infilato la testa in un cesto di panni sporchi altrui, e un leggero senso di nausea conseguente. Ora di alzarsi. Un caffè in lattina al volo e alle 7 sono in sella.
L'aria è già calda. Anche il clima sta cambiando, man mano che scendo a sud e perdo quota. Oggi arriverà a 41°C; sono partita da Ulan Bator con massime di 6 gradi... Direi che lo sbalzo termico si sente! Il paesino già ferve di attività: passano tricicli a motore carichi di persone, dirette ai campi immagino, e merci. In particolare, ne passa uno che spara nell'etere un jingle tutto distorto, con musichina inquietante annessa; raccoglie l'olio esausto. Ecco perchè ieri, passeggiando, mi ero imbattuta in grossi secchi pieni di una sostanza misteriosa, lasciati in strada davanti agli usci. Verrà riutilizzato in qualche modo... L'omino dell'olio passa, prende i secchi pieni e li svuota in un grande serbatoio, e così percorre tutta la via. Non è l'unico a produrre musica: molti carretti della frutta, e persino i negozi, hanno degli altoparlanti che ripetono all'infinito le stesse frasi, con una vocina acuta infantile, richiamando l'attenzione dei clienti. Torno a dire che qui tutto parla, e non perchè io sia diventata animista sotto alla cupola del grande Tengri. E tanto c'è fermento di prima mattina, quanto poi di sera e notte tutto tace. Apprezzo molto.
Uscendo dal villaggio per tornare sulla strada principale intravedo alcune lapidi; ecco il cimitero... Per quanto piccolo e con pochi tumuli. Devo dire che, fino ad ora, ne ho incrociati ben pochi. Più frequente è imbattersi in sepolture isolate, tra i campi o tra gli alberi, spesso segnalate solo da un mucchio di terra e un sasso, o qualche fiore/offerta bruciata, e nemmeno una lapide. Sulla questione cimiteri c'è una interessante parentesi da aprire.
Ad oggi, la popolazione sfiora il miliardo e mezzo e sta invecchiando (il tasso di natalità è crollato negli ultimi anni, nonostante nella visione cinese/confuciana del mondo i figli abbiano l'obbligo di dar discendenza alla famiglia, al punto che in certe fasi storiche gli eunuchi potevano adottare, in quest'ottica; in compenso è cresciuto di molto il numero di persone che hanno un animale domestico. Noi millennial siamo una generazione maledetta dappertutto!). Con queste premesse, in Cina muoiono 10.000 persone al giorno; di conseguenza la gestione dei defunti è un fattore logistico, e non solo sociale, da non sottovalutare. Tradizionalmente le sepolture seguono le indicazioni del feng shui (vento e acqua), antica arte geomantica che dovrebbe indicare il luogo più adatto per mantenere armonia e buona sorte tra tutti gli elementi; ogni luogo sarebbe solcato, più o meno profondamente, da linee di qi, energia vitalistica che, grazie al feng shui, può essere sfruttata debitamente. Questa pratica si lega da sempre alla gestione della morte: il primo libro scritto sul feng shui è proprio dedicato alle sepolture, e risale alla fine del III secolo d.C. Per quanto in Europa sia arrivato come forma di divinazione o pseudoscenza, storpiato fin da subito dai gesuiti come Matteo Ricci che, nel Seicento, portarono queste conoscenze nel Vecchio Mondo, il feng shui ha lo scopo di trovare un equilibrio tra "utile" e "bello" nella gestione del paesaggio, soprattutto quello antropizzato.
