Hefei-Quanjiao
105km
Dopo aver sistemato le dovute scorte di schifezze, che poi son caramelle e cioccolatini, nel caso mio che paion scelti da una bambina da 4 anni, siamo pronti per partire. E' una delle ultime tappe lunghe, sopra ai 100km, di questo viaggio che volge ormai nella sua sezione conclusiva. Mancano poche centinaia di km a Shanghai, e queste due settimane saranno dedicate più alle visite e al turismo che alla bici per sè, con un giusto equilibrio che serve a condurci a un minimo di vacanza vera e propria, per quanto avremo molto da camminare ed esperire, prima di tornare (ahi ahi ahimè) al lavoro.
Alessio ha parlato con Confuzio, stanotte. Il saggio e santo gli ha detto che oggi non pioverà. Mi fido, non metto tutti i vestiti della festa, solo un leggero antipioggia perchè l'aria, al mattino, è molto fresca. Come a casa in Italia, mi dicono! E sì che qui siamo all'altezza dell'Egitto... Ma ci son 20 gradi. Avrà ragione il generalissimo? Il mondo è al contrario? Effettivamente, comunque, non pioverà. L'unica noia meteorologica è data dal vento contrario che, soprattutto nella seconda metà della tappa, ci renderà faticosa persino la pianura.
Riesco a portare la bici dalla stanza al settimo piano alla strada, carica, in ascensore, destando occhiate di curiosità tra gli altri clienti e i receptionist, diversi da quelli di ieri. Dopodichè partiamo, subito nel caos dello sciame di motorini e tricicli, biroce e mezzi vari, bici, scooterini, auto e furgoncini, cucine su ruote e rider, nonchè pedoni e canetti. Un casino allucinante, tutto sclacsonate e micro attacchi di panico perchè davvero qui chi guida si immette o fa manovra SENZA GUARDARE, affidandosi all'attenzione altrui. E questa situazione di attenzione massima, sempre protesa all'esterno, come antenne o sonar attivi pure ai limiti estremi della visione periferica, si protrae ahimè a lungo, perchè Hefei è grande. Grandissima, infinita. Finito un quartiere, ne comincia subito un altro, senza soluzione di continuità. E si va piano, per il caos e per i semafori (che, tra i mezzi piccoli, solo noi rispettiamo), gli incroci, le precedenze (che solo noi rispettiamo in generale).
Dopo circa 30km di città e periferie, però, finalmente, possiamo dire di esserne usciti illesi, solo un po' stressatelli, e con un buon numero di santi tirati giù dal calendario. D'altronde oggi è Ferragosto, bisogna pur onorare la Madonna!
I primi vialoni extraurbani conducono tra campi coltivati a frutta e ortaggi, con gli agricoltori che vendono direttamente i loro prodotti sui furgoncini e sulle bancarelle a bordo strada (con conseguente disagio da auto e motorini che si piantano in mezzo alla corsia, rallentano senza preavviso o corrono contromano perchè attratti da quei bei grappoli d'uva o da quei cetrioloni succosi. Mannaggia!
Poi termina anche quest'area, e si aprono le verdissime risaie, interrotte solo da acquitrini, laghi, stagni e fiumicelli. E' tutto un silenzioso volo bianco di aironi, garzette e altri uccelli acquatici. L'unico neo sono i sottopassaggi, frequenti per evitare ferrovia ed autostrada: spesso sono allagati, ma con pure un metro di acqua lurida. Gli operai sono al lavoro, e si riesce a passare in qualche modo sui dei camminamenti rialzati, ma ciò non ci impedisce di dover entrare nella melma fino al ginocchio, e riempirci le scarpe di liquami. Soprattutto quando passano i camion, che sollevano onde degne di un parco acquatico!
Ogni pochi kilometri di aperta campagna si incrocia un paesino. Quasi sempre sono minuscoli, poche case, qualche negozietto, e decrepiti. Ci vivono anziani, polli, cani randagi e gatti storti, e il tempo scorre lentissimo. Le sedi del partito sono gli unici edifici non in legno o fango, e non in mattoni sbrecciati. Fuori dalle case, sui marciapiedi, sono accatastate pannocchie o stesi i chicchi di mais, e spesso di vede qualcuno che, con un rastrello o una vanga, li rigira per farli asciugare bene, tra file di pochi panni stesi e rami ed erbe che non so, anch'essi stesi ad essiccare.
Quando mancano 20km facciamo sosta in un negozietto, fuori dal quale si aggirano gallinelle curiose e gatti furtivi; uno riuscirà nell'intento di rubare un pesce (più morto che vivo) da un secchio dove sono "conservati". Io prendo un gelato al taro e una bottiglia di acqua di cocco, Alessio una Pepsi... Per pagare abbiamo ampie difficoltà: il cassiere dorme profondamente, confitto nella poltrona dietro al bancone. Sarà vivo? Sarà il cinese in coma del film di Verdone? Gli altri proprietari, nel retro, sono così intenti a giocare a mahjong che, pur continuando a lanciarci occhiate, non si peritano di alzare le chiappe dagli sgabellini. Dobbiamo attendere che arrivi una signora, che torna da compere all'ingrosso per rifornire gli scaffali, e ci dirà he cifra dobbiamo scrivere sull'app di Alipay, già aperta da tempo con il Qr code del negozio attivato.
Facciamo una sosta lì sul marciapiede, un poco oltre il negozio, funestato da puzza di marcio, pesce e cane umido (cane vero, non noi stavolta). Notiamo che quasi quasi il cielo ha dei minuscoli strappi azzurro, tra nuvola e nuvola, e la luce è diversa, presente, più chiara. Forse ci siamo davvero. Forse la "fornace di Nanchino" sta facendo il suo dovere!
Notiamo anche l'abissale differenza tra paesini come questo e le città, pure piccole. Davvero sono mondi differenti, davvero si viaggia tra le pieghe differenti di un multiverso complesso e stratificato.
Ne abbiamo riprova dopo le ultime collinette (controvento), quando entriamo a Quanjiao, nostra meta di oggi. Non è affatto una metropoli, per gli standard cinesi, perchè sfiora il mezzo milione di abitanti. Ma qui i palazzoni, pur fatiscenti, e numerosissimi negozi e centri commerciali, pur polverosi e arrugginiti, danno proprio l'idea di essere altrove.
