domenica 15 luglio 2018

17. Silenzio tra duna e duna. Sole, sale, sabbia e stelle (e cammelli mannari)



14/7/18

Secondo giorno di deserto.



Ci si sveglia presto qui, dove non c’è ombra che offra riparo; alle 5 già la luce impregna di miele ogni atomo e fili d’oro e rame fino si intrecciano nell’aria. Alle 6 il sole fa capolino di là dai monti, ed è già caldo da scottare la pelle. Meglio partire: dopo i 115km di ieri, oggi ne faremo 120, così da portarci il più possibile verso Tabas, l’unica città degna di tale nome in quasi 400km. Sarà la nostra oasi. La notte, per altro, è stata travagliata, tanto per il rumore dei treni merci, che sono passati sbuffando e sferragliando, e la terra tremava, quanto per le blatte da parata che tictictic con le loro zampette camminavano sul telo steso a terra, sul sacco a pelo e sulla mia testa. Tictictictic, blatte con i tacchi, blatte con gli zoccoli di legno come i vicini del piano di sopra sempre.




Colazione e via, di nuovo sulla strada principale; la stazione è alle spalle ormai e intorno di nuovo solo deserto. La giornata comincia con una salita, poco ripida ma lunga, lunghissima, estenuante; sull’asfalto resta anche tutta la mia colazione, chè soffro di reflusso e pigiare i pedali fin dalle prime ore del mattino mi fa l’effetto Vesuvio che erutta. In più il caffè 3 in 1 di qui è proprio dishwash, scacquatura di piatti, e sicuro non è un toccasana per stomaci delicati (per la bretoniera no problem).




Mentre pedaliamo obliqui sotto al sole che già stringe le tempie con la sua morsa, la mia attenzione viene attratta da un’immensa gabbia toracica a bordo strada. Mi avvicino. Questo è indubbiamente ciò che resta di un memello! Si vedono accanto anche il bacino, alcune vertebrone, il cranio e un esempio di vero cameltoe, non quello dei leggings troppo stretti al cavallo. Tuttavia è chiaro che tali amabili resti di Camillo siano stati puliti da mano umana: la pelle, dove rimasta, non è affatto decomposta, ma le ossa sono pulitissime e perfettamente spolpate. Si azzarda l’ipotesi che il povero Mello, subito fatale incidente, sia stato preparato da chi lo uccise senza volerlo, così da non sprecare la carne. Un po’ come da noi quando si tira sotto un cinghiale o un cervo insomma.








Resta il fatto che dopo le dovute foto con il primo cammello che vediamo, certo incidentato, ma pur sempre cammello, ripartiamo. Intanto il Puill mi dice che quando era in Algeria come veterinario, appunto, di cammelli (è rimasto là 4 anni per servizio civile) una coppia di frencesi si è schiantata in auto contro un Millo e sono morti. Chi? Tutti e 3! Francesi e ruminante. Mi trasformo in Pozzetto per 10 secondi, giusto per esclamare: “Eh la Madonna!”. Pericolose ‘ste bestie! Lo si intuisce dal numero di cartelli che si trovano sulla strada, e dal numero di residuati di Camillo a bordo, nella sabbia, ora puliti ora in putrefazione, sempre misti a pezzi di parafanghi, specchietti e cerchioni. Insomma son dei pericoli assurdi per chi guida, soprattutto di notte.
Seguono per i successivi 20km lunghe dissertazioni a riguardo di queste belle bestie di cui non si butta niente (vengo a sapere che pure in Australia ci sono e sono così un problema per chi è al volante, perché sono stati portati lì dai lavoratori afghani quando hanno costruito le ferrovie; poi gli afghani se ne sono andati, i cammelli sono rimasti e si sono moltiplicati all’eccesso, felici di essere emigrati prima dell’avvento dei talebani).













