Pingyao-Huozhou
104km
La nottata non scorre tranquilla, tra gruppetti di turisti (cinesi) un po' brilli e cani che abbiano, prima, e all'alba quello che pare il crollo di un muro di uno dei molti edifici storici, cosa che richiede l'intervento di polizia e vigili del fuoco, nonchè squadre di operai operosi. Quando ci alziamo il grosso pare risolto, e anche gli umarell che si sono affollati ad assistere ai lavori si sono dispersi. Notiamo che, nè oggi, nè mai da che siamo in Cina, e ormai per me sono passati 25 giorni, abbiamo sentito il suono delle sirene. Incredibile in città gigantesche come quelle in cui siamo stati! Ci sono Paesi dove è un rumore di fondo costante... Qui no. Facciamo colazione in camera, e pian piano di rimettiamo in ordine per partire dopo un giorno di sosta, che fisicamente riposa, ma mentalmente pesa come se fosse la prima volta in vita mia che prendo in mano una bicicletta per viaggiare.
Quando scendo, un nuovo omino dello staff si presenta. Decide di non parlare in cinese, e nemmeno in inglese, ma di esprimersi a gesti e suoni. Il che riporta gli esseri umani a uno stadio ferino, primordiale, animalesco, ma è estremamente efficace, perchè siam tutti della stessa razza e per capirsi le lingue non sono poi così fondamentali. Mi indica la cicatrice sul braccio, e poi fa un "ah?" interrogativo segnando a dito la bici. Faccio cenno di assenso. Allora lui mi mostra una sua cicatrice, simile, sulla gamba, lungo il ginocchio, poi mima il guidare una moto, con tanto di manubrio e rombo del motore. Insomma, ci capiamo. E mi intenerisce pensare che abbia voluto condividere con me questa sua sventura, perchè magari gli è costata tanto, in termini di sofferenza, di fatica nel riabilitarsi, chi lo sa... Insomma, siamo fratelli nelle ossa spaccate sulle due ruote. Compro da lui tutta l'acqua che ci serve per la tappa e ci dà pure una mano a portare in strada le bici e caricare le borse. Vuole una foto con entrambi, e una davanti all'ingresso dell'homestay, tutto orgoglioso. Sempre come allegre scimmie ci salutiamo, e così "si va senza rimpianti, nè paura/ nostra patria è il mondo intero/ nostra legge la libertà".
Usciamo dalle mura di Pingyao e in breve la città è alle spalle, mentre i negozi stanno aprendo e intorno alle bancarelle di street food si assiepano i passanti per la colazione. L'aria fresca e luminosa sa di aglio e brodo, carne alla griglia e verdure spadellate. La tappa di oggi è molto lineare: muoviamo a sud, seguendo il Fen He, fiume fondamentale per lo sviluppo della regione, perchè, con i suoi 700km di corso regolare, la ha resa fertile, e ha facilitato i trasporti, in passato, e oggi con le dighe permette di produrre energia elettrica. Inoltre è un affluente del Fiume Giallo, e noi stiamo andando proprio da sua maestà lo Huang He, alle sue cascate, a rendere omaggio alla culla della civiltà cinese, ma pure alla tomba di tanti; infatti, trasportando limo e sedimenti con volumi incredibili (è lungo 5464km), spesso riempie il suo stesso letto e cambia corso, esondando in modo inesorabile; è detto "il dolore della Cina" e "l'ingovernabile" mica per nulla, e le tragedie che ha causato hanno portato al declino di intere dinastie, perchè era un segnale del Cielo che quella famiglia imperiale non era più adatta al ruolo.
La strada è ampia e abbastanza tranquilla, nonostante i numerosi camion, e ci godiamo il paesaggio delle colline verdissime che sembrano chiudersi intorno a noi ad ogni ansa di fiume. I paesi sono pochi, e dalla strana conformazione: pochi edifici, di solito a due piani, sotto il negozio (meccanici, carrozzieri, gommisti...), sopra la casa. Alcuni sembrano anche abbandonati, ma poi vi si intravede qualcuno, tra cortili e finestre. Sull'altra sponda del fiume, invece, dove passa la ferrovia, ci sono enormi capannoni, aziende gigantesche e centrali termoelettriche con ciminiere grandi come grattacieli.
Sulle cime, qua e là, una pagoda svetta tra i boschi tagliati in verticale da ripidissime scale.
Superiamo alcune città più grandi, segnalate dai soliti brutti palazzoni a formicaio. Ma sono poche e lontane, e il paesaggio resta tendenzialmente collinare e sgombro da ecomostri e altre brutture.
