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| Franck fa foto squattando |
Pechino divenne capitale (dopo Nanchino) con la dinastia Yuan (i mongoli di
Khublai Khan), e, poco a ovest, zona di tramonto e morte per il Feng shui,
sorgeva un loro palazzo, della dinastia sconfitta. All'inizio del XIV secolo
oltre un milione di uomini fu impiegato per costruire questo colossale
complesso, in solitaria 14 anni.
Dal 1420 al 1644 ospitò i Ming. Poi venne invasa durante una rivolta contadina e si passò alla dinastia Qing. Loro, manciù, cambiarono i nomi degli edifici a sottolineare l'armonia più che la supremazia, introdussero elementi sciamanici e iscrizioni in doppia lingua. Nel 1860, dopo la Seconda guerra dell'oppio, i britannici invasero la Città proibita, dove anche l'ultimo imperatore visse, condividendo alcuni edifici con la neonata repubblica di Cina. Durante le guerre sino-giapponesi e la Seconda guerra mondiale i tesori vennero messi in salvo, spostandoli in varie località tra cui Taiwan. Mao cercò di limitare i danni durante la Rivoluzione. Ha fatto più scalpore negli anni 2000 l'apertura di uno Starbucks all'interno delle mura (giustamente).
Ogni edificio rispetta un rigido simbolismo: oltre a essere rivolti sempre a sud, i palazzi, divisi tra Corte interna ed esterna, sono a gruppi di 3 o 6, parallelismo con gli elementi celesti dell'astrologia. Le piastrelle interne sono nere (acqua) o verdi (linfa), con funzione anti-incendio, come pure le chimere mangiafuoco presenti nei cortili. Sui tetti ci sono statuette di creature, guidate da un uomo a cavallo di una fenice e seguite da un drago imperiale. A seconda del numero di statue, si comprende l'importanza di un edificio. Ogni elemento porta un equilibrio tra simboli maschili (luce, sole, calore, fuoco, forza) e femminili (buio, luna, freddo, acqua, tranquillità). E questo solo per citare alcune letture delle infinite, stratificate!
Passiamo dalla corte esterna, cuore cerimoniale del complesso, e dai tre palazzi dell'Armonia, dove si svolgevano incoronazioni, feste, banchetti e nomine. Nella corte interna ci sono il palazzo dell'armonia e della tranquillità, per le vedove e le concubine dei sovrani defunti, la galleria del tesoro e il palazzo dell'astinenza, della purezza celeste, della Tranquillità terrestre e dell'Unione, i più importanti per la gestione effettiva del potere. Ci sono poi le residenze dell'imperatore, delle mogli, delle concubine e dell'entourage di servitù. Si chiama città ed effettivamente una città.
La visita è molto approfondita e a tratti le soste nella folla sotto al
sole mettono a dura prova la tenuta fisica e mentale. La folla di ombrelli non
aiuta, e, in più, spintoni e gomitate partono abbastanza facilmente. Certo è
che non solo si rende necessaria una sosta, all'ombra, ma si sfiora il
coccolone da caldo -infatti ne usciremo provati. Il sino-rabattone non perdona!
Ci colpisce l'assenza di fontane e giochi d'acqua: pietra, ceramiche, legno, bracieri... Ma in un palazzo europeo non sarebbero mancate. Peccato che Pechino non abbia fiumi né bacini idrici, infatti è un luogo insolito per una capitale! Degna scelta di un Khan mongolo delle steppe aride.
La visita finisce e usciamo, dopo aver ringraziato Franck, dalle mura nord.
Ora bisogna tornare a sud, all'ingresso, per essere in piazza negli orari
prenotati.
Ma prima Alessio deve affrontare un'emergenza intestinale. Per fortuna la
città è disseminata di bagni pubblici gratuiti, e quindi ne troviamo uno
subito, prima che accada l'irreparabile. Mentre lui adempie ai suoi doveri, io
attendo fuori. A un certo punto mi arriva un suo messaggio: "Hai fazzoletti?".
"No. Ma qui c'è un negozio che ne vende... Aspetta". "Posso
usare la bottiglietta d'acqua". "No sto arrivando con i
fazzoletti". E infatti, dopo averli acquistati, glieli porto, entrando
furtiva nel bagno degli uomini. "Dove sei?". "Qui!". E vedi
spuntare una mano da sopra il cubicolo, come quella di naufrago che sta
affogando ed è ormai stato quasi inghiottito dall'acqua. A salvataggio
compiuto, possiamo tornare sui nostri passi, in direzione Piazza Tiananmen.
