domenica 23 agosto 2026

65-67. Pedalando nel delta del Fiume Azzurro, tra templi monumentali e giardini zen. La spiritualità cinese tra macro- e micro- cosmi


























21/8
Wuxi (Tempio di Lingshan)
0km pedalati, quantissimi camminati sotto al rabattone!

La giornata di oggi è dedicata all'esplorazione dell'area sacra del Monte Ling(shan), un complesso sacro che si trova a circa 30km a sud ovest di Wuxi, sulle sponde del Lago Tai(hu). Quest'area, per la presenza di colline boscose e dell'ampio e pacifico specchio d'acqua, ha da sempre attratto monaci e persone alla ricerca di un luogo di pace dove meditare e approfondire la propria spiritualità. 30 anni fa, con un progetto mastodontico costato mezzo miliardo di dollari, si è così deciso di trasformare l'intero sito in una vera e propria perla sacra, dedicata al buddhismo, nelle sue varie scuole, in particolare quella cinese, ovviamente.
Decidiamo di raggiungere il sito con una corsa Didi: la metro di Wuxi non si spinge così lontana e l'unica alternativa sono gli autobus, ma l'intero tragitto richiederebbe più di due ore per tratta. In Didi bastano 45 minuti; certo, non si spende 1 euro a testa, ma addirittura 3.5, però possiamo ancora permettercelo. E quindi via, il tempo di aprire l'app e siamo già in auto con una signora dalla guida sportiva.

Una volta lì, ci rendiamo conto di quanto sarà dura oggi camminare per l'immenso sito con il caldo impietoso che fa, ed un sole sulla testa che non sembra intenzionato a darci tregua. Alle 9 del mattino siamo già a 37 gradi, percepiti 40 con l'umidità che sale dal lago e dai boschi. Io, che ho già la pressione bassa e conseguenti mollezza e mal di testa, resto per tutto il giorno a un passo dal collasso.
Il biglietto ha il suo costo: 20 euro. Cosa molto molto rara qui, ma si tratta di un sito unico nel suo genere, e religioso. E quindi si paga!









Il complesso si sviluppa per lo più sull'asse sud est - nord ovest, dalle sponde del lago alla cima del monte, dove sorge l'attrazione principale: la monumentale statua del Buddha, alta 88 metri, che svetta su tutto ed è visibile già nella distanza, per quanto, da lontano, paia piccina piccina. Intorno ci sono altri 27 edifici che fanno parte dell'immenso complesso (solo un palazzo laterale copre oltre 70.000 metri quadri di area!). Fortunatamente qui non ci sono folle assurde: c'è tanta gente per i nostri standard, ma gli spazi sono talmente dilatati da permettere di godersi la tranquillità del luogo, senza mai essere schiacciati tra masse di visitatori. Occidentali visti (qui e a Wuxi): zero. E' un luogo di pellegrinaggio sacro, e molti si recano da queste parti per pregare o lasciare offerte.












Tutta la prima parte del percorso di visita è un avvicinamento, lento e introspettivo, all'ascesa. Si superano porte, piazzali, muri con grandi iscrizioni che recano frasi di monaci e saggi. Si incontrano piccole strutture sulle quali è possibile appendere la propria preghiera, scritta sulla stoffa o sul legno, e aree di sosta con panchine su cui viene spruzzata acqua fresca nebulizzata (gran goduria).




Si accede quindi ad un piazzale con una enorme fontana, detta dei "Nove dragoni che fanno il bagno a Shakyamuni". "Secondo il classico buddista Abhiniskramana-sutra, il Buddha era già in grado di parlare e camminare al momento della nascita. A ogni passo compiuto mentre procedeva nelle quattro direzioni, un fiore di loto sbocciava sotto i suoi piedi. Successivamente, indicò il cielo con una mano e la terra con l'altra, dichiarando: "Io sono il venerato signore del mondo". In quel momento, nel giardino apparvero due specchi d'acqua e nel cielo comparvero nove draghi che, spruzzando acqua, lavarono Shakyamuni.
I visitatori possono ammirare dal vivo la scena in un evento che non appartiene soltanto alla leggenda. Accompagnata da musica buddista, la scena si anima: sei petali di loto si schiudono in cima alla fontana, rivelando un Buddha d'oro alto 7,2 metri, raffigurato con una mano rivolta al cielo e l'altra alla terra. I nove draghi spruzzano getti d'acqua alti circa 10 metri per bagnare il sacro Buddha; talvolta, se le condizioni meteorologiche lo permettono, è persino possibile scorgere un arcobaleno tra i flutti. I visitatori possono inoltre assaggiare l'acqua sacra che sgorga dalle bocche delle fenici poste attorno alla fontana: si dice che tale acqua porti fortuna e salute." (tradotto da Chinadiscovery.com)





ci sono solo piccioni bianchi. Un po' malandati e storti, ma bianchi

Si giunge quindi ad una sorta di muro di roccia, che un po' ricorda una grotta come quelle antiche che abbiamo visitato in diversi siti, in questo viaggio. Qui sono scolpite alcune scene della vita del Buddha, con statue dai visi estremamente espressivi, demoni dagli occhi incavati e belve spaventose. Al centro, l'Illuminato, in oro che riflette il sole, porta pace in quel gran caos cupo. 


pivione bianco su lanterna bianca con sfondo di nuvole bianche












Si sale ancora, tra ampi cortili e spiazzi con sculture meno inquietanti. O forse più inquietanti, così idrocefale, non so. Pergole di campanelle di metallo o ceramica, con attaccati bigliettini di preghiera, rendono l'atmosfera sospesa, incantata, come se davvero non ci trovassimo più in un luogo fisico della grande Cina, ma a mezz'aria tra l'acqua e le nuvole, portati dal vento. 