Ora, già Mao aveva vietato le inumazioni tradizionali, diffuse e in natura, considerandole un inutile spreco di suolo legato ad una visione magica del mondo. Nel '49 Mao impose la cremazione (allora poco diffusa) nelle città, e che si passasse con l'aratro sulle sacre sepolture degli antenati, per disperdere con polvere o terra smossa secoli e secoli di ritualità e tradizioni. Il suo successore, Deng Xiaponig, nel 1985 estese l'obbligo a tutto il territorio, vietando anche i funerali celesti tibetani (quelli che prevedono che i defunti siano esposti sulle torri del silenzio e consumati dagli elementi e dagli uccelli -come ho visto in Iran, nei riti zoroastriani). Ma i cinesi restano legati alle antiche modalità, e ancora oggi preferiscono inumare i defunti nelle campagne, secondo i principi della geomanzia (come dicevo ieri, estremo controllo e totale anarchia convivono). E questo implica che i costi dei luoghi più propizi siano cresciuti in modo esponenziale, diventando inaccessibili ai più, tanto che molte famiglie hanno iniziato a conservare le ceneri in appartamenti vuoti. Il governo, proprio a marzo, ha emesso una normativa che vieta di utilizzare edifici ad uso abitativo per questo scopo.
Mentre rifletto su questi radicali cambiamenti, per i vivi e per i morti, nella Cina contemporanea, lascio che la strada scorra sotto alle ruote. Mi imbatto in piccole mandrie di mucche o pecore, con il pastore, armato di bastone o frusta, che le tiene lontane dalla strada. Grandi rimorchi carichi di pale eoliche, che sempre fanno da sfondo al paesaggio, ed estese aree di bosco tra una zona coltivata e l'altra. Compaiono di nuovo i villaggi con la struttura della comune agricola, anzi, qui sono più frequenti e vicini tra loro.
Ora che è tornata la linfa, e pure i fiori, incrocio a volte pure apicoltori con le loro arnie (del tutto uguali alle nostre) direttamente a bordo strada; accanto hanno un gazebo dove vendono, a peso, un miele che non è a km0, è proprio a metri zero!
Mentre pedalo mi imbatto in un sito archeologico chiuso, ma per me estremamente significativo: un primo tratto di rovine di Grande Muraglia. Oggi la protagonista è lei. Oltre ad essere patrimonio Unesco e una delle meraviglie del mondo moderno, per quanto mi riguarda, è forse il simbolo più riconoscibile e immediato della Cina, più di piazza Tiananmen, della Città proibita, del facciotto di Mao o di qualsiasi altro edificio o palazzo storico. Le prime tre immagini che associo alla Cina sono un dragone, una lanterna rossa e la Muraglia. Sarà che sono cresciuta con Mulan, uno dei miei film Disney preferiti di sempre (lo conosco a memoria tante volte lo ho riguardato, anche di recente!)... E' proprio il perimetro, il confine che la Cina stessa si è data, definendosi e dandosi forma, riconoscendosi un'identità unica pur nelle mille differenze di popoli, dominatori, culture e pure periodi storici. C'è tanta differenza in come un cinese percepisce la Cina oggi, e come un cinese percepiva la Cina sotto Mao, o sotto le dinastie imperiali? Ho il sospetto di no. Il "regno di mezzo" è sempre esistito ed esisterà sempre, per loro, che vivono la storia senza soluzione di continuità e ragionano al di là del singolo individuo, ma sui lunghissimi tempi delle stagioni del cosmo e del popolo.
Dicevamo della Muraglia. In questi giorni ho letto e ascoltato molto, tento una sintesi con i fatti che più mi hanno colpita. Innanzitutto, non è UNA ma sono diversi tratti di mura, a volte paralleli, a volte distanti tra loro, intervallati anche da trincee e montagne o elementi naturali che naturalmente formano una barriera. La costruzione pure si è svolta a più riprese, nel corso di secoli, con anche lunghe interruzioni; ceto è che è stata iniziata nel 214 a. C. dal primo imperatore della dinastia Qin, lo stesso dell'esercito di terracotta, per difendere le sue terre dalle scorrerie dei nomadi del nord, su tutti gli Unni. Lo sviluppo complessivo della Muraglia, visibile o meno, supera i 21.000km. A seconda delle zone, sono usate tecniche costruttive diverse: in montagna la pietra, in pianura la terra battuta, nel deserto la sabbia compattata con arbusti legati. Il costo in vite umane è altissimo, ma che gli operai morti sul lavoro siano stati usati come materiale edile è una leggenda: semplicemente perchè un cadavere si decompone e rende instabile e non solida la struttura; erano sepolti ai lati, se ne calcola uno ogni metro di muro. I lavori forzati a quest'opera erano una delle condanne peggiori che si potevano comminare: la pena di morte era considerata molto meno crudele.
