lunedì 7 agosto 2017

Trentanovesima tappa. La meraviglia che arde l'attimo, il presente-asintoto che tende all'infinito. E il vento, mannaggia a lui. Da Jurga a Kemerovo






La meraviglia accade improvvisa.
Vive nell’attimo, arde l’istante.




La meraviglia non ha bisogno di tempo per avvenire. E’, ora. Fortuita e imprevista.
Si consuma nel momento e un attimo dopo è già svanita.




La meraviglia è lo sguardo raccolto al volo, lo scorcio che si apre inatteso, il raggio che trafigge il cielo e illumina d’eterno il grano di sabbia della clessidra, prima che cada al nulla.




La meraviglia è un tardo pomeriggio sul Tom, a Kemerovo. Nemmeno sapevo esistesse questa città, prima di partire. E invece eccola qui, la goccia di splendore.




Ma tutto si paga, in qualche modo.
E a me oggi questa bellezza è costata tanta, tantissima fatica.
Sono partita stamattina sotto un sole già velato dai primi lembi di nuvoloni. Le previsioni lasciavano poco spazio alla speranza e infatti il cielo ha mostrato un broncio nero, livido, tra crolli di tuoni e folate di vento gelido. Temporali sui cieli di Siberia, brutta storia. La pioggia era in programma, e lo è stata fino al primo pomeriggio, ma in realtà ho fatto uno slalom da sciatore provetto tra tutti gli scrosci che mi accerchiavano, cavandomela solo con qualche goccia ogni tanto. Il vero problema oggi è stato il vento. Allucinante, nel senso stretto della parola: finisce che vedi la rosa mistica di Dante, scambi un’automobile per un cinghiale bianco velocissimo (giuro) e comprendi tutto in un colpo l’eterno ritorno di Nietzsche. Per di più la strada era tutta un saliscendi di gobbette su un altopiano, tutta esposta al vento, tutta orribilmente aperta e spazzata dalle raffiche. 






I campioni che dicono che in salita il vento non si sente sono invitati a far quello che ho fatto io oggi. A salire, 6, massimo 8km/h e fatica immane. A scendere, pedalando forte, 13km/h. A ogni cima si spalancava di fronte come un grigio sipario la triste verità: infiniti altri ordini di colline, in questa terra a grinze, su queste schiene di cammelli giganti, una carovana sconfinata di gobbe verdi, controvento, ma perché a me, ma perché. Una cosa da andar fuori di testa.




Ora vi svelo un mio intimo segreto. Ho letto da qualche parte che, escluse le scimmie, i cani e i delfini, gli animali non hanno la capacità di percepire il futuro, non ne hanno coscienza né idea; per loro esistono il passato, come esperienza, e il presente. Ciò che è ora è tutto, e l’hic et nunc è l’unica condizione contemplata, l’unica che esiste. Per cui se sto bene ora starò bene per sempre, se sto male ora sarà così in eterno. L’adesso si dilata ed estende al futuro, perché questo non esiste. Io sono così. E’ un problema, eh. Ad esempio, quando ho l’influenza e la febbre, sto malissimo perché fatico a concepire un futuro in cui sarò guarita. Quando sono stravaccata sul letto a leggere e sono in pace col mondo penso che quella quiete possa estendersi in un infinito presente, e magari ho un impegno alla tot ora, e fino a che tale ora non è passata già da almeno cinque minuti continuo a credere di poter rimanere estendere l’attimo per sempre, come un asintoto che corre e corre in avanti ma non tocca mai la linea dell’orario in cui ho l’impegno.
Questo vale anche in bici. Se vedo che arranco ad una velocità media di 10km/h, mi prefiguro già 10 ore in sella per i miei 100km, senza pensare che, magari, poi la situazione può migliorare. Non ho percezione del futuro. Per me l’adesso è l’assoluto, nel bene e nel male. Sicchè potete immaginarvi la mestizia, oggi.
Se non altro la strada era ben tenuta e del tutto deserta, cosa che mi ha rassicurata e non poco nei tratti di vento laterale, che mi spingeva in mezzo alla carreggiata senza che potessi far molto per impedirlo. I paesaggi, nemmeno a dirlo, sono stati bellissimi, l’unica cosa giusta tra tante.








Il primo tratto fuori Jurga è un’immensa (30km) area militarizzata, con caserme e campi in cui ci si esercita nell’uso delle armi e dei mezzi. C’erano soldatini imberbi, in mimetiche grottescamente troppo larghe, in pieni in bell’ordine nel fango e nei prati. C’erano carri armati in manovra e antiaerea schierata su ogni collinetta. Chissà chi è per loro il nemico, chissà chi sono i barbari per questi ragazzini troppo seri.




Passata questa zona mi sono allontanata un po’ dal corso del fiume, per affrontare il tremendo altopiano. Avrò incrociato sì e no tre villaggi mezzi abbandonati, sepolti ormai tra boschi e campi. In questo i veri boss del quartiere sono i cavalli, che bloccano il traffico e vanno a fare brutto anche ai pullman. Uno si è pure avvicinato a me, che stavo fotografando, e dopo qualche carezza ha iniziato a rosicchiarmi lo zaino e il sacchetto sul portapacchi. In effetti c’eran dentro mele e pomodori, come dargli torto.