Così, quasi galleggiando, raggiungiamo la Piazza della Mano del Buddha che, come dice il suo trasparentissimo nome, accoglie una mano del Buddha, la più grande al mondo per essere precisi.
"La statua della mano, alta 11,7 metri e larga 5,5 metri, è una riproduzione in scala reale della mano destra del Grande Buddha di Lingshan; osservandola, si può facilmente immaginare la magnificenza dell'intera statua del Buddha. È possibile ammirare la grande mano o toccarla. Si tratta della "Abhaya Mudra", il gesto che simboleggia il superamento della sofferenza e la liberazione di tutti gli esseri viventi dalla paura. In cinese, il termine per "Mano del Buddha" è Foshou, che è omofono di Fushou, parola che indica felicità e longevità; i visitatori credono infatti che toccare questa grande mano porti fortuna e longevità." (tradotto da Chinadiscovery.com)
Ora capisco anche perchè, nei numerosi negozi di souvenir, compare non solo ogni gingillo a forma di mano, dai ciondoli ai portachiavi, ma pure una quantità abnorme di mani di peluches, grandi e piccole, con pure le dita con dentro il fil di ferro che si possono muovere e modellare per formare tutte le "posture", ciascuna con un suo significato.





Accanto, in una piazza parallela e altrettanto venerata, si trova la statua di un Buddha Maitreya che gioca con 100 bambini. Più che un Buddha del futuro sembra un Budai, il monaco cinese grasso venerato perchè simbolo di soddisfazione e pienezza. Ma stiamo rinunciando a capire tutta la simbologia nei dettagli.
Certo è che qui i fedeli pregano forte, accendono candelotti di incenso e candele di cera, in nuvole di fumo profumatissime, e si inchinano in tutte le direzioni e poi toccano le statue, per riceverne la benedizione.
"Questa statua in bronzo del Buddha Maitreya, alta 8,5 metri, è sempre sorridente mentre cento bambini giocano sul suo corpo. Alcuni formano una piramide umana, altri gareggiano al tiro alla fune, altri ancora stuzzicano la pancia del Buddha con un ramo o addirittura vi fanno la pipì sopra... Il Buddha Maitreya non si cura di ciò che i bambini fanno sul suo corpo: li accetta, li perdona e li ama tutti. Egli è sempre magnanimo, ed è per questo che possiede la vera felicità." (tradotto da Chinadiscovery.com)










Dopo aver attraversato un canale pieno di bellissimi pesci colorati che paion di marmo, eccoci al Tempio Xiangfu. Qui un gruppo di donne sta cantando, intervallando la preghiera con colpi ad un'enorme campana che fa tremare le travi di legno del soffitto.














sopracciglia così importanti da sembrare baffi di dragone-gamberetto


opere di gesso su lavagna d'ardesia


il gatto del bambù

Arriviamo finalmente ai piedi della lunga scalinata monumentale che mena alla statua.
"La statua è situata all'interno della vasta area panoramica del Grande Buddha di Lingshan, un luogo sacro che il celebre monaco della dinastia Tang, Xuanzang, battezzò "Piccola Lingshan". Completata nel 1997, questa imponente statua in bronzo del Buddha Shakyamuni raggiunge un'altezza di 88 metri — composta da un corpo di 79 metri e un piedistallo a forma di loto di 9 metri — ergendosi a simbolo di pace spirituale e devozione. Circondato da tre colline boscose e affacciato sul lago, il Buddha sfoggia un sorriso sereno, simbolo di saggezza, compassione e protezione verso tutti gli esseri viventi. [...]
La realizzazione del Buddha di Lingshan fu promossa da Zhao Puchu, ex presidente dell'Associazione Buddista Cinese, la cui visione diede vita al concetto dei "Cinque Grandi Buddha nelle Cinque Direzioni della Cina". Tale iniziativa contribuì a favorire la rinascita spirituale e culturale del buddismo in tutto il Paese. Le cinque statue sono: il Grande Buddha di Lingshan a est (Wuxi), il Buddha Tian Tan a sud (Hong Kong), il Grande Buddha di Leshan a ovest (Sichuan), il Grande Buddha di Yungang a nord (Datong) e il Grande Buddha di Longmen al centro (Luoyang) (questi ultimi due, che sono originali antichi, li abbiamo pure visti). Tra queste, Lingshan si distingue per essere la statua in bronzo all'aperto del Buddha Shakyamuni più alta del mondo, superando di 17 metri lo storico Grande Buddha di Leshan. Le sue dimensioni, la collocazione e il valore simbolico ne hanno fatto non solo un capolavoro dell'arte buddista moderna, ma anche un potente simbolo spirituale nella Cina contemporanea." (tradotto in parte da Chinadiscovery.com)





Una volta in cima alla scalinata si entra nel basamento, allestito a museo, dove sono conservati esposti alcuni pezzi del tesoro del tempio, oltre a opere contemporanee che raffigurano Buddha, monaci e figure di questa religione, secondo i diversi stili di epoche e luoghi distanti fra loro. Ritroviamo qualcosa di già visto in questo viaggio, e cominciamo a capire un po' meglio la complessità stratificata di questa forma di spiritualità incredibilmente difficile da "afferrare". Forse perchè non va colta, a pugno chiuso, ma lasciata scorrere, fluire come acqua lungo le linee della mano.

Saliamo infine nel punto più alto raggiungibile, i piedi del Grande Buddha. Qui i fedeli toccano i ditoni e si fanno immortalare accanto ai grandi alluci. E per fortuna il Shakyamuni è tutto un profumo di incensi e fiori di loto, altrimenti qui ci sarebbe da svenire per l'olezzo formaggioso! Tra l'altro, per qualche minuto, proprio qui, piove. Strani segni dal Cielo.










Iniziamo a scendere, già ben stanchi, attraverso esposizioni interessanti di arte sacra, di cui, pur leggendo le spiegazioni (anche in inglese, incredibile dictu) capiamo fino a un certo punto. La domanda è sempre: ma chi è questo? Che fa quest'altro? La risposta, in media è: Pangu. O Pingu. Ci rendiamo conto, per l'ennesima volta, di come un certo immaginario di manga e anime (vedi Dragon Ball) non sia andato poi lontano rispetto a questa iconografia.