Una fase importante della costruzione risale ai Ming (XIV secolo); anche loro continuavano a subite scorrerie e sconfitte militari da parte dei nomadi delle steppe, gli Oirati, Tamerlano, varie stirpi mongole e persino i Manciù, nel '600. L'obiettivo era proteggere la capitale e le zone agricole, tener fuori "i barbari" e regolamentare le vie del commercio, perchè le porte nella Muraglia erano i passaggi obbligati di mercanti e carovane. In nessun caso questa linea difensiva è riuscita davvero a tenere fuori completamente gli invasori. Ma permetteva di prendere tempo, scongiurare le azioni più ridotte e improvvisate e segnare una linea sulla carta che dividesse "noi" da "loro". Come i moderni muri, dagli USA a Israele. Gli arabi antichi apprezzavano l'opera e la associavano a Gog e Magog, mentre Marco Polo non ne parla; in Europa comincia a conoscersi nel '600, grazie ai gesuiti e ai mercanti, e diventa una vera attrazione turistica con l'apertura agli stranieri, dopo le Guerre dell'Oppio. E no, non si vede dalla luna, perchè nei punti più larghi è di appena 10 metri. Si tratta di una leggenda diffusa da un autore settecentesco, che la paragonava al Vallo di Adriano. Finisce in mare in modo mesto, dopo tante torri e contrafforti, con la vecchia testa di drago e poggia per pochi metri in acqua. I cinesi non hanno un buon rapporto con il mare. Qubilai Khan, re dei re, tentando di conquistare il Giappone, a causa del kamikaze (vento divino, un tifone) ci ha rimesso una flotta immensa, il potere e la sanità mentale. Pensavano poi che il Bajkal fosse un mare, e lo consideravano un limite invalicabile.
Qui in questo tratto, non si vede nulla, la Muraglia è solo segnalata. Intravedo nel parco una statua con cerva fulva e lupo azzurro, secondo le leggende i progenitori delle stirpi mongole.
Mi rimetto a pedalare, eccitatissima all'idea, finalmente, di essere entrata nel cuore della Cina. Intorno pascoli erbosi sconfinati e le indicazioni di vari "agriturismi" di lusso, resort e luoghi di villeggiatura per gente di città.
A un tratto supero pure, senza vederne traccia, la zona archeologica di Yuan Zhongdou, città fatta costruire dall'imperatore Wuzong, pronipote di Kublai Khan, come alternativa a Pechino. E' rimasto talmente poco che vien da chiedersi se ci abbiano almeno provato...
In breve la calma sonnolenta delle campagne si trasforma in fermento di mercati e transito di camion, carichi ora di mucche o pecore, ora di ortaggi. Centinaia di tonnellate di cavoli, mais, patate e insalate varie... Questi paesi più grandi e vivaci sono segnalati da portali immensi, pure un po' sovradimensionati. A proposito, sapete cosa non ho ancora visto in giro? Templi. Certo, c'è l'ateismo di stato, da 70 anni, e la fede è materia strettamente controllata. Ma pensavo di vedere qualche luogo di culto in più, qua e là, in giro, come da noi si vede una chiesetta tra le cascine... Invece no. Finora nulla.
In un traffico sempre più consistente, faccio il mio ingresso a Zhangbei, città grande e polverosa che fu capitale dello Stato fantoccio instaurato dai giapponesi, tra '39 e '45. Mi colpisce la presenza diffusa, anche qui, di ciclabili (usate invero anche da motorini e mezzi elettrici vari, tricicli a motore e similia, in ogni direzione e verso), con tanto di semafori e segnaletica dedicata. Chissà se è così perchè ancora nella prima metà degli anni Novanta tutti si muovevano in bici, o perchè più di recente vogliono ridurre la presenza di auto... Credo la prima, onestamente. Adesso è il boom dell'elettrico, esportate con violenza in tutto il mondo.
