giovedì 18 agosto 2016

Diciottesima tappa: tra Polonia e Bielorussia, dal confine a Grodno





“Guarda che facce! Guarda che facce serie! I bielorussi sono sempre così” e mima un’espressione da pagliaccio triste “Non sorridono mai, sembra che gli sia appena morta la mamma” ghigna Valery mentre ci avviciniamo al posto di blocco del confine. Ha ragione, sembrano tutti comparse di un film sui gulag siberiani. “Sarà la burocrazia tremenda per passare da un paese all’altro, il timore di non avere le scartoffie a posto” gli dico. “No è che qui fa sempre freddo. E la gente vive con 150 euro al mese. Poi succede come a me, che con una multa te ne pelano 500 in un colpo solo. E tu sei fottuto!”.
Valery è bielorusso, ma vive in Spagna da 8 anni; ha lavorato in mezzo mondo, dalla Russia a Cuba, e parla più o meno a gesti tutte le lingue. Traffica sul confine, porta cose di qua e di là. Lo fa con una biciclettina Decathlon pieghevole. Ma mi dice che a casa (quale? Dove?) ha una Pinarello da 10.000 euro. E’ tutto vestito Armani, e me lo fa notare. Mi ha presa in simpatia quando ha saputo del mio viaggio, e le due ore che servono a passare tutti i controlli le passiamo insieme. Nel frattempo lui trova un amico d’infanzia che non vede da 20 anni, che sta passando a piedi e si aggrega. Parliamo in anglo-ispano-russo. Traduce per me quel che dicono i poliziotti dall’enorme cappello, che fanno passare un’auto ogni mezzora (infatti c’è una fila di oltre 10km prima del confine). Valery mi dice che qui non c’è modo di sgamare; il confine è protetto, in tutta la sua lunghezza, da due muri elettrificati, due di filo spinato e, ogni tot, una torre con vedetta. L’alt viene intimato una volta sola. “Qui i negri non passano, non è come in Spagna e in Italia e in Grecia, qui se rispondi male a un poliziotto finisci tre metri sotto terra”. Sembra soddisfatto di questo. Io rabbrividisco, ma forse è solo il vento gelido.
Superiamo pedalando ancora un po’ di auto ferme a motore spento, primo controllo di visto, assicurazione e passaporto. Passato. La donna in divisa sghignazza, Valery le dice che sono forte, sto andando in Russia in bici. Lei si fa seria, probabilmente quel tizio è noto in queste terre di confine. Non voglio sapere per quali meriti. Proseguiamo. Secondo controllo. I viene dato un foglietto da compilare, tutto in russo. Mi dà una mano il losco trafficone, tra una telefonata e l’altra. Dopo minuti lunghissimi, durante i quali il mio passaporto viene sfogliato e rispogliato mille volte, il militare mi timbra il visto. Ma non è mica finita. Ci sono ancora due controlli dei documenti, e la perquisizione. Mi tocca svuotare le borse, aprire tutti i sacchetti, aprire il portatile, il libro, il flacone di shampoo. Ben gli sta che metton le mani nel sacchetto di mutande e calzini sporchi, peccato io non abbia micosi da lasciargli in dono.
Insomma, ci son volute due ore. E considerando che in Bielorussia cambia fuso, dall’inizio alla fine di quel kilometro frontaliero ne son passate tre. Da presto è diventato tardi in un batter d’occhio. Valery, intanto, mi dice che sta andando a sua volta a Grodno (Hrodna) a trovare sua mamma, che è caduta in depressione dopo la morte del fratello e ora è un po’ fuori di testa. Si offre di darmi un passaggio, perché ha un furgone. Rifiuto. Mi fa i complimenti, dice che questo è lo spirito, poi mi invita ad annusare l’aria, che la terra qui ha un profumo più buono che in Polonia. Lo accontento, tra l’altro è appena uscito il sole e lo sento, tiepido, sulla nuca. Una sensazione meravigliosa, dopo il freddo della mattina. Arriviamo all’auto di Valery, e lui, prima di salutarmi, vuole a tutti i costi offrirmi un gelato. “Qui in Bielorussia c’è il gelato migliore del mondo. Perché il latte è buono, e si fa con il metodo tradizionale”. Scopro che sta parlando di gelato confezionato, al bar di un benzinaio. Fortunatamente l’hanno finito e, sconsolato, mi dice che è rimasto solo gelato italiano. Quindi nulla. Valery fa il piacione con le commesse, mi fa segno di notare quanto siano curate in trucco e parrucco. Poi mi lascia il suo numero, mi dice di contattarlo per una pizza stasera. Mi chiede se sono sposata, perché no, fa il verso agli uomini italiani, secondo lui effeminanti. “Si fanno i peli!”. Finalmente mi molla e parte clacsonando.
Alla frontiera sono arrivata facendo una strada senza senso.
In mezzo ai campi, non più in piano ma tra collinette assassine. Ovviamente sotto ad una pioggerella malefica, fredda e fina. 










