martedì 7 agosto 2018

40-41. TASHKENT. Cronache dalla capitale. Una lunga breve storia

6/8/18



Dunque oggi si entra in Tashkent, la capitale uzbeka. Sono assai curiosa di scoprire come sia questa città di cui so poco e nulla. Abbiamo prenotato ieri con Booking.com una stanza in ostello, Gulnara Guesthouse, che sta abbastanza in centro, seppure il centro si estende per almeno 10km. Diciamo che non è lontano dalle cose che vogliamo vedere. E' l'unico hotel prenotato oltre a quello in Tehran, ma la city è troppo grande, caotica e invasa dai turisti agostani. Si rischia di perdere gran tempo e spendere cifre eccessive. 

Lasciamo Gulistan e le sue strade a metà tra lo sfasciato e il nuovo-ancora-in-costruzione; lasciamo i ristoranti troppo grandi, gli albergoni e i negozi vino-vodka, che son tanti e assai chiari. Alconauti riuniti, a noi!





Torniamo sulla nostra bella M39 che ci porterà dritti all'ostello senza mai una curva nè una deviazione; questa strada costeggia il confine kazako e poi connette le altre grandi città, Bishkek, capitale kirghiza, e Almaty, cittadona nel sud del Kazakistan. Da entrambe passeremo, ma per una via più lunga. The longest way, come si sente spesso dire tra i viaggiatori lenti. 

Il paesaggio, naturale e umano, non è poi diverso da quello dei giorni scorsi.
Ci sono campi coltivati e frutteti, la ferrovia e i filari d'alberi con l'ombra sacra. Ci sono le buche malefiche nell'asfalto esploso e i ragazzini che fanno il bagno nelle pozze e nei canali, spesso così melmosi da chiedersi se i giovani natanti riemergeranno mai da quella fogna, e in che stato. Poi ci son steppe incolte e mucche, e in generale tanto tanto verde che profuma di estate e fa bene al cuore. Si pedala agili, senza vento e con solo pochi saliscendi.








Ad una cinquantina di km (sui 120 da fare) entriamo nella regione della città autonoma di Tashkent, dopo l'inevitabile posto di blocco della polizia annoiata che nemmeno ci guarda. Meglio così, molto meglio così. Riguardo alla corruzione di questi uomini in divisa, qui nell'Asia centrale, si sentono spesso brutte storie. 









Appena messa ruota nel territorio della capitale la qualità della strada migliora visibilmente: il fondo è nuovo e ci sono 3 corsie. I campi di mais e pomodori cedono il passo ad immense estensioni a cotone, che è il simbolo di molte città qui. Non sono proprietà di singole famiglie di contadini, sono piantagioni industriali spesso collegate direttamente agli impianti di prima lavorazione. Siamo proprio nel cuore della produzione di questo tessuto, nei luoghi che per lunghi anni han fornito calzini, magliette, casacche e camicie alla Russia, alla Persia, all'Asia intera. Gran parte delle aziende attualmente sono state aperte proprio dai russi, temporibus illis, e con la Russia tutt'ora commerciano.









All'ottantesimo km decidiamo di concederci una pausetta come si deve, in un ristorante tra i molti che costellano la strada per Tashkent. Queste strutture, come i millemila baracchini che offrono acqua e bibite, gelati, caffè e alcuni piatti caldi, spuntano come funghi anche distanti dai paesi. Ben per chi viaggia: non ci sono due kilometri di fila senza la possibilità di bere e mangiare.

Io opto per un gelatone, Raymond, oltre a quello, si fa portare una teiera di tè nero e insieme fa fuori il formaggio e il pane che da due giorni albergano nelle borse.
Intanto apprezziamo l'arredamento del locale, fornito anche di statue di cicogna che qui, come in Russia e molti altri paesi, portan fortuna. In effetti i pali della luce son tutti abitati, o lo son stati: ci sono i nidi enormi ma non le sigogne (ne ho viste solo due, ieri). La mancanza è compensata dalla copia in gesso o ferro dei pennuti.





Mi raccolgo per un minuto sulle cicche che ho comprato, al gusto "Cola mola". Per fortuna nessuna delle due parole porta la doppia "L": colla molla sarebbe stato un pessimo presagio, altro che nomen omen.