Teniamo una media alta e, intorno a mezzogiorno, abbiamo già percorso 70km; decidiamo quindi di fermarci un attimo in un'area di sosta per camionisti; speravamo meglio, ma si rivela un gran parcheggio con un ristorantino marcio, tre cassonetti e quattro cessi tutti firmati con montagne di merda antica, accumulata come il limo del Fiume Giallo. Prendiamo una cosa al volo da bere, e quel che salva tutto è sempre la gentilezza delle persone. Veniamo invitati più volte a sederci a mangiare, tra sorrisoni e premure, e qualche scatto di nascosto parte anche qui. Nello specchio dei bagni griffati, ci rendiamo conto di essere completamente ricoperti di uno strato nero di carbone polverizzato. Abbiamo laspetto di minatori o spazzacamini, e questa sostanza scura e appiccicosa non si lava con la sola acqua, anzi, si spalma. Solo pulite solo le zone fisicamente coperte: il contorno degli occhiali, le gambe sotto al calzino o sopra al braghetto. Anche le braccia solo nere, e non vi dico la mia maglia da bici bianca. Che era, che fu bianca.
Con la speranza che un'esposizione ridotta non risulti troppo problematica per la salute, ripartiamo. D'altronde sono stata in Bielorussia, nella cittadina dove l'URSS ha parcheggiato, a marcire, i sottomarini nucleari e le radiazioni fanno salire i tassi di leucemie e tumori del 300% rispetto al resto del Paese... E poi vivo sulla statale 11, la Novarese, che collega Milano a Novara, proprio in una zona di hinterland impestata dal traffico e dalle polveri sottili. Sarà il carbone dello Shanxi a provocarmi la silicosi? A trasformarmi in Ciaula che gracchia come una cornacchia e torna umano solo scoprendo la vaga luna?
Solo a 6km dall'arrivo lasciamo lo stradone per attraversare il Fen ed entrare nella città meta di oggi, Huozhou, dove abbiamo prenotato 10 euro di stanza doppia che sa di alberghetto ben fatiscente. Ma funzionale!
Questa città conta 200.000 abitanti ed esiste da 3000 anni; ha fatto parte del regno Ji, poi è passata sotto al controllo Jin, quindi Yuan, Ming e Qing, crescendo in dimensioni e importanza; infatti era ed è un centro di produzione agricola di prim'ordine, grazie al fiume che fa fertili le terre. Qui si producono cereali di ogni tipo, frutta, cotone, patate, olio di semi di girasole, ortaggi... Ma la vera ricchezza sta nel sottosuolo: oltre a ferro, rame, oro, fosforo, quarzo, grafite e terre rare... Si estraggono miliardi di tonnellate di carbone ogni anno. 2000 per la precisione. 2000 miliardi di tonnellate. Che numero è? Talmente grande da risultare incalcolabile. Nella mia testa si avvicina al peso del pianeta Terra. E ciò spiega il nostro esser neri neri come minatori. Per fortuna in città c'è tanto verde e lungo il fiume corre un parco attraversato da ciclopedonale. Che qui l'aria è buona... Ah no!
Arriviamo in hotel sotto ad un sole rovente, ma in un'aria che si è fatta opaca, lattiginosa. Infatti, di lì a poco, scoppierà un gran temporale a rinfrescare tutto, rendendo inutile l'opera dei furgoni che passano a spruzzare acqua sulle strade, per non far sollevare la polvere.
L'albergo è fatiscente come sembrava, ma non manca di nulla. Le bici stanno in reception accanto a una sedia a rotelle e a una poltrona massaggiante tutta scrostata. Le receptionist ci chiedono i passaporti, ma, nel tentativo di iniziare la registrazione, si rendono conto della difficoltà, scoppiano in una risata complice e ci restituiscono i documenti senza nemmeno guardarli. Troppa sbatta! Grandi sorelle, così vi voglio: prendere i soldi e fottere il sistema. D'altronde resta un mistero come facciano ad esistere, in cittadine come questa, che certo non son turistiche, così tante strutture: solo in questo blocco di edifici contiamo 9 hotel, quasi tutti a tema e nome "coal" + aggettivo o sostantivo. E tanti sono gli alberghi quanti i supermercatini (ma questo è già più sensato, essendo proprio accanto alla stazione ferroviaria). Ma ancor più sono i locali karaoke, grandi, luridi, pacchianissimi di luci e decorazioni, con le lanterne strobo e le donnine. Saranno attività di facciata utili per riciclare denaro? Ma il Governo cinese dai 10.000 occhi non si accorge che in un paese di minatori ci sono più karaoke che abitanti? E' tutto molto, MOLTO strano, ma ricorda la conformazione di Dingxian, la cittadina industriale dove noi stessi siamo finiti a cantare nell'entusiasmo generale dei brilli astanti. Mah.