Un ultimo sguardo alle nostre spalle, per salutare il Gran Buddha, e, con una serie di ponticelli e sentieri immersi in un verde molto zen, arriviamo al Palazzo Brahma, anch'esso giganorme.
"Il Palazzo Brahma sorge ai piedi della collina Lingshan e si distingue per la sua architettura magnifica, la disposizione armoniosa, l'imponente colonnato, l'alta cupola e le vaste sale. La struttura incarna la profonda spiritualità buddista fondendo elementi culturali tradizionali e caratteristiche moderne. All'interno, i visitatori possono ammirare le raffinate sculture in legno di Dongyang, gli eleganti affreschi realizzati da abili pittori di Dunhuang, imponenti dipinti a olio, caratteristiche lampade Sumeru in *cloisonné e numerosi tesori artistici disseminati in tutto il palazzo.
Presso l'Altare del Palazzo Brahma si tiene quotidianamente lo spettacolo suggestivo intitolato "Ode all'Auspicio"". (tradotto da Chinadiscovery.com)







Il salone centrale è davvero particolare: sembra un mix tra una chiesa cristiana, una moschea e una sinagoga, ma con immagini e simboli presi da induismo e buddismo. Una fusione architettonica sincretica al massimo! E tutto è "tanto": grande, colorato, pieno. Le luci mutano, in giochi di led che variano sfumatura, ci sono orchidee enormi fresche ovunque, e signorine in tenuta tradizionale a sorridere e indicare il percorso di visita. A tratti, più che in un tempio, sembra di stare in un hotel di superlusso.















C'è poi un corridoio dedicato agli animali dello zodiaco cinese. Un volo di meravigliosa immaginazione cartoonesca, realizzata con finissima arte!








Si giunge poi al teatro dove, ogni giorno, si tengono rappresentazioni sacre di danza e musica. Sia le pareti sia la cupola sono cangianti, si illuminano e cambiamo colore, e vi compaiono immagini diverse a ogni sguardo. "Che sboronata" commenta Alessio. Vero, ma da far fatica a distogliere l'attenzione!






Per uscire dal Palazzo Brahma si deve salire al piano superiore, dove si trova un gran ristorante di classe, pur con i prezzi cinesi. E' per lo più vegetariano, adatto anche ai fedeli buddisti più rigorosi. Quello davvero, esclusivamente vegetariano, comunque, si trova all'esterno... Togliere del tutto carne e pesce ai cinesi è come far loro un brutto torto!




Usciamo, fa caldissimo. Soprattutto dopo esser rimasti nei locali condizionati, anche troppo, del Palazzo. Attraversiamo un piazzale completamente esposto al sole terribile del mezzogiorno, e raggiungiamo un altro edificio, il "Mandala dei cinque Mudra", che si erge al centro di un lago artificiale perfettamente rotondo.






papere con il ciuffo, dette anche anatidi parrucconi



"Uno splendido tetto dorato, imponenti elementi decorativi in ​​oro e suggestive bandiere di preghiera: ecco come si presenta il Mandala dei Cinque Mudra, caratterizzato da un'architettura tibetana unica e originale. La struttura si estende su una superficie di 8.000 metri quadrati – pari a quella di un campo da calcio regolamentare – e raggiunge un'altezza di 31,55 metri, articolandosi su sei piani. Si tratta di una tipologia di mandala ben nota: il mandala dei "Cinque Buddha", figure archetipiche che incarnano diversi aspetti dell'illuminazione. I "Cinque Buddha della Saggezza" sono collocati secondo le cinque direzioni: Ratnasambhava a sud, Amitabha a ovest, Amoghasiddhi a nord, Akshobhya a est e Vairocana al centro. Gli interni del Mandala dei Cinque Mudra trasmettono un'atmosfera sacra, pura e solenne, grazie a sculture dipinte, affreschi, intagli lignei, Thangka e dettagli in foglia d'oro, elementi che nel loro insieme offrono una spettacolare espressione dell'arte dei mandala." (tradotto da Chinadiscovery.com)













Dentro, subiamo l'ennesimo shock termico: dopo esserci riacclimatati al caldo tremendo, ci troviamo in saloni bui e gelidi, con aria condizionata sparata a temperature che ricordano le vette dei monti del Tibet, e pochissima luce, tra legni scuri e marmo nero. Iniziamo a capire come si giunga ad avere visioni mistiche, ad essere completamente scollegati dalla realtà, in un'esperienza di estasi in senso letterale (ek-stasis, uscita da sè). Questo trattamento e le droghe allucinogene hanno effetti simili, e pare quasi di vedere i Buddha sorridere e gli angeli e i demoni danzare nella luce tremula delle candele, in penombra.





Dal terrazzo, si gode comunque di un'ottima vista sia sul Palazzo Brahma sia sul Grande Buddha.





L'ultima tappa è la stupa del Dragone volante, che tanto mi ricorda quelle viste, a centinaia, in Thailandia, ma pure in Cambogia.



Conclusa la visita, torniamo sui nostri passi, sfatti, sciolti, molli e madidi. Per uscire si passa attraverso un labirinto di mercati, bancarelle, ristoranti e negozi di souvenir che approfittano delle labili condizioni psicofisiche di chi esce provato dalla visita per rifilare qualsiasi puttanata, ciondolino o bibitone che sia. Usciamo indenni, e chiamiamo un Didi per rientrare. Se ne occupa Alessio, e per una svista, indica come punto di discesa un hotel omonimo al nostro, ma distante 4km. Quando arriviamo, posto che io ho pure dormito per tutta la corsa, ci separiamo. Lui decide di tornare a piedi, per scattare qualche foto alla città. Io chiamo un altro Didi che, per meno di 1 euro, mi porta a "casa". Nelle condizioni di pressione bassa e stanchezza in cui sono, rischio veramente di andare in terra come un sacco di patate. In ogni caso, prima di rientrare in camera, faccio una spesina per pranzo-merenda in un enorme supermercato che vende anche all'ingrosso. Vedo scene pazzesche, di famiglie con carrelli grandi stracolmi di kili e kili dello stesso prodotto, o ristoratori che fanno qui rifornimento degli ingredienti base per la cucina, dalla salsa di soia all'aglio, portandone alla cassa volumi indicibili.
Dopodichè ci ritroviamo, in camera. Prenoto l'hotel a Suzhou, dove arriveremo domani dopo solo 50km in sella, per tre notti, chè in città e nei dintorni c'è tantissimo da esplorare. Facciamo un'ultima piccola lavatrice, e ci concediamo finalmente un paio d'ore di riposo al fresco.

Per cena, evitiamo le vie dello struscio lungo i canali, e ci spostiamo verso quelle più tranquille e veraci, dove non ci sono turisti, nemmeno cinesi (i soli qui a Wuxi), solo local. Alessio ha individuato un ottimo localino dove si fanno spiedini alla griglia, e ci godiamo una cena davvero piacevole. Io sto su verdure, tofu e soia. Lui, invece, si lancia in assaggi di carni varie e persino cavallette! Che non gli dispiacciono nemmeno, oltretutto.