Torniamo in sella e l'autostrada ci indica, nell'ordine, le città che passeremo pure noi. Sembra quasi di essere alla fine del viaggio, e l'idea di casa ormai mi accarezza sempre più spesso. Di mezzo c'è la valle di Fergana e ci sono i monti kirghizi, ma ormai i km non sono più tantissimi. Siamo a quota 4000 già, e ne mancano 1400 circa.


Improvvisamente, il segno che s'attende da stamattina: Tashkent. Si entra davvero in città. In realtà dobbiamo pedalare ancora per qualche decina di kilometri, ma intanto ci siamo: ecco la capitale di questa nazione che ci sta regalando tanto, che è stata il nostro porto sicuro dopo il deserto e dopo la dittatura plumbea e abbacinata del Turkmenistan. Ci siamo, e in sella.




Mentre son ferma a scattare le foto, due baldi uzbeki ci approcciano e ci tempestano con le solite domande: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, un fiorino! Poi vogliono fotografarmi e si va di selfie. Raymond ha deciso che chiunque voglia una foto nostra poi deve farsi a sua volta fotografare: sfordera la sua Nikon e scatta.
In quel momento passano anche due donne che, vista l'attenzione con cui il bretone sta facendo il ritratto ai due, chiedono pure loro di essere immortalate, e poi vogliono vedere il risultato. Penso a quanto mi sia difficile a volte ottenere delle foto per il giornale per cui lavoro, quanto da noi le persone siano rimbecillite da timori assurdi sulla privacy e simili minchiate, quando poi son tutti con il culo per aria sui social... Eh, l'umanità, che strana storia.







Pedala pedala ci addentriamo in città, non senza le classiche difficoltà di traffico, incroci incasinati e qui, in più lavori in corso e cantieri aperti e strade chiuse. Ci spostiamo con fatica tra un blocco e l'altro, nell'assurdo mondo ex-sovietico dove gli attraversamenti pedonali son tutti a scale, per passare o sotto o sopra ai grandi vialoni tutti muniti di altissimi puntuti guard-rail. Così è la Russia, così la Bielorussia. Così, vedo, anche la capitale uzbeka. Mannaggia a loro, mannaggia.


Non manca però un segno benaugurante: il monumento alle carovane, con i cammellini carichi e i mercanti. Dunque siam sempre sulla via giusta, che è quella della sete. Pardon, della seta.



Il primo impatto con Tashkent è quello di una città con moltissimo verde, alberi, parchi, prati, tutto abbondantemente irrigato e mantenuto da orde di giardinieri. Uno lavora e cinque guardano. E nessuno è disoccupato, va' che bello.
I vialoni sono quelli tipici della città sovietica, enormi e a reticolo razionalissimo, perchè il popolo si muova con ordine. I palazzi enormi, anche qui, denunciano il passato ex-sovietico della nazione. Sono formicaio immensi, tutti uguali, uno dopo l'altro. Perchè il popolo mangi e dorma con ordine. 

Per parte mia, comunque, preferiscoquesti palazzoni, che son case e ci vive la gente, a quelli turkmeni, che son vuoti, son facciate bianche dipinte di fresco per far credere che questo sia il migliore dei mondi possibili, e quello sia il migliore dei dittatori, ahem presidenti, possibili.


lo stadio nuovo fiammante



Vediamo anche una moschea, nuova, e nemmen tanto grande, la grossa cupola azzurra un po' sbiadita del circo, altra cosa tipicissima della Russia, e poi vialoni, vialoni e palazzoni.







Arriviamo finalmente all'hotel, un po' stravolti per il caldo e il troppo tutto, troppo traffico  e troppo casino per orientarsi. E apprezziamo la gentilezza dei due anziani proprietari e il fresco del cortile interno, che il brav'uomo continua ad innaffiare (ma mica solo le piante, pure le piastrelle e il cemento) come si usa qui. Qui se non butti acqua in terra ogni quart'ora, allagando tutto, crendo pozze e umidità che pare il Borneo con scimmie e tucani, non sei nessuno.





7/8/18

La giornta di oggi è stata dedicata al riposo (poco: abbiamo scarpinato per circa 15km sotto al sole feroce) e alla visita della città. Come sempre, si inizia dalla colazione, ricca e buona e allietata da una chiacchierata con due anziani torinesi appena arrivati qui. E dalle fette di Raymond che non riesce a stare a gambe incrociate e quindi le stira sotto al tavolino. Et voilà.



Per capire qualcosa di questa gran scacchiera di palazzi e umanità, minareti e mercati, devo fare prima la solita inevitabile parentesi storica.