E se qualcosa è ancora più al limite della comprensione, sono le statue decorative sparse qua e là: cavalli, grassi rospi e... Il cavolo cinese. In porcellana. Con finte gemme grosse come frittate. Per fortuna la camera è pulita, anche se qui, potendo fumare ovunque, tutto tende a puzzare di posacenere. Apriamo le finestre e ci godiamo la vista sul fiume.
Siccome è presto, Alessio vuole prendersi qualcosa per fare merenda, e non arrivare all'ora di cena devastato dalla fame. Ne approfittiamo per una spesina con già la colazione per domani e qualcosa da tenere sulle bici come riserva. Poi studio la tappa di domani, l'ultima in valle, di avvicinamento ai monti che dovremo affrontare per raggiungere le cascate del Fiume Giallo. Non prenoto, perchè su Trip, unica app dove compaiono gli hotel più piccoli, risulta tutto al completo. Non è vero mai, perchè sono strutture immense, da 5, 6 piani, e ce ne sono tantissime, in posti piccolissimi. Ma basta andare lì e brigare di persona che in qualche modo ce la si cava.
Mi occupo anche di un'altra onerosa (mentalmente) pratica che voglio sbrigare oggi, cascasse il mondo: acquistare i biglietti per la visita dell'Esercito di terracotta di Xi'An. Gli ingressi giornalieri sono limitati (certo, a 70.000 presenza... Ma in Cina si fa presto a far numero). L'idea di restare esclusi da uno dei luoghi che più rappresentano questo viaggio, che più desideriamo scoprire e vivere, mi opprime; visto che già altrove ho quasi rischiato di restar fuori (ad esempio a Machu Picchu, ma pure ad Angkor Wat e a Chichen Itzà), non voglio patemi ulteriori. A conti fatti, il giorno sarà il 30 luglio. Una sorta di giro di boa sia per me, che avrò alle spalle 42 giorni di viaggio, e davanti 33, sia per Alessio, ne avrà alle spalle 25; si colloca a metà tra Pechino, partenza condivisa della tratta cinese, e Shanghai, la nostra meta.
Purtroppo solo a sera giungeremo a un punto definitivo: con Trip i pagamenti vanno a vuoto e le prenotazioni vengono cancellate. Dovremo spostarci su Getyourguide, e spendere non 16 ma 18 euro per il biglietto cumulativo. Una fortuna! Scherzo ovviamente... In Perù e Messico i prezzi per gli stranieri prevedono uno zero in più sui siti Unesco più gettonati. E se quel denaro serve a conservarli, ben che sia così.
Dopo tutta questa logistica sofferta, decidiamo di fare una passeggiata verso il centro per trovare un ristorante giusto per la cena. Camminiamo lungo il fiume, tra localacci karaoke e cani e gatti randagi, una gran chiesa e finalmente la zona più vivace, il cui ingresso è segnalato dalla classica Torre del tamburo.
Qui ci sono bancarelle, negozi e mercati labirintici, pieni pienissimi di merce di ogni genere, dalle scarpe allo street food, dagli abiti ai cosmetici. E infatti accade il miracolo. In una rivendita di prodotti per il corpo anche stranieri, con l'aiuto di una commessa, trovo, finalmente, il più raro prodotto, introvabile in tutto il Celeste Impero, nell'intera vastissima Repubblica popolare: il deodorante. Sono in formato micromignon, e infatti ne acquisto 2 (dei 3 che ci sono). Sono felicissima! Posso tornare a sudare in santa pace, senza vergogne etniche, fregandomene della mia ghiandola della puzza da occidental-caucasica-europea.
Una volta arrivati al palazzo dei governatori, preceduto da piazza con portale e leoni, decidiamo di far qualcosa di diverso dal solito e provare un hotpot. Quello meglio recensito è in un centro commerciale, e si chiama Not Pot. Geniale.