22/8
Wuxi-Suzhou
49km

Penserete che pedalare, in soli 50km, da una città con 9 milioni di abitanti ad una che ne conta più di 12, sia un incubo di traffico. Lo temevamo anche noi, oggi, consapevoli di lasciarci alle spalle Wuxi per entrare in Suzhou, metropoli che ormai si sono fuse, insieme ad altre di questa pianura ormai vicina alla foce del Fiume Azzurro, creando un unico immenso agglomerato. E invece... No! Ma andiamo con calma, chè la giornata è stata comunque lunga e intensa, come inevitabile qui in Cina.
Sveglia alle 7. Colazione in camera. Chiusura borse dopo un giorno di stop con in mezzo doppia lavatrice, ovvero bagagli da rifare quasi da zero. Lungo corridoio e tre rampe ripide di scale con le borse, e poi idem con la bici a spalla. Gonfia le gomme, carica le borse. Avvia la registrazione con Komoot, avvia la navigazione con Trip e Amap. Il navigatore oggi mi propone tracce con scale ma che "evitano cimiteri". Ok, come vuoi. Pronti... Via! Ah no!


La receptionist ci raggiunge, trafelata, con un sacchettino di regalie. Contiene: una bottiglia piccina di acqua al gelsomino, un microscopico panino al latte confezionato, un pacchettino da due biscotti secchi, che lo scorso anno mangiavo spesso per colazione, e un cubetto di salviette umidificate brandizzate con un cartone animato che non conosco (ma non è quello bruttissimo delle mucche fatto da madre e figlio per gioco, che ora sta incassando più dei filmoni di Hollywood perchè se una cosa diventa un trend qui in Cina, fa numeri grandi).


Pedalare non si rivela affatto complicato, nonostante non si esca mai dall'area urbana. O meglio, si esce da una per entrare in quella successiva. Oltre ai 109 semafori che Amap mi segnala, attraversiamo un numero esorbitante di ponti e ponticelli, perchè qui, tra fiumi e canali, è tutta una terra d'acqua. E, a proposito di acqua, in cielo continuano ad alternarsi un sole caldissimo e impietoso, e nuvole temporalesche che, per tre volte, ci lavano con scrosci potenti; brevi, ma potenti. Infatti scarpe e vestiti puliti puzzano di nuovo, ahimè. Non se ne esce.





Spesso veniamo affiancati da gente in motorino, o abbordati da passanti, quando siamo fermi ai semafori, che hanno voglia di chiacchierare. Fanno domande a cui Alessio prova a rispondere, chiedono da dove veniamo, dove andiamo, chi siamo (un fiorino!) e attaccano a macchinetta, spesso con un loro dialetto (quello Wu, di Shanghai) che suona lontanissimo dal mandarino di Pechino o altri luoghi.
A Wuxi non ci sono motorini a noleggio, a Suzhou pochi. Questo rende molto meno caotico il traffico, che pure, più ci si avvicina al centro, tende ad addensarsi nelle corsie dedicate a bici, motorini e tricicli o carrettini elettrici. Qui si aggiunge una doppia difficoltà: i rider hanno motorini con ombrelloni a strascico, che coprono anche la schiena e il bauletto, ma svolazzano assai. E ci sono, per la gioia dei turisti, i risciò elettrici con bici e carrozzina dietro, grandi, ingombranti e poco manovrabili.


Senza troppo stress, comunque, arriviamo al nostro hotel, il Blue gate books and kombucha lounge. E' presto, quindi dobbiamo aspettare un poco perchè la stanza non è pronta. Abbiamo così modo di apprezzare la trasparenza del nome di questo luogo, gestito da una ragazza che parla bene inglese. In effetti ci sono scaffali con libri in varie lingue, anche europee, e giochi da tavolo, e soprattutto vasi e vasi con la kombucha della casa. Ce ne sono tantissimi tipi, con differenti varietà di tè (che vengono da luoghi diversi della Cina) e altre con aggiunta di erbe e frutta, spezie e aromi. E, a pisolare sotto ai contenitori in cui la muffa fa il suo lavoro di fermentazione, c'è una canessa stortissima, come tutti i cani qui in Cina, e bolsa e gonfia, che ansima ogni volta che muove un passo per poi buttarsi id nuovo a terra, alla ricerca di coccole.





Finalmente ci viene data la stanza, che, per una volta, è fresca, non puzza di posacenere e affaccia su una stradina tranquilla e silenziosa. Questa combinazione, dopo la doccia, insieme a un temporale fuori, risulta micidiale: ci addormentiamo entrambi come fichi maturi, molli di una stanchezza che orami si è accumulata. Io da 3 giorni ho superato i due mesi di viaggio, e, per quanto fisicamente mi senta in gran forma, la fatica, anche mentale, di continui stimoli nuovi, comincia a chiedere il conto



Quando troviamo le forze, scendiamo a reclamare la nostra kombucha di benvenuto, e ci accorgiamo pure che, se si mettono recensioni positive all'hotel, viene offerta la colazione (o un'altra kombucha!). Mi hanno già comprata, stasera agisco.




Mentre sorseggiamo questa bevanda che è stata inventata qui 2500 anni fa, e deriva dalla fermentazione del tè zuccherato con lieviti vari, studiamo un po' il da farsi.
"La città è famosa per i suoi ponti di pietra, le pagode e gli splendidi giardini, che sono diventati un'importante meta turistica. Suzhou è stata un'importantissima città per quanto riguarda l'industria della seta durante la Dinastia Song (960 - 1279), posizione che continua a mantenere ancora oggi. È una delle città col più alto sviluppo economico della Cina.
[...] 
La città ha una storia antichissima, considerata la culla della cultura Wu: 2.500 anni fa, durante la Dinastia Shang, alcune popolazioni (che chiamavano sé stesse Gou Wu) vivevano già nell'area che avrebbe poi ospitato la città.