Per entrarci, bisogna passare rigidi controlli: documenti, biglietto di
ingresso, bagagli (che vengono aperti e ispezionati e personali (si viene quasi
spogliati e perquisiti).
Dopo lunghe cose e lunghissime attese, eccoci. La prima cosa che compare è la Porta della Pace celeste, purpurea, iconica grazie all'enorme ritratto di Mao che campeggia al centro.
Il rientro è problematico per Alessio, che ha ancora urgenze intestinali prepotenti, e deve tener duro "temperando" tutto il tragitto, a piedi e in metro, fino alla camera, con istanti di panico e sudori freddi da "è quasi troppo tardi". Per fortuna anche stavolta si evita il peggio e, una volta rientrati, crolliamo in un sonno di melassa, tanto più che fuori inizia a diluviare. Usciamo solo per cena, ancora provati dalla giornata, e troviamo ristoro in un locale di cucina tipica pechinese, dove ci sfondiamo di cibo ottimo, accompagnato da tè caldo al gelsomino. Sarà una sfida, qui in Cina, trovare posti dove si mangia male!
8/7
Pechino
0km in bici, assai a piedi
Dopo un'abbondante e tranquilla colazione, ci troviamo a chiacchierare con
una signora dai tratti orientali che parla perfettamente inglese... Infatti è
di San Diego! E viaggia spesso anche in Europa, con tanto di amici italiani che
vivono a Francoforte. Ci aiuta nel capire come spedire i bagagli che non mi
servono più, insieme alla gentile receptionist. Giungiamo alla conclusione che
sia meglio spedire tutto direttamente all'hotel di Shanghai, che quindi ci
premuriamo di prenotare al volo, su Booking, con passaggio via WeChat.
Riusciamo a trovare un posto fighissimo a 1km dalla Piazza del Popolo, il
centro di quell'immensa città che sarà meta di questo viaggio, a fine agosto.
Scrivo anche già a loro che sto spedendo un pacco, e mi dicono che non ci sono
problemi. Perfetto! Da noi una roba del genere sarebbe impensabile, soprattutto
per un turista straniero... Qui è come negli States, invece: si può fare tutto,
e in modo semplice. E, a differenza degli USA, qui le cose non costano un rene
e mezzo, anzi, sono incredibilmente economiche! (La spedizione viene 4.5 euro fino a Shanghai... quasi quasi spedisco la Fanfola e pure me stessa!) Questa cosa, della Cina, e di
Pechino in particolare, mi sta piacendo tantissimo: non ci si sente mai fuori
luogo, estranei, esclusi dai servizi. Pur essendo una metropoli da 20 milioni
di abitanti, enorme e con una complessità assurda, ipermoderna, mantiene una dimensione
umana, ritmi sereni, modalità estremamente rilassate. Nessuno ti fa capire che
sei un giargiana o un foresto, le forze dell'ordine sono presenti ma non
incutono timore e, anzi, la gente sembra contenta, per quanto a volte stupita,
di vedere stranieri pure molto diversi. Pechino è sicuramente un luogo dove si
potrebbe vivere bene. Poi non so come funzioni il lavoro, ma le persone non mi
sembrano poi così stressate, o sempre di corsa, o stravolte, nemmeno sui mezzi
(usiamo tanto la metro) negli orari di punta.
Dopo aver prenotato anche il bus per andare domani a vedere la Muraglia di Mutianyu, e aver ricalcolate bene le prime 4 tappe, fino a Datong (antica città imperiale murata, con intorno montagne che celano templi sospesi, pagode e grotte scolpite con antiche statue di Buddha), ci mettiamo in moto. Direzione Museo Nazionale. È gratuito, ma bisogna prenotare l'ingresso, con uno slot orario, e dare i propri dati del passaporto. Anche qui ci sono maree montanti di folla, controllissimi e lunghissime code e attese. Tutto è pensato per gestire le grandi masse, senza pericoli e senza minare la possibilità di fruire delle esibizioni. In un edificio in stile sovietico, il museo ha la missione di "educare sulle arti e storia della Cina". È diretto dal Ministero della Cultura della Repubblica Popolare Cinese. Con 40.000m² di sale e una storia che da 1.7 milioni di anni fa ad oggi, si divide in due sezioni, oltre alle molte temporanee: la prima va dalla preistoria alla fine dell'impero (1912). La seconda dalla Repubblica alla rivoluzione, e all'instaurazione del socialismo. È un luogo dove si potrebbero passare giorni e giorni di fila, trovando sempre qualcosa di nuovo e interessante.