Fuori dalla città, lungo una strada stretta e percorsa da mezzi pesanti, trovo una serie di strani agglomerati di edifici e servizi. Sembrano stazioni di sosta con ristoranti, localini, bar e negozi di artigianato e souvenir. Tutto è a tema Mongolia (interna?). Ci sono ger vere o di cemento, o di plastica, usate come gazebo. I ristoranti offrono specialità del nord, carne alla brace e latte fermentato; sa tutto di estremamente finto, posticcio, creato ad hoc per soddisfare un ingenuo immaginario per turisti a caccia di esotico. Ci sono anche donne completamente coperte per non prendere neanche un minuto di sole, che stanno in piedi nei parcheggi e si sbracciano per attirare l'attenzione degli automobilisti di passaggio. In fondo, se i popoli della Cina son tutti fratelli, l'etnia han è il fratello maggiore, dicono... Ci sono pure un cavallo e un cammello di rappresentanza... Il cavallo è mogio, legato come si trova davanti al cartello autostradale, come se fosse stato parcheggiato lì in quanto mezzo non adatto alla superstrada; il camillo, invece, ha le gobbe ben sode, segno di benessere, almeno per quel che mi diceva Raymond il bretone, che pure è laureato in veterinaria con specializzazione in dromedari (d'Algeria).
Mentre son lì ferma a far foto, mi sento salutare: "Hello!". Sulla strada è comparso lui, il ragazzo tedesco che mi precedeva, di cui mi avevano parlato qualche giorno fa. "Tu sei la ragazza italiana?" chiede. Evidentemente da queste parti le notizie corrono veloci come le orde degli unni... Mi chiedo cosa pensino i cinesi di noi, me li immagino a osservare con dolente rassegnazione le sorti d'Europa che deve essere ben in crisi, al collasso, sul punto di affondare, se i suoi giovani e meno giovani sono in giro soli in bicicletta a zonzo, vagabondi senza famiglia nè lavoro... Parliamo un po', lui ride molto, anche troppo; credo sia abituato alla solitudine e un po' a disagio. Noto un bagaglio leggero, un cappello al posto del casco e borse Ortlieb identiche alle mie. Mi spiega che sta facendo il giro del mondo in un anno; ora è sceso dalla Mongolia, va a Pechino, da lì alla costa e poi in nave in Corea, poi Giappone, e via in volo in Nuova Zelanda e Australia. "E a quel punto sarò a metà". Gli spiego del mio itinerario, e commenta che lui a Xi'An sarebbe anche passato, ma c'è troppa gente. "Siamo in Cina, ovunque c'è tanta gente!" ribatto io. E lui mi dà ragione, confermando dentro di sè la scelta di andarsene presto verso lidi meno affollati. Ci salutiamo, lui ha fretta. "Ora scende" mi dice. "Sì, io mi fermo nella città qui sotto, c'è un tratto di Muraglia..." "Ah sì? Figo! Buona fortuna, ciao!". E sparisce.
Riparto anch'io passando accanto ad un memoriale dei caduti della Seconda guerra mondiale, altri locali in stile mongolo
e poi giù verso la pianura, dai 1500 ai 900 metri, in un tripudio di montagne coperte di boschi e oceani di linfa, paesini sonnolenti, tutti lanterne e vecchi murales scrostati di propaganda, e muri di polvere sollevata dai camion sulla strada sterrata. Sembro uscita da una miniera, visto che la terra mi si appiccica addosso a causa di sudore e crema solare...