Nel 514 a.C., durante il periodo della Primavera e dell'Autunno, il re Helu dello stato di Wu fondò la "Grande città di Helu", l'antico nome di Suzhou, e la elesse a sua capitale. Nel 496 a.C. Helu venne sepolto nella collina che si trova al centro della città.
Nel 473 a.C. Wu venne sconfitto dallo stato di Yue, un altro regno orientale che venne presto annesso dallo stato di Chu nel 306 a.C. Il periodo d'oro di Suzhou era finito. Oggi sono ancora visibili i resti di questa civiltà, nelle mura e in una delle porte che le attraversano.
A partire dalla Dinastia Qin la città era conosciuta col nome di Wu. Xiang Yu iniziò qui la sua storica rivolta del 209 a.C., contribuendo alla fine della Dinastia Qin. Il nome attuale di Suzhou venne assegnato alla città nel 589, durante la Dinastia Sui.
Dopo il completamento del Gran Canale nel VI secolo, Suzhou si ritrovò in una zona strategica, al centro di un'importante via commerciale, che la renderà una delle maggiori città industriali e commerciali della storia della Cina.
Nell'825, durante la Dinastia Tang, venne costruito un altro canale artificiale dal poeta cinese Bai Juyi, per poter collegare la città con Huqiu a scopo turistico. Nel 1035 venne eretto un tempio di Confucio per opera di un altro grande poeta cinese, Fan Zhongyan; il tempio divenne ben presto meta di visite anche imperiali.
Nel febbraio del 1130 l'esercito della Dinastia Jīn saccheggiò e distrusse la città, che venne distrutta nuovamente anche durante l'invasione mongola nel 1275 e agli inizi della Dinastia Ming, nel 1367. La città fu visitata da Marco Polo e descritta ne Il Milione:

Sugiu è nobilissima e grande città. Sono idolatri e soggetti al Gran Kan, e hanno seta in grandissima quantità facendo molti tessuti per vestirsene. Ci sono ricchi e ragguardevoli mercanti. La città è grandissima, di un circuito di sessanta miglia. È così fittamente popolata che non è possibile contare gli abitanti. E vi dico che se fossero gente d'armi, quelli del Mangi conquisterebbero il mondo. Invece non sono gente d'armi, ma esperti mercanti, uomini di sottile intendimento in ogni mestiere ed hanno fra loro grandi filosofi e grandi medici molto sapienti dei segreti della natura. Grande è presso di loro il numero degli astrologi e degli indovini. E pensate che in questa città ci sono ben seimila ponti di pietra sotto i quali possono passare una o due galee. Nelle montagne intorno crescono il rabarbaro e lo zenzero in grande abbondanza, tanto che per un grosso veneziano si possono avere sessanta libbre di zenzero fresco, eccellente. La città ha sotto la sua signoria altre sedici città grandi e fervide di commerci e di botteghe d'artigiani.

Dopo questi rovesci, la città ebbe una storia ben più prospera. Durante le dinastie Ming e Qing vennero costruiti gran parte dei suoi famosi giardini. Un ultimo rovescio Suzhou lo subì nel 1860, durante la rivolta dei Taiping, quando venne catturata dall'esercito ribelle. La liberazione avvenne solo nel novembre del 1863 per opera di Charles George Gordon.
Durante l'invasione giapponese del 1937 molti dei giardini della città vennero devastati; solo negli anni cinquanta vennero restaurati al loro antico splendore.
Nel 1997 i Giardini classici di Suzhou sono entrati nell'elenco dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO."  (Wikipedia)





E quindi noi iniziamo ad esplorare la città proprio dai suoi giardini, in particolare il più piccolo, ma uno tra i più curati, che rimane aperto anche la sera e propone spettacoli musicali e pezzi di teatro nella meravigliosa cornice di edifici e corti interne: il Giardino del Maestro delle reti, del 1140.
"Il giardino dimostra abilità dei progettisti cinesi di giardini nel sintetizzare arte, natura e architettura. Il giardino è particolarmente reputato per l'impiego delle tecniche di dimensione relativa, e del Paesaggio in prestito." (Wikipedia)

"Si parla di paesaggio in prestito quando alcuni elementi naturali (montagne, boschi, cascate) o artificiali (edifici, torri) sono posizionati fuori dal giardino, ma sono visibili dal suo interno per via della studiata disposizione degli alberi e degli spazi. Se ad esempio un filare di alberi si interrompe per qualche metro esplicitamente per consentire la vista di una pagoda in lontananza, allora la vista di quella pagoda è un paesaggio in prestito.
Esistono diverse tecniche di distribuzione del verde e modifica del terreno per consentire i paesaggi in prestito, ma tutte sono identificabili da alcune caratteristiche comuni, fra cui: inglobazione dell'elemento in prestito "grezzo", così com'è, senza essere modificato per integrarsi meglio nel giardino; scelte di progettazione altrimenti illogiche, ad esempio improvvise interruzioni nel verde o spazi vuoti fra colline, esplicitamente pensati come "cornici" per inquadrare il paesaggio in prestito; trattazione del terreno in relazione al paesaggio in prestito, ad esempio skyline degli alberi parallelo a quello della montagna sullo sfondo o costruzione di edifici in rapporto con un edificio retrostante.
In questa maniera lo spazio del giardino si estende apparentemente oltre i suoi confini andando a comprendere anche il paesaggio circostante.
L'espressione "paesaggio in prestito" è comparsa nel trattato di giardini cinese del 1635 Yuanye, che dedica al tema l'ultimo capitolo intitolato Jiejing ("paesaggio in prestito"): la collocazione alla fine del trattato non è casuale, perché si specifica che il paesaggio in prestito non è semplicemente una delle varie tecniche di design, ma l'essenza stessa della progettazione di giardini in toto, dato che richiede che tutti gli elementi interni ed esterni si accordino fra di loro. Questi elementi includono non solo gli elementi naturali e artificiali, ma anche il cambio stagionale, che altera la percezione dello spazio. Per realizzare un paesaggio in prestito funzionante, quindi, il progettista di giardini deve "fondersi" con l'ambiente capendone appieno le possibilità. Questa concezione organicista del paesaggio in prestito ha riacquisito forte importanza anche nel garden design cinese contemporaneo." (Wikipedia)


Noi arriviamo prima che il sito riapra, alle 18.30. Facciamo il biglietto in loco e ci troviamo poi ai tornelli con un gruppo di turisti esclusivamente cinesi, che si accalcano, chi in abiti tradizionali chi in Beijing bikini con la panza di fuori, in attesa di entrare. Ci sono fotografi, videomaker e giornalisti a documentare questo momento, e veniamo selezionati per dire due parole: da dove veniamo, cosa ci sta piacendo della città eccetera. L'intervista viene bruscamente interrotta dalla mandria entrante, anche perchè ci sono ventagli e gelati in omaggio, oltre a mappe e guide. Me ne privo? Assolutamente no. Non vi dico il casino che i visitatori fanno poi con i gelati sciolti che sgocciolano sui mobili antichi e sui tappeti.


