Yingxian-Fanshi
60km (montagnini)
Oggi è la prima tappa di montagna che andiamo ad affrontare e purtroppo io non ho dormito molto: ieri notte internet mi ha piantata in asso sul più bello, mentre pubblicavo sul blog e sui social. Questo ha innescato una lunga serie di bestemmie carpiate e ore ed ore perse a non fare l'unica cosa che avrei dovuto fare, cioè dormire. Infatti la sveglia mi coglie alla sprovvista, e per un po' ho il fiatone e la tachicardia da sonno. Ma l'eccitazione per la tappa che ci attende mi rimette in bolla, e, dopo una colazione rapida in camera, ci prepariamo ad uscire. Nel parcheggio davanti all'hotel c'è di nuovo fermento, ma questa volta non per la presenza di un quadro del partito, bensì per un matrimonio. Da un lato c'è l'auto dello sposo, bianca e tutta addobbata con rose rosse, e lui accanto, vestito con un abito tradizionale cremisi con ricami di dragoni e nuvole. E' agitato, fuma e un ragazzo gli sistema i capelli. Dall'altro stanno gonfiando archi con fenici e draghi, e palloncini, che ogni tre per due scoppiano; e non so se è un bene, perchè come i petardi scaccia gli spiriti negativi, o solo un rumoroso spreco di plastica.
I primi 15km sono di pianura. Ci lasciamo Yingxian alle spalle, diretti alle montagne; attraversiamo zone agricole e paesini rurali, sempre più piccoli e polverosi. Nell'aria c'è ancora polvere di carbone, e passano camion carichi del minerale nero. Il paradiso della Befana! Che probabilmente lo brucia nelle centrali termoelettriche, vendendo poi energia al resto dell'Asia.
Dopodichè anche la pianura finisce, e si comincia a salire. Le prime rampe sono abbastanza ripide, ma poi la strada corre tra ampie curve e tornanti morbidi. All'inizio si vede ancora la piana da cui veniamo dall'alto, con le sue comunità agricole sempre più piccine fino a sembrare un presepe dalle forme siniche. Poi, però, ci si tuffa di testa verso i monti, e la strada li attraversa, serpeggiando tra canyon e pareti di roccia ora nuda ora verdissima. Fa quasi fresco.
Alessio, come la Befana che brucia carbone, ha watt da vendere, e quindi ogni tanto si ferma ad aspettarmi, là dove si può, ad uno slargo o un punto panoramico. E' importante che ciascuno salga al proprio passo, per non scoppiare e non annoiarsi. Certo, qui il panorama aiuta a stemperare la fatica della scalata, che, quando si è carichi, non è da sottovalutare.
L'unico problema è che su questa strada, anche se dalle foto può non sembrare, passano tantissimi camion. Finchè si è in salita, vanno pianissimo, carichi come sono. Ma quando ci sono tratti senza dislivello, o addirittura in discesa, prendono velocità e superano anche se pure dall'altra parte sta arrivando un mezzo pesante. E qui non c'è corsia laterale. Quindi si è sottoposti al continuo trattamento della fettina di culo, con tanto di rumore assordante dello sferragliare sull'asfalto dissestato.
Di bello ci sono, qua e là, minuscoli paesini, a volte solo case sparse, attorniate da terrazzamenti e campi coltivati. Il colore prevalente è il rosso, meglio se con falci e martelli ad abbellire. Non mancano murales patriottici, un po' scrostati, e monumenti, sempre a tema pop-patriottico, in piazze deserte dove il mais è steso ad essiccare.
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| Alessio che si mette in "posa sovietica" |
Dopo 30km di salita, superati i 1700m di quota, viene il momento di scendere. Ora si spalanca davanti a noi la sagoma blu della catena del Wu Tai Shan, montagna sacra per taoisti ma soprattutto buddhisti (tibetani) che affronteremo domani, tra templi e nuvole d'incenso, pagode e statue cui i pellegrini portano offerte.
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| una pagoda in lontananza |
La discesa è resa difficoltosa da alcuni intoppi. Innanzitutto, incappiamo in un triciclo a motore in panne, che un omino sta spingendo in salita con la sola forza delle braccia, in un traffico di Tir che quasi lo travolgono. Poi l'asfalto è devastato da buche che i mezzi pesanti cercano di evitare, facendo manovre pericolosissime e invasioni di corsia. E, da ultimo, c'è una fila di oltre 2km di camion fermi, ma proprio a motore spento, sulla strada, per un ingorgo sui tornanti. Stanno troppo a destra per poterli superare. E a sinistra salgono altri mezzi pesanti, con i quali si rischia il frontale. Quindi tocca scendere piano piano, facendo lo slalom e sperando di non essere presi al lazo dai laccetti e dalle corde che pendono dai cassoni, coperti da teli.