Entro così, in volata, a Zhangjiakou, cittadona mai sentita che conta oltre 4 milioni di abitanti (e la provincia 209 milioni... Aiuto, quanta gente!). E' chiamata la "Porta settentrionale di Pechino" in quanto è sempre stata un punto di passaggio nodale tra steppe del nord e fertili pianure del sud, con la sua linea di alture a proteggere il passaggio. Infatti qui trova la porta di Dajingmen, e un tratto importante di Muraglia. Il 37% del territorio è coperto da foreste, e qui i livelli di inquinamento dell'aria sono tra i più bassi a nord del Fiume Giallo (e comunque sono, in generale, alti, ma per me che vengo dalla provincia di Milano è tutto nella norma). Questa città, ora luogo di incontro e scambi, ora roccaforte militare, è stata importantissima per tutta la storia della Cina, trovandosi su questo confine sino-mongolo, e anche come avamposto durante le tensioni con l'URSS, trovandosi a soli 200km da Pechino. Nel 2022 su queste montagne, dotate di impianti, si sono svolti molti eventi delle Olimpiadi invernali. Tra agricoltura, risorse minerarie, industrie -anche straniere- e turismo interno, rilanciati da una rete di trasporti eccellente, l'economia vola.
Ma io sono qui per un motivo molto preciso:
passare la Muraglia. Attraversarla, fisicamente, e portarmi al di là. Come nelle migliori tradizioni più distruttive e sanguinarie, da nord, dal Gobi, dalla Mongolia, si scende, si passa la fortificazione e si mira a Pechino. Non sono a cavallo, ma ho una bici. Non porto guerra, razzia, morte, ma una sana curiosità, Non voglio invadere, voglio conoscere, esplorare, imparare. E infatti la Muraglia mi fa passare, la Cina mi apre le porte al suo cuore. La vedrò di nuovo, a Badaling, passandoci in bici, e a Mutinyau, con una visita "turistica" ben fatta, a piedi, da Pechino. Ma questa è la mia prima volta, e tanta è l'emozione di questo passaggio così carico di significati simbolici che fatico ancora adesso a elaborarla. Se metto insieme tutti i viaggi, ho percorso l'intero spazio che separa casa mia, a San Pietro all'Olmo, da qui. E' incredibile pensarci, percepire lo spazio immenso, il tempo trascorso, le persone conosciute, gli sguardi incrociati, albe, tramonti, risate, sfighe superate e meraviglia raccolta ad ogni colpo di pedale, ad ogni giro del sangue. Qui è un altro punto sulla mappa in cui segno la X rossa, grande, dove è sepolto un palpito pulito.
Mi fermo a lungo all'ombra dei rari alberi nella piazza. Fa caldissimo, e pian piano arrivano gruppi di turisti in massa, tutti vestiti uguali, anziani e caciaroni. Ma voglio stare qui un po', a godermi il momento, a starci dentro, lasciare che su questo granello di sabbia di ricordo possa radicarsi un mondo intero. Quando mi sento pronta a lasciare questo pezzo di storia, dell'umanità e mia personale, mi butto in città, nel caotico traffico del centro (pur sempre meno del Vietnam). Si susseguono, sul fiume, ponti ambiziosi e grattacieli, centri commerciali e palazzi governativi.
C'è persino la prima statua di Mao che vedo da che son qui!
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| il poponaro stanco |
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| nonostante i 40 gradi, la gente in motorino va super bardata, con teli e coperte, e maschere, cappelli, maniche lunghe, per non esporsi al sole |
Faccio check in nell'hotel di gran classe prenotato ieri per ben 12 euro,
e, dopo una necessarissima doccia, esco a godermi un po' questo pomeriggio estivo. Oltre al piacevole lungofiume,
ammiro gli umarell infognatissimi a giocare a dama, o ad assistere alle partite. Si radunano sotto ai pochi alberi, come stessero facendo qualcosa di illegale. Ma non girano soldi o scommesse, solo attenzione estrema ai moimenti delle grosse pedine sulle scacchiere.
Oltre ai negozi, ci sono bancarelle, mercati e street food dal profumo ora estremamente invitante, ora assai impegnativo e lontano dalla nostra abitudine. Pian piano si farà una mappa anche culinaria di queste regioni.