Una volta dentro, ci si muove secondo un percorso obbligato, mentre una guida spiega (solo in cinese) i vari ambienti che, ora, iniziano a illuminarsi.
"Il giardino del Maestro delle reti, allora chiamato Sala dei Diecimila Volumi, fu costruito per la prima volta nel 1140 da Shi Zhengzhi, il vice-ministro del governo della dinastia Song meridionale. Shi Zhengzhi è stato ispirato dalla vita semplice e solitaria di un pescatore cinese secondo gli scritti filosofici. Dopo la sua morte il giardino passò a numerosi diversi proprietari e successivamente cadde in abbandono fino al 1785 circa, quando fu restaurato da Song Zongyuan, un funzionario governativo in pensione della dinastia Qing. Questi ridisegnò il giardino e aggiunse più edifici, ma mantenne lo spirito del sito. Si riferiva spesso a se stesso come un pescatore e lo ribattezzò il Ritiro del Pescatore, come un'allusione alla vita semplice di un uomo di mare.
Nel 1795, la proprietà passò a Qu Yuancun, uno studioso esperto di classici e letteratura, che aggiunse e rimodellò gli edifici, piantò alberi e risistemò le rocce. Il giardino assunse allora il nome di Giardino di Qu.
Nel 1868 venne in possesso di Li Hongyi, un ufficiale imperiale e maestro calligrafo, il quale incise gran parte delle steli del giardino. La proprietà passò poi a He Chang nel 1940, che restaurò il sito e gli conferì il nome attuale in ispirazione al vecchio Ritiro del Pescatore. He Chang nel suo testamento donò il giardino al governo cittadino. Infatti, nel 1958 sua figlia He Zehui cedette il giardino alla municipalità di Suzhou." (Wikipedia)


Non solo la cura maniacale dei dettagli, le ombre, i giochi di luce delle lanterne, ci ammaliano, ma abbiamo anche la fortuna di assistere a diverse esibizioni di arti tradizionali, musicali, di danza e recitazione, che si svolgono all'interno delle sale.

questo strumento a corde si chiama "pipa"




"Il giardino si estende per soli 5.400 m² ed appare diviso nelle due sezioni est e ovest. Tutto è concepito per creare un paesaggio in miniatura e celare le reali dimensioni, ridotte, del sito. La parte orientale è costituita da edifici residenziali, mentre i giardini veri e propri si trovano nella parte occidentale. La sezione orientale si caratterizza da una sequenza lineare di quattro padiglioni, una torre e tre cortili. Il giardino occidentale è un insieme di edifici costruiti attorno allo Stagno della Nuvola Rosea, di 334 m². Gli edifici sono disposti in uno stile chiamato "vicino all'acqua" che viene utilizzato per dare allo stagno l'illusione di grandi dimensioni e ricreare un Paesaggio in prestito. Infatti, i piccoli edifici sono situati su rocce o moli direttamente sulla superficie dell'acqua, mentre i grandi edifici sono separati dallo stagno da muretti e cortili piantumati con alberi per oscurarne le dimensioni reali.
Le piante e le rocce sono disposte in modo da creare panorami rappresentativi delle diverse stagioni. A sud e a est si aprono anche tre cortili laterali. I due elementi dominanti della composizione sono la Barriera della Grotta delle Nuvole, un cipresso risalente alla dinastia Ming e un pino vecchio di diversi secoli.
Le aree a sud dello stagno erano utilizzate per attività sociali mentre le zone a nord erano destinate alle attività intellettuali." (Wikipedia)
























Procediamo di ambiente in ambiente, tra la bellezza dei dettagli e dell'insieme, in un continuo gioco di richiami tra cose vicine e lontane. Coronano quest'esperienza esteticamente gratificante le danze, i canti e la musica degli artisti che, man mano, animano le corti.








un dipinto con la mappa del giardino

Una volta finita questa full immersion nella finissima arte locale, con occhi, orecchie e cuore colmi di bellezza (e pure il naso, nel profumo di fiori -rose, loto, osmanto, gelsomino), ci troviamo ad aver vuota solo la pancia. E quindi, mentre torniamo verso l'albergo, ci buttiamo in uno dei mille ristoranti, tutti molto curati e invitanti, pur più tradizionali o più moderni. Ricadiamo su uno di cucina del nord ovest, sempre musulmana halal, perchè ha molta varietà e poche frattaglie. Assaggio, senza aver contezza di averlo ordinato, un piatto per me nuovo: insalata di pomodori con lo zucchero (che inizialmente prendo per sale). Non è un zucchero particolarmente dolce, e serve giusto a togliere l'acidità, come quello che noi mettiamo nel sugo. Davvero buoni! Come anche tutto il resto, dagli spiedini di tofu grigliato al riso con agnello.



Così ci ritiriamo, mentre anche Suzhou pian piano abbassa il volume e diminuisce l'intensità delle luci. Domani avremo modo di esplorarla per bene, tanto più che siamo proprio nel centro storico.


Ora, mentre assaggio questo petardo di cioccolato, devo scrivere le recensioni positive per la colazione gratis!



22/8
Suzhou
0km pedalati, camminati assai

Oggi abbiamo l'intera giornata da dedicare a Suzhou; domani ci spingeremo a esplorare i dintorni, ma per ora abbiamo selezionato un'antologia di templi, giardini, quartieri e parchi per approfondire la lunga storia di questo luogo dove per secoli si è andati alla ricerca della perfezione artistica; la gran parte dei monumenti d'interesse si trova nel vecchio centro storico, per quanto ormai la città si sia espansa a dismisura fuori le antiche mura.

Iniziamo da ciò che si trova più vicino all'albergo, a pochi passi: il Tempio delle Pagode gemelle. E' quel che resta di un tempio buddhista, più volte distrutto, ma che mantiene ancora oggi la caratteristica, rara in Cina, della doppia stupa. Per arrivarci, attraversiamo qualche viuzza già ben animata, tra gente che fa la fila per comprare i noodles freschi e altra che esce dai templi dopo aver acceso gli incensi.




