giovedì 12 luglio 2018

14-15 YAZD. La sposa del deserto. L'ocra, l'azzurro e il sole alto di Zaratustra. Tra torri del vento, per vivere in grazia, e torri del silenzio, per morire in pace



11/7/18


“Yazd si distingue dalle altre città della Persia. Non possiede, per proteggersi dalle impervie terre desertiche che la circondano, una cintura di giardini o di fresche cupole azzurre. Città e deserto hanno in comune il colore e la sostanza: la prima è il frutto del secondo, e le alte torri di ventilazione, che attestano il calore che vi domina, sono il genere di foresta che può crescere naturalmente nel deserto. Esse conferiscono alla città un profilo irreale [...] Le torri di Yazd sono quadrangolari e prendono il vento dai quattro lati mediante profonde scanalature, che lo spingono in basso verso i vani sottostanti. Due vani di questo tipo alle due estremità di una casa creano una corrente che la percorre tutta.”

Così scriveva Robert Byron, autore del libro The Road to Oxiana, considerato uno dei migliori esempi di letteratura odeporica; è il racconto di un viaggio durato 10 mesi in Persia e Afghanistan negli anni 1933-34. E proprio oggi anche noi siamo arrivati in questa città, centro geografico dell’Iran. Yazd di sabbia e vento. Yazd sposa del deserto, incastonata come una perla ocra e azzurra tra Dasht-e Kavir e Dasht-e Lut, le due distese di roccia e sale, roventi d’estate, gelate d’inverno dove i monti si elevano muti fino a 4000 metri di altezza e il vento dissecca ogni germoglio.



Siamo partiti con gran calma da Taft, dopo una colazione sulla veranda affacciata ai giardini rigogliosi e ai monti che chiudono la valle in cui sorge la città. Soltanto 30km ci separavano da Yazd, ma ieri eravamo troppo stanchi ed il vento era troppo forte per poter proseguire. Dopo esser stati fotografati più e più volte dai gestori dell’albergo, ci siamo rimessi in strada. Già a Taft ho intravisto alcune case antiche di fango e qualche torre del vento, badghir in farsi, architettura particolarissima e tipica di qui. Sono il Pinguino Beghelli dei secoli passati. Funzionano asportando aria calda dall'interno dell'edificio durante il giorno, e immettendo aria fresca dall'esterno durante la notte. L'uso di vasche d'acqua sotterranee contribuisce ad umidificare e raffreddare ulteriormente l'aria. Per funzionare sfruttano l'energia del vento o del sole. Generalmente il flusso d'aria si muove a causa della differenza di pressione tra la zona della torre dove soffia il vento e la zona sottovento. In assenza di vento, la corrente è determinata dall'aria calda che si trova a ridosso della parete sud della torre, e che scaldata dal sole tende a salire. Geniale per luoghi dove piove forse un giorno all’anno e poco, e dove le temperature estive mantengono una media superiore ai 40°C! Entrare in una stanza sotto ad una torre di queste è come stare in un locale condizionato, ma senza il fastidio dello sbalzo termico eccessivo. Una pacchia.
Fatto resta che pedalando, sempre controvento, ma oggi in piano, anzi, in leggera discesa, ci siamo lasciati alle spalle Taft, la città giardino, con il suo fiume completamente asciutto e i suoi negozi, la moschea e la statua del carrarmato con i combattenti sopra.









Qualche colpo di pedale più avanti ecco la periferia di Yazd, finalmente! E’ costato tanto sudore arrivare qui. Tanta fatica. Una fatica titanica, come di formichine che trasportano briciole enormi su per la china. In direzioni ostinata e contraria, sempre. Le gambe, infatti, sono dure, le fibre di ogni muscolo sfaldate. Ma ci aspettano due giorni di riposo ora.



Dopo le foto di rito davanti al nome della città (che facile qui fermarsi a bordo strada! In Russia per foto simili ho rischiato la vita, o almeno una fettina di culo, più volte), ci si è parata davanti la moderna periferia e soprattutto questo complesso di statue.