Arriviamo così un po' affaticati a Fanshi, la nostra meta di oggi. E' un agglomerato di villaggi in valle, tra una catena montuosa (quella che abbiamo appena superato) e l'altra (quella del Wu Tai). Siamo tornati a 1000m di quota, ma, comunque, l'aria è freschissima e ventilata. Ben diversa dal caldo umido pechinese! Le vie centrali sono vivaci e piene di negozi dedicati all'outdoor. Qui infatti si trova l'ultima stazione ferroviaria prima della salita, e questa è la base di partenza, o di arrivo, per sportivi e pellegrini che affrontano il Wu Tai a piedi. Ne vediamo parecchi, tutti cinesi, con zaini e bacchette, scarponcini e borracce.
Il nostro hotel, nuovissimo, è proprio accanto alla stazione, dove per altro ci sono bande di canetti randagi marci pieni di tarzanelli e zecche. Ma temono le bici e non ci si avvicinano nemmeno. Prendiamo agilmente possesso della stanza e, dopo una doccia calda, sprofondiamo nei letti comodissimi e ci facciamo una sonora dormita. La fatica fisica della salita, mentale dello schivare i camion, l'aria fresca e il silenzio, poi accompagnato da una leggera pioggerella, sono letali, soprattutto per me che ho dormito poco. Quando mi sveglio, ho la sensazione di essere su Giove, con una forza di gravità molto più pesante di quella terrestre: sono incollata alle lenzuola, e ogni movimento è difficilissimo e lentissimo. Per fortuna è ancora molto presto e abbiamo tempo di tornare in pressione prima di uscire a cena. Si discute di politica italiana ed estera, di attualità, di letteratura ed arte. Con Alessio si parla bene e saggiamente.
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| la stazione |
Quando è ora di cena, ci avventuriamo per le vie principali, dove già si accendono le prime insegne e si susseguono ristoranti e baracchini dello street food. Optiamo per un localino frequentato da gente del posto che propone cucina tipica dello Shanxi. Hanno dei "menu fissi" che prevedono due o tre portate, al costo di 3 euro. Alessio ne prende uno con brodo di gallo nero (un pollo cinese che non solo ha le piume corvine, ma pure la carne e le ossa), ravioli e spaghetti di grano con arachidi e salsa piccante. Io invece vado di brodo di piccione (ebbene sì, ho mangiato il pivione... Qui è proprio super tipico, tanto che ci sono ristoranti che cucinano solo quello) e riso con verdure, tofu, una coscia pollo e un uovo sodo con salsa alla soia (piatto super completo con carboidrati, proteine e grassi perfettamente bilanciati!). Spazzoliamo tutto sotto lo sguardo divertito delle figlie dei proprietari, che ci portano le pietanze e poi restano a fissarci tutto il tempo. Probabilmente facciamo lo stesso effetto degli americani che intingono la pizza nel cappuccino alle 3 del pomeriggio.
Si paga il solito nulla e non resta che tornare in hotel, dopo aver fatto spesa per la colazione di domani. Optiamo inevitabilmente per un negozietto con doppio ritratto del Grande timoniere, perchè si sa, two Maos is megl che one.
17/7
Fanshi-passo Wutai Shan (2508m)-Taihuai
49km (montagnoni)
Oggi è il gran giorno, la prima vera tappa di montagna del viaggio. Già da ieri sappiamo che davanti a noi si erge la mole azzurra della catena del Wutai. L'abbiamo vista, ci siamo proprio guardati negli occhi, e onorata con attento studio: altimetrie, pendenze, dislivelli, kilometraggi. Sappiamo che la nostra meta, Taihuai, cuore sacro di sacri monti, dista 49km, 30 dei quali in salita. Dobbiamo scalare 1500m di dislivello, e raggiungere i 2500m di quota, prima di ridiscendere a 2000. Ci sono rampe che superano il 10%, ma la media è molto più tranquilla, circa 4-5%. Insomma, una bella scalata. Ci svegliamo di buon'ora e facciamo una colazione degna della tappa. Nel caso mio, oltre ai biscotti al cioccolato, calo ben due caffè freddi. Alessio fiocina diversi pacchi di biscotti, e un caffelatte che, per chi è intollerante al lattosio come lui, rischia di essere esiziale. Usciamo in un'aria fresca al punto da richiedere un antivento. Alla stazione cominciano ad arrivare i primi visitatori, chi in tenuta da trekking, chi da pellegrinaggio, e tutti si caricano sui bus che attendono nel piazzale, insieme a tanti canetti randagi che assomigliano a quelli di pietra che fan la guardia davanti ai templi. Il receptionist, che dorme dietro al bancone su una branda, viene svegliato dai nostri movimenti e, dopo un sussulto terrorizzato, ci regala bottiglie d'acqua per l'ascesa.