Prendiamo la nostra camera senza difficoltà; oggi l'hotel è piuttosto lercio e malandato, e dire che costa ben 11 euro questa stanza! (si fa per ridere eh, c'è tutto quel che serve, più spessi strati di polvere, ragnatele e capelli altrui, e una bella coltre di puzza di posacenere e muffa umida... Gratis!). Le bici vengono in camera con noi, e la receptionist sbriga le pratiche di registrazione in modo super rapido, inquadrando i nostri volti con una telecamerina che fa comparire a schermo tutti i nostri dati.
Dopo la doccia, ci appisoliamo forte. Oltre alla pedalata controvento, abbiamo sulle spalle una notte di poco sonno; infatti ieri, dalle 22.30 alle 6.30, si è aperto un cantiere dalle molte rumorose macchine e dai tanti rumorosissimi operai, per demolire il palazzo proprio difronte alla nostra finestra. Dovendo occupare la strada centrale, per non creare ingorghi di traffico ingestibili, fanno questi lavori di notte... E pace se qualcuno non dorme!
Una volta ripresi i sensi, prenoto l'hotel per le prossime tre notti, in centro a Nanchino. Questa città ricchissima di storia e di arte ci attende, e ormai è vicinissima, una settantina di kilometri soltanto! Diamo anche una sgrossata all'idea di visita, in modo da iniziare già domani pomeriggio, senza perdere tempo e senza farci cogliere impreparati dalla mole di cose da vedere. Vorremmo iniziare da un punto difficile: il Memoriale del Massacro di Nanchino, che ricorda i tragici eventi del '37, quando i giapponesi ammazzarono 300.000 persone; il museo sorge proprio su una delle fosse comuni più grandi. Ma di questo, e del resto di Nanchino, parleremo nei prossimi giorni.
Ora è il momento di uscire a cena!
Accano all'hotel abbiamo una Tour Eiffel della China Telecom e un grandissimo ospedale di medicina tradizionale cinese (sulle mappe è specificato come tale; ciò mi induce a pensare che, negli altri ospedali, in media, sia stata accolta la medicina occidentale, almeno sulla maggior parte delle pratiche).
Le vie centrali sono stracolme di luci, negozi, bancarelle, street food, venditori di qualsiasi cosa, soprattutto se mangereccia, e folle di persone stanno sedute ai tavolini sulla strada, tra i vapori delle griglie e quelli degli wok, in cui si spadellano a onde oceani di noodles. C'è un bel movimento, sarà che è sabato, sarà che è periodo di vacanze estive anche per loro... Sarà che, quando c'è da far caciara, e "magna' e beve", i cinesi non si tirano indietro di certo! Dopo una passeggiata esplorativa,
optiamo per un ristorantino con cucina "del nord ovest". E' gestito da musulmani: lei copre i capelli con un velo colorato, tutto perline e decorazioni a specchio, che lanciano minuscoli lampi di luce ovunque; lui con un viso pochissimo cinese e molto centrasiatico, e la classica papalina ricamata, il figlio, preadolescente, in pigiama e ciabattoni serve ai tavoli. Io opto per spaghetti di patate leggermente piccanti, con peperoni. Alessio per tagliatelle con pollo e cipolle. Il pollo gli risulta immangiabile, perchè sono solo cartilagini e ossa. Un vero uiguro si sarebbe divertito per l'intera serata a rimestarsi quei tocchetti tra lingua e denti, per spolpare la poca carne, e passare poi altro buon tempo a ravanarsi tra le zanne con una stuzzicadenti di legno, per estrarre antichi filamenti.
Ce ne torniamo poi sui nostri passi, non prima di aver acquistato la colazione per domani e un po' di frutta per la serata. Si sta bene, c'è un fresco giusto per l'estate, non il freddo da tifone. E l'atmosfera è rilassata, serena, vacanziera. In salsa di soia, ma piacevolissima. E poi, domani, Nanchino ci attende! E non dovrebbe nemmeno piovere.
16/8
Quanjiao-Nanjing (Nanchino)
67km
Nonostante una nottata un po' inquieta, causa zanzare e caldo umido prepotente e improvviso (siamo passati dai 20 ai 40 gradi in due giorni!), partiamo felici: c'è il sole. Un sole pieno, intero, che fa azzurro il cielo e luminosa l'aria. E fa caldo. Sembra proprio estate, finalmente! Come è più bella così, la Cina, e come si sale in bici più a cuor leggero!
Facciamo colazione in camera e portiamo fuori bici e borse. Quando non c'è da bardarsi con k-way e antipioggia, cuffie da doccia per il telefono e armature varie, si fa molto più fretta.
Alessio si ferma nel primo negozietto a comprare acqua. Subito il proprietario ci attacca un bottone grosso così, , come già poco fa ha fatto la receptionist. Ovviamente parlano in cinese, anzi, nel loro dialetto, e velocissimi, dando per scontato che noi capiamo tutto, che siamo native speakers proprio. Il che mi lusinga, da un lato, ma crea un problemino: non ci si capisce! Se non partissero dal presupposto che intendiamo i loro discorsi, magari farebbero più attenzione ad esprimere le intenzioni comunicative con il linguaggio non verbale: gesti, sorrisi, sguardi, tono della voce... E quindi capirei se mi stanno dicendo cose belle o brutte. Invece loro hanno un modo di parlare che sembra sempre un po' aggressivo. Ma spesso, anzi, quasi sempre, non lo è davvero. Siamo noi a leggerlo così. Come in Vietnam tutti urlavano e sembravano incazzati neri, ma era il loro normale modus di comunicare, qui tutti sembrano voler rimproverare in modo paternalistico o stizzito, ma magari stanno solo chiedendo di dove siamo o dove andiamo. Alessio spesso coglie il senso del discorso, ma, se risponde bene alla prima domanda, gli interlocutori attaccano a parlare a raffiche e sventagliate, e lì ci si perde. Se sono da sola, in media, rispondo in italiano cose tipo: "Zio, non parlo cinese" oppure "Bambola, non ti capisco". E lo dico sorridendo, per far capire che pace, va bene così. Comunque trovo pazzesco questo dare per scontato che persone palesemente straniere parlino l'idioma locale. D'altronde loro sono "il regno di mezzo", il centro del mondo, si percepiscono da sempre come superiori intellettualmente e moralmente; saranno ben gli altri a doversi adeguare! Sapete chi fa così, anche? Esatto, gli statunitensi. Anche loro danno per scontato che chiunque, in terra loro o all'estero, parli inglese. Perchè anche loro si considerano al centro, e di tale caratura che son gli altri a doversi adeguare al modello. Ricordo ancora i guai in cui ha rischiato di cacciarsi Gigi negli States per non aver colto al volo le parole di commercianti (già pronti a estrarre il ferro da sotto al bancone, essendo lui italiano quindi mica troppo bianco, più "brown", e perciò abbastanza pericoloso) o poliziotti, in aeroporto, altrettanto pronti con il dito sul grilletto. Che grande Paese!