Impossibile non fermarsi a fare una foto alle truppe cammellate, simili a quelle che ho trovato l’anno scorso in Mongolia, a Ulan Bator, ma là eran cammelli pelosi da deserto freddo e i mercanti erano vestiti come i nomadi delle steppe; non distante fra l’altro dalla statua di Marco Polo, che campeggia nella capitale mongola. Altre foto, dunque, chè pure noi si sta percorrendo un tratto della via della seta, o della sete che dir si voglia. E se io da volpe son diventata fennec, la Signora si è trasformata in cammellino docile e obbediente.
Ci buttiamo poi nel solito delirio di traffico anarchico delle città iraniane, tra motorini e taxi, furgoni e auto che strombazzano e si muovono secondo ragioni che la ragione non conosce, ma non come il cuore, come l’incubo di un folle. Sopravviviamo fino al centro, dove si trova il nostro albergo; è una casa tradizionale di oltre 400 anni, anche lei con torre del vento e giardino. Ci infiliamo nella città antica, e in un attimo siamo alla porta.







Qui troviamo sorrisi e una formula forfait che ci intriga subito: con poco più di 10 euro a capoccia hai stanza con bagno privato e libero accesso 24/7 alla cucina e alle bevande calde e fredde, tè, spezie e frigoriferi. Una manna. Altro che oasi, altro che caravanserraglio. Formula all-inclusive sul bere (e sul mangiare, ma secondariamente) è esattamente ciò che intendo per buona accoglienza tra deserto e deserto. Mentre preparano le stanze ci fanno accomodare nel giardino; poi visitiamo anche il tetto, da cui si gode di una bella vista sulla città vecchia, sulle sue torri e le sue cupole, sui minareti e il cielo chiarissimo.













Approfittiamo subito del pranzo, e finalmente riesco ad assaggiare il pappone cremoso di melanzane e spezie, frutta secca e yogurt di cui ho tanto sentito parlare, il kashk-e badjeman. Paradisiaco, soprattutto con il pane allo zafferano.


Partiamo, così rifocillati, alla scoperta della città più calda e arida a nord del Golfo Persico. Oggi conta poco più di 400.000 anime, che è comunque tantissimo se si pensa a DOVE si trovi e a come si sia adattata nei secoli al deserto. E’ ben nota per l’architettura, per essere il maggior centro dello zoroastrismo (ma di questo parleremo poi) e per l’artigianato, soprattutto di seta e dolci (i pasticcieri tengono segrete le loro preziose ricette a base di miele e datteri, frutta secca e caramello).
La città vanta 3000 anni di storia:  risale ai tempi dell'impero medo, quando si chiamava Issadis. L'attuale nome potrebbe derivare da Yazdgard I, un re sasanide. La città era già un centro zoroastriano proprio in epoca sasanide, e, dopo la conquista islamica della Persia, molti zoroastriani delle province circostanti trovarono rifugio qui. La città rimase zoroastriana anche dopo la conquista, dietro il pagamento, naturalmente (pecunia non olet e non ha dio che tenga), di un tributo; solo gradualmente l'Islam divenne la principale religione della città.
A causa della remota posizione nel deserto e della difficoltà di raggiungerla, Yazd si è conservata pressoché intatta dalle distruzioni delle guerre. Ad esempio, è stata un rifugio per i fuggiaschi da altre città dell'impero persiano durante l'invasione di Gengis Khan. Nel 1272 fu visitata da Marco Polo, che diede conto della raffinata tessitura della seta e così scrive:
“Iadis è una cittade di Persia molto bella, grande, e di grandi mercatantie. Quivi si lavora drappi d’oro e di seta, che si (chi)ama ias[d]i, e che si portano per molte contrade. Egli adorano Malcometto. Quando l’uomo si parte di questa terra per andare inanzi, cavalca 7 giornate tutto piano; e non v’à abita[zione] se no in tre luoghi, ove si possa albergare. Quivi àe begli boschi e piani per cavalcare; quivi àe pernice e cuntornici asai. Quindi si cavalca a grande solazzo, quivi àe asine salvatiche molto belle”.
Che poi sarà così anche per noi: pianura, poche città, gran solazzo!
Per breve tempoYadz divenne capitale sotto la dinastia muzaffaride nel XIV secolo e fu assediata senza successo fra il 1350 e il 1351 dagli Ingiuidi, comandati dallo sceicco Abu Ishaq. La Moschea del Venerdì (Masjed-e Jameh), il più importante monumento architettonico della città, e altri importanti edifici risalgono a questo periodo. Durante la dinastia Qajar (XVIII secolo) fu governata da khan bakhtiari.
Durante la dinastia safavide (XVI secolo) la popolazione di Yazd emigrò verso est e chiamò il luogo Yazdi: oggi si trova presso il confine irano-afgano nella provincia di Farah e la città si chiama Farah. I discendenti sono tuttora persiani sciiti. Parlano con un accento molto simile a quello degli abitanti di qui.
Yazd è una città di primaria importanza come centro dell'architettura persiana. A causa del clima secco, ha una delle più ampie reti di qanat nel mondo e i costruttori di questi angusti cunicoli usati per trasportare l’acqua attraverso il deserto sono considerati i più abili dell'Iran. Per affrontare le estati torride, molti edifici antichi sono dotati, come si diceva, di magnifiche torri del vento e di vasti ambienti sotterranei, tra cui cisterne freschissime, pance gonfie d’acqua che riposa nell’ombra. La città ospita anche importanti esempi di yakhchal, di cui alcuni sono ancora usati come ghiacciaie per conservare il ghiaccio proveniente dalle vicine montagne. La città vecchia è uno dei più grandi centri urbani costruito quasi interamente con adobe, un impasto di argilla, sabbia e paglia.
Il patrimonio di Yazd come centro zoroastriano è anch'esso importante. C'è una Torre del Silenzio nei dintorni e in città c'è un Tempio del Fuoco, che conserva una fiamma che arde ininterrottamente dall'anno 470. Attualmente, gli zoroastriani costituiscono una significativa minoranza della popolazione, con 20 - 40.000 fedeli, che si possono riconoscere dagli abiti, leggermente differenti rispetto a quelli dei musulmani.
La nostra visita comincia dalla città vecchia, che nel primo pomeriggio dorme nella penombra delle finestre chiuse; il sole disegna linee nette di luce e taglia a metà i muri e le piazze. Prima una ghiacciaia,






