giovedì 17 agosto 2017

Quarantanovesima tappa. La nera tigre siberiana di Irkutsk, i gulag della ferrovia e, finalmente, il vento a favore. Da Nizhny Ingash a Tayshet





Oggi è stata proprio una bella tappa.
Tutta giusta, liscia, senza problemi, tranquilla, di fatica onesta.
I vari casini occorsi nei giorni passati per trovare una sistemazione per la notte mi avevano messo addosso una fastidiosa sensazione di incertezza, di insicurezza. Io posso fare tutta la fatica del mondo in sella, e affrontare salite e vento e intemperie, ma con l’idea di avere una meta certa, un porto a cui attraccare per riposarmi, scaldarmi, rifocillarmi e stare al sicuro dal tramonto all’alba. Perché la strada è vita, ma se presa nelle dosi giuste e sprattutto nei giusti tempi.
Ora qualcuno dirà: perché non hai una tenda? E’ il primo viaggio in bici che faccio senza la mia fida Ferrino; ho solo il sacco a pelo per gli ostelli ed eventuali alloggi/ripari di fortuna, proprio alla peggio peggissimo. Non ho la tenda perché il campeggio libero, qui, non mi dà grande sicurezza e vorrei evitare di dormire con gli occhi aperti come Gandalf e con il serramanico in pugno. Il clima, come ci si può aspettare dalla Russia e dalla Siberia in particolare, non è dei migliori e pioggia e fango la fan da padroni, senza contare gli insettazzi (anche zecche che trasmettono l’encefalite ecc), i cani randagi, gli ubriachi molesti e la polizia, la militsja, con la quale non voglio proprio aver a che fare. E di campeggi ne ho visti ben 3 in 5000km. Quindi no, la tenda ho deciso di non portarla, studiando le tappe in modo da arrivare sempre ad almeno una struttura, motel, ostello o locanda per naufraghi che sia. Finora non ho avuto problemi perché mi muovo presto, arrivo presto, batto terre tutto men che affollate dai turisti e occupo poco spazio e ho una faccia bella da volpe.
Ma i giorni scorsi ho davvero rischiato di non aver un posto per fermarmi e quindi di dovermi arrangiare altrimenti, e la cosa mi ha messo addosso l’ansietta, come il mare quando si increspa al vento teso.
Oggi invece è andato tutto bene e ho riacquistato fiducia in questa terra difficile e poco ospitale per natura; le onde si sono placate e i miei cieli sono di nuovo sereni. Pedalare così, leggeri e pieni di fiducia, è bello, bello davvero.
Dicevo che i miei cieli sono sereni, ma soltanto i miei, perché quello vero oggi è stato veramente imbronciato tutta la notte e tutto il giorno. Sveglia presto, colazione con Luisona d’annata (e dannata) e caffè solubile in gamella di latta e via, sotto una pioggia fine fine che mi ha fatto compagnia per l’intera giornata. In realtà, passati i primi dieci minuti, non mi sono più accorta del fatto che stesse piovendo: non faceva gran che freddo, mi ero coperta a dovere, e la visibilità era buona, così come buone sono state le strade, oggi perfette, con l’asfalto nuovo e liscio e il bordo ampio. E poi, da non crederci, il vento per lo più a favore. Una cosa mai vista. Si sarà sbagliato, avrà capito male le mie intenzioni di rotta. Fatto sta che mi ha dato una bella mano sulle solite salitine, oggi meno aggressive e più stese dei giorni scorsi (se si guardano le statistiche, il dislivello positivo è stato di 666m. La Signora sta cercando di evocare i demoni siberiani?!).
Insomma, una pacchia. Non mi sono nemmeno accorta dei kilometri che scorrevano sotto alle ruote, mentre pedalavo tra boschi neri e nuvole basse, così basse da sembrar nebbia e avvolgermi in un’ovatta umida e morbida, quasi che l’aria fosse di cotone.






Ho attraversato qualche microscopico villaggio di legno semi-abbandonato, dove l’unico problema sono i cani randagi o dei pastori che, come proiettili, schizzano fuori dal nulla di cortili invisibili e te li ritrovi attaccati ai polpacci, con la doppia paura di esser morsa e di tirarli sotto, che comunque mi dispiacerebbe e avrei pure l’accollo del cane zoppo da curare.
Fatto sta che in un baleno sono arrivata al confine tra il krai di Krasnoyarsk, alle spalle, e l’oblast di Irkutsk, davanti a me. Nel giro di un metro ho perso un’ora di tempo: ora sono a +6 rispetto all’Italia; è l’ultimo fuso che cambio.