Usciamo dalla città tra selfie, incitamenti gioiosi e pollicioni: tutti, automobilisti, passanti e taxisti in attesa, ci chiedono se stiamo per salire al Wutai, e tutti si complimentano e vogliono uno scatto per ricordarsi di quei due strani italiani a pedali. In effetti, qui, di ciclisti non se ne vedono, nè se ne son visti e se ne vedranno per tutto il giorno (nonostante il passo potrebbe far gola agli stradisti per un allenamento).
La salita inizia quasi subito, ma in modo estremamente delicato. Si passa tra villaggi agricoli e bancarelle che vendono frutta, bastoni da passeggio, talismani o collane buddhiste e soprattutto zucche decorative o ad uso borraccia (simbolo proprio dei pellegrini).
Imbocchiamo quindi un magnifico vallone verdissimo, al centro del quale scorre un fiumicello. Ai lati, invece, si innalzano torreggianti le pareti di roccia, verticali, massicce, ora nude ora coperte di vegetazione lussureggiante. Nella piana al centro, finchè ce ne è, si coltivano cereali e mais, mentre sui pascoli intorno si aggirano mandrie di mucche ben pasciute e greggi di capre, tutte libere di muoversi in questo verde oceanico.
Ci sono anche paesini di pietra, ogni tanto, dalle case piccole piccole e basse, buone per i rigidi inverni di questa regione, quando la neve ricopre tutto e le temperature scendono sono ai -20°C. Anziani dalla schiena curva stanno sull'uscio a prendere il sole, o nei prati a raccogliere erbe. Alcuni camminano con fasci d'erba sulla schiena. Qui sembra che il tempo si sia fermato, e ci sono pure dei gran poster lungo la strada con un giovane Mao che indica il radioso avvenire.
Ci siamo dati dei punti di riferimento intermedi per fare delle soste, visto che, con le bici cariche, è impensabile salire in una sola tirata. Quando scendiamo sotto ai 700m di dislivello rimanente, cioè a metà, e siamo anche a metà dei km, troviamo uno slargo dove poter fare una pausa. Si tratta di un micro villaggio, fuori dal quale ci sono tre uomini che vendono zucche, sassi e pietre dalle forme particolari, qualche gingillo sacro e funghi secchi raccolti da loro. Se la chiacchierano spensierati, ascoltando musica, e, quando arriviamo, si mostrano subito gentilissimi: ci offrono tè caldo da un enorme bricco e vorrebbero chiacchierare, ma qui internet funziona poco e male, e non riusciamo nemmeno con i traduttori. Stiamo al sole ad asciugarci i vestiti fradici di sudore, anche perchè all'ombra fa quasi freddo. Io approfitto anche delle latrine pubbliche del paesino, pur pentendomene una volta dentro: non solo sono semplicemente un buco scagazzato sotto a quattro assi marce, ma tutto intorno c'è una palude di piscio ed escrementi che sono andati accumulandosi almeno nel corso delle ultime due dinastie imperiali, e di qui son passati senza dubbio tutti i partecipanti alla Lunga Marcia. Ma marcia proprio!
Riposati e rifocillati con le nostre provviste, ripartiamo. Ora le rampe ripide sono più frequenti, anche se i tornanti rendono meno cattiva la salita. La cosa incredibile è la quantità di pali muniti di luci e altoparlanti, che diffondono messaggi ora di attenzione alla guida, ora di benvenuto nel parco naturale montano del Wutai. Ad ogni curva ce ne è uno, e quando non parlano diffondono musichine suadenti. Nel silenzio interrotto solo dal canto degli uccelli e dal gracchiare delle gazze, è spaventosissimo sentir uscire dal mezzo dei boschi queste voci, che sembrano poi parlare tra loro e rimbalzarsi frasi. Sembra di essere un po' Giovanna d'Arco, soprattutto quando gli altoparlanti, alimentati con pannelli solari, funzionano male e le parole escono distorte e con voci infere. Man mano che si sale, il paesaggio si fa sempre più spettacolare. I fianchi dei monti sono ora coperti di foreste di pini scuri, ora di spalancati pascoli color smeraldo, che brillano nel sole della tarda mattina. E lo sguardo corre lontano, sulle cime più basse, azzurre per la distanza, quasi sfocate dall'aria umida. Intorno, placide mandrie pascolano godendosi il luglio che trascorre con la brezza.