poi incrociamo la casa Lari-ha, esempio di abitazione di epoca Qajar costruita da un ricco mercante locale.











Torniamo poi al cuore della kasbah verso la cosiddetta prigione di Alessandro, edificio antico che prende il nome da un poema di Hafez in cui si descrivono le terribili condizioni di detenzione; di fronte si trova la moschea dei 12 Imam, la più antica costruzione della città, che risale all’XI secolo.









Ancora tra i viottoli color ocra, torri del vento, ghiacciaie e cisterne scavate sottoterra, e poi il grande orologio.






Di fronte si stagliano contro il sole i maestosi, altissimi minareti della moschea del Venerdì. Risale al XII secolo e sorge sul luogo che prima ospitava un tempio del fuoco zoroastriano. E’ un esempio di stile Azero e presenta iscrizioni di bellezza indescrivibile; dentro, sui tappeti, la pace che si respira è un sorso d’acqua fresca nel caldo accecante.






























A poca distanza altro blu sull’ocra: la grande cupola della moschea Roknaddin che sovrasta il centro storico e uno dei bazaar.






Ci lasciamo catturare da un’altra moschea, moderna però,













prima di raggiungere il Complesso Amir Chakhma. Si tratta di una moschea, con alcove simmetriche ai lati, situata su una piazza con lo stesso nome. Contiene anche un caravanserraglio, un tekyeh, uno stabilimento termale, un antico pozzo d'acqua e una pasticceria. In realtà in questa piazza ce ne sono molte, alcune di gran lusso, con un andirivieni di clienti che non si ferma mai. Durante la guerra Iran-Iraq e le guerre in Iraq con gli Stati Uniti e l'Afghanistan, molti iracheni e afgani sono venuti ad abitare nella Piazza Amir Chakhmaq, che ha offerto loro un rifugio. La piazza è stata costruita nel XV secolo da Jalal-al-Din Amir-Chakhmaq, il governatore di Yazd durante l'era timuride. Con alterne vicende di abbandono e ristrutturazione, il complesso è giunto fino ad oggi a testimoniare quanto potessero i governatori di queste città attraversate dal passaggio continuo di carovane e mercanti e genti dall’est e dall’ovest. Fuori si vede anche un oggetti di legno che è una sorta di portantina usata per le processioni religiose.