Dopo essere usciti da Quanjiao, con i suoi quartieri strani, un po' cadenti e un po' moderni ma dalle linee anticheggianti,
ci troviamo a pedalare in una zona tranquillissima, tutta boschi e laghetti, fiumi e risaie. L'ombra ci protegge da un sole che oggi brucia: la "fornace" di Nanchino è ormai qui vicinissima!
Raggiungiamo quindi un'area che dà vibrazioni contrastanti, perchè per un europeo risulta incomprensibile. Ci sono strade nuovissime, piste ciclabili, marciapiedi, aiuole e ponticelli su canali e stagni di ninfe, in un grande parco curatissimo che corre costa costa a un lago. Ma non ci sono case, nè paesi, nè città. Solo infrastrutture. Magari sono pensate per i cittadini che verranno, per le metropoli del futuro. Come il Buddha del futuro... Compare, a un tratto, anche una parte di spiaggia tutta attrezzata, con scivoli, giostre, ombrelloni e sdraio, bungalow, giochini e locali. Sembra tutto abbandonato, però. Chiuso, non ancora aperto, chi lo sa. Un po' ammalorato di certo. Poi, guardando bene, si vede qualche struttura è effettivamente in funzione, e qualche famigliola si sta recando lì, con teli e ciambelloni gonfiabili colorati. Ma ci sono spazi immensi per pochissime persone, un silenzio assurdo, e tutto sembra abbandonato come fosse uno scenario post-apocalittico. Anzi, post apocaliPtico.
La stessa sensazione danno i casermoni, per lo più in costruzione ancora, ma già un po' arrugginiti, che sorgono a qualche kilometro. Ci sono file e file di palazzi-termitaio, e quasi nessuno ad abitarle. Poco traffico, pochi veicoli parcheggiati qua e là, poche persone a piedi, quasi nessuno negozio aperto. Anche qui regna un silenzio spettrale. Chissà cosa è successo... O cosa non è successo. O cosa succederà, magari, di qui a qualche tempo. In Cina il tempo scorre a velocità tripla, i cambiamenti sono repentini... Magari si prevede che qui si trasferiscano in massa, o che diventi luogo di villeggiatura gettonatissimo...
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| il dito! |
Poco oltre questa simulazione di città superiamo il confine tra Anhui e Jiangsu, penultima provincia che attraverseremo in questo viaggio. Il suo nome deriva dalla crasi tra le iniziali delle due città più importanti, Jiangning (Nanchino) e Suzhou; le visiteremo entrambe, da oggi ai prossimi giorni. Questa regione ha 1000km di costa sul Mar Giallo, e il Fiume azzurro scorre qui, nel sud; si tratta di una delle provincie più ricche di Cina, anche se il divario tra meridione avanzatissimo e settentrione arretrato e povero è ancora enorme.
Superiamo corsi d'acqua e collinette verdissime, in un caldo ormai da sudore a bolle, prima di entrare nella periferia di Nanchino, nostra meta di oggi.
Quasi all'improvviso, tra uno stradone e l'altro, ci troviamo davanti al Fiume Azzurro. I suoi 6418km lo rendono il fiume più lungo dell'Eurasia, e il terzo al mondo dopo il Rio delle Amazzoni e il Nilo. Da qui in poi ne seguiremo il corso, fino all'estuario, nei pressi di Shanghai. La sua importanza nella storia della Cina è centrale, e ancora oggi le fertili aree intorno alla foce generano prodotti per un 20% del PIL del Paese; il suo bacino ospita un terzo della popolazione cinese, nonostante da sempre le sue piene siano risultate catastrofiche, e segna il confine tra nord e sud della Repubblica Popolare. Ovviamente tutto ciò ha portato a gravi danni ambientali agli ecosistemi del fiume stesso, ma ci si sta muovendo, seppur in modo lento e tardivo, per arginarli, con politiche di salvaguardia e tutela.
Non solo ci troviamo davanti sua maestà lo Yangtze, che fa da secondo segnavia per noi, dopo il Fiume Giallo. Ma lo dobbiamo anche attraversare! Per farlo, pedaliamo sul mastodontico ponte che ne collega le sponde, e rappresenta un punto d'orgoglio tutto cinese. Quest'opera, nello stile del realismo socialista, con bandieroni rossi in vetro e gruppi scultorei di contadini e operai trionfanti con i loro mascelloni squadrati, fu completata nel 1968, in piena Rivoluzione culturale. Il fatto che a realizzarla furono maestranze e ingegneri solo cinesi, senza aiuti stranieri (e men che mai sovietici), divenne simbolo della potenza tecnologica e dell'autosufficienza cinesi. Questo ponte è anche uno dei luoghi dove si compiono più suicidi al mondo. Un mercante locale, chiamato "l'angelo di Nanjing" da 20 anni, ogni weekend, pattuglia la zona e cerca di far desistere da insani propositi chi vuole buttarsi. Pare abbia salvato già 400 persone...