Alessio oggi è partito tranquillo per scelta, e prosegue lento per crisi di fame, quindi riesco a stare più o meno al suo passo per tutta la salita. Lo perdo solo alla fine, perchè lui riesce a superare un ingorgo un istante prima che io mi ci imbottigli del tutto. La strada qui è stretta, solo due corsie larghe il giusto per un veicolo che salga e uno che scenda, senza bordo, ma roccia da un lato e strapiombo dall'altro. A pochi km dal passo, un'auto si blocca, in panne. Questo provoca un ingorgo assurdo, perchè le auto in discesa, vedendo la corsia occupata, cercano di invadere l'altra, ma, a un certo punto, si trovano muso a muso con quelle che salgono. Io resto incastrata nel mezzo, e chi, come me, resta in attesa in coda, ne approfitta per cercare di far conversazione e scattare qualche foto con me. Intanto vedo Alessio diventare un puntino rosso sempre più lontano e in alto, e raggiungere il passo.
Quando riesco a passare, facendo uno slalom tremendo su minuscole strisce di asfalto libero, percorro in fretta, per quanto posso, le poche rampe rimaste. Trovo Alessio infreddolito, con un antivento addosso. Mi compro anch'io. Il tempo di una foto e giù spediti verso il vallone successivo. Per 12km non toccheremo più i pedali.
Anche da questo lato gli scorci sono veramente spettacolari. Se si guarda con attenzione, si intravedono templi e pagode arroccati sui fianchi dei monti. Su questa roccia sacra ce ne sono oltre 200, anche se molti sono andati distrutti con il tempo, soprattutto dopo le grandi battaglie della Rivoluzione e della Guerra civile, che hanno interessato questi luoghi, fondamentali dal punto di vista strategico.
A pochi kilometri dall'arrivo, c'è un casello. Lo sapevamo, ma pensavamo fosse solo per auto e veicoli a motore... Invece tocca anche a noi fare il biglietto, nemmen troppo economico (15 euro circa) per accedere alla cosiddetta area panoramica, ovvero il tratto di strada che ci attende e conduce alla città di Taihuai, la nostra meta, sede di decine di templi e meta di pellegrinaggio.
In effetti già entrando incappiamo in numerosissimi edifici sacri, grandi, piccoli, immensi o microscopici, e ricompaiono frotte di pellegrini e conseguenti venditori di oggetti religiosi e offerte.
Nel centro della città moderna, ovvero quella parte di paese non per intero occupato da templi, prendiamo possesso della camera. L'hotel è un ristorante con camere sul retro, tutte con tatami e divani da retrobottega di fumeria d'oppio. Di solito faccio io la doccia per prima, ma questa volta lascio l'onore ad Alessio, che possa poi andar subito a mangiare qualcosa, vista la crisi di fame che lo attanaglia.
Quando lo raggiungo, sta già attaccando un piattone di noodles.
Nonostante un po' di stanchezza si faccia sentire, decidiamo di andare subito, a piedi, a visitare i templi. Sono a solo 1.5km di distanza ed è presto. Avevamo previsto un giorno di sosta, qui, ma riusciamo a compattare tutto e guadagnare un ulteriore bonus di tempo per spezzare qualche tappa lunga che verrà, o per fare qualche interessante deviazione, più avanti.
Prima di affrontare la visita, che comunque ci terrà impegnati per circa 3 ore di camminata (qui tutto è immenso, compresi i complessi dei templi di montagna), facciamo sosta a un negozietto che vende cestini di offerte per i monaci e le statue, comprese zucchette a forma di Buddha, e cola sinica, molto fresca dal sapore di liquirizia. Ma non deodorante, come nessun negozio da giorni. Come molti asiatici, i cinesi non lo usano, perchè non hanno la ghiandola che rende puzzolente il sudore. Io sono nei guai! Potremmo tranquillamente andarcene senza pagare, tanto il proprietario è preso dalla partecipatissima partita a carte...