E' pieno di local, il che è un buon segno. Con 26cny si paga l'ingresso, con altri 4 il pentolone di brodo (individuale e refillabile all'infinito). Mentre questo resta caldo sul piano a induzione, si possono pescare infiniti mangiarini che corrono sul nastro trasportatore davanti ai tavoli. Con 3.9 euro, dunque, si può mangiare fino a esplodere come una pignatta. Noi onoriamo tutti e 30 gli yuan pagati. Sul nastro passano verdure di ogni natura, alcune da mangiare fresche, altre da cuocere, carne e pesce, polpette, tofu e soia in ogni forma, colore, panatura, lavorazione e dimensione. Poi ci sono dei dolci deliziosi e anche tanta frutta. Io prendo un brodo leggero ai funghi, Alessio uno leggermente piccante (secondo i canoni cinesi, quindi molto piccante). Condiamo il tutto con una valanga di salsine, olietti, granelle e varie aggiunte, senza contare la quantità di pacchetti di snack dolci e salati che finiscono nel mio zaino, ad uso bici, come "retrobottega" per evitare la crisi di fame mentre si pedala (contando soprattutto che di norma non pranziamo). Insomma, la soddisfazione massima. Ci alziamo solo quando davvero non ci sta più nulla, neanche un semino d'anguria.
E il bello è che in tutto questo porconeggiare, siamo tenuti al centro dell'attenzione dei proprietari, dei camerieri e degli altri clienti: la gente si mette in fila per farsi scattare una foto con noi, unti e con la bocca piena, e sicuramente le nostre facce son finite sui social del locale, visto che la capa ci ha dedicato un intero book fotografico. 10 su 10, ottima esperienza, da rifare!
Torniamo lentamente sui nostri passi, e camminiamo volentieri quei 3km digestivi lungo un fiume illuminato a giorno. Ci credo che devono far centrali idro e termoelettriche, guarda quanta corrente usano!
Huozhou-Xiangfen
90km
Questa mattina si fatica a ingranare: siamo un po' rallentati e la faccenda è aggravata dal malfunzionamento di Trip.com, che ci rimbalza continuamente le prenotazioni, e ci costringe a contattare gli hotel via chat, con tutti i problemi di traduzione del caso.
Per fortuna la tappa di oggi è davvero facile da pedalare: sotto ai 100km, piana, anzi, in leggera discesa, e su strade asfaltate lisce come tavole da biliardo. Seguiamo il corso del fiume Fen anche oggi, in una valle che si fa sempre più ampia e quasi diventa pianura, coltivata e verdissima di mais e cereali. Questa regione è sempre stata infatti fondamentale per l'agricoltura, anche se oggi sono le risorse minerarie a trainare l'economia. Abbiamo scoperto dove finisce tutto il carbone che ci è finito addosso in questi giorni, e viene trasportato incessantemente da camion enormi e sferraglianti.
Qui:
E qui:
E nelle molte altre centrali termoelettriche che lo bruciano per produrre energia. Inquinando forte, naturalmente. Infatti raggiungiamo pure Linfen, città da oltre 4 milioni di abitanti che ha il triste primato come città più inquinata al mondo, in merito alla qualità dell'aria. Ora le cose vanno un po' meglio, ma nel 2014 aveva raggiunto il record di soli 15 giorni all'anno con livelli accettabili di polveri sottili e smog. Non benissimo, insomma. Il mio asma non si palesa, quindi immagino che oggi non si sia nei giorni problematici. Approfittiamo delle ciclabili e delle brevi deviazioni fuori dagli stradoni per chiacchierare e lasciare che i kilometri scorrano sotto alle ruote. Oggi fa più caldo dei giorni scorsi, ma il vento tiene fresco il cervello, per ora.
L'unico pericolo reale, a parte le manovre dei motorini e dei camioni, è costituito da un tizio stortissimo, un po' stranino, che pedala su una bici scassona, carica di scopa di saggina e secchio dell'immondizia, e muove come una pedina degli scacchi cinesi, a metà tra il nostro alfiere, in diagonale, e il cavallo, a L. Lo vediamo e cerchiamo di superarlo passando lontani, ma non si può allargare troppo perchè la carreggiata è impegnata da tir in corsa. Quando Alessio gli sta passando accanto, lo storto vira bruscamente come volesse buttarsi sotto ai camion, e quasi va addosso ad Alessio che lo schiva con manovra lesta, ma prende dentro nella mia bici. Io tiro un urlo, devio e riesco a non perdere l'equilibrio. Ma una borsa anteriore viene catapultata nell'iperspazio con una parabola francamente eccessiva e inspiegabile, e finisce in mezzo alla strada. Ergo devo fare una corsa assurda perchè stanno arrivando camion a tutta birra, e il rischio che me la trasformino in sottiletta è altissimo. Mollo la bici a terra, mi precipito indietro, e l'uomo storto, ignaro del danno, crede che io stia andando da lui, e si ferma, mi sorride, mi saluta, e quasi ci resta male quando lo supero e mi fiondo alla borsa. Il tutto avviene, ovviamente, davanti ad una curiosa platea di passanti, che si gustano la scenetta. Mannaggia! Per fortuna nessuno si è fatto male...