Pure per noi questi 5km di ponte rischiano di essere esiziali. Le corsie per le auto sono 4, e tutti i mezzi a motore, motorini e scooterini e varie amenità elettriche compresi, dovrebbero stare lì. I marciapiedi, strettissimi, sono dedicati esclusivamente a bici "muscolari" e pedoni. Proprio perchè sono strettissimi! Ma, inutile a dirsi, anche qui tutti gli spazi dedicati alle bici sono invasi da motorini. Che tentano di superarci, e ci passano a pochi millimetri, sfrecciando come folli, quando riescono, o ci tallonano sclacsonando, quando non riescono, creando ingorghi infiniti dietro di noi. A volte li lasciamo passare, facendoci piccoli piccoli piccoli, con le nostre bici grandi, al bordo. Altre ci girano le palle e stiamo appositamente in mezzo. Anzi, io vado proprio a zigzag, o tengo il braccio sinistro teso all'esterno, creando un caos pazzesco (per quando i cinesi, alla guida, rimangano sempre super calmi, impassibili, qualsiasi cosa accada). Comincio a non poterne più di questa jungla di traffico, dove vale solo la legge del "speriamo che anche oggi non si muoia, io comunque faccio manovre pericolosissime e guido stando DENTRO al telefono".
Dopo tanto stress e tanti rosari sgranati, al punto che inizio anch'io a sclacsonare, facendo versi che imitano i "mèp mèp" dei motorini, quando mi suonano alle spalle o davanti, loro in contromano, arriviamo in albergo. Sani, salvi, coi capelli dritti, contenti di essere vivi. Fffffff quanta pazienza! Quanto si deve essere zen! Per fortuna qui le pratiche del check in sono sveltissime, si vede che siamo in una grande città turistica. Foto dei passaporti, foto delle nostre facce, e siamo in camera, noi e le bici. Una camera grande, fresca e pulita. Perfetta per starci tre notti! E poi siamo in centrissimissimo, a 600m dall'area pedonale del Tempio di Confucio, dove la sera negozi e bancarelle si scatenano tra luci e musica.
Nanchino significa "capitale meridionale" e infatti è stata tale a fasi alterne nella lunga storia cinese, compreso il breve periodo repubblicano (non popolare), all'inizio del XX secolo. La leggenda vuole che sia stata fondata nel 495 a.C. da Fu Chai, signore dello Stato di Wu. Nel 473 arrivarono gli Yue e nel 333 i Chu, i Qin e gli Han. Nel 229 d.C. divenne capitale e, per sei dinastie (due secoli e mezzo) rimase tale, divenendo una delle città più grandi e ricche del mondo dell'epoca. La dinastia Sui la distrusse, la Tang la ricostruì e i Song la resero centro di produzione tessile fiorente, nonostante le invasioni continue da nord. I mongoli (Yuan) pure ne consolidarono il ruolo economico. Nel 1368 proprio qui un contadino guidò una rivolta contro questa dinastia, rivendicando il Mandato Celeste e ottenendo il diritto a governare, dopo aver sconfitto i discendenti di Gengis Khan: era il fondatore della Dinastia Ming, che si fece costruire il palazzo e cinse di mura la città. E qui è sepolto, nella vicina montagna viola-oro. Nel 1421 la capitale fu spostata a Pechino, ma in quegli anni Nanchino era probabilmente la città più popolosa al mondo, con quasi mezzo milione di abitanti. Dell'epoca Ming restano le mura (21 anni e 200.000 lavoratori per costruirle) e il mausoleo, nonchè una cava con una stele troppo grande per essere eretta, ma pure per essere rimossa, che costò troppo in vite umane. Ci sono pure i cantieri dove vennero costruite le navi dell'ammiraglio eunuco Zheng He che, dal 1405, affrontò 7 epici viaggi oceanici con le sue "navi dei tesori", per stabilire relazioni diplomatiche e mostrare il prestigio dei Ming ovunque arrivasse (Malacca, Sri Lanka, India e coste africane). Lo ho "conosciuto proprio a Malacca, in Malesia, dove c'è un museo a lui dedicato. Pare che Zheng He sia sepolto qui (o forse in mare), come pure il Sultano del Brunei che morì a Nanchino nel 1408, in visita dopo un incontro con l'ammiraglio.
Dopo 200 anni di Pechino capitale, quando i Manciù la invasero e fondarono l'ultima dinastia (Qing) i discendenti dei Ming tornarono qui, a sud, portando avanti la loro dinastia per breve tempo. Durante il regno Qing (1644-1911) Nanchino mantenne comunque lo status di vice-capitale, e di città economicamente rilevante, tanto che fu firmato qui il trattato che poneva fine alle Guerre dell'oppio, nel 1842, dopo l'invasione britannica.
Altro momento saliente è quello della Rivolta del Taiping (1850-64), sommossa guidata da un folle fanatico cristiano che, con i suoi ribelli, voleva destituire l'imperatore e fondare il Regno celeste della grande pace. Talmente grande fu questa pace che il conflitto, in neanche un anno, causò 20-30 milioni di morti; al loro apice i Taiping controllavano un terzo della Cina e per riprendere Nanchino, loro capitale, i Qing, aiutati dagli inglesi, ci misero 7 mesi di assedio feroce. Nel 1864 100.000 persone furono costrette a scegliere tra suicidio e fuga.
Ma non è tutto. Gli imperatori caddero davvero, nel 1912, quando Sun Yat-sen, di cui domani visiteremo il mausoleo, che si trova poco più in alto di quello del primo Ming, ma sullo stesso monte (continuità anche nelle rivoluzioni, come insegna Confucio...), dichiarò la nascita della Repubblica cinese. Dopo aver sconfitto definitivamente gli imperatori e le altre forze politiche, nel 1927 Chiang Kai-shek ristabilì la capitale a Nanchino. E per ora ci fermiamo qui, perchè il capitolo successivo della storia della città stiamo per leggerlo direttamente nei muri muti e tra le finestre impolverate di un sito culturale interessantissimo.
Ma prima, pausa pranzo. Alessio si concede un panino dell'ormai noto Tastien, il fast food cinese, mentre io vado di tofu piccante e Monster per non crollare di un sonno tropicale da caldo umido cui non siamo più, o ancora, abituati.