3/7
Zhangjiakou-Huailai
92km
Quella di oggi doveva essere la prima delle tre tappe brevi e tranquille per un sereno ingresso a Pechino. Avendo percorso tanti kilometri i primi giorni, a causa delle distanze tra una città e l'altra, ora mi posso permettere di fare con calma, anche perchè c'è tanto da vedere e ci si può fermare dove si vuole. E quindi oggi prevedevo un'ottantina scarsa di kilometri, in lieve discesa, con ampie deviazioni nelle campagne, per evitare stradoni. Sono partita con calma, attardandomi a chiacchierare con un libraio di una libreria per l'infanzia, accanto all'hotel, che parla un po' di inglese e voleva sapere del viaggio, dell'Italia, delle altre avventure a pedali, della scuola da noi... E, come tutti, sconvolto dal mio essere in giro da sola. Se da noi la parità di genere è lontana, anche qui non si scherza... Tradizionalmente il ruolo della donna è ben definito e subalterno... Tanto per cambiare! Certo, ci si sta modernizzando ed evolvendo ma la strada è ancora lunga. Insomma, doveva essere una tappa tranquilla, invece molte cose sono andate storte e per poco non mi sparano. Se non tutte le ciambelle escono col buco, tutte le volpi se ne fanno uno immenso ogni volta che Komoot e le vie del mondo si piegano storti.
Uscire dalla città è semplice: pur con molti mezzi in giro, spesso in un flusso disordinato, gli spazi sono talmente ampi che c'è tutto l'agio di far muovere lo sciame umano senza intoppi.
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| ma che fa qui il leon-sireno di Singapore? |
Inizia quindi il mio tour delle campagne. Con sullo sfondo i palazzoni delle varie città della zona, io resto nei villaggi rurali, immersi nella rovente umidità dei campi di mais e ortaggi tutto attorno.
Da stradine sterrate o tutte scassate, tra campi coltivati e casette di mattoni, è però un attimo trovarsi su stradoni a 8 corsie e doppio controviale, che affacciano su enormi poli industriali, così grandi che sembrano città. Fuori da ciascuna azienda, un drappello di luridi dello street food, pronti a nutrire gli operai in pausa pranzo. L'aria è torbida e viscosa per l'afa e l'inquinamento.
Mi colpisce in particolare questa, che a occhio mi pare una centrale nucleare, che sorge così, e spicca tra le verdi campagne e i fiorellini degli orti. Accanto corre pure una linea ferroviaria.
Percorro diversi tratti di sentieri sterrati, ora più agevoli, ora meno. Penso che, se pure oggi il fondo è un po' meno scorrevole, va bene lo stesso: i kilometri non sono molti, e il dislivello nullo...
Tra un tratto rurale e l'altro, ricompaiono questi stradoni immensi e deserti. Ai bordi, in corrispondenza delle fabbriche, ci sono camion parcheggiati e camionisti intenti a mangiare, a lavarsi o a stendere i panni sciacquati.
Tra un fiume immenso e una città giganorme, quartieri in costruzione e vie che sembrano pensate per milioni id nuovi abitanti, arriva il momento di perdersi, letteralmente, tra i paesini. La cartografia di Google, e quindi pure quella di Komoot immagino, non solo non è precisa e aggiornata per la Cina, ma proprio descrive una realtà che non esiste. E quindi manda su strade che sono fossi, o campi, o cancelli chiusi di abitazioni. E bisogna andare a sentimento, orientandosi a occhio, con navigazione di cabotaggio. Questo, ovviamente, rallenta la marcia, e il fondo pure in questi casi è ben dissestato: con un occhio si guarda la direzione, con l'altro si sorvegliano buche, detriti e cumuli di macerie sparsi a terra. Però l'atmosfera dei paesini è deliziosa: tranquilla, colorata, in una sosta di perenne siesta post-prandiale.
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| diti, palestrina e divani pubblici |
Una volta fuori dal dedalo dei villaggi, imbocco una parallela dell'autostrada che, sterrata e sabbiosa, segue il fiume da vicino, tagliando per i boschi. Una meraviglia, visto il caldaccio che è esploso. Pedalo lenta e contenta, addentrandomi tra gli alberi e l'argine.