A brevissima distanza si trova un’antica cisterna dell’acqua, scavata alcuni metri sottoterra e protetta da una cupola a uovo con quattro piccole torri del vento per la refrigerazione. Si può visitare, e ne vale la pena: oggi è un zurkhaneh, una palestra dove si pratica il Varzesh-e pahlavānī , lo “sport degli eroi”. E’ una disciplina di ginnastica e lotta tradizionale della Persia, originariamente nata come accademia di educazione fisica per scopi militari, che mescola elementi della cultura pre-islamica con la spiritualità del sufismo (infatti assistiamo a prove di abilità dove gli atleti girano su loro stessi e girano e girano come dervisci, al suono dei tamburi). Agli atleti si richiede purezza d'animo, sincerità e temperanza, solo in seguito viene la forza fisica. Il principio di modestia è esemplificato dai versi che si recitano ad ogni incontro:  “Impara la modestia se vuoi la conoscenza. Un altopiano non potrà mai essere irrigato dal fiume”.
Assistiamo all’allenamento di baldi più o meno giovani, che seguono il rituale e si addestrano all’uso di tutti gli strumenti che hanno nel tempo sostituito le armi tradizionali: il sang, strumento di legno che sostituisce uno scudo e serve come peso da sollevare, i mīl, pesi a forma di clava, il kabbadeh, oggetto di metallo a forma di arco, con catene e sonagli, nonché il takhte, barra che serve a fare le flessioni, su cui gli atleti si dimenano come serpenti. Non è mai chiaro del tutto se si tratti più di sport o più di un rituale religioso. Certo è che assistere all’allenamento, svolto tutto a tempo di musica live, con due percussionisti addetti ai tamburi che cantano anche, merita. Così come meritano le foto celebrative del campionissimo locale e le facce rapite del pubblico presente.









Da ultimo, abbiamo visitato il Museo dell’acqua. C’è bisogno di un museo per una cosa così semplice, banale come l’acqua? Se vivi tra un deserto e un altro deserto, sì. E’ più preziosa di qualunque pietra o metallo.  Si spiega in particolare cosa siano i qanat, canali scavati a picconate nel buio e nell’umido della viva roccia per trasportare l’acqua dalle poche e distanti falde, senza disperderne nemmeno una goccia. Ce ne sono in tutto il mondo, Italia (Sicilia) compresa, ma qui l’opera è stata ancor più titanica e fondamentale per la sopravvivenza della città nei secoli.














Dopo questa visita ci siamo lasciati portare dalla folla dei bazaar ed abbiamo iniziato a fare acquisti utili per i prossimi giorni di deserto, come i mercanti all’oasi prima di ripartire con le proprie carovane. Miele, tè, caffè solubile, marmellate monodose, tonno in scatola, salviettine igienizzanti (eh), biscotti, datteri. Pane, frutta e prima scorta d’acqua saranno cose da comprare più in là.




suppostone di zucchero!


La sera, dopo aver assaggiato la carne di cammello (buona assai e molto delicata nel sapore, per quanto un poco stoppacciosa), nonchè la crema di verdure con cagliata, abbiamo riparato la sacca dell’acqua e il mio materassino (con una toppa da camera d’aria). Domani cambieremo ancora qualche euro in Ryal e ci dedicheremo alla parte zoroastriana della città.






12/7/18
Sveglia, colazione mastodontica e via subito in taxi (che un euro circa per 10km di corsa) verso le Torri del silenzio, uno dei luoghi che più mi ha attirata fino a qui, nel mezzo della Persia. Dagli anni ’70 del ‘900 non sono più in uso, ma per secoli gli zoroastriani le hanno utilizzate per lasciare i cadaveri alla mercè degli uccelli e delle intemperie, così da disfarsi dei corpi senza “inquinare” nessun sacro elemento: non la terra, che verrebbe infettata dalla morte e dai demoni che si impossessano dei corpi dei defunti, non l’aria né il fuoco, simbolo di purezza, e nemmeno l’acqua. Qua sopra potevano salire soltanto i nasasalar, “coloro che si prendono cura di ciò che è impuro”, addetti alla preparazione ed alla disposizione dei cadaveri sulle piattaforme; gli uomini nel cerchio più esterno, le donne in mezzo, i bambini nella parte più interna. Si dice che se gli uccelli attaccavano prima l’occhio destro di un cadavere, questo era destinato al paradiso, poiché era stato giusto, mentre se per primo veniva attaccato l’occhio sinistro, l’anima del defunto era precipitata dal ponte all’inferno. Una volta spolpate completamente, le ossa venivano gettate nel foro presente al centro delle torri.