Dopo circa 40km ci sarebbe dovuta essere una, l’unica cittadina in cui fare rifornimento di cibo e acqua per la giornata, perché l’altra stava a oltre 100km e sarebbe stata perfetta come caravanserraglio per far spesa per la notte. Tuttavia Saqand s’è rivelata una sola pazzesca; sulla strada, proprio al limitare delle prime case, un cartello bello e nuovo indicava a 2km una stazione di servizio; ne abbiamo passata una ancora in costruzione e abbiamo proseguito ancora un pochino e un pochino… Fino ad essere ormai ben fuori dalla città e da qualunque possibilità di prendere acqua e viveri. E mo? Ci siamo fermati un attimo sotto ad un cartellone, con frutta secca di conforto e cartina alla mano. Niente, in mezzo tra lì e Robat-Posht-e-Badam, ultima cittadina della giornata a 100km, il nulla. Meglio tornare indietro di 3km e rifare un poco di strada fino al paese appena superato, piuttosto che stare senza acqua tutto il giorno. Stavamo giusto rimontando in sella, un po’ mortificati per l’imprevisto allungo, quando una macchina con la musica a tutto volume strombazza, fa inversione a U in un cigolio di gomme bruciate sull’asfalto rovente e si ferma proprio accanto a noi. Ne escono tre baldi giovani, armati di tè e acqua. Parafrasando il famoso detto di Maometto e della montagna: se la volpe non va alla città, la città va alla volpe. Ne segue una piacevole mezz’ora di chiacchiere farsenglish, di ustioni gravi alla lingua per il chai troppo troppo troppo caldo (ma che so, pirofile? Hanno le mucose in ghisa? Il palato coibentato?) e di attività di uno dei ragazzi che, con un coltellino, ha sbriciolato pazientemente il ghiaccio che avevano nel thermos per mettercelo a blocchetti nelle borracce. Dopo il solito scambio di foto, selfie e contatti, ripartiamo tutti: loro alla volta di Mashad, noi verso il deserto.







Si prosegue, nella sabbia e nell’arsura, fino a che il caldo diventa insopportabile. Appena scorgiamo qualche albero e un filo d’ombra, decidiamo difermarci per il pranzo; sembra trattarsi di un piccolo orto, di una mini-piantagione di alberelli da frutto che sfidano il clima; i contadini vivono accanto, in baracche di fango, insieme ad alcuni cani spelacchiati che fingono di fare la guardia. Appena ci fermiamo, subito esce un contadino e finge di dover fare dei lavori urgentissimi con la vanga n mezzo al deserto (ma va’ a vangare il deserto is the new ma va’ a scopare il mare!); in realtà è per controllare chi siamo e che facciamo. Noto che ha la carnagione scura scura, ma non i tratti da nero d’Africa; alcuni gruppi etnici qui sono così, probabilmente vengono dall’Afghanistan o addirittura dall’India. Così come ci sono alcuni volti ncorniciati dall’hijab con gli occhi a mandorla: forse sono persino discendenti dei mongoli di Gengis Khan.



























Dopo la pausa si torna in sella, e fa caldissimo. Caldissimo nel senso di morte, di inferno, di forno crematorio. Caldissimo che non si può dire, perché la lingua si è già disseccata. 49 gradi dice il termometro. Accanto a noi e per lunga tratta si estende un pianoro bianco di sale, cristalli infertili come a Cartagine. Qui davvero non può vivere nulla, e i pochi arbusti secchi e spinosi sono segno dell’eroismo delle piccole cose; ci vuole del coraggio a germogliare qui.
























Intanto si alza il vento che fa mulinare la sabbia; per la prima volta finiamo in un turbine ed è come fare un tuffo nella carta vetrata, con l’aggravante che il vento sposta a lato fin quasi a far cadere. La strada ricomincia a salire, e così è rimasta per i successivi 20km. Non sapevo se esser felice per le raffiche di vento che allentavano un poco la morsa del sole, o se preferire quell’occhio che vede e che brucia alle forze contrarie di Eolo. fatto resta che quella salita ci ha massacrati.
Non
finiva
mai.
Ci siamo persino fermati, disperati, quando sembrava si scollinasse e invece no, no! Ancora dopo una curva la strada si arrimpacava più in alto. Lo diceva Pessoa: “La morte è la curva della strada” (perché credi scenda e invece sale. Sale e sale intorno, bianco riarso). E l’acqua era ormai finita da un pezzo. Con le ultime forze ci siamo portati fino al passo, centellinando le gocce d’acqua rimaste condensate sul tappo della borraccia. Intorno, la roccia ha preso una forma strana, rotonda e colorata di rosso e di verde e di nero. Sembravano dolci, anormi panettoni glassati. O anche i mucchi di spezie di strati di diverso colore che si vendono qui nei bazaar. O la Cappadocia. O qualcosa che comunque per fortuna è presto finito, lasciando il posto ad una lunga, ripida e godosissima discesa. Oh Maome’, o Mazda, allora ce siete!




