Finalmente, dopo tanti moccoli e tanto cielo muto e vasto, ma più sereno, sono scesa dalle colline per tornare lungo il fiume.







Qui sono stata fermata da Alex, o Sasha, che quasi mi tirava sotto per potermi chiedere come mi chiamassi, da dove venissi, dove andassi, foto, foto! Due le cose da notare nella foto. La prima è che era in auto con Gollum. La seconda è che la guida è a destra. Qui non c'è una cosa univoca che sia una, e vale per le leggi, le norme, le usanze e pure le macchine: metà han guida a destra, metà a sinistra.



Alfine, ma davvero, sono arrivata alla meta di oggi, Kemerovo. Tutte le città e pure i più piccoli villaggetti hanno enormi cartelli. Kemerovo, che è il capoluogo dell’oblast, ha questa porcata qui; ma è stata una graditissima notizia comunque.



 Non ne potevo più di salite e vento. La periferia non lasciava ben sperare, tra enormi complessi industriali e mence statue di Lenin e operai dell'industria chimica morti male e monumenti ai caduti lasciati lì tra le foglie secche per un secondo oblio.








E invece si è rivelata l’ennesima bella sorpresa di questo viaggio. E’ una città luminosa, pulita, senza palazzoni di cemento, senza quartieri degradati, con edifici storici d’interesse e viali fioriti, ma soprattutto con un lungofiume dolcissimo nella luce obliqua del sole che scende. Ci passeggiano le coppiette e le mamme con i passeggini, i gruppi di ragazzini e le sciure con il foulard bianco sulla testa.





 (Kuzbass come Hollywood)






Ah, c'è anche lui. Sapevo di un tale che camminava sulle acque... Ma non pensavo andasse anche in bici.




La città ha una storia piuttosto semplice e lineare. A metà Seicento sorgevano alcuni villaggi vicini, alcuni abitati da contadini, altri da guarnigioni che dovevano presidiare i territori esposti alle incursioni dei nomadi mongoli e sorvegliare la strada per Tomsk; nel corso del Settecento sorgono altri insediamenti e viene ufficialmente scoperto il bacino carbonifero del Kuzbass, cui la storia della città è legata a doppio filo. Le prime miniere risalgono però solo al 1907. Nel 1916 viene anche aperta un’industria chimica avveniristica per i tempi, che diviene presto una sede di ricerca all’avanguardia. Lo stesso anno viene costruita la ferrovia. L’economia cresce e così anche la popolazione, al punto che nel 1917 i sette villaggi esistenti nell’area vengono uniti e l’agglomerato prende il nome unitario di Shcheglovsk, mentre dal ’32 viene ribattezzata Kemerovo. Questa parola o ha origine turca, e sta per anello, cintura (e fa riferimento ai monti su cui sorge) o ha origine kazaka, lingua in cui kemer significa carbone. Giuste entrambe. Nel 1921 viene aperta l’immenso complesso industriale di lavorazione del carbone,e sorgono poi altre fabbriche, tra cui quella di concimi chimici che tuttora traina l’economia della città. Anche qui non si spreca l’occasione di costituire un gulag, perché si sa che miniere e lavori forzati van sempre a braccetto. Anche qui arriva la guerra e falcia vite come spighe mature.














Per tutto il periodo sovietico Kemerovo rappresenta un polo industriale di prim’ordine, grazie all’abbondanza di materie prime e di infrastrutture; ancora adesso la città è, di fatto, radicata sull’economia del secondario. Ci sono musei, università, teatri, cinema, i palazzi del governo e soprattutto un sindaco che, nel 2011, ha annunciato alla stampa internazionale di avere le prove inconfutabili che sui monti intorno a Kemerovo vive lo Yeti. Veramente. E’ un posto dove, tre anni fa, ha nevicato a giugno. Ci sta che uno dia fuori di matto.
Vi lascio alcuni scorci della città.







 Il kilometro zero... Vediamo... Mosca dista 3621km, Irkutsk, sul Bajkal, 1524. Direi molto bene.





 che bello questo Lenin che te ce manna, a quer paese.













Dopo essermi ricaricata nella luce e nella bellezza, sono pronta per la tappa di domani. Si torna sulle colline, tra i boschi e prati enormi. Avrò ampie distanze senza nulla di umano nel mezzo, ed anche il posto in cui fermarmi per la notte è tutto un programma. Vedrete.
Oggi invece sono in una specie di ostello incastrato nel retro del municipio. Per 5 euro, per esser l’unica ospite di tutta la struttura… Si sta ‘na crema!










4 commenti:

  1. La mia lettura serale, alla scoperta delle tue nuove avventure/sfighe. Ciao ed in **** alla balena

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  2. La mia lettura serale, alla scoperta delle tue nuove avventure/sfighe. Ciao ed in **** alla balena

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  3. Paesaggi incantevoli; città bella, curata nei particolari e questi rappresentano bene i suoi abitanti. Il tuo racconto è l'elegante cornice al meraviglioso quadro. Sila

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  4. Testa, gambe e gran cuore 💋

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