Tra anatre cucinate in tutte le salse, intere o smembrate, di cui si apprezza tantissimo pure il sangue addensato (vomito) e gran ravioli di ogni forma e dimensione, prendiamo la metro, che costa 2cny (0.2 euro) per raggiungere la sezione visitabile del memoriale del Massacro di nanchino. Se nel mondo di sopra, in superficie, c'è tanta gente, qui sotto ci sono vere e proprie folle oceaniche. Si vede che sono le settimane in cui anche i cinesi hanno ferie, e possono godersi un po' di vacanza facendo i turisti nel loro paese! C'è da dire che comunque, anche qui, la gestione delle masse è impeccabile e, a parte qualche rallentamento e attesa extra, tutto fila liscio.
"Nel 1937 il Giappone invase la Cina, dando così inizio alla seconda guerra sino-giapponese. Le loro truppe occuparono Nanchino nel dicembre 1937, attuando un terribile massacro. Il numero totale di morti, inclusi quelli conteggiati dal tribunale militare internazionale per l'Estremo Oriente e dal tribunale per i crimini di guerra di Nanchino, fu all'incirca tra le 300.000 e le 350.000 persone. Il monumento al massacro di Nanchino fu ricostruito nel 1985 per ricordare l'evento.
Pochi giorni dopo la caduta della città, il governo nazionale cinese si trasferì nella città di Chungking, riunendo tutta la resistenza cinese. Nel 1940 venne istituito un governo collaborazionista, noto come repubblica di Nanchino o repubblica nazionale di Cina, guidato da Wang Jingwei, rivale del governo di Chiang Kai-shek a Chongqing. Nel 1946, dopo la resa del Giappone, il Kuomintang riportò la capitale a Nanchino."
Questo è ciò che dice in breve Wikipedia, rendendo asettico e misurabile un orrore che, nella realtà, risulta indescrivibile. Purtroppo non possiamo visitare il Memoriale, in quanto chiuso lunedì e già al completo nei giorni successivi, e pure oggi. Ma riusciamo a recuperare due biglietti (gratuiti) per un sito collegato, il Memoriale della "comfort station" istituita dai giapponesi qui.
"Nell'agosto del 1937, durante la seconda guerra sino-giapponese, l'Esercito imperiale giapponese incontrò la forte resistenza dell'armata del Kuomintang (Partito Nazionalista Cinese) nel corso della battaglia di Shanghai. La battaglia provocò molte vittime da ambo le parti, che avevano ingaggiato un duro combattimento corpo a corpo. Il 6 agosto 1937 l'imperatore Hirohito ratificò personalmente la scelta del proprio esercito di non rispettare i vincoli imposti dalle convenzioni internazionali per il trattamento dei prigionieri cinesi. La direttiva comunicava inoltre agli ufficiali di smettere di servirsi della definizione di "prigioniero di guerra".
Lungo la strada da Shanghai a Nanchino i soldati giapponesi si resero responsabili di numerose atrocità, facendo intuire come il massacro di Nanchino non sia stato un incidente isolato. Uno degli episodi più turpi fu la gara ad uccidere 100 persone con la spada in cui si sfidarono due ufficiali dell'esercito giapponese. Entro la metà di novembre i giapponesi avevano preso Shanghai, grazie al contributo di bombardamenti aerei e navali. Il comando generale a Tokyo decise di non ampliare il fronte di guerra, sia per le forti perdite subite, sia per il basso morale delle truppe.
Mentre l'esercito giapponese si avvicinava a Nanchino, la popolazione rurale cinese si riversò in massa in città, e l'esercito cinese attuò la strategia della terra bruciata, distruggendo qualsiasi cosa potesse risultare utile agli invasori. Sia all'interno sia all'esterno della città vennero ridotti in cenere gli obiettivi sensibili - caserme, abitazioni private, il Ministero dell'Informazione, boschi e persino interi villaggi - provocando danni per un ammontare stimato in 20/30 milioni di dollari dell'epoca.
[...]
Il 12 dicembre, dopo due giorni di attacchi giapponesi, sotto il fuoco dell'artiglieria pesante e di bombardamenti aerei, il generale cinese Tang Sheng-chi ordinò ai propri uomini di ritirarsi. Tra le drammatiche scene che seguirono, vi furono soldati cinesi che rubarono i vestiti ai civili nel disperato tentativo di mimetizzarsi e altri che furono fucilati alla schiena dai loro stessi commilitoni mentre cercavano di fuggire. Quelli che alla fine riuscirono a uscire dalle mura della città fuggirono in direzione del Fiume Azzurro, dove scoprirono che non c'erano più imbarcazioni con cui mettersi in salvo. Alcuni si tuffarono nelle acque gelide e affogarono.
I giapponesi entrarono all'interno delle mura di Nanchino il 13 dicembre, incontrando pochissima resistenza.
[...]
Subito dopo la caduta della città le truppe giapponesi si misero a cercare con determinazione gli ex soldati cinesi, catturando migliaia di giovani uomini. Molti di questi vennero condotti sulla riva del Fiume Azzurro e falciati con raffiche di mitragliatrice in modo che i loro corpi cadessero in acqua. Radunarono anche 1.300 soldati e civili cinesi, tra cui donne e bambini, nei pressi della porta di Taiping, li uccisero tutti facendoli saltare in aria con delle mine per poi bagnare i loro corpi con della benzina e dar loro fuoco. I pochi ancora rimasti in vita dopo questo trattamento furono finiti a colpi di baionetta, mentre altre persone furono picchiate fino alla morte. I giapponesi sottoposero inoltre a esecuzioni sommarie anche numerosi passanti che si trovavano per la strada, generalmente con il pretesto che avrebbero potuto essere soldati travestiti da civili. Pretesto che non reggeva, dato che erano uccisi anche vecchi e bambini.
Migliaia di persone furono portate via e uccise dopo essere state condotte in quello che fu chiamato "il fosso dei diecimila cadaveri", una specie di trincea lunga circa 300 metri e larga 5. [...] Donne e fanciulli non furono risparmiati dagli orrori del massacro. Spesso i soldati giapponesi tagliavano i seni alle donne, le impalavano con le baionette, sventravano le ragazze o, se le vittime erano incinte, strappavano loro il feto dal ventre; molte furono prima brutalmente violentate e poi uccise, mentre dei testimoni ricordano bambini lanciati in aria e trafitti al volo con la baionetta.
