lunedì 23 luglio 2018

26. BAJGIRAN. Arrivederci Iran, khoda afez (che dio ti protegga). E' stato un piacere conoscere tutti i tuoi volti.



L’Iran



ci ha voluti



salutare



così



con uno spettacolo pirotecnico



di pietra



e i fuochi d’artificio



altissimi



della roccia



lanciata al cielo



come l’ultimo saluto


un canto muto



levato a dio



a chi ormai dà le spalle alla Persia



e guarda a oriente.



Dopo 85km di salita siamo finalmente giunti al confine. Questa è l’ultima notte nella Repubblica islamica: domani mattina, presto, alle 7.30, aprono i cancelli che ci faranno entrare in Turkmenistan. Sperando che i visti e tutte le formalità burocratiche non creino problemi.
Oggi è stata una giornata faticosa ma nemmeno troppo: mi ero talmente preparata al peggio che, nonostante il gran scalare, e il sudare la cresima, e lo smadonnare contro il vento sui tornanti esposti, non sono nemmeno troppo stanca.

Stamattina siamo partiti tardi: la colazione era alle 8, e un motociclista tedesco neolaureato, che sta facendo un viaggio di 4 mesi per tutta l’Asia, si è aggiunto al tavolo per chiacchierare un po’. Inoltre, uscendo da Quchan abbiamo fatto acquisti vari, dal pane appena sfornato e profumatissimo, alla frutta, all’acqua. Come sempre i negozianti e i passanti ci hanno tempestati di domande ed erano soprattutto curiosissimi, a questo giro, di sapere in che relazioni fossimo io e il Puill. Padre e figlia? Sposati (e fanno il segno con i due indici che si intrecciano come anelli di una catena)? Amici! E parte la grassa risata di tutti che non credono sia possibile. E vabe’, allora padre e figlia. Sì lui vive in Francia e io in Italia. Per lavoro. E parliamo inglese. Cos seminiamo confusione e caos e lasciamo tutti pieni di dubbi, a dscutere. Ben gli sta.

Come al solito nelle città il casino è allucinante e le strade sono un pericolosissimo ingorgo di auto, motorini, mezzi vari e pedoni che attraversano alla sperindio. Anzi, alla Inshallah, parola di cui ora ho capito pienamente il termine, imboccando le rotonde e passando gli incroci.
Inshallah siamo usciti dal centro e in un attimo le strade si sono svuotate. E’ stato così poi per tutto il giorno: abbiamo percorso l via che, arrampicandosi sui monti come un serpente dalle molte spire, porta a Bajgiran, paesino sviluppatosi intorno alla frontiera turkmena. Non c’è altro che questo. Perciò il traffico è pressochè nullo, tanto più che gli uffici dela frontiera aprono alle 7.30 e chidono alle 15.30, quindi nel pomeriggio la strada è un vicolo cieco. E, a meno che non si viaggi in bici, l’ultima città in cui fermarsi è Quchan, a poco più di 80km dal confine. Infatti del nostro alloggio a Bajgiran dopo dobbiamo parlare.

Sapevo bene, comunque, che oggi sarebbe stata una tappa da gran premio della montagna.
Abbiamo dovuto attraversare tre file di monti, via via più alti, e poi risalire un vallone fino in cima, prima di giungere a Bajgiran, arroccata alla coda orientale degli Elborz, tra i monti cupi. Cupi perché qui si addensano nubi scure che a volte mettono pioggia, e neve e ghiaccio d’inverno. Infatti è tutto più verde e gli occhi trovano riposo, bruciati dal troppo sole e dell’aria rovente e dalla sabbia. Il verde e le foglie e la linfa fanno invece bene al cuore, ma tanto!

Così iniziamo a salire. Primo passo, 1600 metri. Ci sono i campi biondi e un cielo azzurro che sorride come gli occhi che sogno ogni notte. Ci sono i contadini e i pastori che vivono un altro tempo e camminano lenti o attendono seduti su loro stessi. Ci sono, in cima, i roccioni nudi affilati dal vento, che oggi un poco ci dà tregua. Poi giù, a precipizio, in una valle stretta.
