Per accedere si paga un biglietto di circa 1 euro; la cosa fantastica, considerato ciò che troveremo dopo, è la calma assoluta di questo luogo, deserto, senza altri visitatori fuor che noi. Ci godiamo i cortili e l'esposizione di capitelli, rovine di colonne e statue qui esposti, tra alberi in fiore e altri a cui già iniziano a tingersi le foglie di giallo.












"Le pagode furono costruite nel 982 d.C., durante il periodo della dinastia Song settentrionale. [...] Il tempio fu distrutto da un incendio negli ultimi anni della dinastia Yuan e ricostruito grazie all'impegno congiunto di quattro monaci. Fu nuovamente distrutto nel 1860, durante la Seconda guerra dell'oppio. Su Shi, illustre letterato dell'epoca Song, era un caro amico di Shou Qin, l'abate del tempio Dinghui. Dopo che Su Shi fu mandato in esilio nella lontana Huizhou, Shou Qin gli inviò poesie di incoraggiamento — le "Dieci odi su Hansha" — e lettere personali da parte di Su Mai, figlio di Su Shi. Su Shi compose una risposta che fu incisa sulle pareti del tempio durante la dinastia Ming. Secondo un aneddoto scherzoso tra intellettuali, le Pagode Gemelle rappresentavano dei pennelli, mentre la vicina torre nera dedicata al Dio della Letteratura simboleggiava una pietra da inchiostro." (tradotto da Wikipedia)





Finita la visita, iniziamo a muoverci in un piacevole dedalo di stradine, canali e ponti. Più ci avviciniamo alla via pedonale Pingjiang Lu, più si moltiplicano i turisti, sempre quasi esclusivamente cinesi. Molte ragazze e donne sono in abiti tradizionali, con sudati fotografi, armati di obiettivi lunghissimi e ombrellini e ventagli, al seguito. Certo è che si capisce perchè Suzhou sia chiamata "Venezia d'Oriente" e, sia gemellata con la nostra città di laguna, oltre ad esser stata ad essa unita dal viaggio di Marco Polo.











Questa strada acciottolata di 1,6km, che segue il corso di un canale navigabile, è quanto resta del nucleo storico originario della città. Qui si concentra il grosso del traffico turistico, con inevitabili negozi di souvenir e cibarie, bancarelle di street food e "cinesate"; essendo ancora presto, però, riusciamo a goderci una passeggiata senza troppa folla. Nelle viuzze laterali si trovano anche eleganti sale da tè e giardini, come quello "Della coppia", dove i neosposi posano per scatti memorabili. 













tra i suouvenir, un soldato nipponico con la faccia da porco, che si arrende






Prima di proseguire, devo aprire una parentesi su questo piatto, che sembra un pesce esploso, pescato con le bombe a mano e cucinato con i petardi. Sono giorni che lo vedo nei menu, e finalmente ho capito di cosa si tratta.


Si tratta del "pesce mandarino scoiattolo", piatto tipico di Suzhou amatissimo dall'imperatore Qianlong; questo pesce carnivoro di acqua dolce viene deliscato e inciso a rombi con cura, così quando viene immerso nell'olio bollente la polpa si apre a ventaglio, con bocconi facili da prendere con le bacchette. Il pesce, croccante fuori e tenero dentro, viene servito glassato in una salsa agrodolce. Sarà pur buono, ma è davvero brutto. Con i piselli al posto degli occhietti, poi... Ora, comunque, possiamo proseguire.


Ma proseguire a rilento. Bypassiamo il giardino di pietre nere detto "Foresta dei leoni", che pare ricordi Mordor; fu costruito nel 1342 da alcuni monaci che volevano omaggiare il loro maestro, che si era ritirato sul Monte del Leone a meditare, ed è costituito da una selva di pietre calcaree scura di forma irregolare. Fu molto apprezzato dall'imperatore Qianlong, sempre lui, quello del pesce esploso, al punto da volerne uno anche a Pechino, nella sua residenza estiva.
Raggiungiamo quindi il Giardino dell'Umile Amministratore, considerato il più iconico, e forse il più bello di tutta la Cina. Purtroppo la folla qui è ingestibile, e ci troviamo, fin dalla biglietteria, ammassati, schiacciati e travolti da masse umane che per noi sono difficili da accettare. Si fa la coda per il biglietto, un lunghissimo serpentone a zigzag per entrare, un altro per i controlli, e poi, nonostante le dimensioni del giardino (5,2 ettari! Per fortuna era umile questo amministratore...), ci si trova sempre accalcati tra gruppi e grupponi. Questo, inevitabilmente, snatura il senso del luogo, che voleva essere oasi di pace, silenzio, calma e meditazione. In ogni caso vale la visita, nonostante richieda un buon grado di pazienza. 


Durante la dinastia Ming, le elite di Suzhou erano in competizione per creare i giardini privati più belli, e nessuno superava in eleganza quello di Wang Xianchen, autoproclamatosi "umile amministratore"; studioso disilluso allontanato dalle cariche pubbliche, acquistò un terreno allagato, dove sorgeva un tempio in rovina del XII secolo. Nel 1509 iniziò i lavori, e dopo 16 anni si ritenne soddisfatto, scegliendo il nome dopo aver tratto ispirazione dalle opere del poeta della dinastia Jin, Pan Yue; questo cantava il piacere di una vita semplice che basta a se stessa (alla faccia!).







L'uso delle piante nei giardini cinesi è altamente simbolico: il loto rappresenta la purezza, il bambù la resilienza e i fiori di susino perseveranza e speranza. In primavera sbocciano le peonie e le azalee, in estate ninfee e loto. In autunno crisantemi, osmanto (simile al gelsomino, fiore della città) e camelie. In inverno son protagonisti i pini, il bambù e i susini. In questo modo ogni stagione ha la sua unicità, nel gioco di colori e profumi, alla ricerca di perfezione e armonia di questi mondi idealizzati, in miniatura. Ovviamente tutto è regolato dalle leggi del feng shui, che si ispira al principio taoista di yin e yang, forze naturali complementari. La terra scavata per creare un laghetto è usata per una adiacente collina; l'acqua rappresenta lo yin, freddo, calmo e accogliente, femminile, mentre lo yang si ritrova nelle montagne, verticali e possenti, calde, maschili.