Mano a mano che il massacro proseguiva, i giapponesi cominciarono a rapire le giovani donne e i bambini per rinchiuderli in edifici da loro controllati. Secondo alcune testimonianze, ogni mattina all'alba le ragazze erano legate nude fuori dagli edifici per tutto il giorno, così che ogni soldato che passava potesse violentarle. Poi, quando non ce la facevano più, le uccidevano, impalandole o mutilandole dei seni, delle vagine o delle natiche. I bambini erano tenuti nudi nelle celle, senza cibo né acqua, e alcuni testimoni raccontano che sentivano i pianti dei piccoli. Ogni bambino veniva stuprato e picchiato quotidianamente, spesso gli venivano mutilati i genitali; se non morivano di stenti, i soldati sbudellavano i bambini e li lasciavano con gli intestini fuori, per giorni, seppellendoli solo quando ormai puzzavano. A testimonianza di questi orrendi fatti è rimasto il racconto di un uomo sopravvissuto al massacro: -Ieri, fuori dall'edificio dove di solito legano le ragazze, ne era rimasta solo una viva. La ragazza aveva vent'anni circa, era nuda e tremava di terrore e freddo. Si avvicinò un soldato giapponese deciso a violentarla, lei tentò di difendersi ma non poteva nulla contro di lui e fu violentata brutalmente per più di un'ora. Poi il soldato prese una lunga canna di bambù, gliela infilò nella vagina e la uccise così. Il cadavere della sfortunata ragazza fu portato via alcune ore dopo.
Una settimana fa due bambini hanno tentato di fuggire, uno aveva circa otto anni, l'altro non più di sei. Sono riusciti a uscire dall'edificio, ma i giapponesi li hanno inseguiti. Hanno preso subito il più piccolo, l'hanno spogliato e stuprato violentemente; poi l'hanno colpito col calcio del fucile in testa, uccidendolo, e il bimbo è rimasto in terra coi capelli pieni di sangue. L'altro bambino è riuscito a fuggire per un po', correva completamente nudo per i vicoli. Ma infine l'hanno preso e l'hanno trafitto in pieno stomaco con una baionetta, e il povero ragazzetto si è accasciato al suolo, mentre i suoi intestini si spargevano ovunque, lì intorno. Il corpo del bambino nudo fu lasciato sulla strada per giorni, dove il freddo gli impedì di decomporsi, finche non puzzò così tanto che i soldati permisero ai seppellitori di portarlo via-" (Wikipedia)
Insomma, la brutalità fu tale che pure gli osservatori dell'alleato tedesco definito l'esercito imperiale nipponico "una macchina bestiale". E se pensate non si possa far peggio di così, vi sbagliate.
"Il Tribunale Militare Internazionale per l'Estremo Oriente ha calcolato che vennero stuprate 20.000 donne, tra le quali anche bambine e anziane.
Gli stupri durante il giorno spesso avvenivano in pubblico, talvolta di fronte ai mariti o a componenti della famiglia, che venivano immobilizzati e costretti a guardare. Subito dopo sia le donne che i familiari erano uccisi. Un gran numero di tali atti furono frutto di un'organizzazione sistematica, con i soldati che cercavano le ragazze di casa in casa, le catturavano e le portavano nude dai compagni, sottoponendole a stupri di gruppo. Le donne venivano spesso uccise subito dopo lo stupro, spesso infliggendo loro mutilazioni, come la recisione dei seni, infilando loro canne di bambù,baionette, coltelli da macellaio o altri oggetti nella vagina o sventrando le più giovani.
Secondo alcune fonti, varie donne furono avviate alla prostituzione nei bordelli militari giapponesi, mentre secondo altre le truppe giapponesi costrinsero intere famiglie a compiere atti incestuosi, obbligando figli a stuprare le proprie madri e i padri a stuprare le figlie, uccidendo poi tutti. Le bambine non vennero risparmiate: denudate, erano stuprate anche in gruppo dai soldati. I cadaveri nudi dei bimbi erano spesso gettati nelle strade senza nessun'altra forma di sepoltura. Monaci che avevano fatto voto di castità, secondo certe testimonianze, furono costretti a stuprare delle donne per il divertimento dei giapponesi." (Wikipedia)
In questo contesto si colloca il memoriale della "Comfort station" di via Liji, che visitiamo con brividi sempre più profondi a scuoterci.
Qui i giapponesi avevano sequestrato un intero quartiere, con hotel, locali dove bere e negozi, per trasformarlo in un bordello; qui donne cinesi, dai territori occupati, soprattutto dalla Corea, e pure giapponesi, sono state tenute come schiave del sesso, costrette di giorni a lavare le uniformi dei soldati, e di notte a soddisfarne le voglie, tra violenze fisiche e psicologiche di ogni tipo. Tutto era gestito in modo "scientifico", asettico. Le donne erano costrette a sottoporsi a test per le malattie sessualmente trasmissibili ogni settimana, e a lavarsi una volta al giorno; se incinte, costrette ad abortire. I clienti, pagando il biglietto, ricevevano un profilattico, il cui uso era obbligatorio. Ogni donna, qui, doveva riceverne 30-40 a notte. Le giapponesi erano per gli ufficiali. Le cinesi costavano meno delle coreane. Tutte dovevano vestirsi in kimono e usare i modi giapponesi, servendo il tè sui tatami e facendosi immortalare nude con i soldati.
La cosa drammatica è che i giapponesi non fecero così solo qui. In tutti i territori da loro occupati. a partire dal 1910 e fino al '45, costruirono una fittissima rete di bordelli per soldati con schiave rapite nelle città e nei villaggi. Indonesia, isole indiane, Malesia, Thailandia, Myanmar, Corea, Cina... Mano a mano che la loro avanzata proseguiva, comparivano queste "comfort station". Si parla di oltre 200.000 donne rinchiuse in luoghi del genere, alcune per anni.
Assurdo è poi che, nonostante le denunce delle sopravvissute e dei testimoni, per anni su queste vicende è calato il silenzio. Ancora negli anni Duemila le ormai anziane sopravvissute son dovute scendere in piazza a manifestare, a far sentire le propria voce, spesso affiancata da quella di studentesse che trovavano inaccettabile che ancora oggi il Governo giapponese non si sia chiaramente espresso con una voce di condanna, e pure l'opinione pubblica nipponica risulti poco sensibile al tema.