Mi ha colpita subito lo stemma dell’oblast: ai lati due strisce blu, che sono il Bajkal e il fiume Angara. In centro, su striscia bianca che è la neve, circondata da rami di cedro, una tigre siberiana (babr, parola persiana) nera con uno zibellino rosso tra le zanne. La cosa che mi ha colpita è che lo zibellino è in realtà lo stemma e l’animale araldico di tante regioni finora passate; come se questa oblast se le volesse mangiare tutte in un boccone.
E’ una regione di colline e valli dell’altopiano siberiano centrale, con enormi fiumi e lui, IL lago a cui punto da un mese e mezzo, una prima meta del cuore sulla strada per la Mongolia.
Da queste parti i russi sono arrivati ben tardi: le prime tracce di insediamento umano risalgono alla tarda età del bronzo e son tombe di culture provenienti da sud, di nobili guerrieri con gli occhi a mandorla sepolti con le armi e lo sguardo rivolto a oriente. Per tre secoli, due avanti e uno dopo Cristo,  si è spinto fin qui l’Impero Xiongnu, confederazioni di popoli nomadi tuttora avvolti nel mistero, di cui la storia (che si basa su fonti esclusivamente cinesi) ben poco conosce; poi, fino al 234, il potere è passato nelle mani dello stato mongolo Xianbei, un impero nomade di cui si sa ancor meno. In seguito, fino al 555, hanno governato gui i signoi della guerra del khanato di Rouran, altra confederazione di nomadi collegati con gli Avari. Dopo un periodo di “medioevo” di cui non restano tracce evidenti all’archeologia, è arrivata la grandiosa furia dell’Orda d’oro, che proprio all’inizio della sua immensa espansione a occidente ha sottomesso queste terre dichiarandole parte dell’Impero mongolo di Gengis Khan; siamo tra 1200 e metà 1300. Infine, dopo la disgregazione dell’impero e l’espulsione dalla Cina, e fino al 1691, ha regnato qui la Dinastia Yuan settentrionale, sanguinoso coagulo di principi in lotta per il titolo di Gran Khan. Di tutte queste etnie è rimasta traccia nell’oblast, benché la stragrande maggioranza della popolazione sia di discendenza russa. Loro, i conquistatori, sono arrivati qui solo a fine Seicento, sull’onda dell’espansione nel “far East” dopo la conquista del khanato di Siberia, nel 1582; in un primo momento qui si avventuravano solo cacciatori e cercatori d’oro, ma, con l’espansione oltre il Bajkal, Irkutsk e il suo territorio divennero nodo cruciale per i commerci e per il transito di merci e carovane. Venne a crearsi una classe di ricchi mercanti che fecero della città il simbolo di Siberia, la sua più grande espressione; da qui Bering organizzò le spedizioni alla scoperta del nord del Pacifico, le compagnie commerciali strinsero accordi con la “concorrenza” americana e questa economia in decollo fece crescere Irkutsk e altre città in dimensioni e servizi. L’arrivo delle strade e della ferrovia non fecero che accelerare ulteriormente questa tendenza.
Tuttora è una regione piuttosto ricca, con stipendi medi più alti del resto della Russia e basata su industrie pesanti e siderurgiche, raffinerie e di produzione di macchinari. Nonostante il benessere piuttosto diffuso, in questa oblast, nello scorso decennio, è esplosa una vera e propria epidemia di HIV, che si è diffuso strisciando di vena in vena tra coloro che abusano di droghe (centinaia di migliaia, a quanto pare. Considerando quanto poco sia popolata la regione, la cosa è preoccupante).
Detto questo, torniamo a me, sotto la pioggia, sulla strada, tra i boschi scuri e le nuvole basse.






Ho attraversato il fiume Biryusa




e in un soffio di verde fradicio sono arrivata alla meta di oggi, Tayshet (che in lingua Ket signifca fiume freddo… e in effetti il Biryusa resta ghiacciato da novembre ad aprile).





Mano a mano che mi avvicinavo mi si affollavano in testa ondate di preoccupazioni riguardo agli alloggi, al razzismo di certi ceffi, al rischio di trovare i due alberghi della città già tutti pieni… Invece no, invece no. E’ andato tutto benissimo. L’enorme ecomostro omonimo del fiume, il Biryusa, mi ha subito accolta con il viso sorridente della rubizza receptionist. Ci sono anche la palestra, il centro sportivo, la sauna e il ristorante, nonché una colazione a sorpresa che mi attende domattina. Insomma, c’è tutto. Sorge pure in centro, proprio di fronte alla stazione, che si vede dalla mia finestra.





L’insediamento è stato fondato solo nel 1897 come cantiere per la costruzione della Transiberiana, ed è diventato città nel 1938. Proprio in quel periodo, tra gli anni ’30 e ’50, è stata centro amministrativo dei due campi di lavoro gulag Ozerlag e Angarstroy. Non è un caso che la BAM, la ferrovia Baikal-Amur, che parte da qui ed è stata costruita a partire dal 1937 come ramo della Transiberiana, sia stata realizzata tanto in fretta. Erano i deportati ad ammazzarsi, letteralmente, di lavoro. Stando alle testimonianze di alcuni sopravvissuti, sotto ad ogni traversa dei binari c’è un uomo morto. Erano quasi tutti prigionieri di guerra, giapponesi e tedeschi, condannati a 25 anni di lavori forzati. I prigionieri tedeschi sono stati rilasciati nel 1955 quando Adenauer, allora cancelliere della Germania ovest, andò in visita a Mosca.
Oggi la città dispone di stazione con monumento ai caduti e locomotiva,





case di legno e mattoni e palazzoni abbelliti in maniera pittoresca,









altri monumenti che invitano alla pace e alla fratellanza,




quel che resta della chiesa (c’è anche una moschea, da qualche parte, ma non l’ho trovata),



il vecchio acquedotto,



mucche nelle aiuole del centro



e un accenno di sole da day after di un conflitto nucleare, che comunque domani sparirà perché è prevista pioggia tutto il giorno. Yay.



Vi lascio due extra: le patatine al gusto panna acida (smetana) e porri, che sono, vi giuro, la fine del mondo, anche se detta così potrebbe non sembrare



E una volpe che, quando si accovaccia a scolare il fango e l’acqua prima di insozzare tutto, mostra le sue nuove zampe di pollo ruspante. Mado’ che brutta roba. Ma è solo la prospettiva, dai, vista dall’alto è tutto normale. 








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