Sorge in un'oasi irrigata dai fiumi Circik e Keles e fa 2.400.000. abitanti. Tehran, per intenderci, più di 8 milioni. Qui son bazzecole.
Maggiore centro economico e culturale della repubblica uzbeka, è sede di cotonifici, setifici, stabilimenti meccanici, industrie chimiche e riveste un importante ruolo di nodo di comunicazioni. 

l nome della città è mutato più volte: sotto la dominazione cinese della Dinastia Han era chiamata Beitan. Più tardi cambiò il nome in Chachkand, che divenne poi Taškand e quindi Taškent.

Taškent ha origini molto antiche, poiché fu fondata dagli Arabi nel 750 come oasi sul fiume Circik. Per molto tempo fu controllata dalle popolazioni nomadi del Turkestan, finché non fu occupata dai Cinesi. Nel 1219 la città fu distrutta da Gengis Khan, per poi essere ricostruita alcuni anni dopo. Nel 1809 la città verrà annessa al Khanato di Kokand, di cui fece parte fino al 1865, anno in cui venne annessa all'Impero russo. Nel 1889 fu collegata al resto della Russia con la costruzione della ferrovia transcaspica.  

Alla caduta dell'impero russo Taškent entrò a far parte dell'URSS, dapprima come capitale della RSS autonoma del Turkestan e, in seguito, della RSS dell'Uzbekistan, da cui i bolscevichi mossero per conquistare l'emirato di Bukhara. Durante la seconda guerra mondiale vennero trasferite in città molte industrie provenienti dalle città occupate dalla Germania nazista. Il 25 aprile 1966 la città fu colpita da un violento terremoto (7.5 nella scala Richter), che lasciò oltre 300 000 persone senza casa.
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La nostra visita parte dalla cosa più vicina all'ostello, il gran bazaar Chorsu (in persinao "incrocio/ 4 flussi". E' immenso, sconfinato. Un quartiere di bancarelle e roba in vendita. E' diviso a sua volta in zone: quella dei mobili e del legno, quella del cibo, che si divide ancora in carne (di maiale, con salsiccioni a manetta, altro che musulmani), verdure, pane, dolci. Poi c'è la zona dei tappeti, ci sono le parti dedicate ai vestiti e ai gioielli, alla telefonia e al salamadonna. Davvero c'è TUTTO.




La cupola azzurra è il centro nevralgico del bazaar e accoglie i macellai e i venditori di formaggio e latticini. L'odore all'interno è terrifico, benchè tutto paia piuttosto pulito. Dopo il mercato della carne di Ulan Bator non temo più nulla. Però la guida di Raymond sconsiglia vivamente di mangiare nei ristorantini interni al mercato: economici ma assai dangerosi. 














All'esterno della struttura, ma non fuori dal mercato, che si estende all'infinito, tra banchetti di pane, verdura, poponi e cisterne di kvas (bevanda leggermente alcolica), ci districhiamo per cambiare gli ultimi euro ed uscire dal paese dignitosamente. Scopriamo che al mercato nero non conviene, qui, cambiare, e optiamo per una grande banca che tiene il tasso più alto finora trovato: 1 euro per 8900 sum. 











Poco distante dal mercato sorge la Madrasa Kukeldash.




È stata costruita intorno al 1570 dalla dinastia dei governanti shaybanidi ed è uno dei più antichi edifici della città.
La madrasa è costruita in mattoni gialli ed ha una tradizionale forma quadrata con un grande portale e un cortile interno, a cui, in teoria, i turisti non possono accedere. Le pareti intorno al cortile interno contengono delle cellule abitate dagli studenti. Il portale è alto 20 metri e possiede ai lati due torri.
Nel 1830-1831 il primo piano della madrasa è stata demolito, e i mattoni sono stati usati per costruire la vicina Madrasa Beklarbegi. La madrasa è stata danneggiata dal terremoto nel 1868 e successivamente ricostruita nel 1902-1903. È stata ricostruita di nuovo nel 1950 e divenne uno dei pochi edifici religiosi che sono sopravvissuti al sisma del 1966.
L'edificio ha avuto una vita difficile: è stato convertito in un caravanserraglio nel XVIII secolo, poi è servito come una fortezza. Nel XX secolo divenne un museo, prima dell'ateismo e più tardi della musica popolare. Russi, vi si ama. Pur con tutto quel che avete fatto. Big up. Nel 1990, l'edificio è stato ancora una volta trasformato in una madrasa ed attualmente ospita studenti della sacra parola.