Molte donne costrette a prostituirsi qui morirono per le violenze o per le malattie, o semplicemente di stenti. Altre si suicidarono. Le sopravvissute furono costrette comunque a convivere tutta la vita con i le cicatrici, nel corpo e nella mente, di quanto vissuto. Tante fecero una vita di stenti anche dopo, nella poverissima Cina o nella disastrata Corea del Nord; ci sono sale dedicate alle singole storie di ciascuna, con gli oggetti della loro vita quotidiana: un maglioncino, un paio di scarpe, qualche mobile in legno, bottoni, una ciotola di ceramica per il riso. Esistenze misere. Con un dolore addosso, leggibile nel volto anche da anziane, che non è mai più passato. Eppure molte ebbero la forza sia di adottare figli (non potendone avere a causa delle violenze) sia di continuare a far ascoltare la propria testimonianza.
Notiamo, nelle foto che ritraggono questi luoghi negli anni '90 e Duemila, una Nanchino diversissima da quella che stiamo vedendo noi. Proprio qui, 20 e 30 anni fa, non c'erano grattacieli nè palazzoni, molte strade erano sterrate e fangose, molti edifici, tra cui questi del bordello, abbandonati, coperti di vegetazione. I negozi erano estremamente spartani, senza insegne colorate e con pochi prodotti esposti, e le strade vuote, con solo qualcuno in bici, tanti a piedi, e pochissimi in auto o moto. E' pazzesco constatare quanto sia stato rapido il cambiamento, da queste parti...
Finita la visita a questo luogo di dolore, dove anche i muri ancora piangono, torniamo in hotel, e ci areniamo nelle grandi difficoltà di prenotare i biglietti per le attrazioni che vogliamo visitare domani e dopo. Il primo problema è che il lunedì sono chiuse quasi tutte. Il secondo è che, se non sono chiuse, sono già in overbooking. Il terzo è che, quelle aperte e con biglietti ancora disponibili, richiedono prenotazione tramite app pensate esclusivamente per cinesi. Nonostante il grande impegno nel tradurre tutto, che ci vede in due, con due cervelli e due telefoni, a studiare i siti esclusivamente in mandarino, finiamo per bloccarci quando poi vengono chiesti un numero di telefono cinese, o una carta d'identità rilasciata dalla Repubblica popolare. In alcuni casi, riusciamo, pagando un piccolo sovrapprezzo o una cifra simbolica per le attrazioni gratuite, a riservarci uno slot orario tramite app come Trip.com o Getyourguide. In altri, ci affidiamo alla sorte, sperando di poter acquistare i biglietti in loco.
Ormai si è fatto buio fuori, ed è ora di cena. Giriamo diversi ristoranti, uscendone dopo aver tradotto e letto i menu. Purtroppo la cucina locale prevede anatra (che a me proprio non piace) e sangue di anatra. Becco di anatra e collo di anatra. Zampe di anatra e petto di anatra. E frattaglie di vari animali, tra cui... l'anatra!
Verso la zona pedonale del Fuzimiao troviamo finalmente qualcosa di nostro gradimento, e, anche qui non senza difficoltà di traduzione, ordiniamo. Nel menu appeso al muro il primo piatto risultava come "caos della vecchia di Nanchino", mentre i ravioli di Alessio erano definiti come "adesivi per pentole". Lui prende questi e dei noodles freddi, estivi, alle verdure, mentre io i ravioloni neri al pepe, con riso e carne di manzo. Insomma, riusciamo a evitare l'anatra in ogni sua parte, cosa già non scontata.
Dopodichè ci tuffiamo a capofitto nel casino tutto cinese (davvero, ci aspettavamo qualche occidentale... Invece ne abbiamo visti 3 da che siamo qui) del quartiere Fuzi Miao, che tra vie pedonali, canali, ponticelli e negozi si illumina la sera con lanterne, insegne e neon. Il tempio di Confucio e il Museo degli esami imperiali restano aperti fino a tardi, come i chiassosi ristoranti e i negozi di souvenir. E' un bel bagno di folla, perfetto per godersi l'aria un po' più fresca della sera una buona boccata di atmosfera vacanziera sinica.
17/8
Nanjing
0km pedalati, gran numero camminati
Oggi ci attende la visita della città, intesa proprio come monumenti interni al nucleo del centro storico, che pure si estende per parecchi kilometri, sparso tra stradoni ed edifici moderni. La prima tappa sono le mura antiche, di epoca Ming, che risalgono proprio al primo imperatore, di cui abbiamo parlato ieri, e di cui andremo a vedere domani il mausoleo, vicino a quello di Sun Yat-sen. Originariamente erano 35km di percorso, ma oggi ne rimangono circa due terzi. Ieri io sono riuscita ad acquistare online il biglietto per la porta più grande, la Zhonghua, mentre Alessio no, e deve farlo in loco, cosa comunque rapida. Ci andiamo a piedi, dista 1km dall'hotel.
Storicamente le città cinesi sono sempre state cinte da mura difensive, al punto che il carattere cheng, città, indica anche la cinta muraria, segno del fatto che i due concetti sono parzialmente sovrapponibili. Gran parte delle mura cittadine cinesi fu demolita nel corso del Secolo Breve, cosa che, però, rende ancora più preziose quelle rimaste. Queste di Nanchino, alte 21m e spesse 14, hanno la particolarità di non essere linee diritte, ma serpeggiare tra fiumi, laghi e colline, sfruttando gli elementi naturali ed adattandosi alla morfologia del territorio. Su alcuni tratti si può salire, altri possono solo essere ammirati dal basso, camminando nelle aree verdi circostanti.
La porta da cui entriamo noi è talmente imponente da sembrare un castello, con il suo trio di portali a barbacane e le ampie rampe di pietra, ai lati, che consentivano ai soldati di muoversi su e giù per la struttura anche a cavallo.
In alcune gallerie e camminamenti interni si trovano piccole esposizioni. In una sono mostrate le incisioni presenti sui mattoni (ne sono stati utilizzati 350 milioni per questa cinta), che indicano i dettagli di produzione dei singoli pezzi. In quale fornace, di quale città, con quali maestranze. Ciò rendeva gli artigiani cui era stata commissionata la fabbricazione direttamente responsabili della qualità dei loro prodotti. Se un mattone si rompeva, se il muro non reggeva, si poteva subito risalire ai colpevoli.