Mi limito a qualche constatazione, senza alcuna volontà di raccontare qui la storia della Cina -ovvero milioni di anni di un continente complessissimo.
1. Il museo è estremamente affollato, e la gente spinge, si accalca, fa
foto a qualsiasi cosa, si porta appresso bambini iperattivi o esasusti e
soprattutto tocca i vetri lasciando tre dita di unto opaco. Mentalmente non è
facile restate concentrati.
2. La storia qui è talmente ampia che si trattano insieme periodi
lunghissimi, anche in tempi recenti. Per esempio, le dinastie Ming e Qing, dal
Milletrecento al Millenovecento, sono un unico blocco concettuale, perché i
cambiamenti sono avvenuti in modo tanto graduale, e ridotto rispetto al totale
della linea cronologica della Cina, che non vale la pena dividerli.
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| ossa oracolari con prime forme di scrittura... trovate per caso da uno storico che, nel tentativo di curarsi il raffreddore con polvere di ossa animali, ne aveva acquistate in un mercato |
3. L'arte e certi fenomeni culturali (ad esempio la medicina) cambiano pochissimo nel tempo, e tendono a mantenersi uguali. Un po' è "colpa" del confucianesimo, per cui è meglio riproporre e copiare dal passato ciò che funziona, piuttosto che innovare. Un po' è perché i popoli altri che hanno conquistato la Cina non hanno importato la loro cultura più di tanto, ma hanno assorbito quella locale, adattandosi ad essa e facendone al più forme sincretiche, perché ne riconoscevano la grandezza e finezza.
4. Gran parte delle informazioni che abbiamo sulla vita nel passato
derivano da ritrovamenti di tombe, nelle quali erano poste riproduzioni in
terracotta di oggetti di uso comune, strumenti, edifici e persone (servitori,
soldati, artisti...).
5. I periodi di crisi sono solo accennati: le guerre dell'oppio, il
colonialismo, le guerre sino-giapponesi... Sono narrate in glissato.
Ahimè la sezione sulla storia del Novecento è chiusa, quindi non so quanto di propagandistico ci sia... Ma penso molto. Peccato non poterla visitare!
Dopo ore trascorse ad ammirare i migliori prodotti artistici di ogni epoca, decidiamo di andare a vedere un sito storico che, finora, abbiamo saltato, e non dista molto da qui: il Tempio celeste.
Con la metro siamo in loco in qualche manciata di minuti.
Noto che qui di certo il problema della disoccupazione si pone ben poco: tra addetti alla sicurezza, alla pulizia costante dei luoghi pubblici, alla gestione delle file di gente in attesa, a chi indica le uscite in metro, o ammonisce chi si siede a terra, o fa spostare le persone da davanti alle porte... Acquistiamo il biglietto del tempio e affrontiamo la "lunga marcia" (qui davvero le distanze sono spaventose per noi europei abituati a spazi piccini) attraverso un bel parco ombreggiato da alberi secolari, ciascuno con la sua storia leggendaria e i suoi poteri magici. Intanto Alessio mi racconta dei suoi anni vissuti a San Pietroburgo, e della sua sofferta decisione d'andarsene, prima a Dublino e poi in Italia, a causa delle conseguenze della guerra in Ucraina.
Arriviamo dunque al tempio, costruito sempre a inizio '400 dai Ming, sull'asse centrale, a sud della Città proibita; era usato per il culto officiato dall'imperatore (figlio del Cielo) al Cielo (Tian), la divinità suprema della religione tradizionale cinese, il quale teneva cerimonie di sacrificio per vento, pioggia e la pace. Dagli anni 2000 è di nuovo usato per sacrifici annuali al Cielo praticati dai confuciani. Ci sono vari edifici, tra cui il tempio al dio dell'universo, gli altari, le piattaforme circolari dei sacrifici (animali, incenso, Giada e seta), le stalle, il cortile della musica e la pagoda della preghiera per il buon raccolto. Stupisce come, se da un lato gli imperatori erano finissimi politici, esperti burocrati e cinici e spietati uomini di potere, si sentivano comunque in dovere di portare avanti, e fino al Novecento, cerimonie così arcaiche, legate a superstizione e ritualità antiche. Mi ricorda in qualche modo la presenza della Chiesa ortodossa, anche con figure come Rasputin, alla corte degli zar. Non è forse un caso che queste forme fossili di potere assoluto siano state spazzare via in un fiume di sangue.