Noi invece veniamo acchiappati da due ragazzi che domani hanno un importante esame d'inglese e vogliono esercitare lo speaking. Se ottengono un buon risultato, possono andare a studiare all'estero. E pare siano molto interessati alla cosa.




Ci rituffiamo quindi, dopo il silenzio della madrasa, nel bazaar, per raggiungere il secondo luogo e antico e sacro che ci interessa vedere.











Attraversiamo le stradine del quartiere più antico di Tashkent, che non ha subito grossi danni per il terremoto e già prima era stato risparmiato dal soviet-cemento e dai soviet-palazzoni.


Giungiamo al complesso Hazrati Imam, sepolto nel mausoleo che si affaccia su una piazza che si trova nella parte vecchia della capitale e comprende una serie di edifici sacri costruiti in varie epoche.




Il mausoleo Kaffal Shoshi, dedicato allo studioso e poeta islamico Abu Bakr Kaffal Shoshi vissuto in epoca shaybanide.L'edificio risale al XVI secolo e contiene la tomba del poeta e quella di altre personalità tra cui tre sceicchi. Originariamente l'antico mausoleo risaliva al X secolo ma se ne sono perse le tracce, così venne ricostruito.L'edificio comprende anche una khanqa.





La madrasa Barakh Khan, che è stata eretta nel XVI secolo dall'allora governatore di Tashkent Nauruz Ahmad Khan, un nipote di Mirzo Ulugbek. Il nome "Barak-Khan" significa sovrano fortunato ed era il soprannome del governatore perché la sua reggenza era considerata fortunata. L'edificio venne completato nel 1532. La madrasa venne danneggiata dal terremoto del 1868 e poi restaurata. Dal 2007 ospita gli uffici dell'Amministrazione Spirituale dei Musulmani dell'Asia Centrale.





C'è poi la moschea Hazroti Imam, moderna. È stata costruita nel 2007 per volere del presidente Karimov. L'edificio è composto da due minareti di 54 m e uno stile che richiama alle moschee della tradizione uzbeka del XVI secolo. Accanto sorge la moschea Telyashayakh, più antica ma ricostruita post-sisma.



Interessante, ed ora accessibile anche ai non musulmani (previo obolo ovviamente) è la biblioteca museo Moyie Mubarek (dove è custodito il più antico corano del mondo, il Corano di Osman; si dice portato a Samarcanda da Tamerlano in persona, ma ben più antico). Sono esposti anche altri preziosi manoscritti antichi, che meritano la visita.











Ci lasciamo alle spalle la città antica, per tuffarci a capofitto negli immensi vialoni che conducono al centro. Oltre ai vialoni ci sono anche i palazzoni. Tutto -oni. Ma oni oni! E' vagamente inquietante, però, ripeto, meno di Ashgabat. Qui, pur brutta, la città è fatta per la gente che ci vive. Non per giustificare un regime.






ma quello della riforma? Ah no, è un brand di vestiti italianissimi



Raggiungiamo il canale Angkor, che porta l'acqua per kilometri dal fiume Chirchiq in città. Si respira un'aria fresca e rilassata, di gran pace, che mi ricorda in qualche modo i miei navigli e le loro storie, e una persona che si è riflessa in quell'acqua ed il riflesse era quasi sovrapposto al mio. Sembra un po' casa, qui.






Tra parchi e palazzoni proseguiamo, nel caldo leone che azzanna, diretti alla piazza centrale della città, Piazza Mustakilliq, che vuol dire indipendenza, che vuol dire indipendenza dai russi, che vuol dire mica vero, chè qui tutti parlan russo e leggon russo e vedon russo in tv, e importano russo ed esportano in Russia. Però mustakilliq, neh.



La piazza si rivela una gran delusione: per motivi non meglio definiti è tutta chiusa al transito e non la si può vedere nella sua assurda grandezza. Ci accontentiamo delle grandi vasche, a metà tra la fontana e la piscina olimpionica, e della sorta di portale con colonne e cicogne in cima. Eh, a loro le sigogne ci garbeno.