Tutto è quieto e silenzioso, si sente solo il vento stormire tra queste foglie e qualche urlo di gazza tra i rami alti. A un certo punto devo risalire sulla strada, una quarantina di metri più alta, per prendere un ponte e attraversare il fiume. Qui tocca spingere a mano, perchè la salita è ripidissima e il filo di sentiero è pura sabbia, che frana sotto al peso mio e della Fanfola. Mentre mi inerpico a fatica, con il fiato corto e coperta di sudore come se mi fossi tuffata in piscina, inizio a sentire dei colpi. Fischi di proiettili, esplosioni. Vicine, vicinissime! Per prima cosa penso si tratti di cacciatori. Siamo in un bosco... E in questi giorni sto ascoltando le novità sul vergognoso Ddl "sparatutto"... Ma sono colpi di artiglieria ben più seria, questi. Fssssssssss BOOOM! Uno, un altro, troppi. Rimbombano tra le pareti delle colline circostanti. Inizio a preoccuparmi, e vorrei affrettarmi, ma a malapena riesco a mettere un piede dopo l'altro issando la bici su per la parete di sabbia. Ma la strada è vicina, ormai ci sono, mancano pochi metri... Proprio mentre do l'ultimo colpo di reni per raggiungere l'asfalto, due soldatini in mimetica saltano fuori da dietro gli alberi, prima spaventati e agitatissimi, colti di sorpresa dalla mia inattesa presenza. Mi intimano l'alt. Non sono armati, almeno, per quel che riesco a vedere. Quando capiscono che sono innocua e vengo in pace, si calmano, e si abbassano lo scaldacollo che gli copriva il volto. Avranno 18 anni a esagerare, un po' di peluria sul volto e lo sguardo ancora da ragazzini. Un po' in inglese un po' con il traduttore, mi spiegano che è in corso un'esercitazione militare (fssssss BOOM! BAM!) e io non dovrei essere lì. Mi scuso, spiego che sui sentieri non era segnalata nessuna chiusura, nulla faceva presagire... E se mi consentono, io mi leverei dalle palle anche subito, anche perchè qui si continua a sparare, e pure loro a ogni esplosione si acquattano o si mettono un po' al riparo dietro ai tronchi. Quindi grazie per la cortesia, ora io me ne andrei... "Eh ma la strada è chiusa, non ci puoi andare assolutamente". Ma sono solo 500 metri, poi imbocco il ponte e mi sciacquo dai coglioni in un secondo... "Sparano". Ah. E quindi? "Quindi devi tornare indietro, dispiace". Ma sono oltre 25km! Il ponte precedente non autostradale è lontanissimo! Ed è tutto sterrate e villaggi labirintici! Che guaio... "Posso aspettare qui con voi che finisca tutto 'sto cinema?". "No, non dovresti proprio essere qui, è pericoloso". Fsssssssss Boooooom! Eh vedo, sento. Ma se torno indietro non è che oltretutto mi becco del piombo nelle chiappe? "Non si dirtelo". Intanto a turno, con la radio e lo smartphone, fanno chiamate, ai loro compari e superiori, per spiegare lo strano caso di una volpe a pedali comparsa dal bosco. Guardiamo insieme più volte la mappa, la mia traccia, le possibili soluzioni... Non ce ne sono. Devo tornare indietro. Insomma, mi sembra inutile discutere e perdere altro tempo. E' chiaro che per questi maledetti 500m di strada mi dovrò sparare 50km in più, e impegnativi, ma se c'è una cosa che so è che far ragionare persone che vivono prendendo ordini è vano e fa venire il mal di pancia. "Ti accompagno" dice un soldatino. Ma dopo due passi, riceve una telefonata. Si blocca e mi fa segno di tornare indietro. "Puoi passare". Non ci posso credere. Miracolo! Mi dà pure una mano a issare la Fanfola.
Così raggiungo la strada, stremata, con il fiato corto e l'adrenalina alle stelle. I colpi continuano a esplodere tutto intorno. Spingo sui pedali con tutte le forze che ho, e ogni 20-30 metri compare dalla vegetazione un soldato in divisa ed elmetto, a volto coperto, che fa un cenno. "Vai vai veloce" sembrano dire. Alla fine mi devono anche spostare catene e sbarre con le quali avevano chiuso la strada. La prossima volta magari chiudere anche il sentiero, così non si finisce impallinati... Supero il ponte, l'area militare ormai alle spalle. Tiro un sospiro di sollievo, anche se il fiato resta corto ancora per un po'.