A sud di Yazd se ne conservano due, con tanto di edifici, ormai abbandonati e parzialmente in rovina, che venivano usati per la preparazione dei cadaveri. Sorge vicino l’attuale cimitero zoroastriano, dovei corpi vengono inumati, ma non direttamente nella terra, che verrebbe infettata, bensì all’interno di piccoli bunker di cemento armato. E’ notorio che i demoni nulla possano contro il cemento armato, che li contiene. Saliamo lungo le lunghissime scale e regna davvero un’atmosfera surreale, da sogno abbacinato. Silenzio. Intorno le montagne altissime. Per fortuna non muoviamo in quella direzione, domani, contro quel muro di roccia verticale come un urlo al cielo. Raymond dice: come il passo della Futa! Ribatto: come il passo della frutta, del siamo alla.






































Dopo aver conversato un po’ con una guida locale, che insegna religione (zoroastriana of course) a scuola e mi chiede qualche spicciolo d’euro e rubli e monete estere perché fa la collezione, torniamo in città, al Tempio del fuoco. La facciata è anonima, come sempre, perché lo scopo non è glorificare l’edificio né peccare d’hybris, ma contenere la fiamma sacra che purifica. Il tempio è del 1940, ma questo fuoco è accesso ininterrottamente dal 470 ed è stato più volte spostato, fino a giungere in città nel 1474. all’interno si trovano anche alcuni testi sacri dell’Avesta e dei pannelli con i motti di Zaratustra, o Zoroastro, rappresentato a metà tra Cristo, Maometto, un satrapo dai dubbi costumi sessuali e il venditore di cocomeri del negozio accanto. Ma tant’è.









Usciti di lì, guardo con tutt’altri occhi le auto per strada: quelle della Mazda mi paiono più giuste delle altre.
La visita è finita, ora tocca fare ciò che serve per i prossimi giorni di viaggio. Cambiamo un po’ di euro, scoprendo che in sole due settimane il Ryal si è svalutato tantissimo: il 25 giugno a Teheran si cambiava  (ufficialmente, non in nero) 1 euro per 56.000 ryal; ora si cambia 1 euro a 90.000 ryal. Ci credo che la gente protesta nelle piazze e tiene abbassate le serrande dei negozi. Tra l’altro, a conti fatti, per un mese qui, tutto incluso e senza farsi mancare nulla, si spende meno di 500 euro a testa. Praticamente meno di quanto costi vivere a casa mia! Ho anche ricaricato la Sim iraniana con un po’ di Giga di internet, poiché qui le wifi ci sono ma non funzionano quasi mai. 4 Giga 1 euro. E lo stesso costa mandare 1 (uno!) SMS in Italia con numero ITalieno. Follia.
Torniamo in hotel a ritirare i panni lavati, finalmente come si deve, con la lavatrice, e non nel lavandino, e a preparare tutto per la ripartenza. Ci aspettano giornate lunghe e faticose, di vento e di sabbia, di sete e luce, di stelle e orizzonti enormi.


1 commento:

  1. Forgiarsi nella sabbia e nel vento, come in un rito di iniziazione, un marchio che la pelle conserverà su di sé. Sorride il deserto, mentre da migliaia di anni vibra e si plasma. Sorride perché è nella sofferenza degli uomini la sua ragione di vita. Uomini che hanno imparato a rispettarlo e a temerlo. Ed è di questi uomini, capaci di viverlo in tutti i suoi aspetti, che il deserto va in cerca. Uomini che vogliono ascoltare da vicino il suono della sua voce, entrare nella tela delle sue notti. Che il vento possa accarezzarvi sempre le spalle.

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