Una cosa spettacolare di questo giardino sono i nomi degli ambienti: si passa dalla Sala dell'orchidea e della neve al Picco della nube punteggiata, svettante giardino roccioso posizionato per bloccare la visuale così che le meraviglie si disvelino man mano allo sguardo, come nelle tradizionali pitture cinesi su rotolo. Si trova poi il Laghetto dell'onda increspata, da cui si vede una pagoda di 76m che sta fuori dal giardino, a 1km, con la tecnica del "paesaggio in prestito". Si raggiunge poi il padiglione "Con chi mi siederò", dove le finestre a forma di ventaglio incorniciano gli scorci, come si camminasse in un dipinto vivente o in un ventaglio ricamato. Il nome del luogo trae spunto dal verso del poeta Su Shi, della dinastia Song: "Con chi mi siederò? La luna lucente, una brezza fresca e me stesso".








Sala del Profumo fluttuante e Padiglione della Brezza del loro, situate fra i laghetti, con finestre e porte, raccolgono gli aromi del giardino, come accadeva pure, un tempo, con la Sala del sorgo fragrante, che si trovava vicina ai campi. Poco distante si trova il Padiglione dell'ascolto della pioggia, dove le gocce creano un armonioso ticchettio sul bosco di bambù. Cosa che possiamo constatare visto che, dopo aver attraversato diversi cortili di bonsai, dobbiamo rifugiarci sotto alle tettoie per un improvviso temporale. Qui il cielo cambia in fretta e le nuvole corrono e si inseguono, portante dal vento, mentre la luce muta di continuo.













Usciamo forse senza aver colto appieno lo spirito del luogo, ma di certo con la consapevolezza che qui, chi poteva permetterselo, preferiva alla mera esibizione edonistica del lusso, luoghi dove meditare e dedicarsi all'arte, che fosse lettura, scrittura o pittura (che vanno di pari passo, essendo la calligrafia così complessa).
Un po' provati dal bagno di folla, decidiamo di portarci in un sito dove, in teoria, non dovrebbe esserci troppo casino, perchè è un po' fuori dal centro storico. Prendiamo la metro con la solita, comodissima app che permette di accedere ai mezzi pubblici di tutta la Cina con un qr code (se penso ai giri assurdi che si devono fare da noi per i bus e certi treni...). Passiamo davanti al Museo di Suzhou, che purtroppo non visiteremo: i biglietti, gratuiti, si esauriscono con settimane di anticipo; oltre ai 40.000 pezzi esposti, si può apprezzare l'edificio in sè, bianco e nero come le case storiche tradizionali di qui, progettato dall'architetto sino-americano che ha ideato anche la piramide del Louvre, Pei. Quella è stata completata nel 1989, mentre questo nel 2006, quando lui aveva già 89 anni.


Dopo la corsa in metro, eccoci a 6km fuori dal centro, sulla Collina della Tigre, venerata da secoli perchè qui riposa He Lu, sovrano del regno di Wu, che rese Suzhou capitale nel VI secolo a.C. Si dice sia stato sepolto qui con 3000 spade, ma non è stato possibile verificarlo perchè gli scavi condotti negli anni '50 furono interrotti per non fare crollare la già pericolante pagoda che si trova sulla sommità. He Lu fu anche patrono di Sun Tzu, consigliere militare e autore del famoso "L'arte della guerra"; infatti qui si trova pure un tempietto a lui dedicato. Pure qui c'è parecchia gente, ma lo spazio è molto più vasto e quindi la pressione della folla si allenta, disperdendosi sui sentieri che corrono tra boschetti di bambù, stele sbiadite, rocce portafortuna e stagni con pesci e tartarughe d'acqua (viste così spesso nei menu spaccate in 4 nel brodo, che non pensavo fossero considerate ANCHE animali "da compagnia")



























Il vero pezzo forte, qui, è la Pagoda della roccia delle nuvole, torre in mattoni del X secolo che, 400 anni fa, ha iniziato a inclinarsi, diventando una vera e propria torre pendente. Da davanti non si nota, ma di lato eccome!







Dopo esserci riparati da altri due scrosci di pioggia (nelle foto si vede come cambia il cielo, ora azzurrissimo ora grigio cupo) e aver osservato la multiforme folla, individuo per individuo, torniamo sui nostri passi; scendiamo di nuovo tra giardini e laghetti, padiglioni e templi (uno con una gatta coccolosissima), e riprendiamo la metro verso il centro.















L'ultima tappa del nostro tour è Shiquan Jie, strada alla moda con caffè eclettici, negozi di tendenza e ristoranti di grido, boutique di artisti e un'atmosfera vivace che sa già un po' di Shanghai. In abitazioni storiche, bianche con tetti neri, si trovano negozi coloratissimi, rivolti ai più giovani, con molti ammiccamenti alla cultura popolare giapponese, sudcoreana e occidentale. Caffè, gelaterie, pasticcerie, rivendite di vinili e antiquariato, oltre a store della Disney o di gadget di manga e anime, si susseguono, in un clima comunque molto rilassato, agiato e creativo insieme. Pure io faccio merenda con un bubble milk tea con sciroppo e pezzettoni di fragola, dolce e fruttato, buono da dio.








il pane qui è venduto nelle pasticcerie ed è trattato come un dolce raffinatissimo



Anche Alessio fa merenda dal solito Tastien, ma decide di assaggiare il panino con l'anatra, che anche qui è piatto tipico. Apprezza, ma si sa, fritta è buona pure 'na ciavatta!


Rientriamo in hotel per una doccia e un po' di relax, e per organizzare la "gita fuori porta" di domani, verso Tongli e, magari, anche Zhouzhuang; sono due tra le più belle città sull'acqua di questa zona, incastonate tra canali, laghi e specchi d'acqua. Ci concediamo un'ultima boccata d'aria di campagna, di meraviglia semplice e lenta, prima di tuffarci nell'oceano urbano di Shanghai. Perchè sì, dopodomani pedaleremo la nostra ultima tappa. Quasi quasi non sembra neanche vero, ormai il viaggio è la routine e la Cina è terra di esplorazione quotidiana... Ma settembre ormai si avvicina, e come diceva il poeta: "andiamo. E' tempo di migrare". Ahimè!

ma quanto è aesthetic il mio tè alle giuggiole sul davanzale della camera, con il sole che filtra dallo scuro in bambù?

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