Ci incamminiamo e anche qui veniamo spesso fermati per una foto. Quando mi sembra fattibile, ne chiedo una anche io, e son tutti contenti! Man mano che si scende verso i templi, si notano edifici sacri un po' ovunque, anche distanti, che emergono dal verde dei boschi. Per le strade si vendono solo oggetti legati al culto. Qui vivono "solo" 10.000 persone, ed è un gran mix etnico tra han, mancesi, mongoli e tibetani. Infatti si vedono volti che quasi paiono più nativi americani o precolombiani addirittura... Questo crogiolo è dovuto alla sacralità del luogo; infatti i templi, per lo più buddhisti, sono gestiti da monaci di diversa provenienza, e diverso culto (perchè il buddhismo si divide in molte scuole, alcune sensibilmente differenti. Qui le più diffuse sono quella tibetana, con chiare influenze indiane, e quella cinese, che venera Budai, il monaco del IX secolo paffuto e sorridente che porta ricchezza e prosperità nel suo sacco perennemente pieno). Sorgono qui oltre 30 templi, sopravvissuti non tanto alle varie dinastie imperiali (Ming e Qing soprattutto, perchè la maggior parte dei templi è posteriore al XIV secolo), quanto più ai giapponesi, che avevano invaso l'area nella Seconda Guerra mondiale, incontrando la resistenza di civili e monaci, e alla guerra civile dopo la Rivoluzione.
Per le strade si incrociano tanti fedeli, monaci dai diversi paramenti e colori, e persino monache, rasate e vestite con la classica tonaca grigio-azzurra e la borsetta per le offerte. Ogni tempio cela dietro ai portali un labirinto di pagode e sacelli, statue, reliquari, edifici. In tutti ci sono fedeli che pregano, inginocchiandosi, levando le mani al cielo e bruciando incenso, o facendo girare i rotoli delle preghiere. In tutti vivono monaci, ora in abiti arancioni ora grigi ora rossi ora color carta da zucchero, con o senza cappello di bambu a cono. A volte sono intenti a pregare, altre a cantare, o meditare, pulire i pavimenti o parlare con i fedeli. Qui si vive il senso del sacro in modo semplice, nonostante la ricchezza delle statue e dei tesori dei templi, che poi spesso son solo ottimi pezzi di artigianato in legno dorato o dipinto. Qui i cinesi hanno conservato un'importante cifra della loro identità storica e culturale, la spiritualità, pur in un modo che magari sembra più formale che intimo, almeno per i più. So che i buddhisti non amano scattare foto all'arte sacra, eppure qui è un tripudio di video e selfie, e pure dirette. Vediamo più di una persona girare con ben due telefono, mentre è in diretta su due social diversi.
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| atheist |
Scendiamo quindi al simbolo ultimo di questa gemma che è Taihuai, la grande stupa bianca del 1302, circondata da un tempio di poco posteriore. Custodisce i capelli d'oro di un Bodhisattva della saggezza, che si dice si aggiri ancora tra queste montagne. Tra statue e dormitori dei monaci, incappiamo anche in un piccolo museo, dentro ad un tempio, che spiega la storia del luogo, dall'invasione giapponese al passaggio di Mao.
Rientrando, ebbri di incenso e suoni di campanelle, troviamo anche un pellegrino che ad ogni scalino e ogni passo fa un'intera genuflessione, fino a portare il capo a terra. Ho visto video di chi fa decine di kilometri in questo modo, in Tibet. Mi ricorda pure quelle forme autolesionistiche che, dal nostro Medioevo, sono finite direttamente in centro e sud America, ma pure in Italia.
In tutto ciò, un cavallo si aggira libero per le strade, e quando mi incrocia mi dà un piccolo mordo sulla pancia. Ma come osi!
Rientriamo ed è quasi ora di cena. Restiamo nel nostro ristorante-hotel, che è super frequentato anche da turisti cinesi e local. Alessio va di spiedini misti accompagnati da birra del luogo, mentre io opto per un delizioso piattone di tofu fritto e verdure. Da leccarsi i baffi!
Usciamo poi a fare due passi e recuperare la colazione per domani. Evitiamo la nera sfiga per un pelo: Alessio vorrebbe delle banane e ne vede su uno scaffale in mezzo a vari prodotti... Ma è un altarino domestico con offerte! Lo fermo appena in tempo, altrimenti nemmeno Confuzio con il vegvisir potrebbe fare nulla a fronte di tale empietà. Banane acerbe e allappose per tutta la vita, e nemmen in bocca!