Dopo questi momenti di adrenalina e un po' di porconi tirati per le manovre deprecabili dei guidatori, che siano a bordo di risciò elettrici o mezzi pesanti, auto o bici, decidiamo di fare una breve sosta benzinaio, dove si può essere finalmente teiere dotate di metafisica: si fa entrare acqua fredda, si fa uscire acqua calda. Approfittiamo pure delle poltrone che ci sono nel minimarket, per posare le chiappe su qualcosa che non sia un sellino. Un po' neri di polvere di carbone siamo anche oggi, ma meno di ieri. Forse stiamo uscendo dalle zone più inquinate, finalmente.
Mancano 30km all'arrivo, ma dobbiamo attraversare la tentacolare metropoli di Linfen. "La moderna capitale di frutta e fiori" devastata dall'inquinamento causato dall'estrazione e lavorazione del carbone, usato per alimentare le centrali. Leggende e archeologia sono abbastanza in linea nel considerare questa città una delle più antiche capitali della Cina, al punto che si dice che qui vivesse uno dei primi sovrani leggendari che avrebbero fondato Paese e cultura, Yao. I "tre augusti e cinque imperatori", collocabili tra 2850 e 2200 a.C., avrebbero scoperto la scrittura nei segni della natura, introdotto l'agricoltura, il fuoco e la medicina, nonchè dato vita (in un'unione tra sovrani-dei fratello e sorella) all'umanità dopo il diluvio universale, vivendo migliaia di anni. Questi miti fondativi nascondono processi durati secoli di evoluzione di una cultura che, a un certo punto, si è trovata a doversi dare un nome e un'origine. E questo si legge ne "Le memorie di uno storico" di Sima Tan e Sima Qian, padre e figlio, primi storiografi cinesi che, nel I secolo a. C., raccontano tutte le vicende dell'Impero di mezzo, dalle origini mitiche, con l'Imperatore Giallo, nel 2600 a.C., ai loro tempi. Interessante è che questo testo non è ancora allineato all'etica confuciana.
A Linfen aveva sede il ducato di Jin, caduto nel IV secolo a.C., per poi diventare importante città fortificata e nutrita da ricchi raccolti per tutti i secoli successivi. Oggi è la classica città enorme per i nostri standard, con grattacieli a perdita d'occhio e un'estensione assurda. Gli incroci sono grandi come piazze di paese, le strade interne sono 8 corsie. Il nostro passaggio desta curiosità e veniamo affiancati da ragazzi in motorino che vogliono sapere chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo (un fiorino!).
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| anche qui non manca la torre del tamburo |
In un caldo umido ormai ben denso usciamo da Linfen ed entriamo a Xiangfen, nostra meta odierna, che conta comunque i suoi 500.000 abitanti. Ci accoglie un monumento dedicato a musicisti e suonatori di tamburo, ma c'è un motivo. Qui vicino è stato scoperto un sito archeologico (Taosi) importantissimo per la Cultura Longshan, anche detta della ceramica nera, che si colloca nel tardo neolitico, tra 2300 e 1900 a.C. (l'epoca dei tre augusti e cinque imperatori, infatti). La città di Taosi era circondata da mura in terra battuta, per un'area fortificata di 2700000 metri quadri, un'enormità per l'epoca così antica, preistorica proprio. All'interno della città c'era anche un osservatorio astronomico, il più antico dell'Asia orientale, e la necropoli vicina ha conservato 1500 sepolture con ricchi corredi funebri. Gioielli, armi in giada, una meridiana, vasi decorati, ossa con iscrizioni oracolari e, appunto, strumenti musicali, come campane in bronzo e tamburi in legno e pelle di coccodrillo.
Raggiungiamo l'hotel, per il quale non abbiamo una prenotazione, e, dopo varie brighe, riusciamo a prendere una stanza. Con le app non ce la si cava, ma quando dal portafogli emerge la banconota cash, tutto si risolve in fretta.