Chiuso e anch'esso inaccessibile è il monumento ai caduti, chè qui durante la seconda guerra s'è pescata a strascico la tanta carne da cannone mandata al macello al fronte, chè Stalin non era proprio oculato nella gestione delle risorse umane. A propos, qui in Uzbekistan e pure in Kirghizistan ci sono grandi comunità di coreani, qualcosa come il 5% della popolazione. Indovinate da dove arrivano? Dalle deportazioni, esattamonte. Off to gulag!




Sulla piazza si affacciano tutti i grandi edifici governativi, che ospitano i ministeri e i gabinetti e le turche dei vari organi dello stato uzbeko. Vietato avvicinarsi, vietato fotografare, forbidden, e i soldatini fanno una x con le braccia davanti al volto. Ma va' da' via l'organ, che avete l'internet libero: la gente sa.



Prima di tuffarci nei musei, Raymond necessita di essere nutrito, e optiamo per un minuscolo ristorantino con i tavoli in comune. Prendiamo posto dove è seduta una ragazza che azzanna un panino kebab e ci stringiamo nel gran numero di colletti bianchi intenti a falciare, in pausa pranzo, carnizza, riso, cipolle e tè verde. Diciamo che è molto local questo local-e.



All'esterno, sulla strada, al sole, lo chef è intento a rimestare con le nude mani il calderone di plov. Ne pesca i tocchi di carne grassa più unti e grandi, li sminuzza con il coltellaccio e poi li ributta dentro. Poi rimesta, pesca, taglia e ributta. E via così. Al punto che a furia di star piegato in tal maniera gli è venuta pure un poco di gobba. Diciamo che inizio a spiegarmi certe mie infezioni intestinali.




Chiusa la parentesi culinaria, torniamo alla storia. Viene infatti il momento di visitare il fu museo Lenìn, e, prima ancora, museo nazionale del Turkestan, ora museo della storia della nazione e del popolo uzbeki. E' sai antico: fu aperto nel 1876.

E' stato recentemente rinnovato e arricchito con più esposizioni e pure alcuni cartellini in inglese, incredibol. Il museo si apre con una ricca collezione di attrezzi dell'età della pietra dalla cultura delle grotte dell'Uzbekistan. Ma il pezzo forte del museo è un bassorilievo di Buddha in alabastro molto ben conservato trovato da Fayaz Tepe a Termez. Ci sono anche diversi resti di frammenti di teste di Buddha e motivi decorativi provenienti da altri siti intorno a Termez dal I al IV secolo. I pezzi mostrano anche l'evoluzione dell'arte Gandhāra attraverso gli influssi regionali.
Nella sezione musulmana del museo, vi sono degli editti regali di varie epoche, da Tamerlano fino agli ultimi emiri di Bukhara. Vi è anche una ricca collezione di arte etnica e costumi provenienti dalle diverse parti dell'Uzbekistan. Infine vengono illustrate le conquiste russe dei khanati e degli emirati nella regione e della storia del XX secolo con la rivolta di Andijon.
La sua collezione comprende l'archeologia, la storia, la numismatica e l'etnografia dell'Uzbekistan. Il piano superiore è dedicato all'Uzbekistan moderno e vengono mostrati i progressi economici e industriali del paese.







l'immancabile citazione del fu dittat...presidente Karimov




monete post-Alessandro Magno, sogdiane







il buddha in alabastro

bodishatva

testi in sanscrito







sepolture turciche








corazza e armi dell'epoca timuride


una parete interamente dedicata a Tamerlano, che brilla di luce propria sul cavallo bianco. Intorno i suoi soldati liberano colombe bianche



la conquista russa

le 12 chiavi di Tashkent


le armi e, sotto, i volti, di coloro che tentarono di ribellarsi al dominio zarista; e le catene che poi furono usate per tenerli prigionieri





la distruzione provocata dal terremoto del '66

l'orologio fermo all'ora del sisma


Se il primo piana parla di tradizioni uzbeke ed il secondo della storia della nazione, che è stata crocevia di popoli e culture, a metà tra imperi (cinese, persiano, russo) e capace di tenere tutto insieme, l'ultimo piano è ciò che veramente mi interessava vedere. Potremmo chiamarlo museo Karimov, il primo presidente-dittatore che bollì a morte i suoi oppositori politici. Ne ho parlato nel primo post di Samarcanda, nel caso si volesse approfondire.