Per me trovo un tè al taro da fare in camera domani, e caramelle alle strane noci che qui mangiano o fanno roteare nel palmo della mano, a due a due, fino ad allisciarne del tutto il guscio rugoso, dopo anni. Sono buonissime!
Compriamo anche un po' di frutta da due ambulanti. Ci hanno visti arrivare e ci dicono un sacco di cose di cui capiamo poco... Ma poi ci chiede quanto costino le nostre bici (domanda frequentissima) e allibiscono quando lo scoprono. Il commento del venditore: "Ma dove sono prodotte? Mica qui, se no vi hanno fregati perchè qui le paghiamo molto meno!". E se la ride di gusto. Ha ragione, però. E lo sa. Poi ci dice che siamo forti e in forma, e ci diamo così la buona notte.
18/7
Taihuai-Dingxian
112km (abbastanza montagnini)
La tappa di oggi è stata strana e fuori dai calcoli e dalle previsioni. Strana all'inizio, strana durante, e stranissima alla fine. Ma bella, e inattesa, come è bene che accada nei viaggi. Partiamo dopo una colazione tranquilla in camera, sapendo che oggi avremo più salita che discesa, ma con un po' di dislivello ancora da affrontare. Siamo nel cuore della catena montuosa, e per uscirne è necessario valicare le ultime alture. Ma dobbiamo scendere dai 2000m ai 700, quindi, in linea di massima, siamo tranquilli. Ma come si suol dire, tranqullo è morto.
Lasciamo l'hotel sotto la sguardo incuriosito dei molti passanti, mentre l'albergatore ci aiuta in tutto, dal portare fuori le borse al riempire le borracce. I primi kilometri sono di discesa piena, e fa fresco al punto da doversi coprire. Poi la mia traccia, con Amap, si discosta da quella di Komoot di Alessio. Siccome la mia fa proseguire la discesa, optiamo edonisticamente per questa, pur sapendo che, a questo punto, con il dislivello si naviga a vista e potremmo da un momento all'altro dover affrontare salite impreviste. Nello scendere incontriamo gruppi di trekker con abbigliamento tecnico e pellegrini che, ad ogni passo, si stendono completamente a terra. E' il Kora, una pratica estrema tipica del buddismo tibetano. Loro sicuramente fanno molta più fatica dei ragazzi con ramponcini e scarponi.
A un certo punto si deve lasciare la strada che scende, e si vira verso un valloncello dove corre una strada lastricata a blocchi di cemento. Non ci sono auto, solo persone che camminano. Un silenzio incredibile, che consente di godersi lo stormire delle foglie al vento. Questo è il classico tipo di strada che può portare a rampe maledette, in montagna... E infatti. Ma per ora ci godiamo la quiete di questo luogo verdissimo e intriso di spiritualità.
Spesso incappiamo in resti di abitazioni, ormai completamente distrutte, di cui restano solo le pietre delle fondamenta dei muri, come l'alzato di un sito archeologico. Forse erano villaggi rurali, che con il tempo, essendo così isolati, sono stati abbandonati, o magari è successo qualcosa, qualche catastrofe, uno dei tanti terremoti devastanti, o guerre. Qui siamo in un territorio, lo Shanxi, che è rimasto strutturato secondo un'organizzazione feudale fino agli anni 20 del Novecento, e i signorotti locali spadroneggiavano e si facevano guerra, devastando i territori vicini. Infatti è pieno di città fortificate, con mura antiche, anche sparse tra i monti e tra i campi. Chissà cosa è successo qui... Ogni tanto si trovano anche piccoli gruppetti di lapidi.
Sicuramente è un luogo privilegiato per coloro che affrontano il Wutai a piedi, e campeggiano tra questi ruderi. Incontriamo gruppi di camminatori che hanno appena smontato le tende, o sono ancora intenti nell'operazione. Ci salutiamo, ci incitano e fanno il tifo per noi. Loro vanno in direzione opposta.
Qua e là qualche casa è ancora in piedi, ristrutturata con mattoni e lamiere. Qui vivono i pastori che hanno mandrie di cavalli e mucche che pascolano libere e paciose.