Dopo una necessaria doccia e un po' di riposo, usciamo a salutare il fiume Fen, che domani lasceremo, per spostarci verso colui che ne accoglie le acque: il Fiume Giallo. Attraversiamo un parco e un ponte pedonale, incappando in gruppi di donne, giovani e anziane, che svolgono curiosi esercizi vagamente ambigui in mezzo alla piazza e sulle panchine. Sulla sponda opposta del fiume, immensi formicai-grattacieli.
Per cena, ci infiliamo in un ristorantino frequentatissimo, dove veniamo accolti da una personaggia che sembra uscita dal Fantabosco, non Fata Lina ma Fata Rina, però pronunciato alla cinese. Ovviamente diventiamo presto un focus di attenzione per tutti i presenti, e mentre fatichiamo a districarci tra i piatti da ordinare, con spesso traduzioni fantasiose ("Zuppa di brufoli" e "Sangue peloso" in testa) siamo oggetto di foto e dirette video. Rimbalza la voce che siamo italiani, e la parola "Idalìe" corre tra i tavoli.
Come antipasto offerto dalla casa ci viene portato un piattino di brodo spesso con cereali sminuzzati dentro, quasi insapore, che pare una pappetta per lo svezzamento. Io poi vado di germogli di soia piccanti, con aceto invecchiato, e funghi fritti (leggerissimi, non salati, con poca pastella e spezie deliziose). Alessio invece sceglie un bacile di noodles in brodo con carne di montone e poi vuole assaggiare i mantou, i panini al vapore che vede girare tra i tavoli. Arrivano fumanti, appena sfornati, accompagnati da una verdura agrodolce con cui imbottirli.
Tutta questa cena enorme, comprese due bottiglie di tè freddo, costa 9.8 euro. Quindi oggi, tra dormire e mangiare e tutto il resto, abbiamo speso 10 euro a testa. Più o meno è il costo giornaliero di questo viaggio. Per 75 giorni, parliamo di 750 euro. Con le visite ai siti storici e culturali, si arriverà a 1000. Più altrettanti di voli. Insomma, due mesi e mezzo di viaggio qui costano quando un paio di settimane di ferie in Italia, a Ferragosto, per una famiglia.
Quando andiamo alla cassa, troviamo prima un canetto carino,
poi la nostra Fata Rina, che prende in giro Alessio per le quantità di cibo ingerite, e fa segno che gli verrà il pancione. Con il traduttore, le scrivo che stiamo viaggiando in bici, e allora si stupisce al punto da ritirare quanto detto, e farci solo dei gran pollicioni di incoraggiamento.
Mentre rientriamo, incappiamo in un gruppo misto di donne e uomini di ogni età che ballano in piazza, in gruppo, ognuno per come è capace, mentre i bimbi (che hanno braghe aperte al centro e non portano il pannolino) giocano in giro. Le luci si sono già accese e anche qui, nonostante l'inquinamento, il carbone, le ciminiere e i fumi tossici, si respira una bella aria. Magari non buona, eh. Ma serena, sì.
24/7
Xianfen-Xiangnang
76km
Oggi è la penultima tappa interamente nella regione dello Shanxi, che abbiamo percorso per intero, da nord a sud, "platinandolo" come si direbbe in gergo da gamer: abbiamo visto tutto quel che di meglio aveva da offrire. E non solo. Ne abbiamo anche colto i luoghi meno turistici e più remoti, o semplicemente disastrati dal punto di vista ambientale. Questa regione, culla di una parte importante della civiltà cinese, ci saluta proprio così, con le sue contraddizioni e i suoi molteplici volti. Partiamo dopo una bella colazione in camera, consapevoli che oggi ci sarà della salita, e quindi bisogna esser pronti. Usciamo da una Xianfen già vivace di bancarelle della colazione e della frutta, e, dopo aver ripercorso un breve tratto di fiume Fen, viriamo verso le montagne. Dobbiamo arrampicarci sulle propaggini estreme dell'Altopiano del Loess, che separa i monti tibetani dalle pianure del nord della Cina. Loess è la sabbia, che il fiume trasporta, diventando giallo, e facendola sedimentare si crea nuovi percorsi, e persino un letto nuovo ad ogni esondazione catastrofica.