Già di fronte a noi si para la seconda catena da superare. Si risale, stavolta a quasi 2000 metri. Piano piano. Intorno, a cerchi larghi, volano falchetti che vedo qui per la prima volta, e si sentono gazze schiamazzare nei radi alberi. Le cavallette non si contano, e son per lo più spiaccicate sulla strada. Quelle vive mangiano quelle morte e saltano via quando l’ombra della Signora le sfiora. Qualcuna, con le sue zampine artigliate, si aggrappa alle borse, qualcuna alle braghe. Compaiono nuvole e l’aria è fresca, pulita, sembra di bere acqua di fonte. Controllo la temperatura: 30 gradi, ma il mio corpo, ormai ridotto a pirofila, ne percepisce la metà. Si sta bene e si avanza spediti, per quanto concesso dalle pendenze. Non serve nemmeno far soste. Intorno a volte greggi o alveari, sempre con accanto la tenda dei pastori e degli apicoltori che trovano così riparo dal sole. Ma qui la luce è buona e non brucia.



















Finisce anche la seconda salita e si scende, di nuovo fin troppo, e di nuovo davanti si para un muro di roccia. Il terzo passo ci porta a 1800 metri, scende un poco e risale a 2000. E siamo nella valle che dovremo risalire fino in cima, ma senza più tagliare a perpendicolo altre catene. L’ultima salita è massacrante: ripidissima ed esposta al vento. La si fa tutta sui pedali, trascinandomi dietro il culo pesante della Signora che ormai ha una massa pari alla mia. Tric tric tric le gambe girano con sforzo immenso pure sul rampeghino. Tric tric tric tric… Non c’è nemmeno un poco d’ombra per fermarsi. Allora si scollina, e via, tutto d’un fiato.



















Una volta giunti nel vallone che seguiremo fino al fondo, per gli ultimi 30km di piena salita, decidiamo di fermarci per il pranzo. Sono già le 2, ma non ce ne siamo accorti: il caldo non ci ha morso le tempie come il feroce leone che è stato per un mese. Siccome altro non si trova, optiamo per alcune case abbandnate giusto prima di un microscopico paesino di pastori, ad un bivio. Una strada è la nostra, l’altra va a perdersi nella sua tana tra i monti che abbiamo difronte. Tra scampanellio di greggi e ragliare d’asini, ci riposiamo, mentre Raymond accende il suo fuoco con la legna (tempo impegato circa 30 minuti) e fa il tè. Il pane al sesamo, buonissimo e meraviglioso, ma fa pensare ad un ragazzino che conosco, che anni fa aiutava il suo papà al forno, fin da prima dell’alba: quella di fare il pane è un’arte sacra, antica e umana. Il pane è forse la cosa più semplice e insieme grandiosa che l’uomo abbia inventato. Uno più uno non fa due, acqua e farina non fanno acqua + farina. C’è della fantasia dolcissima, della sapienza più fonda di qualsiasi pozzo magico, di qualsiasi libro, e più alta di ogni religione. Il pane. Che buono!















Intanto si addensano le nuvole e temo persino voglia piovere. Non lo farà, ovviamente, ma la luce cambia e pare di essere già in un mondo nuovo, in altro paese. E’ scura e velata, pare quasi, a tratti, che ci sia la nebbia. Come in Val Padana! O quasi. Intanto la strada corre e pare d’aver preso la panoramica. Pare di essere in Nuova Zelanda, in una pagina de Il Signore degli Anelli. E’ tutto verde e roccioso, con i monti dalle forme curiose, spaccate, aguzze o tonde. L’umidità crea un velo opaco che fa mistero e sacro assieme. Non si sente il minimo rumore. Solo il mio respiro.