La strada risale la valle. Fino a qui la pendenza è rimasta tranquilla, per quanto il vento contrario ci rallenti parecchio. Ma a un certo punto la valle finisce, e, per tornare sulla strada, e recuperare la traccia, dobbiamo inerpicarci lungo una parete verticale con rampe e tornanti secchi, asciutti, temibili. Fino a un certo punto riusciamo a pedalare, in piedi sui pedali, poi tocca scendere e spingere, facendo forse ancor più fatica. I vari gruppi di camminatori ci fanno un gran tifo, ma a noi le gambe cedono, e scoppia il cuore. Che fatica! Roba da detonare, evaporare, sciogliersi, nonostante l'aria fredda. Ha pure iniziato a piovere. Appena raggiungiamo la strada alta, che da qui può solo scendere, dobbiamo coprirci in gran fretta, perchè davvero il vento e l'acquazzone ci gelano il sudore addosso. E la discesa lunghissima completerà l'opera, al punto che arriverò giù, più di 20km dopo, tremante e con un freddo addosso da bloccare completamente le articolazioni. Di tutta la discesa faccio solo una foto, perchè la strada è fradicia e scivolosa, e per di più si vede ben poco, essendo immersi nelle nuvole grigie. Inoltre ho trovato un sistema definitivo per proteggere il telefono dall'acqua: le cuffie da doccia degli hotel. Sono sottili abbastanza da non inficiare il touch, trasparenti, con l'elastico con volano via e son del tutto impermeabili. 10/10, meglio di qualsiasi cover.
Una volta giù, imbocchiamo una valle coltivata in ogni millimetro. Da entrambi i lati i profili minacciosi dei monti continuano ad osservarci, ma sempre più da lontano. Intorno oceani di mais, colza e girasoli, fradici di pioggia recente, come noi. Purtroppo il freddo in discesa mi ha tagliato le gambe, e soffro questi kilometri di leggero saliscendi controvento più del dovuto. Per fortuna non c'è traffico e si procede tranquilli.
Raggiungiamo l'hotel da 7 euro che avevo prenotato, in un luogo che nemmeno è un paese, ma un agglomerato di due case, una pompa di benzina e tre negozi, che è ancora presto. Siccome è un luogo davvero polveroso e mesto, e domani avremmo una tappaccia lunghissima, decidiamo di proseguire. La prima città degna di tale nome dista 30km, in piano. Troviamo un hotel ben recensito, prenoto, sprenoto l'altro e, dopo una sosta per mangiucchiare una barretta volo, ci rimettiamo in sella. Percorriamo questo tratto quasi in apnea. Infatti qui i camion sono tornati eccome, e con loro la polvere. Non ci sono paesi, solo aziende agricole e altre non meglio identificate, in un'aria caliginosa che d'improvviso si è fatta calda e quasi soffocante. Alessio mette giù la testa e inizia a spingere, io a ruota tengo il passo e così, in neanche un'ora e mezza, raggiungiamo la meta, Dingxian. Si presenta come un'anonima cittadona con tante industrie, centri di logistica, strade immense per i molti mezzi pesanti che vi transitano e qualche palazzone-formicaio. In più nella parte nuova, dove abbiamo l'albergo, ci sono file e file di strutture a tre piani (uno sotto al livello della strada, uno poco sopraelevato, uno rialzato, molte delle quali vuote. Non si capisce se abbandonate o ancora da riemepire. Le poche attività aperte, comunque, sono nuovissime e scintillanti, come il nostro albergo.
Il nostro arriva crea un felice caos che quasi ci stordisce, stanchi come siamo. Uno vuol fami vedere che anche lui è un ciclista, e mi mostra sul telefono tutte le foto che ha scattato con la sua bici da corsa, da solo o in squadra, sulle varie vette dei dintorni, Wutai compreso. Me le mostra usando la lunghissima unghia del suo dito mignolo, che qui usa assai. La receptionist ci bombarda di domande, ma non ha problemi a registrarci. Altri due cominciano a manovrarci le bici, per sistemarle in un garage, e le sollevano tutte le borse, senza capire che quelle devono venire in stanza con noi. E poi il solito tripudio di foto, selfie e pollicioni.
In compenso, la stanza, pagata 13 euro, è spettacolare. Tutta automatizzata, con luci intelligenti e tende che si aprono e chiudono da sole, un piano a induzione per la teiera persino il comodino con cassa che diffonde musica e parla. Tutto è immacolato e nuovissimo. Infatti, appena dopo la doccia, crolliamo entrambi in un sonno viscoso e senza sogni.