Iniziamo a salire lentamente. Questa prima parte della tappa è davvero un inferno. Le pendenze sono ridotte, ma la strada è ridotta a un colabrodo di buche, asfalto esploso, fenditure profonde e piene di acqua nera mista a carbone e catrame. I responsabili di questa situazione sono i camion che passano incessantemente in entrambe le direzioni. Sono mezzi vecchi, che buttano fumi di scarico neri e sollevano polvere di carbone altrettanto nera, che lascia scie lunghe e oleose a mezz'aria, come Hexxus di Fern Gully (citazione per pochi). E soprattutto, con i loro cassoni-container e la mancanza di ammortizzatori, fanno un rumore assordante di ferraglia e lamiere da assordare. Cercano di correre, facendo lo slalom tra le buche, e guidano come pazzi con invasioni di corsia e manovre pericolosissime. A tratti, però, sono costretti a procedere a passo d'uomo, là dove il fondo è troppo ammalorato. Noi procediamo in questo inferno di carbone, catrame, buche e rumore, tra tir che ci fanno il pelo e sbandano.
Poi, finalmente, la situazione si fa più tranquilla. Superate le ultime grandi aziende e gli impianti estrattivi, riusciamo a respirare e a sentire il rumore del mondo intorno. Le colline creano uno sfondo piacevole, e la salita si fa meno pesante.
Superiamo anche diversi villaggi fantasma, abbandonati del tutto e in parte distrutti, ma scientemente, con le ruspe, non da qualche catastrofe come alluvioni o terremoti, che avrebbe lasciato segni evidenti. Le abitazioni sono integre, solo vuote e a volte senza porte e finestre. Cartelli che indicano di non entrare perchè sono edifici pericolanti si vedono fuori su ogni muro. Chissà cos'è successo qui... Dove sono finite le persone?
Quando ci fermiamo a riprendere fiato dopo i 20km in apnea, veniamo abbordati sia dai matti del paese, sia da ragazzi che vogliono foto. Mi colpiscono due in particolare, perchè uno è armato di enorme teiera di metallo e stanno andando in giro in motorino su queste strade infernali.
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| il loess |
Più si sale più la bellezza emerge da questo panorama finora devastato. Intorno le rocce a picco sono coperte di boschi, e l'unico rumore che si sente è quello delle cicale. Qua e là si intravede un tempio o una pagoda sulla cima delle alture.
Prima dell'ultimo tratto di salita, il più ripido, che aggira gallerie vietate alle bici e porta ai 1500m di quota in pochi kilometri, ci fermiamo per bere qualcosa i fresco: abbiamo la gola riarsa, le labbra spaccate e le mucose del naso e della bocca allappate e asciutte per tutte le porcherie respirate. Ne approfittiamo anche per darci una ripulita: sembriamo usciti da una miniera di carbone. Approfittiamo di un negozietto per un carico di acqua e pure per un gelatino allo yoghurt e mirtilli, che fa proprio al caso mio. La proprietaria ci fa tante domande quante ce ne pongono i clienti, tutti uomini di mezza età che annuiscono e danno il loro placet sulla strada che stiamo percorrendo (che è una deviazione rispetto a quelle a scorrimento veloce, e loro si mostrano d'accordo con la nostra scelta di percorso, cosa tipica da maschio medio a livello internazionale).
Appena ripartiamo, sulla prima rampa, veniamo fermati da un uomo in divisa da poliziotto, ma in auto borghese. Sembra fuori turno. Quando accadono queste cose sento subito un brividino di timore: in altri Paesi chi porta la divisa potrebbe approfittare del luogo isolato e del nostro essere stranieri inermi per chiedere una mancia a fronte di qualche misteriosa irregolarità con i documenti o altro. Qui invece il buon uomo vuole solo dirci di stare attenti, e avvisarci che ci attende una lunga salita impegnativa, e pure la discesa va affrontata con le dovute precauzioni. Siccome Alessio, con il traduttore vocale, riesce a parlargli, si intavola anche una breve conversazione: ci chiede da dove veniamo, dove andiamo (un fiorino!) e se ne va poi soddisfatto delle risposte.
Questa ultima parte, a traffico quasi zero, che attraversa i boschi e arriva al passo, è davvero bella. Verdissima di linfa, profumata di resina e zolle umide. Finalmente, ecco il volto antico e splendido dello Shanxi, quello che ha resistito agli strati di catrame e carbone che vi si sono accumulati sopra.
Dopo 7km piuttosto tenaci e senza soste, giungiamo finalmente al passo. Qui c'è una sorta di area campeggio, e soffia una brezza fresca piacevolissima. Siamo sopra i 1400m di quota, e l'aria è, davvero, si può dire, buona.