Altre esposizioni sono dedicate al periodo dell'invasione giapponese, quando i cinesi tentarono invano una strenua resistenza, proprio sfruttando queste mura. Ci sono pezzi d'artiglieria e foto d'epoca, che mostrano come le truppe nipponiche sfondarono le linee difensive con piccoli carri armati kamikaze, oltre a cannonate e bombe, e poi ne presero possesso, dipingendo grandi iscrizioni propagandistiche che inneggiavano alla nascita di un nuovo impero asiatico unito sotto il loro comando. E già sappiamo come è andata poi, e quali porcate disumane abbiano combinato...
Una volta raggiunto il camminamento più alto, si può proseguire a piedi o noleggiando bici, tandem e risciò. Ci colpisce la tranquillità del sito: ci sono pochissimi altri visitatori, è quasi deserto. Forse è presto, ma neanche troppo... Chissà dove sono tutte quelle gran folle di ieri! Certo è che così riusciamo a goderci con più calma lo skyline circostante, un misto tra edifici antichi e moderni, grattacieli e pagode, nel solo frinire delle cicale sugli alberi intorno, che cantano al sole.
Quando ci pare di aver colto abbastanza lo spirito di questo luogo, scendiamo e usciamo dall'area chiusa, con l'intenzione di andare a vedere le poche cose oggi aperte. Quindi non il museo nazionale, purtroppo, e nemmeno il palazzo presidenziale; qui Chiang Kaishek guidò la repubblica dal '27 al '37, e poi di nuovo per un breve periodo, prima dell'ascesa di Mao nel '49. Prima aveva ospitato uffici della dinastia Qing, il Palazzo della pace celeste dei Taiping e aveva visto Sun Yatsen prestare giuramento, nel 1912, come primo presidente provvisorio della Repubblica cinese.
Saliamo quindi con la metro al Tempio Jiming, buddista, ancora attivo, oggi strabordante di visitatori. Poco oltre si trova un ulteriore tratto di mura, con la Porta Jiefang, e soprattutto il Parco del Lago Xuanwu. Qui, ponticelli e camminamenti sull'acqua collegano diversi isolotti, e local e turisti cinesi vengono a godersi una passeggiata tra i curatissimi giardini e gli specchi d'acqua ornati di ninfee in fiore. Si possono fare corse in cart elettrico o noleggiare pedalò stupendi a forma di paperella o cigno, fenicottero o delfino, per inseguire le anatre e i cigni che galleggiano, anzi anatreggiano e cigneggiano, mica son galli. Ogni poco un chiosco di gelati o di souvenir, un negozietto o una caffetteria permettono di fare piacevoli soste al fresco. Sullo sfondo si vedono i grattacieli e alcune pagode. Qui di occidentali non se ne vedono proprio, e infatti incuriosiamo e due ragazzi ci chiedono la classica foto, ma in inglese. Qui in città qualcuno in più che lo parla si trova, così come gli stili, tra capelli ossigenati, tatuaggi e streetwear sbarazzino, denota una tendenza più aperta alle novità del contemporaneo globalizzato.
Camminiamo a lungo, fino a raggiungere l'uscita sull'altra sponda del lago. Siamo stanchi e domani ci attende una lunga giornata di visita, quindi decidiamo di ritirarci un attimo in albergo a riposare, non prima di uno spuntino (panino solito di Tastien per Alessio, che ha trovato il suo comfort food, e gelato per me).
Dopo qualche ora di relax e studio delle prossime tappe, con annessi giorni di visita, usciamo in direzione dell'altro grande quartiere della movida serale, il Laomendong, non distante dalla porta che abbiamo visitato per prima, stamani. Qui gli edifici, affacciati ai canali, sono in stile Qing, ed è tutto un affastellarsi di negozi, luci, spettacoli e musica. Alcune viuzze residenziali sono incredibilmente tranquille,
mentre quelle per lo struscio decisamente meno. In questo momento vanno assai di moda i gelati di palloncini. E le sculture dedicate agli animali dello zodiaco cinese, ma in versione carinetta cartoonata.
Anche qui c'è tantissimissima gente, e ci sono un miliardo di stimoli di ogni genere. Ormai, però, siamo abituati, e riusciamo a mantenere l'attenzione e selezionare i focus di interesse. Anzi, probabilmente, quando torneremo in Italia, ci sembrerà di vivere un monotono, silenzioso e spento deserto!
Passeggiamo tra le mura e gli edifici storici finchè cala la sera, per vedere questo spettacolo di vita illuminato come i cinesi sanno fare benissimo. E, in effetti, non restiamo delusi.
Per la cena, però, ci spostiamo da questa zona troppo caotica e turistica, dove il cibo non è di grandissima qualità e di certo è sovrapprezzato, per tornare in zona hotel, su strade laterali. Alessio individua un ristorantino musulmano con cucina del Gansu; la nostra presenza suscita stupore prima e curiosità poi, al punto che, mentre mangiamo, sentiamo che con il traduttore si preparano le domande da farci: "Vi è piaciuto il cibo? Avete apprezzato i sapori?". Poi però il ragazzo incaricato di chiedere, al momento buono, si intimidisce e non dice nulla. I piatti, però, dicono tutto: sono ripuliti! Io mi sono gustata un piattone di cavolo aspro e piccante con peperoni, accompagnato da riso bollito; Alessio riso con manzo brasato e un solito paninetto. La casa ci omaggia di un brodo vegetale caldo da bere insieme alle pietanze.
Spesina, ultimi due passi e siamo pronti per ritirarci. Domani di aspetta una lunga giornata di camminate: esploreremo i vari siti della Montagna viola-oro (o purpurea secondo alcune traduzioni). Qui ci sono il mausoleo del primo imperatore Ming, quello di Sun Yatsen, più in alto, sullo stile del Lincoln Memorial ma in dimensioni siniche, con centinaia di gradini. Un grandioso Tempio degli spiriti e palazzi e giardini. Per fortuna abbiamo scarpe comode!
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