A svegliarci è la fame, che si fa sentire in forma di estrema mollezza. Scendiamo in strada convinti che anche qui, come è stato finora in Cina, sarà facile trovare un posto dove mangiare. Invece, tra locali pieni di macerie e altri vuoti, una fila infinita di cliniche e dentisti e centri massaggi (ma sarà mica una capitale della prostituzione?!), non individuiamo un ristorante che sia uno. Solo un paio di furgoncini che vendono street food poco invitante, accanto ai cessi pubblici. Non il massimo. Mentre percorriamo la strada principale, veniamo fotografati di continuo, ora di nascosto, ora con richiesta esplicita. Sono tutti eccitatissimi, a prescindere dall'età! Incredibile che nel 2026, in un luogo così grande e moderno come è questa nazione, ancora le persone non abbiano visto abbastanza stranieri da considerarli norma.
Quando stiamo ormai perdendo le speranze, veniamo attratti da un profumino di carne grigliata. E in effetti c'è quel che sembra un locale. Mentre ci ragioniamo su, esce un gestore che quasi ci trascina dentro. Finiamo in un universo parallelo: un ristorante con karaoke e pista da ballo, impianto da discoteca e luci del pari, dove già ci sono un paio di tavoli occupati da combriccole di amici, solo uomini, ben brilli, senza maglia, lanciati a cantare come non ci fosse un domani. Il gestore è talmente contento di averci lì che non ci lascia scelta, e quindi prendiamo posto.
Ordiniamo e ci porta, in omaggio, un aperitivo di arachidi non tostate umidine (come si mangiano qui) ed edamame, e Alessio si trova con due birre al tavolo, di cui una offerta. Prima che sia finita la performance di un avventore cantante, già Alessio è stato trascinato sul palco, con un microfono in mano. Io, per ora, la scampo. Mi vergogno da matti a fare una cosa del genere, e poi sono stonata. Sceglie nel limitato database una Torn di Natalie Imbruglia, e la canta pure bene, tra applausi, danze e fischi di apprezzamento degli astanti. Si è conquistato il pubblico, e anche il gestore è al settimo cielo e avrà fatto trecento foto e duecento video. Intanto arriva il mio kilo di tofu e il kilo e mezzo di verdure, e mentre mi godo la performance inizio a mangiare. Ormai bevo l'acqua calda che portano al tavolo, mi sto completamente cinesizzando.
Alessio pure può lasciare la ribalta e tornare al tavolo. Arrivano i suoi panini al vapore con latte condensato, e la carriola di ravioli. Con le birre, farà fatica a finire. Intanto gli altri commensali fanno la processione per venire al nostro tavolo a fare una foto, stringerci la mano o offrirci una sigaretta (qui si fuma nei locali, in tutti, ahimè).
Restiamo ancora un po' ad ascoltare gli altri cantare. La musica è tutta in stile occidentale, con sonorità affini alla nostra, ma esclusivamente di artisti cinesi. Si passa dal pop al rock alla disco, ed è pazzesco pensare che di tutto questo all'Occidente non arrivi quasi nulla. Fatichiamo a individuare artisti e brani, pur usando la AI cinese. E' un mondo per noi quasi inaccessibile e sconosciuto. L'altra cosa che noto è che qui davvero la gente si diverte senza preoccuparsi del giudizio altrui: si stona, si sale sul palco in pigiama e ciabatte, o con il Beijing bikini e la panza di fuori. Gli altri si divertono e basta, senza criticare. E poi, se uno vedesse in strada o al lavoro questi signori di mezza età, mai penserebbe che ascoltano questi generi!
Quando potremmo andarcene, veniamo braccati, io in primis. Vogliono un altro brano, mi incalzano a cantare. Alessio mi sprona: "Dai, siamo in una bolla...". E allora via. Vinco l'imbarazzo e vado con lui. Non ci sono molte canzoni occidentali, e sono quasi tutte difficilissime da cantare o a noi poco familiari (Adele, Lady Gaga...). Cerchiamo i Queen, c'è The show must go on... E via di quella. Umilmente. Con tanto di altoparlanti che sparano la performance anche fuori, in strada. Ci sente tutto il quartiere. Ne usciamo tra applausi e apprezzamenti... Forse non conoscono l'originale! Ma è stata un'esperienza nuova, e divertente. Da sola non l'avrei vissuta. A quanto pare, in Cina succedono cose che altrove non accadono mai. Tipo sentir cantare una volpe in pubblico.
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