Il tempo di riprendere fiato e inizia la discesa. Le pareti di roccia sono friabili e sabbiose: ecco il loess del Fiume Giallo, ecco l'anima di queste alture. I "minuscoli frammenti della fatica della natura".
Gli ultimi 20km sono di discesa, mai troppo ripida, e su una strada nuova e asfaltata di fresco. Una goduria. Il traffico è ridottissimo, e non ci sono camion. I rari paesi sono tutti di recente costruzione, alcuni ancora in fase di cantiere. Poi si entra nella Contea di Xiangnin, che io immaginavo come un piccolo paesino di montagna. E invece sono quasi 10km di palazzoni e grattacieli modernissimi.
In questa città, che conta oltre 250.000 abitanti, visse il Marchese E della dinastia Jin, nel "Periodo delle primavere e degli autunni"; in quello degli "Stati combattenti", invece, fu occupata sia dagli Han sia dagli Zhao. Poi arrivarono i Wei settentrionali (quelli che introdussero il buddhismo in Cina) e da lì tutte le altre dinastie. Noi, che non riusciamo a non tenere il naso all'insù con gli occhi fissi ai grattacieli futuristici, prendiamo la camera già prenotata su Agoda, con grandi difficoltà delle receptionist nel registrarci. La pratica proseguirà per ore, fino a sera. Sono le 22 e ci hanno bussato poco fa per ulteriori informazioni. Qui davvero il turismo è solo interno. E le persone, pure quelle che lavorano nel settore, non sono abituate a consultare un passaporto. Non sanno nemmeno come sia fatto, dove siano i dati. Un disastro!
Dopo una doccia accurata per scrostarci di dosso tutto quel che abbiamo appiccicato addosso, e un gran pisolino, siamo pronti per la cena. Ci incamminiamo per le vivacissime strade centrali, tra la piazza e i viali. I negozi sono aperti e frequentati, ci sono bancarelle di street food e persone in giro a passeggiare. La nostra presenza non passa inosservata, anzi, è un continuo fermarci, chiederci foto, salutarci e farsi delle risatine imbarazzate quando rispondiamo.
Nei pressi della piazza veniamo letteralmente circondati e sequestrati da un manipolo di adolescenti completamente fuori di testa, tutte urletti e frasi fatte da social, che non solo ci fotografano, ma vogliono essere immortalate e poi mi chiedono pure di inviare loro gli scatti. Cosa che riesco a fare egregiamente con WeChat, il che mi fa sentire meno boomeraccia. Non ci mollano, quindi ci buttiamo nel primo ristorante che ci pare decente. In realtà quattro di loro entrano e si piazzano al tavolo dietro di noi.
Invero scegliamo proprio il locale sbagliato, ma ormai è troppo tardi: qui fanno solo zuppe di lumaca. Spaghetti con lumache. Brodi di lumaca. Cose alla lumaca, con lumache. Io non sono pronta, e cerco la cosa meno lumacosa, ma alla fine è lumacata anch'essa. Infatti, pur essendo il sapore coperto dal piccante, ora che sono in camera faccio dei ruttini che sanno di una strana carne (che non ho mangiato, ma era alla base del brodo). Sento i cornini che indagano le pareti dello stomaco, e chissà che stanotte non riemergano, con tanto di guscio, dalla bocca e dal naso. Lumache. A rendere tutto ancora più strano è la presenza di un microscopico gattino bellissimo che gira tra i tavoli. Prima gioca con le mie stringhe, poi mi si appisola sulle scarpe.
Quando usciamo, ci troviamo davanti una città completamente illuminata e vie e piazze piene piene di gente. Gente che ci ferma e ci scatta foto, mettendoci in posa davanti al negozio, accanto al figlio, tra gruppi di amiche. Insomma, siamo le star di un luogo che di turisti stranieri ne vede davvero davvero pochi, ma ha abbastanza abitanti, soprattutto giovani, che spiaccicano tre parole di inglese e sono incuriositi dagli occidentali, che magari finora hanno visto solo online... Cosa che, in un mondo che per noi è ormai del tutto globalizzato, continua a risultarmi incredibile.
Tra le molte luci e la musica dei balli di gruppo della piazza gremita, tra i profumi delle griglie su cui cuociono gli spiedini e l'inconfondibile odore del durian, riusciamo a districarci tra foto e domande, fino a tornare in hotel (dove ancora fioccano domande per i documenti). E a ritirarci, infine, dopo aver prenotato pure un hotel per domani, sulle rive del Fiume Giallo, a ridosso della grandiose cascate di Hukou.
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