Si sale e si sale, fino alla moschea semiabbandonata di Emam Baad. Di fronte, una parete di roccia perfettamente liscia che pare un’onda altissima pietrificata. E una sedia e un cespuglio coperti di nastrini colorati.

























Legolas, cosa vedono i tuoi occhi di elfo?  Le bianche torri di Minas Tirith? No! Altra salita. E poi il paese di Dorbadam, che ha un fiume vero con l’acqua vera e alberi alti e prati dove pecore e bimbi riposano. E poi cosa vedono, Legolas, i tuoi occhi acuti? Un bivio, una strada vecchia che sale a tornanti, e un’alta che invece finisce in un tunnel. 























Scegliamo questa, più lunga forse, ma meno ripida. E al tunnel si arriva, in effetti. All’inizio è illuminato, poi si fa completamente buio. Accendiamo le nostre lucine ma son solo di segnalazione, si procede, a quanto pare in discesa, senza vedere alcunchè, se non il puntino di luce in fondo che s’allarga man mano. Pare una giostra a metà tra la casa degli orrori e le montagne russe. Iraniane. Fa pure freddo, lì dentro.






Una volta di là, poi, però, è tutta discesa, a parte gli ultimi 2-3 kilometri. Attraversiamo in un lampo la bella valle Shamkaal, che vanta pure cascate e altre attrazioni turistiche e arrampichiamo su per l’ultima rampa, tallonati da due importuni ragazzini in moto che ci investono di rumore e fumo, curiosi e pressanti come non mai.





Ah, alla fine eccolo il cartello di Bajgiran! Ci siamo, dunque! Sappiamo che in paese, meno di 70 anime totali, sulla strada principale, ovvero l’unica, c’è un hotel. Forse anche due, ma uno è sicuro. Pedaliamo in salita per qualche centinaio di metri e, a parte un paio di negozietti e due stazioni di polizia e militari, un cane tante case abbandonate, non vediamo nulla. In fondo alla strada un cancello chiuso. E’ la frontiera!






Mannaggia, e sto hotel mo? Torniamo indietro e chiediamo ad un negoziante, di fronte al quale sono riuniti praticamente tuttigli uomini del paese. Ci dice che sì, l’hotel sta lì poco distante. Torniamo indietro ancora un po’ e nulla. Chiediamo a un passante e ci conferma che l’albergo è lì, giusto dall’altra parte della strada. Eppure non si vede nulla, se non una caserma e un edificio chiuso da secolo e con segni di un incendio all’esterno. Ci avviciniamo e due militari, di cui uno in divisa l’altro mezzo biotto, ci dicono che l’hotel è proprio quella struttura sinistra e gremata, e che per di più non c’è una reception ma bisogna chiamare. Gli porgo il mio cellulare conla sim iraniana. Sparisce e torna poco dopo, facendoci segno di aspettare lì. In un secondo compare il proprietario, che ci porta all’hotel e ci lascia le chiavi dell’intero complesso. Longa brevis: questo paesino esiste solo in funzione del confine. Il confine è stato più chiuso che aperto per anni, fino al 2016 circa, e dunque le attività sono fallite e tutto è stato lasciato all’abbandono. L’albergo è inquietante e sinistro, zozzo con resti di cibo e bagno non lavati, unto e polvere.











Ma ci sono i letti, la cucina (enorme, con stoviglie e padellame e fuochi enormi da ristorante, tanto che il Puill mette su una teiera da 20 litri). 