Imbocco quindi una bella stradina tra i campi, sempre lungofiume, ma dal lato sicuro. Questa natura naturata, placida e familiare, fa giusto in tempo a calmarmi che...
La strada è interrotta dal fiume esondato. La traccia si tuffa dritta in acqua. Ma non ci sono ponti. E la corrente è impetuosa, gli argini altissimi. Insomma. Di qui (nemmeno di qui) si può passare. Mannaggia a Komoot e alla mia idea di fare i sentieri! Ma ci si può perdere nel Paese in cui è stata inventata la bussola? E adesso quanti kilometri extra mi toccherà fare, con questo caldo umido che mi sta friggendo il cervello?
Ripercorro a ritroso il tratto appena fuori dalla zona militare. Il navigatore mi redarguisce con la sua voce femminile robotica. Ad ogni sua frase "ricalcolo" "sei fuori traccia" "stai andando nella direzione sbagliata", io rispondo con un "zitta" accompagnato dai numerosi sinonimi della professione più antica del mondo. E' poco femminista, lo so. Ma la situazione richiede pur uno sfogo.
Decido quindi di affidarmi ad AMap, l'app di cartografia cinese che ha pure l'opzione bici. Sarà più aggiornato, mi auguro, visto che ti dice anche se i semafori sono verdi e quanto tempo c'è da attendere a ogni incrocio. In effetti, mi porta a destinazione. Dopo avermi fatto fare il tour di TUTTE le colline. Belle eh. Ma con il carico e il caldo, e l'acqua ormai quasi finita, avrei fatto a meno. E in questa zona non ci sono paesi! Quindi mi sparo salite, tornanti, altre salite, per 40km. Il casco è rovente, la bocca e la gola completamente disseccate; se mi fermo, aumenta la sete. Ho la sensazione che tra un istante andrò in terra, diagnosi: coccolone da caldo, neuroni esplosi come pop-corn. Il panorama è bello eh. E son pure monti sacri, ciascuno con il suo tempietto. Ma che fatica.
Per fortuna, a una quindicina di kilometri dall'arrivo, ricomincia la civiltà. Al primo posto utile, una pompa di benzina, mi fermo a comprare acqua, che oltretutto è fredda e mi è utile anche da tenere addosso per far calare un po' la mia temperatura da superficie solare. Le due addette sono prese benissimo e continuano a far conversazione. Figuratevi quanto capisco, visto che sono bollita e soprattutto non parlo cinese. Vogliono che stia seduta, e che mi riposi, e che conversi. Si aggiunge poi un terzo tizio, che stava lavando il suo furgone, orgogliosissimo perchè sa dire hello, please sit down e where are you from. Io però non mi trattengo a lungo. Ho bisogno di arrivare a mettere un punto a questa giornata faticosa. Ho mal di testa da caldo e, per come stanno andando oggi le cose, in questi kilometri che mancano alla meta può succedere di tutto.
Invece no, finalmente non ci sono imprevisti. Arrivo in hotel, la signora mi accoglie con una lista di domande in inglese, prestampate, e sbriga tutte le formalità in poco tempo. Mi dà anche una stanza più bella di quella che ho prenotato, a 9 euro, senza costi aggiuntivi. Grazie!
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| piccina piccina la Fanfola nel cortile interno |
Dopo una doccia tiepida e un momento di riposo, esco a rimediare una cena, e faccio giusto in tempo a rientrare che esplode un temporale apocalittico, con lampi, tuoni, un vento che porta via i motorini e il generale fuggi fuggi. saracinesche abbassate e carretti portati al sicuro nei cortili. Per fortuna non mi si è rovesciato in testa mentre ancora pedalavo!
Mancano ora solo due giorni a Pechino, prima grande meta di questa parte cinese del viaggio. E, per entrarci, passerò, domani, da Badaling, dove sorge una delle sezioni più note della Grande Muraglia, con tanto di museo dedicato.

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