Finita la visita, ce ne torniamo in hotel per una doccia e un cambio d'abito: questa sera si va a teatro!
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| anziani che vendono uccellini di nascosto, come fossero droga |
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| Alessio aiuta una signora con le sue mega-valigie |
Se ne è occupato Alessio, ha trovato un posto dove vengono proposte selezioni di arie famose dell'Opera di Pechino. Si tratta di un genere sviluppatosi alla fine del XVIII secolo, e ancora vivo oggi, e modernizzato, che unisce musica, canto, danza, acrobazie, pantomima e recitazione.
Il teatro si trova nell'antico quartiere di Dashilan, dedicato a shopping e
intrattenimento. Qui avevano sede le corporazioni di mercanti, a seconda della
loro provenienza, e si trovavano teatri, sale da tè e bordelli, per offrire
loro una "casa lontano da casa".
Entriamo e prendiamo posto. In scena compare uno degli attori, che si trucca secondo i canoni tradizionali, estremamente simbolici per colori e forme. Viene poi vestito.
Quindi si comincia con i tre pezzi in cartellone: il "Fiume Autunno", comico, dove una giovane deve convincere un vecchio barcaiolo imbranato ma furbo a portarla sull'altra sponda, dove la attende il suo amato; "La dea del paradiso sparge fiori", a tema sacro, che mette in scena la primavera come grazia inviata da Buddha sulla terra, con movenze e gestualità molto simili alle danze indiane. E infine un ampio brano di "Addio mia concubina", con il suicidio dopo la seduzione. Non si tratta del film ma del capolavoro di Mei Lanfang, da cui la pellicola trae spunto. La scenografia è spoglia, mentre i costumi ricchissimi. La musica è un commento alla scena. Tutta l'espressività è affidata agli attori, ai loro gesti e alla voce. Ed è incredibile come non sia necessario leggere i sottotitoli (anche in inglese) sugli schermi: alcune gestualità sono universali, degli esseri umani in quanto specie, e sono trasparenti nel significato ben oltre la lingua usata, o i tratti somatici.
Alla fine dello spettacolo torniamo nel nostro quartiere e optiamo, per la cena, per un locale estremamente verace, a gestione familiare, frequentato da operai stanchi e affamati. Un marcione buonissimo, che fa solo spaghetti tagliati a mano, freschi, con carne, verdure e salse. Il menu è solo in cinese. Ordiniamo un po' a caso, e ci arrivano vasche di pasta deliziosa. Diventiamo esperti con le bacchette, tanto è buona, e riusciamo perfino a raccogliere le briciole di arachidi e rimasugli di salsa di fagioli fermentata. E due piatti enormi, con una birra grande per Alessio e un succo acido di prugna per me, ci costano meno di 6 euro!
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| ma le scarpine di quest'uomo? |
9/7
Pechino-Mutianyu-Pechino
0km in bici, issimissimi a piedi
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| mamma con bambini "ammanettati" così non vagolano e non si perdono |
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| ombrelli per ombrelli |
Dopo aver camminato in lungo (assai) e in largo (meno), decidiamo di scendere a piedi. Siamo distrutti dal caldo, dall'umidità e dalla fatica delle rampe di scale. Ci fermiamo a rinfrescarci in un ristorantino vietnamita, che mi fa tornare i bellissimi ricordi di quel Paese e di quel popolo incredibile. Trovo anche una bella boule a neige per Gigi, che fa la collezione, con la muraglia dentro. Viene dunque il momento di tornare a Pechino, e quindi via di bus e metro, fino all'hotel. Io mi fermo qui a scrivere, Alessio, invece, esce alla ricerca di un rasoio elettrico per barba e capelli, avventurandosi in un centro commerciale in zona.
Usciamo poi a cena in un ristorante dedicato alla formazione sui defibrillatori, dove c'è pure un cane robot con DAE integrato, che scodinzola e dà la zampa. Qui altro che Maitreya il Buddha del futuro... Siamo proprio nel 3000!
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