Questa parte del museo è una collezione di foto del fu presidente che fa cose, in particolare stringere mani di altri presidenti.
E si dice quanto sia stato bravo a modernizzare l'Uzbekistan, a dotarlo di mezzi di trasporto, di strade, ferrovie e aeroporti. E come sia grande e bella questa nazione. e quante cose all'avanguardia (?) abbia. E come siano fighi i progetti per le nuove città e le nuove case. Ed è tutto merito di Karimov. Hip hip urrà!













Ampia è anche la sezione dedicata alle forze armate, che sono grandi e belle e giuste e il presidente abbracciava i soldati, che brav'uomo! Che anima grande! Guarda che bello sparare, ammazzare la gente, difendere la patria, sporcarsi di sangue!



E le nuove case? Quelle che spazzano via le vecchie abitazioni e chi ci vive, come nella valle di Fergana sta accadendo? Non sono belle e moderne e giuste volute da dio e dal presidente?



E lo sport? Ah quanto sono grandi gli uzbeki in ogni disciplina. E Karimov sant'uomo guarda come indossa le medaglie olimpiche e come stringe mani di campioni e come sorride!



E i telefoni uzbeki? E i modem? Non sono i migliori telefoni e modem del mondo? Grazie presidente!



Insomma, questo museo va visto. E' ricco di storia e parla da sè per quanto riguarda la disposizione. Al secondo piano si parte dai dinosauri e, secolo per secolo, si giunge all'annessione all'URSS. Poi ci sono 70 anni di buco nero, di memoria cancellata, di silenzio assordante. E si ricomincia dal 1991 con l'apologia e santificazione del presidente Karimov e delle grazie uzbeke da lui portate.

Così rimpinzati di nazionalismo uzbeko, proseguiamo verso il parco dedicato ad Amir Temur, per gli amici Tamerlano, illuminato sovrano turco-mongolo che creò un'immenso impero su cui davvero, forse, non tramontava mai il sole. Di certo, non si smetteva mai di irrigare i campi col sangue dei nemici, tra una piramide di teste e l'altra. Il parco, con l'immenso Hotel Uzbekistan al fondo, ha nel centro una statua di Timur a cavallo.






A lato, invece, si trova il museo dedicato a Tamerlano. Avevo letto solo buone recensioni ma, sinceramente, l'ho trovato veramente una cagata pazzesca, per citare Fantozzi. E' un'accozzaglia di porcate molto kitsch a tema Timur, e di storico ha ben poco. Sembra una sorta di glorificazione della grandezza del sovrano che, lui sì davvero, portò il potere e la ricchezza in questo paese.






Ordalia con passaggio nel fuoco

una cosa bella che mi ricorda la grazia e il Cantico dei cantici, chè l'amore ha sempre gli occhi di cerbiatto


Tamerlano agli occhi degli europei



l'oroscopo

un adesivo di Vieri sul cesso del museo Timur

Finita la visita dell'insensato museo, percorriamo all'indietro la lunghissima via dedicata al poeta Navoy


un palazzo su cui ancora si legge la dicitura Turkestan

il teatro, che fu costruito dai prigionieri di guerra giapponesi

il circo



La giornata si conclude con una cena a base di dolma, i dolmades greci e turchi, ovvero foglie di vite e cavolo ripiene di riso e carne speziata.


Domani si riparte, e la direzione è la valle di Fergana!

1 commento:

  1. C’È UNA CLASSE CHE TI ASPETTA
    Cara volpe di San Pietro
    tra un mesetto torni indietro,
    c’è una classe già che aspetta
    il tuo arrivo in bicicletta!
    “Salve prof com’è che butta?
    Lei ci sembra un po’ alla frutta…
    dov’è andata questa volta
    c’ha una faccia da stravolta!”
    “Varda te che curiosoni!
    Se non fate i chiacchieroni
    vi racconto del deserto
    come fossi un grande esperto.
    Se non fate più i monelli
    vi racconto dei cammelli,
    di Teheran vi parlerò
    dove tutto cominciò.
    Parlerò della montagna,
    del Raimondo e la Bretagna,
    vi dirò delle città
    che non sono come qua.
    Vi dirò del caldo atroce
    più pesante di una croce,
    dei bambini di laggiù,
    e chi se li scorda più?”
    I ragazzi silenziosi
    ascoltavano curiosi,
    roba strana, mai accaduta
    che la classe fosse muta.
    “Bella prof!” disse Martina,
    “la lezione stamattina
    non ci ha fatto sbadigliare.
    Posso farmi interrogare?”





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