Lejla mi aveva detto di aspettare domani, a partire, che oggi sarebbe stato ancora brutto. Me ne ha parlato mentre facevo colazione. Tartara, ovviamente: tè non filtrato, insalata (erba raccolta nel prato, credo) con una specie di maionese piena di aglio, peperoni e cetrioli crudi in separata sede e sconditi, panino dolce con mattonella di burro, zuppa-semolino indecifrabile, insapore, mezza fredda, probabilmente utilizzabile anche come intonaco o cemento. Perché la differenza tra edulo ed edile è per borghesucci. Sarciccia. Ovetti. Stavolta non sono riuscita a mangiare tutto, era davvero troppo anche per una volpe a pedali.



Sono ripartita in fretta per evitare l’imminente temporale, ma sulle prime salite mi sono subito data una calmata. Tanto mi sarei bagnata ugualmente, tanto valeva farlo nella più imperturbabile pace dei sensi. Ed ecco la pioggia. E il vento. Ma io sono pioggia. Sono vento. Sono terra. Sono legno. Sono pietra. Sono tutto. E nel tutto m’impasto e m’amalgamo. Hanno detto che siamo stati creati dal fango e con lo sputo. Torno alle origini, su queste colline oblique senza senso.
E passo boschi e campi e paesini, mucche, cicogne e tutto il comparto grigioverde di queste terre.







D’improvviso, dalla campagna profonda, mi trovo davanti una fila impressionante di auto, e la direzione per il confine è presto trovata.
Passato come s’è detto, ho percorso gli ultimi 20km in terra Bielorussa. Le strade sono quasi deserte. Ci sono ancora i boschi alti, con le betulle e i pini a guardia della foresta. Valery mi ha detto di passarci dentro, in bici, a raccogliere funghi e mirtilli, che ce ne sono tantissimi. Penso alle radiazioni, alla merda scaricata in terra, acqua e aria dai complessi industriali sovietici. Penso ai funghi. Meglio di no, via. 









Entro in Grodno, città che storicamente è più polacca e lituana piuttosto che (bielo)russa. Luogo di castelli, fortificazione e invasioni continue, di stragi, di guerre casa per casa, cascina per cascina. Prima i russi, poi i tedeschi, poi i russi di nuovo, Napoleone, i russi ancora, l’Armata rossa, i nazisti, l’Urss e l’attuale “democrazia” di Lukasenko, che ha più del 90% dei consensi da 12 anni. Una cosa normalissima, liberissima.. Dopo la seconda guerra mondiale la popolazione, qui, s’era ridotta ad un terzo in cinque anni. C’è stata la Resistenza, ma non è valsa a nulla. Ora è la quinta città del paese, per numero di abitanti. Le culture si sono impastate, e ne resta traccia nei numerosi edifici di culto: ortodossi, cattolici, evangelici, una sinagoga, un tempio di uniati, architetture di discutibile grazia del realismo socialista.
Un T-34 con falce e martello accoglie chi entra in città, per mettere in chiaro le cose. 







L’ostello (sei letti, tre sedie, due tavoli, cucinino e bagno) è proprio in centro, e ci si arriva percorrendo corso Lenin; gli unici altri ospiti sono una ragazza della mia età, bielorussa, prof. d’inglese e suo fratello di 11 anni. Abbiamo parlato tutta sera, lei era stupita del mio viaggio perché non sa andare in bici. Mi ha parlato della scuola, qui. Insegna in una privata. Dice che ho la faccia da giornalista, lo prendo come un complimento. Anche lei sfodera la storia dei bielorussi che non sorridono mai. Mi dice che non è cattiveria, non è mancanza di educazione. E’ un tratto culturale loro. Una cosa dovuta alla difficoltà di campare da queste parti, con questa storia di schiene spezzate tra patate, carbone e bagni di sangue, penso io.
Hrodna è un po’ bella








E un po’ orrenda





E romantica così



Tre domande: qualcuno mi spiega la differenza tra vecchi e nuovi rubli, che qui si è appena cambiata valuta ed è panico e delirio per tutti?

Perché non tutte le ciambelle escono colo buco (sì è carta igienica)?



Cos’è questa entità, che alberga nel freezer dell’ostello?




4 commenti:

  1. Eccolallà, paese che vai, marpione che trovi. Questo però era un biel-marpione. Che poi il gelato bielorusso.... Andiam a caccia di bisonte europeo mo!

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    1. AHAHAHAHAH!!! Un tipo a tutto tondo. Mo voglio il gelato di latte di bisonte corretto vodka. Oh!

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  2. Bei posti.........
    li lascio tranquillamente ai bielorussi
    Grande e coraggiosa volpe ;-)

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