C’è tutto. Non funziona quasi nulla, dall’acqua allacorrente elettrica, però oh, abbiamo le chiavi. Domattina possiamo andarcene quando più ci garba, e ci viene lasciata istruzione di nascondere le chiavi sotto ad un sasso in un’aiuola del giardino. Portiamo dentro tutto. subito il proprietario ci chiede se vogliamo cambiar valuta e prendere dei Manat, la moneta turkmena. Sappiamo dagli amici di Raymond che sul mercato nero 1 euro son 15 manat, 3 volte tanto il cambio ufficiale. L’omino tuttofare ci propone 1 euro 13 manat. Accettiamo. sicchè va a chiamare un altro amico, che si presenta con il denaro in banconote di piccolo taglio. Diamo tutto i Ryal avanzati, 10 milioni, circa 100 euro. Sicchè ci vengono dati, dopo qualche tiramolla di trattative, 1300 manat, perché all’ultimo cambio il Ryal non valeva più nulla e si era svalutato tantissimo, tanto che un euro era arrivato a varne 100.000 (al nostro arrivo a Teheran 50.000 ufficiali). Insomma, tra un maneggio e l’altro ci liberiamo di tutta la moneta iraniana, salvo l’equivalente di un paio di euro che spendiamo di lì a poco: bussa alla porta dell’hotel un giovanotto che chiede se vogliamo cenare. Certo! Ero già rassegnata all’ennesima pasta alla Raymond. E invece in breve, oltre al portafogli pieno, ci troviamo in mano anche due pani arrotolati intorno a kebab d’agnello e verdure, due bottiglie di Coca cola e un tot di salsine. Insomma, un affare!




Ora siamo davvero pronti a varcare il confine. Domattina la sveglia è alle 6, per essere al cancello intorno alle 7. Uscire dall’Iran non sarà un problema, ma richiederà molto tempo entrare in Turkmenistan: né io né il Puill abbiamo il visto, solo una mail che conferma che la nostra application, la lettera di richiesta, è stata accettata. Ma chissà se in questo bucio di culo d’ufficio avranno i nostridocumenti, che dovrebbero esser stati loro inviati dai consolati di Parigi e Roma. Chissà se ci faranno domande o perquisizioni. Il Turkmenistam ha leggi assurde che regolano con follia lucida il numero di sigarette (40), di medicinali, di tappeti (non più vecchi di 40 anni, se no è vietato) e di cianfrusaglie varie che si possono importare ed esportare. Non si possono fare foto e c’è il coprifuoco dopo le 23. Perdiamo mezz’ora di fuso, sicchè saremo a +3 dall’Italia. Abbiamo 5 giorni per fare 620km di deserto, con giusto una città ogni tanto, soprattutto dopo Mary. Internet sarà per lo più bloccato (speriamo nella Vpn) e costoso. Insomma, un bel casino. Ma richiedere un visto turistico, e non di transito (massimo 5 giorni) significa spendere fino a 200 euro al giorno per avere una guida 24 ore su 24 che ti “accompagna a vedere i posti migliori”, ovvero controlla ogni tuo movimento. E noi siamo randagi, selvatici. Sono una volpe, non un cane al guinzaglio!
Vedremo dunque domani come butta. Se tutto va bene, passeremo per la vicina capitale, Ashgabat, e poi ci spingeremo a sud il più possibile, seguendo l’unica strada che attraversa il paese. Non si può sbagliare.
Spero di riuscire ad aggiornare il blog. Nel caso no, ricomparirò il 28 o il 29 direttamente dall’Uzbekistan!

Per i curiosi, un paio o tre numeri dell’Iran:
permanenza: 30 giorni
percorsi in bici: 2200km circa (poco più, ma poco poco), di cui 800 nel deserto
percorsi in bus: 250km
dislivello positivo: incalcolabile
vento: *censura*
temperatura massima vista sul termometro, non esposto al sole: 52° C

3 commenti:

  1. C’È VACANZA E VACANZA
    Pedalando di gran fretta
    spinge sulla bicicletta,
    col suo gran temperamento
    del deserto sfida il vento!
    Non c’è sabbia che la freni
    lei e il Puill come due alieni
    indovina dove stan?
    Bravo! Nel Turkmenistan…
    E in due l’è sto posto qua?
    Se dumanda chi sta a cà.
    Boh! Mi pare che stia a Oriente,
    di sicuro non c'è niente,
    quel che è certo cari miei
    non è meglio ad Ortisei?



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  2. On pense à vous, bon courage. Germaine et André

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