E così in un precipizio di fresco e orizzonti lontani di luce al caramello siamo arrivati all’ultimo paese del giorno, Robat-posht-e-badam. Abbiamo preso possesso dell’unico tavolino difronte all’unico negozio dell’area di servizio. Io ho approfittato di internet (per il resto sempre manca qualunque tipo di connessione, dati e rete telefonica, nel deserto; infatti ci sono ancora talvolta i vecchi apparecchi a gettoni. Il che mi cruccia assai: non riesco a comunicare con i miei e temo si preoccupino troppo, pensando mi sia successo qualcosa di male) e dei frigoriferi; il Puill ha bevuto 1.5 litri di Pepsi, accompagnati da due wafer dati come resto e da mezzo kilo di yogurt. Io due succhi di frutta, latte e biscotti. E se ci fosse stato il gelato mi sarei pappata pure quello, ma niet; non chiediamo troppo!
Intanto passa la gente e diventiamo soggetto di infinite foto e selfie; passano in auto e chiedono uno scatto; scendono dai pullman di lunga percorrenza, in mezzo a nubi di donne velate che paiono uno stormo di corvi, e chiedono un selfie. E si fa. Il Puill, in italiano con accento bretonissimo ed r francese, commenta: “Per la bella ciclista italiana, non per il vecchio fracese!”. Dopo esserci rinfrescati ai bagni della moschea, veniamo avvicinati da alcuni ragazzotti che iniziano una conversazione impossibile fatta a suon di traduttore Google che fa saltar fuori frasi in inglese del tutto prive di senso. Noi leggiamo questi limerik della follia (van merkel oggi mercato sole rubinetto, per dir) e siamo pure tenuti a rispondere. Il Puill è cotto e inizia a delirare con i gesti del sole, dello zoroastrismo e della sete, e probabilmente lo prendono per un folle di dio cui il sole ha bruciato i neuroni. Uno dei giovani si presenta come rapper e mi dà mostra delle sue abilità, ccantando alcune strofe in farsi, velocissimo. Bravo! Poi ci regala un quintale di pane, perché lavora nel negozio lì accanto e gli è arrivato il furgone del fornaio. Consultiamo la carta e vediamo che da lì e per poco meno di 200km non ci sarà più nulla. Momento di riflessione. Minchia! Dobbiamo fare scorta di tutto, domani dovremo essere autonomi. E così torniamo nel negozietto e compriamo biscotti, cracker, tonno, acqua a litri, altro miele. Una borsa ulteriore di pane è il saluto del rapper, che continua a saluatarci con la formula: “In the name of God!”. Eh vabe’.









Ormai le ombre sono lunghissime e l’aria meno rovente; si riparte per gli ultimi km; ancora qualche selfie, qualche foto con bambina curiosa e sorridente e via, di nuovo discesissima. Dopo alcune rocce plasmate d’ombra del tramonto, ci si apre davanti una valle immensa di deserto. Lo spettacolo è grandioso, bello e temibile da togliere il fiato. Come l’oceano, ma minerale di sassi e di sabbia.










Scendiamo e scendiamo, insieme al sole, mentre la luce cala; le ombre son sempre più lunghe e ci accompagnano fedeli nell’ultimo tratto; quando ormai è buio e non possiamo essere visti, deviamo per un sentiero sterrato che conduce dietro ad alcuni cumuli di terra rossa. 


























Questa sarà la nostra casa di oggi, ed è fresca e grande e bellissima. Ceniamo, con la pasta alla Raymond che ormai è un grande classico e con tè e biscotti e pane. Si sta bene, nel buio. 






Compaiono le prime stelle. Il crepuscolo lascia il posto all’oscurità totale e per la prima volta nella mia vita vedo alcuni ammassi di luce rada che son la Via Lattea. Ci sono molte, molte molte più stelle di quante mai ne abbia viste. E il cielo è una festa di zucchero che si accende e si spegne come a fare l’occhiolino. Ogni pochi secondi si vedono stelle cadenti e piccoli lampi di luce. Viaggiare è così: scopri mondi vicini e lontani, puoi esprimere desideri che forse nemmeno sapevi di avere. Mi stendo sul sacco a pelo ad osservare questo spettacolo dolcissimo e accanto a me un cespuglio sembra fiorire di stelline. C’è un posto lontano da qui, dove so che qualcuno a sua volta sta guardando le stelle, sdraiata a pancia in su come sono io. E la distanza diventa un nulla difronte a questa immensa consapevolezza che si chiama amore.



4 commenti:

  1. Arriva la notte sul deserto e tutto si copre di stelle. La volpe le cattura una ad una; poi, sorridendo, le nasconde dentro ai suoi occhi. Al ritorno ognuno di noi le potrà vedere e a ciascuno regalerà una piccola luce.

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  2. Cara volpe, i tuoi reportage sono sempre poetici ed interessanti:scopriamo pezzi di mondo a noi sconosciuti...ti ringraziamo per questo e ti auguriamo un proficuo viaggio .

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  3. me lo sono letto tutto e goduto il tuo racconto. grande volpina, telefona a casa!!! ^______^

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